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Dal 2000 ad oggi, a Milano-Linate le massime mensili e il numero di giorni sopra i 30 gradi non mostrano variazioni significative.
Quando voglio farmi quattro risate ricostituenti, vado su Google, digito «Repubblica» e leggo il primo articolo che il motore di ricerca mi propone – o propina: qual è il verbo giusto lo decide la disposizione filosofica del momento.
Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
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Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Il manager verso la presidenza: nel cda 12 consiglieri su 15 sono della lista italiana. L’epoca cinese sembra agli sgoccioli.
Il vento gira alla Bicocca. Dopo undici anni di convivenza con i soci cinesi, in Pirelli si prepara il ritorno di Marco Tronchetti Provera alla presidenza del gruppo che ha guidato per gran parte della sua storia recente.
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
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Mauro Moretti (Ansa)
La Cassazione rigetta i ricorsi e conferma le condanne per il disastro che causò 32 morti.
A distanza di 17 anni, diventa definitiva la condanna a cinque anni di reclusione per Mauro Moretti, ex ad di Rete Ferroviaria Italiana e Ferrovie dello Stato, nel processo per la strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009, quando morirono 32 persone e oltre 100 rimasero ferite. La rottura dell’asse delle ruote del primo carro di un treno che portava Gpl provocò lo sviamento della cisterna e di altri quattro vagoni. Il serbatoio si squarciò dopo l’urto: il gas fuoriuscì, raggiunse le case vicine e prese fuoco, provocando esplosioni e un vasto incendio. Moretti andrà in carcere.
La Quarta sezione penale della Cassazione ha rigettato i ricorsi contro la sentenza dell’appello ter, confermando per Moretti la condanna per disastro ferroviario colposo. Con la decisione definitiva si apre ora la fase dell’esecuzione della pena e quindi l’ingresso in carcere per l’ex numero uno di Fs e Leonardo. Confermate anche le condanne per altri dieci imputati, tra ex dirigenti e tecnici delle società coinvolte nella gestione e nella manutenzione del convoglio deragliato. Tra loro Michele Mario Elia, già ad di Rfi, condannato a quattro anni, due mesi e 20 giorni.
Il nuovo giudizio d’appello era stato disposto dalla stessa Cassazione nel gennaio 2024. La responsabilità penale degli imputati era già stata confermata, mentre restava da ridefinire la quantificazione delle pene, con particolare riferimento alle attenuanti generiche. Le difese chiedevano che la riduzione fosse applicata nella misura massima di un terzo. La Corte d’appello di Firenze aveva invece mantenuto la diminuzione a un nono, ritenendola adeguata alla «gravità eccezionale dei fatti».
La Cassazione ha ora reso definitivo quel verdetto. Dura la reazione dell’avvocata Ambra Giovene, difensore di Moretti. «Sono indignata da questa sentenza perché profondamente ingiusta», ha dichiarato. Secondo la legale è ingiusto che, per un reato colposo, si aprano le porte del carcere per persone coinvolte in un fatto di estrema gravità.
«Ci furono 32 morti e centinaia di feriti, ma l’ingegnere Moretti non è colpevole. Non lo dice il suo avvocato, lo dicono le carte», ha aggiunto Giovene, ribadendo la posizione sostenuta dalla difesa nel corso del processo.
La legale ha poi fatto riferimento alle iniziative organizzate dai familiari delle vittime dopo la sentenza, tra cui un concerto. «C’è niente da festeggiare, per noi e per loro», ha detto, sottolineando che tutte le parti sono chiamate a rispettare la decisione definitiva della magistratura.
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L’ex direzione centrale dell’Asinara a Cala d’Oliva, ora museo storico della memoria. Nel riquaro, Gianmaria Derìu in divisa per un film sull’isola-carcere
L’ex agente Gianmaria Derìu: «Moltissimi tentavano la fuga dall’isola-carcere. Una sola evasione riuscì, quella del bandito sardo Matteo Boe».
Quando, nel maggio 1980, Gianmaria Derìu iniziò a prestare servizio come agente di custodia presso il sistema carcerario dell’isola dell’Asinara fu assalito dalla malinconia.
Nel corso della sera, scrutando le luci tremule della Sardegna, gli venivano quasi i lucciconi. Nel 1984 divenne sottufficiale, nel 1987 aiuto-coordinatore del servizio navale. Fu promosso con il grado di ispettore superiore di polizia penitenziaria. Nel 1997 la struttura fu dismessa e poi istituito il Parco nazionale dell’Asinara e nel marzo 1998 andò via l’ultimo detenuto. Due anni prima del congedo è stato distaccato dal ministero della Giustizia a quello dell’Ambiente e oggi, anche in collaborazione con la Regione Sardegna, è il custode dell’isola. Oggi, dopo 46 anni, sua malinconia tornerebbe se dovesse lasciarla.
L’insieme carcerario dell’Asinara è stato paragonato al penitenziario di Alcatraz, nella Baia di San Francisco, chiuso nel 1963, da cui il noto film del 1979 Fuga da Alcatraz, con Clint Eastwood, storia dell’evasione di tre detenuti di cui non si conobbe mai il destino. Rarissimi anche i tentativi di fuga dall’Asinara. Se ad Alcatraz fu rinchiuso Al Capone, nell’isola sarda hanno soggiornato Raffaele Cutolo, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Renato Vallanzasca, Pasquale Barra, detto «o’ animale», che, con altri, il 17 agosto 1981 a Nuoro, a Badu e Carros, sventrò il boss della mala milanese Francis Turatello. Se ne spartirono il cuore. «Per fortuna quel giorno non c’ero», ricorda il sottufficiale. «Una volta, nell’ora d’aria, mi chiese: “Tieni o’ pattadese?”, coltello a serramanico sardo, “che questi li scanno tutti”». Alcuni detenuti comuni ebbero buona condotta. Uno di essi costruì un veliero e lo donò all’ispettore. L’ha sistemato nel museo della memoria, visitabile, con oggetti originali, metal detector, forchette e chicchere con stemma del ministero della Giustizia. Essendo stretto collaboratore dell’ente parco è attento anche alla sua biodiversità.
Qual è stato il percorso che la portò a operare all’Asinara?
«Dopo un corso accelerato a Cassino, 80° battaglione, in tempo di leva, sono stato destinato al supercarcere di Nuoro Badu e Carros. Decisi di restare. Finito l’anno ero destinato a Lucca. Mia madre, in lacrime, fece di tutto per bloccare il mio trasferimento. Scelse lei l’Asinara. Essendo, all’epoca, scapolo, vivevo in caserma e talvolta, la sera, sentivo un po’ di malinconia. Mi sono sposato il 1° maggio 1985».
Il sistema carcerario come si strutturava?
«C’erano otto carceri sparse per l’isola, con un sottufficiale responsabile. Ogni diramazione aveva un nome, con una popolazione media per ogni carcere di circa 120 detenuti».
E l’organico del personale penitenziario in servizio?
«Meno di 300 unità, ma in 60-70 eravamo destinati al servizio navale con vigilanza delle coste dell’isola, pattugliamento e trasporto di persone».
L’insediamento carcerario ha una lunga storia…
«Ci furono un lazzaretto, una colonia penale, un sanatorio per malati tubercolari e psichici. Nel 1971 portarono i primi presunti mafiosi. Negli anni di piombo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa studiò le isole e fece trasformare il sanatorio giudiziario in super carcere, chiamato Fornelli. Arrivarono terroristi rossi e neri. Nel 1979 i rossi fecero la “rivolta delle caffettiere”. Con le moka ricavarono bombe mediante il plastico passato loro dalle fidanzate, perché il vetro era stato tolto. Ma non vinsero la rivolta. Alle 3 del mattino furono lanciati i lacrimogeni e ci fu la resa. Io non c’ero. Ebbi a che fare con loro a Nuoro, Franceschini, Ognibene, Alunni, Notarnicola e quelli di Ordine Nero. I rossi tentarono di coinvolgere anche i neri ma si odiavano: tant’è che alla resa dei rossi i neri applaudirono».
Nelle celle terroristi di estrema sinistra ed estrema destra stavano separati?
«Dovevi tenerli rigorosamente separati».
E i rossi, ad esempio, stavano in più di uno nella stessa cella?
«Sì, al loro arrivo nel reparto bunker. Ciò era utile perché, attraverso una microspia, poteva essere registrato ciò che si dicevano. Alla fine del 1980 le Br sequestrarono il magistrato Giovanni D’Urso chiedendo, per la liberazione, la chiusura del supercarcere di Fornelli, dov’erano rinchiusi i detenuti a regime speciale. Si simulò ma, una volta liberato il magistrato, riaprì subito».
Tra i detenuti a regime speciale c’era anche Raffaele Cutolo…
«In un carcere bunker. Aveva un comportamento dignitoso. Non poteva parlare con gli agenti se non per richieste al sottufficiale. Mi disse che Enzo Tortora non l’aveva mai conosciuto. Quando Tortora diventò europarlamentare, venne all’Asinara e andò da Cutolo. “Lei sarebbe il mio capo?”, gli chiese. Chinando il capo rispose: “No, lei è stato una persona sfortunata”. Tortora andò via».
Don Raffae’, all’Asinara, si sposò nel 1983 con Immacolata Iacone, che ho intervistato in esclusiva per La Verità.
«La accompagnavo nel bunker dove si svolgeva il colloquio. Gli chiesi: “Mi dica Cutolo, che matrimonio sarà questo, con questa ragazza giovane, bella…”. Rispose: “Eh brigadie’, io piaccio”. Qui fu detenuto anche uno dei figli, Roberto Cutolo. Aveva comportamenti irrispettosi nei confronti del personale, lo dicemmo al padre, che lo redarguì. Tornato in libertà fu assassinato (a colpi di pistola, nel dicembre 1990, ndr.)».
Nell’estate del 1985 giunsero all’Asinara i magistrati Falcone e Borsellino, per preparare il maxi processo di Palermo a Cosa Nostra, iniziato nel 1986.
«Il 2 agosto 1985 nasce mia figlia, mi presi un paio di giorni. Ero capoposto al bunker. Mi chiamò il vicedirettore: “Devi rientrare immediatamente”. “C’è un’evasione in corso?”. “No, ma non ti posso dire al telefono”. All’indomani, trasportati da motovedetta, arrivarono sull’isola il dottor Falcone, con la compagna Francesca Morvillo e la suocera, e il dottor Borsellino con la moglie e i tre figli. Li accompagnammo nella foresteria. C’era solo un detenuto comune che cucinava e puliva la struttura. Quando lo vide Falcone notò il pantalone marrone. Chiese: “Ma chi è?”. “Un detenuto”. “E dove dorme?”. “In cella, come tutti gli altri”. S’incazzò, si mise a telefonare, facemmo tornare il detenuto in cella, trovammo un agente bravo che sapeva cucinare, ma anche la signora Agnese, la moglie di Borsellino, lo sapeva fare, trovai in lei una seconda mamma. Quando stette male Lucia, figlia del dottor Borsellino, lui dovette assentarsi. Mi disse: “Mi raccomando, le affido la famiglia”. “Dotto’, non si preoccupi”. Manfredi, che aveva 13 anni, era sempre con me, la mia cameretta vicina alla sua, mi sentii come un fratello maggiore».
Poi Borsellino rientrò all’Asinara…
«Quando rientrò portò tutti i faldoni. Il giudice Falcone era un po’ sollevato. Iniziarono a lavorare fino alle 3-4 del mattino, scrivevano tutto a penna per completare le carte per il maxi processo. Verso le 2 bussavo e a loro faceva piacere per staccare un po’, c’erano nuvole di fumo, fumavano in continuazione, Falcone il sigaro, Borsellino sigarette. A volte si stuzzicavano, anche con qualche tensione, ma non erano solo magistrati. Qualcosa di diverso li accomunava e poi finiva tutto in battute di spirito, come fossero fratelli».
Furono loro a chiedere di soggiornare all’Asinara?
«No, era stata una scelta dello Stato e della magistratura. Ma la figura che vedevano come un padre era il giudice Antonino Caponnetto».
Quanto tempo restarono?
«Un mese intero, rimasi sempre lì, anche con una Fiat Campagnola a disposizione. Attorno alla foresteria c’erano agenti di custodia armati di mitra, a mare una motovedetta armata perché si temeva un attacco via mare».
Alla fine degli anni Ottanta era iniziata la dismissione del sistema penitenziario dell’Asinara…
«Alcune diramazioni erano state dismesse, due piccole carceri rimaste, Fornelli fu chiusa nel 1987, Cutolo tradotto a Cagliari. Nel 1988 pochi detenuti lavoravano nella pastorizia e nel caseificio. Nel 1992 Falcone e Borsellino furono uccisi nelle stragi di via Capaci e via D’Amelio. Immediatamente arrivano da Roma gli ordini di riaprire. Interventi straordinari furono eseguiti nel supercarcere di Fornelli e varie modifiche nel bunker di Cala D’Oliva dov’erano rinchiusi i mandanti delle stragi. Monitor, registrazione immagini 24 ore al giorno, portoni blindati con un sistema in blocco, andavi passo a passo, personale scelto. L’elicottero atterrava lì vicino nel campo da calcio».
Chi trasportava l’elicottero?
«Non lo vorrei nemmeno nominare, ma trasportava Riina. Veniva dall’aula bunker di Palermo».
Dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino, il capo di Cosa Nostra, nel 1993, fu rinchiuso all’Asinara.
«Ero già graduato, mi convoca il direttore per fare il capoposto. C’era un’indennità di 40.000 lire in più per presenza, turni di 6 ore e 40. Ma dissi: “No no, con questo personaggio non voglio avere nulla a che fare essendo il mandante dei nostri due magistrati eroi”. Il direttore capì il mio stato d’animo e mi esentò».
Nel 1986, Matteo Boe, poi latitante e sequestratore di Farouk Kassam, riuscì a evadere…
«Ero capo diramazione a Santa Maria. Mi chiamano a casa. “Evasione in corso”. Era il 1° settembre 1986. Rientrai nell’isola. Furono messe sentinelle anche all’isola Piana. Non si vedeva. Passò del tempo. Niente. Le cronache dicono che fosse stata la convivente a portarselo via con un gommone, anche se io mi ero fatto un’altra idea. Suo complice nell’evasione Salvatore Duras che arrestarono dopo un anno quando si mise a sparare con un kalashnikov alla festa di Capodanno a Cagliari. Mentre facevano legna in campagna tramortirono la guardia, la legarono e fuggirono. Boe fu ricatturato in Corsica. Poi qualche caso di allontanamento nell’isola, ma ritrovati la sera stessa. Dal supercarcere, però, nessuno c’è mai riuscito».
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