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Ansa
Il capo della Casa Bianca vuole impedire la convergenza tra il Dragone e Mosca. E per riuscirci ha bisogno di alleati più vigili. Non è più il tempo degli imperi solitari.
La conduzione degli Stati Uniti da parte di Donald Trump è certamente un’anomalia in relazione al passato, includendo anche la sua prima presenza alla Casa Bianca nel 2016-2020. Nella seconda spinge con discontinuità politiche interne e geopolitiche esterne, le seconde con impatto molto sfidante nei confronti degli alleati tradizionali, in particolare gli europei. Ma è sbagliato sia demonizzarlo sia utilizzare questa anomalia per prevedere/invocare un distacco totale tra Usa e Ue.
Mentre è giusto, sul piano del realismo e dell’interesse nazionale, capire, negoziare e salvaguardare la convergenza euroamericana puntando a un futuro rafforzamento dell’alleanza globale delle democrazie, configurata concretamente in un formato espansivo G7+: durante l’amministrazione Trump sarà difficile strutturare un G7+, ma nel prossimo triennio va salvaguardata la possibilità di farlo mantenendo l’inclusione di Washington in questo progetto globale che potrà decollare solo con un forte pilastro euroamericano. Devo esplicitare il mio pregiudizio analitico come atto dovuto, in quanto professore/ricercatore e suggeritore di strategie in geopolitica economica e finanziaria: io perseguo il dominio delle democrazie alleate sul pianeta combinato con una loro configurazione interna che faciliti il capitalismo di massa e che, grazie a tale modello internazionale/nazionale, la democrazia conquisti sempre più nazioni, anche perché aiutata da un potere prevalente, cioè un mercato internazionale a integrazione crescente tra democrazie.
Chi desidera criticarmi, mi attacchi per la mia adesione a questo disegno strategico ispirato dal liberalismo che vuole fornire a ogni individuo più libertà e opportunità di ricchezza. Nel mondo c’è un conflitto tra nazioni autoritarie, guidato dalla Cina, e democrazie guidate dall’America. Ma questa, pur restando superpotenza, è ormai troppo piccola per gestire un presidio mondiale da sola. Lo scrissi nel libro La grande alleanza (Angeli, 2006) e presentai la versione in inglese a Washington sostenendo la necessità di una strutturazione più forte del G8 dei tempi, anche per evitare la convergenza tra Russia e Cina. A porte chiuse ricevetti consenso, ma i politici presenti, repubblicani e democratici (con l’eccezione di alcuni collaboratori di John McCain che nella campagna presidenziale del 2008 contro Barack Obama presentò il progetto di «Lega delle democrazie»), mi avvertirono che un’alleanza necessariamente portatrice di limitazioni della sovranità difficilmente riceverebbe consenso da un elettorato convinto dell’eccezionalismo americano.
Nei primi anni Settanta, Henry Kissinger formulò la dottrina della transizione dell’America da gestore singolo del pianeta a collettivo: percepiva già allora un’America troppo piccola per gestire lo sforzo planetario economico e militare da sola. Saltiamo nel presente: Trump ha preso atto che, senza azioni forti sia di supremazia nazionale sia di imposizione agli alleati di maggiori costi per la loro sicurezza, l’America non poteva reggere lo sforzo dopo aver tentato di condividerlo senza successo con gli alleati stessi per quasi 50 anni. Da un lato Trump ha usato un metodo troppo aggressivo per il ribilanciamento del dare e avere tra alleati, sul lato economico anche tecnicamente molto discutibile. Dall’altro, la sua azione è stata ed è una risposta agli alleati che l’America perseguiva da decenni. Quindi l’anomalia è stata nello stile non conforme alla diplomazia, ma la sostanza era una necessità: America troppo piccola per pagare il conto per tutti. Capire questo punto è essenziale: Trump va criticato per gli eccessi caratteriali, ma ricordando che sta gestendo un vero problema di scala contro la Cina e altre complicazioni. Infatti sta cercando di staccare la Russia dalla Cina perché se convergono sarebbe difficile sconfiggerle. Da un lato, è criticabile per la compressione del giusto diritto dell’Ucraina; dall’altro sta cercando uno scambio con Mosca usando bastone e carota. Qui un’altra critica: non ha abbastanza bastone perché non vuole usarlo fino in fondo, e spera che basti la deterrenza in quanto non ha consenso interno sufficiente per segnali bellici più impegnativi. Appunto, lo slogan «fare l’America di nuovo grande» implica la percezione che sia troppo piccola. Lo stile di Trump è deprecabile, ma ciò non deve oscurare la sua difficoltà di trovare la soluzione per un’America rimpicciolita, ma ancora eccezionalista nel consenso, di fronte a un gigante emergente come la Cina comunista capace di elaborare strategie furbe, puntute e silenziose di dominio. Si consideri che anche l’Ue ha lo stesso problema nei confronti di Pechino. Pertanto è razionale sia mantenere un dialogo con Trump sia convergere, pur con tentativi di correzione, nelle azioni di pacificazione in corso che in realtà tentano di arginare l’influenza cinese sul mondo.
In conclusione, ritengo sbagliato criticare il governo italiano perché cerca di mantenere una convergenza con l’America. Certamente l’Ue dovrà fare un grande cambiamento sul piano militare e mostrare espansione dei suoi trattati doganali con il resto del mondo compatibile, per esempio a breve quello con l’India è fondamentale. Ma cercando una Nova Pax che integri la Pax Americana cedente, mantenendo inclusa l’America.
Prima o poi anche Washington si accorgerà che le è più utile un impero condiviso che uno solitario.
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Il Dipartimento di Sicurezza Usa: «Vittima armata, ha opposto violenta resistenza». Il Pentagono vara una nuova strategia.
Torna a salire la tensione a Minneapolis. Ieri, un uomo è rimasto ucciso a seguito di una sparatoria con le forze federali preposte al controllo dell’immigrazione. Secondo il Dipartimento per la sicurezza interna, la vittima sarebbe stata armata e avrebbe opposto violentemente resistenza ai tentativi di disarmo condotti dagli agenti. «Temendo per la sua vita e per quella dei suoi colleghi, un agente ha sparato per difendersi», ha affermato il dipartimento in una nota. La polizia locale, dal canto suo, ha riferito che l’uomo ucciso era un cittadino statunitense con regolare porto d’armi. Così come ci sono polemiche per l’arresto insieme al padre di una bimba di due anni. Entrambi sono stati subito trasferiti in una struttura in Texas.
Nel frattempo, il Pentagono ha pubblicato la nuova Strategia di difesa nazionale che, secondo una parte della stampa americana, avrebbe ammorbidito la linea di Washington sulla Cina. Secondo alcuni media, nel nuovo documento la minaccia cinese non verrebbe più considerata una priorità assoluta, come invece accadeva nella strategia del 2022, redatta dall’amministrazione Biden. In realtà, a ben vedere, la situazione appare più complessa. Certo, nel nuovo documento si afferma che Washington deve «svolgere attività di deterrenza verso la Cina con la forza e non con lo scontro». La strategia precisa inoltre che l’obiettivo americano «non è dominare la Cina, né strangolarla o umiliarla». Tuttavia, il documento aggiunge anche che bisogna «impedire a chiunque, Cina inclusa, di dominare noi o i nostri alleati».
È inoltre vero che la nuova strategia considera assolutamente prioritaria la difesa del suolo statunitense. Ma questa difesa, si legge, sarà portata avanti nell’ottica del cosiddetto «Corollario Trump» alla Dottrina Monroe: vale a dire, estromettendo le potenze ostili, come la Cina, dall’Emisfero occidentale. «Proteggeremo i confini e gli accessi marittimi dell’America, e difenderemo i cieli della nostra nazione attraverso il Golden Dome for America. Manterremo un deterrente nucleare robusto e moderno, in grado di affrontare le minacce strategiche al nostro Paese», recita il documento, che aggiunge: «Garantiremo l’accesso militare e commerciale degli Stati Uniti a territori chiave, in particolare il Canale di Panama, il Golfo d’America e la Groenlandia». «Ci impegneremo in buona fede con i nostri vicini, dal Canada ai nostri partner in America Centrale e Meridionale, ma ci assicureremo che rispettano e facciano la loro parte per difendere i nostri interessi comuni», si legge ancora.
È quindi evidente come, nel promuovere la difesa dell’Emisfero occidentale, il documento si riferisca implicitamente al contrasto dell’influenza cinese in loco. Ciò non toglie poi che emergano ulteriori aspetti come la lotta al narcotraffico e all’immigrazione clandestina. La strategia evidenzia infatti che il Pentagono condurrà degli «sforzi per sigillare i nostri confini, respingere forme di invasione e rimpatriare gli immigrati clandestini in coordinamento con il Dipartimento della Sicurezza interna».
Particolarmente interessante è anche la parte dedicata ai vicini degli Stati Uniti: vicini che, come abbiamo visto, Washington si aspetta che «facciano la loro parte». Ed ecco che, il giorno dopo la pubblicazione del documento, è tornata a salire la tensione tra Trump e il premier canadese, Mark Carney, proprio sul dossier cinese. Il presidente americano ha infatti minacciato di imporre a Ottawa dazi al 100%, qualora dovesse firmare un’intesa commerciale con Pechino. La Casa Bianca teme del resto che le aperture canadesi a Pechino possano inficiare il rilancio della Dottrina Monroe. E questo traspare dalla strategia del Pentagono.
Strategia che punta a mettere alle strette il Dragone anche in Medio Oriente. «Il presidente Trump ha sempre chiarito che all’Iran non sarà consentito acquisire armi nucleari», recita il documento che rivendica anche gli attacchi americani di giugno ai siti atomici iraniani. Vale a tal proposito la pena di ricordare che Teheran è uno dei principali punti di riferimento della Cina a livello mediorientale. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il documento punta a conferire a Seul un ruolo primario nella deterrenza verso Pyongyang, riducendo l’azione statunitense in questo quadro. Ma anche qui, bisogna fare attenzione. I rapporti tra Cina e Corea del Nord sono meno idilliaci di quanto venga ufficialmente proclamato. Xi Jinping teme l’iperattivismo nucleare di Kim Jong-un e non vede affatto di buon occhio i suoi stretti legami con Mosca nel settore della Difesa. Passando alla Russia, la situazione non cambia. La strategia del Pentagono definisce Mosca una «minaccia persistente ma gestibile alla Nato», ribadendo inoltre che Washington continuerà a mantenere un «ruolo vitale» in seno all’Alleanza atlantica. Al contempo, però, si sottolinea che gli Usa delegheranno maggiormente agli alleati europei la gestione del dossier russo. Viene infatti precisato che la priorità americana è quella di «difendere il territorio nazionale e di esercitare la deterrenza nei confronti della Cina».
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- Il premier condanna le esternazioni del presidente americano sullo scarso contributo dei Paesi Nato dopo l’11 settembre: «Noi rimasti indietro? Abbiamo attivato l’articolo 5 per la prima volta nella storia. L’amicizia deve fondarsi anche sul rispetto».
- Il Cairo: «Unica strada per la stabilità nella Striscia». La Tunisia si chiama fuori.
Lo speciale contiene due articoli
Il primo segnale di attrito tra Roma e l’amministrazione statunitense arriva dalle parole del presidente Donald Trump, che ha accusato gli alleati della Nato di essere «rimasti indietro durante le operazioni in Afghanistan». Un giudizio che ha provocato una reazione formale del governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, deciso a respingere qualsiasi lettura riduttiva del contributo fornito dall’Italia alla missione internazionale. In una nota ufficiale, Palazzo Chigi ha ribadito che «Italia e Stati Uniti sono legati da una solida amicizia, fondata sulla comunanza di valori e sulla collaborazione storica, ancora più necessaria di fronte alle molte sfide in atto. Ma l’amicizia necessita di rispetto, condizione fondamentale per continuare a garantire la solidarietà alla base dell’Alleanza atlantica».
Una puntualizzazione che richiama esplicitamente il principio politico su cui si fonda la cooperazione transatlantica. La dichiarazione governativa ricostruisce inoltre il contesto storico dell’impegno italiano in Afghanistan, ricordando che «dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la Nato ha attivato l’Articolo 5 per la prima e unica volta nella sua storia: un atto di solidarietà straordinario nei confronti degli Stati Uniti». In quell’operazione, sottolinea il governo, «l’Italia rispose immediatamente insieme agli alleati, dispiegando migliaia di militari e assumendo la piena responsabilità del Regional command west, una delle aree operative più rilevanti dell’intera missione internazionale».
Nel bilancio di quasi vent’anni di presenza sul terreno, Roma rivendica un sacrificio umano e operativo che «non si può mettere in dubbio»: «53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane». Da qui la conclusione netta: «Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata».
Il confronto con Washington si inserisce in un quadro diplomatico più ampio, che nelle ultime ore ha visto emergere anche una richiesta statunitense sul dossier mediorientale. Secondo quanto riferito da Bloomberg, gli Stati Uniti avrebbero chiesto all’Italia di aderire, in qualità di membro fondatore, alla Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza (Isf), il dispositivo promosso su mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per accompagnare la fase di ricostruzione e il ripristino delle garanzie di sicurezza nella Striscia. Stando alle ricostruzioni, la Casa Bianca non avrebbe sollecitato l’invio di truppe italiane sul terreno, ma un sostegno politico e finanziario nella fase iniziale del processo di stabilizzazione. La proposta si affianca al progetto del Consiglio di pace, organismo al quale l’Italia, almeno per ora, non intende aderire.
A chiarire la linea del governo è stata la stessa Giorgia Meloni, intervenuta al vertice intergovernativo Italia-Germania. Il presidente del Consiglio ha definito lo statuto del Consiglio «incostituzionale» nella sua formulazione attuale, spiegando di aver sollevato la questione direttamente con Trump e di aver chiesto una possibile revisione «per andare incontro alle esigenze dell’Italia e di altri Paesi europei». Sul terreno, intanto, il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza resta formalmente in vigore ma politicamente fragile. Hamas ha annunciato l’intenzione di continuare a rispettare la tregua, rivolgendosi ai partecipanti del Forum economico di Davos con un messaggio politico esplicito: fermare le minacce e concentrarsi su misure concrete di stabilizzazione. Tra le priorità indicate figurano l’apertura di tutti i valichi di frontiera, il ritiro delle Forze di difesa israeliane dalla Striscia e l’avvio di un piano di ricostruzione globale. Il gruppo jihadista ha inoltre chiesto al Board of Peace di intervenire per aumentare il flusso degli aiuti umanitari che peraltro arrivano in grande quantità e che Hamas ruba e rivende. A ribadire la precarietà politica dell’accordo è stato il portavoce Hazem Qassem, che ha accusato Israele di ostacolare deliberatamente le iniziative di pace presentate da Trump. Qassem ha riaffermato che le armi della «resistenza» non sono negoziabili, perché concepite per contrastare l’occupazione e difendere la terra e i luoghi santi, sancendo così, almeno sul piano pubblico, il rifiuto della richiesta israeliana di disarmo delle ali militari di Hamas come condizione per procedere alle fasi successive dell’intesa.
Sul fronte diplomatico, è attesa nei prossimi giorni una nuova iniziativa statunitense. Gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati ieri pomeriggio in Israele per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Secondo il portale Ynet, il confronto dovrebbe concentrarsi sulla possibile riapertura del valico di Rafah, snodo cruciale tra l’Egitto e la Striscia. Fonti citate dai media israeliani riferiscono che Washington starebbe sollecitando Israele ad autorizzare l’apertura del valico anche prima del rientro del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano ancora trattenuto a Gaza, Ran Gvili, assicurando che verranno messi in campo «tutti gli sforzi possibili» per favorire il recupero dei suoi resti.
Paesi arabi divisi sul Board di pace L’Egitto c’è. Scintille Pakistan-India
La composizione del Board of Peace per Gaza sta prendendo forma e l’amministrazione statunitense ha già coinvolto diverse nazioni musulmane. Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Turchia, Bahrein, Marocco, Kuwait, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti, per bocca dei loro ministri degli Esteri, hanno già dato la loro disponibilità a partecipare al consiglio guidato da Donald Trump.
Nel mondo arabo e musulmano la creazione di questo Board non ha suscitato le stesse reazioni, che cambiano da nazione a nazione. L’Egitto, gigante geopolitico regionale, ha accolto con grande favore l’invito giunto da Washington. L’ambasciatore Nabil Habashi, viceministro degli Affari esteri con una lunga esperienza spesa fra Europa e Medio Oriente, ha riferito: «La Repubblica araba d’Egitto apprezza l’invito da parte del presidente degli Stati Uniti al suo omologo Abdel Fattah al-Sisi di entrare nel Consiglio per la pace. L’Egitto apprezza molto la leadership di Trump, soprattutto per l’impegno nel porre fine alla guerra a Gaza e nel ristabilire sicurezza, pace e stabilità in tutto il Medio Oriente. La nostra nazione ha sempre lavorato insieme agli Stati Uniti per consolidare il cessate il fuoco, permettere la fornitura di assistenza umanitaria e per dispiegare una forza internazionale di stabilizzazione. L’Egitto ha anche presentato un piano per la ricostruzione di Gaza e per l’avanzamento di un percorso verso il raggiungimento di una pace duratura e il rispetto del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla sovranità, l’unica strada per una vera stabilità regionale».
Molto positiva anche la reazione del Pakistan, come sottolinea Mohammad Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad. «Il Pakistan è pronto a unirsi al Board of Peace del presidente Trump per contribuire al raggiungimento di una pace duratura a Gaza. Ci auguriamo che verranno compiuti passi concreti e rapidi per permettere ai gazawi di vivere pacificamente. All’incontro di Davos ha partecipato il maresciallo Generale Asim Munir per comprendere quale possa essere l’impegno militare richiesto. Questo impegno dimostra la grande considerazione di cui gode il Pakistan e il suo ruolo da mediatore internazionale. Altre nazioni non hanno voluto partecipare, ma hanno rifiutato soltanto per arroganza e senza comprendere il momento storico per l’umanità».
Il riferimento al passo indietro fatto dall’India appare palese e Islamabad non perde occasione per attaccare lo storico rivale. Molto diversa la reazione della Tunisia, una nazione che non è nella lista dei Paesi partecipanti. Mohamed Ali Nafti, guida la politica estera di Tunisi, conferma la posizione: «La Tunisia vanta una lunga amicizia e vicinanza con il popolo palestinese, l’Olp di Yasser Arafat nel 1982 aveva scelto la nostra capitale come sede dopo aver lasciato Beirut, dove furono colpiti dai bombardamenti nel 1985 con decine di vittime anche tunisine. Il nostro pensiero per Gaza è sempre stato chiaro e si concretizza nel sostegno alla lotta del popolo palestinese e al suo diritto all’istituzione di uno Stato indipendente e pienamente sovrano sull’intero territorio palestinese, con capitale Gerusalemme. Apprezziamo gli sforzi che hanno portato al raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco a Gaza, dopo due anni di sistematici crimini di genocidio che hanno provocato una catastrofe umanitaria. Ci auguriamo che l’accordo sia permanente, ma il raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco non deve oscurare la responsabilità della comunità internazionale. La Tunisia rifiuta qualsiasi tentativo di sfrattare il popolo palestinese dalla sua terra e di liquidare la sua giusta causa. Per tutti questi motivi non crediamo che il cosiddetto Consiglio creato dagli Stati Uniti che non coinvolge i palestinesi di Gaza, non debba parlare per loro».
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Vladimir Putin e Volodomyr Zelensky (Ansa)
Il presidente ucraino ha definito «costruttivo» il trilaterale conclusosi ieri con States e Russia. I colloqui riprenderanno l’1 febbraio sempre ad Abu Dhabi. Viktor Orbán: «Non faremo entrare Kiev nell’Ue, scatenerebbe una guerra». Steve Witkoff e Jared Kushnerricevuti dallo zar.
Il secondo round di colloqui ad Abu Dhabi tra la delegazione ucraina e quella russa, avvenuto con la mediazione degli americani Steve Witkoff e Jared Kushner, ha segnato dei passi avanti sulle trattative di pace.
Il clima di cauto ottimismo emerge dalle dichiarazioni rilasciate dagli alti dirigenti statunitensi. Pur riconoscendo che sono necessarie «altre discussioni», hanno annunciato: «Non pensiamo di essere così lontani da un incontro Putin-Zelensky, visti i recenti progressi nei colloqui». E produttivo è stato anche il dialogo che ha preceduto il trilaterale: a Mosca il presidente russo, l’inviato americano e il genero di Donald Trump hanno parlato per quattro ore. Per non perdere il nuovo slancio, è già stata fissata la riunione tra le tre squadre negoziali: si vedranno tra una settimana, il 1° febbraio, sempre negli Emirati Arabi.
A svelare l’esito positivo del faccia a faccia tra la parte ucraina guidata da Rustem Umerov e quella russa diretta dal capo della direzione generale dello Stato maggiore delle Forze Armate, Igor Kostyukov, è stato anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Le conversazioni sono state costruttive» ha scritto su X dopo aver visionato un report sull’incontro. E ha precisato che «il punto principale su cui si sono concentrate le discussioni riguarda i possibili parametri della fine della guerra». Andando più nei dettagli ha comunicato che è stata Washington, nel trilaterale, a «sollevare la questione dei possibili formati per formalizzare i parametri», «nonché delle condizioni di sicurezza necessarie per raggiungere tale obiettivo». Gli stessi dirigenti statunitensi hanno messo in luce che i protocolli di sicurezza previsti per Kiev nel dopoguerra sono molto forti. Il presidente ucraino ha poi aggiunto che alle discussioni hanno partecipato anche i rappresentanti militari dell’Ucraina, della Russia e degli Stati Uniti: «Hanno individuato una lista di questioni per un potenziale prossimo meeting». Tra l’altro, stando a quanto riportato da Axios, ad Abu Dhabi pare che, oltre al trilaterale, i rappresentanti di Kiev e di Mosca si siano incontrati anche senza la mediazione statunitense. Che l’atmosfera sia stata «positiva e costruttiva» l’ha poi confermato anche un portavoce del governo degli Emirati Arabi Uniti.
E nonostante il Cremlino non si sia ancora sbilanciato ufficialmente sull’esito dei colloqui, anche la Tass ha reso noto che «sono stati raggiunti risultati» e quindi «i negoziati potrebbero proseguire».
Poco prima dell’inizio della riunione si pensava a un altro buco nell’acqua. Una fonte aveva infatti ribadito alla Tass: «La questione territoriale rimane la più complessa nei trilaterali. Il ritiro delle forze armate ucraine dal Donbass è importante e si stanno prendendo in considerazione diversi parametri di sicurezza al riguardo».
Ma oltre ai progressi nelle trattative, è anche vero che Mosca, poco prima che le delegazioni si ritrovassero nella stessa stanza per negoziare, ha bombardato soprattutto le più grandi città dell’Ucraina: Kiev e Kharkiv. A rendere nota l’entità dei danni è stato Zelensky: «A Kharkiv sono stati danneggiati un ospedale per la maternità, un dormitorio per sfollati, una facoltà di medicina ed edifici residenziali. Attualmente, ci sono decine di feriti, tra cui un bambino. Nella capitale e nella sua regione, l’obiettivo principale dei russi era il settore energetico». E ha quindi lanciato l’appello verso gli alleati: «Non possiamo ignorare questi attacchi: dobbiamo reagire, e reagire con forza. Contiamo sulla risposta e sull’assistenza di tutti i nostri partner». Tra l’altro, i raid russi hanno lasciato oltre un milione di persone senza elettricità. Nella capitale oltre 3.000 gli edifici rimasti privi del riscaldamento. Ma oltre a Kiev, anche la città di Cernihiv, situata nel Nord del Paese, si trova in difficoltà. Il vice primo ministro ucraino, Oleksiy Kuleba, ha infatti dichiarato che a Kiev sono 800.000 le persone rimaste senza elettricità, mentre a Cernihiv sono 400.000.
Nel frattempo, Kiev e Budapest continuano a essere ai ferri corti. Il premier ungherese, Viktor Orbán, ha riferito che l’Ungheria non permetterà all’Ucraina di aderire all’Unione europea. «Al momento, Bruxelles non ospita vertici, ma consigli militari. I leader dell’Unione europea hanno deciso che la Russia perderà la guerra sul fronte ucraino. Sono in corso i preparativi per la guerra e il pericolo più grande per le nostre vite è che i nostri figli si arruolino nell’esercito e finiscano in uniforme sul suolo ucraino». Ha poi sottolineato che Budapest non avrà un parlamento disposto a votare per l’adesione di Kiev «per i prossimi 100 anni». L’espressione ha scatenato un botta e risposta, con il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, che ha criticato l’operato del governo ungherese all’interno dei suoi stessi confini. Piccata è stata la reazione dell’omologo ungherese, Péter Szijjártó, che ha accusato Kiev di voler interferire nelle elezioni di Budapest.
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