Mattarella spiazza i fan. Uomo Usa? Mica vero, è lui che ha aperto ai cinesi
  • Indicato come il padre severo che richiama i monelli del governo alla fedeltà atlantica, in realtà il presidente si è esposto moltissimo in favore dell’accordo.
  • Xi Jinping ha incontrato il capo dello Stato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati e ha chiarito di «guardare con rispetto al dibattito in corso all’interno della Ue».
  • Nel Memorandum, i due Stati si impegnano a «realizzare scambi commerciali e investimenti aperti e liberi, per contrastare gli squilibri dell’unilateralismo».

Lo speciale contiene tre articoli.

Quanti diversi Sergio Mattarella esistono per i mainstream media italiani? E – soprattutto – quante semplificazioni, quanti schemini interpretativi troppo rigidi sono stati messi in campo da molti commentatori in questi mesi, rischiando di allontanare dalla comprensione, di rendere più difficile una lettura realistica ed equilibrata delle cose? Proprio la complicata – e non sempre chiarissima – vicenda del Memorandum of Understanding tra Cina e Italia che sarà firmato oggi si è incaricata di mettere in crisi molte «narrazioni» ufficiali. Proviamo a mettere a fuoco sei nodi, sei punti da provare a sviscerare in modo non banale.

1 Da molte settimane, alcuni descrivono l’intesa tra Pechino e Roma come il frutto di una fuga in avanti dell’iperattivo sottosegretario Michele Geraci. Si ricorda il suo viaggetto cinese con Luigi Di Maio (quello reso noto dalla tarantella mediatica sul volo in economy), più una raffica di interviste, e un intenso lavorio, si evince tutt’altro che sgradito alla Cina, dove peraltro Geraci ha lavorato per ben dieci anni. Ma, con tutto il rispetto per il sottosegretario – economista e sinofilo – che ieri mattina cantava vittoria sulle colonne del Financial Times, solo gli ingenui possono credere che abbia fatto tutto da sé, senza che altri se ne accorgessero. Vasti settori istituzionali – a seconda dei punti di vista: purtroppo o per fortuna – hanno concorso alla scelta, o l’hanno avallata. Lo stesso vertice al Quirinale del 13 marzo scorso, quando Sergio Mattarella convocò mezzo governo (il premier Conte, i due vicepremier Salvini e Di Maio, svariati ministri a partire dal titolare della Farnesina Moavero) fu presentato dai media schiacciati sul Quirinale (cioè quasi tutti) come un’occasione in cui il Capo dello Stato aveva posto dei «paletti», aveva «transennato» l’accordo, quasi come un preside costretto a richiamare gli alunni troppo precipitosi. La sensazione è che non sia andata così: quel vertice – più che un freno – fu un avallo del Colle, un timbro del Quirinale all’intesa.

2 Per mesi, i soliti giornaloni hanno descritto il presidente Mattarella come un campione di atlantismo, come il titolare di un filodiretto con Washington. Anche qui, una lettura sfocata: semmai, Mattarella appartiene a una tradizione di sinistra Dc che, almeno da Vittorino Colombo in poi, ha sempre subìto una fascinazione filo-Pechino. Per non dire dell’attenzione democristiana al Vaticano, oggi lanciato in una strategia di intesa con la Cina, anche sacrificando – questa è l’opinione di molti – la libertà religiosa dei cattolici cinesi. È a quelle filiere che Mattarella sembra richiamarsi: e non a caso, nei suoi discorsi dell’altro ieri e di ieri, si è esposto moltissimo a favore della Cina. Tutte cose – è da immaginare – che a Washington non saranno piaciute.

3 Chi in modo ingenuo, chi in modo sincero, molti leader politici italiani tentano da giorni di derubricare la valenza dell’accordo, di presentarlo come occasione commerciale, senza grande valenza geopolitica. Ma due giorni fa ci ha pensato proprio il presidente cinese Xi, dalla prima pagina del Corriere della Sera, a smentirli, affermando la portata strategica dell’intesa. E le immagini di ieri e di oggi avranno (viste da Washington) una forza simbolica: con Pechino che fa intendere a Trump di «essere entrata in casa» del paese ritenuto più amico dell’attuale amministrazione Usa.

4 Guai a sottovalutare le reazioni americane. L’amministrazione Trump ha aperto un ombrello di amicizia verso l’Italia in questi mesi: sia sulla Libia (rispetto alle ambizioni francesi), sia nella dura trattativa con Bruxelles sulla legge di bilancio, sia alimentando fiducia verso i nostri titoli del debito pubblico. Si tratta di cose che tutti – non solo il governo – dovrebbero considerare.

5 La sinistra ha ben pochi motivi per pontificare. Proprio La Verità ha ricordato in questi giorni che cinque anni fa furono Renzi e Padoan (gran cerimoniere l’allora presidente di Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini) a celebrare la cessione al gigante di stato cinese China State Grid del 35% di Cdp Reti, la società della Cassa depositi e prestiti che si occupa delle reti (rete elettrica, rete gas, ecc), cioè l’asset forse in assoluto più strategico.

6 Attenzione al tema telecomunicazioni e 5G. Da giorni, gli attori italiani si sbracciano per dire che il tema è di fatto escluso dall’intesa. Ma proprio Xi, sempre dalla prima del Corriere, ha esplicitamente scritto il contrario, smentendo clamorosamente la controparte italiana. E le dichiarazioni del Quirinale dell’altro ieri («I nuovi strumenti di scienza e tecnologia siano utilizzati e regolati insieme, per la collaborazione e non per competizione e predominio, con cui ciascuno ne riceverebbe minor beneficio») non sono parse granché convincenti: davvero qualcuno è convinto di poter indurre Pechino a decidere pariteticamente con l’Italia?

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