Guerra del grano in Europa orientale. Kiev fa causa a Polonia e Ungheria
(Getty Images)
  • L’Ucraina reagisce al blocco dei cereali, coinvolta anche la Slovacchia. Varsavia preme sull’Europa, pronto il boicottaggio della piattaforma Ue per coordinare l’import. Roma: «Medieremo». Nuove purghe di Zelensky.
  • Wang Yi e Sergej Lavrov a colloquio sulla sicurezza, però Pechino tiene un basso profilo sulla visita. Forse domani il ministro russo incrocerà il presidente ucraino all’Onu.

Lo speciale contiene due articoli.

«Il mondo intero dovrebbe vedere come si comportano gli Stati membri dell’Ue nei confronti dei loro partner commerciali e della loro Unione». Taras Kachka, rappresentante commerciale ucraino, ieri ha rilasciato dichiarazioni sdegnate a Politico. La stizza è stata suscitata dalla recente decisione di Polonia, Ungheria e Slovacchia di bloccare l’importazione di prodotti agricoli di Kiev, che è pronta a reagire: trascinerà i tre Paesi dell’Europa orientale in giudizio dinanzi all’Organizzazione mondiale del commercio.

Rapida la contromossa di Varsavia. Janusz Wojciechowski, commissario all’Agricoltura, ha chiesto a Ursula von der Leyen di ripristinare le restrizioni sui cereali ucraini, così da scongiurare il «rischio di una nuova destabilizzazione del marcato», che alla fine danneggerebbe pure il Paese invaso. Come compensazione, bisognerà «migliorare il transito del grano dall’Ucraina attraverso i corridoi di solidarietà», sfruttando i porti del Baltico e del Mediterraneo. Nella diatriba ha provato a inserirsi, in funzione di paciere, l’Italia: il nostro ministro, Francesco Lollobrigida, a margine del Consiglio Agricoltura nella capitale belga, ha annunciato che Roma si sforzerà «di mediare rispetto alle posizioni sull’ingresso nell’Ue dei cereali ucraini», tenendo conto «che un processo di liberalizzazione del mercato in alcune aree può portare al danno di alcuni settori». Sostenere gli alleati senza farsi un autogol. Placare la lite sarà arduo: i tre Stati cui ha fatto causa Kiev boicotteranno la piattaforma di coordinamento della Commissione sull’import del grano ucraino.

La disputa espone le linee di faglia che dividono il fronte dell’Est. I polacchi sono l’avanguardia antirussa d’Europa e, perciò, da sempre godono del favore particolare di Washington. Il governo, tuttavia, sta fronteggiando la protesta dei contadini, colpiti nei loro interessi dall’eliminazione dei dazi sugli alimenti, voluta dall’Ue per aiutare la nazione sotto attacco. Quanto a Viktor Orbán, contribuire ad alimentare la spaccatura rientra nella strategia di Budapest, economicamente vincolata a Mosca, meno netta nella reazione all’invasione di Vladimir Putin e, soprattutto, abile a barattare il sostegno alla coalizione occidentale con ulteriori concessioni da parte di Bruxelles.

La guerra del grano si va dunque inasprendo, dopo che si sono rincorse le voci di un dialogo segreto tra l’Onu e la Russia e mentre sono le derrate degli aggressori a consentire una riduzione dei prezzi, che si erano impennati dall’avvio della cosiddetta «operazione speciale» dello zar. Le scintille scompaginano inoltre il programma d’integrazione europea di Kiev. È una questione rilevante, perché la prospettiva dell’ingresso nell’Unione potrebbe essere una delle contropartite da garantire a Volodymyr Zelensky – insieme a un solido patto difensivo – per ottenere la sua disponibilità a intavolare una seria trattativa. Una che implichi, come forse è inevitabile, delle rinunce territoriali. L’ipotesi rimane sul tavolo, benché il presidente sia tornato a definire il suo omologo del Cremlino, in un’intervista alla Cbs, «un secondo Hitler», per di più «eletto e rieletto» dai cittadini.

Nel frattempo, a Kiev va avanti il valzer delle purghe. Archiviate le dimissioni del ministro della Difesa, Oleksii Reznikov, che era stato coinvolto in uno scandalo sulle commesse militari, il governo di Zelensky ha destituito sei vice. Inclusa Hanna Malyar, la quale, in mattinata, aveva diffuso un bollettino bizzarro: in sette giorni, la resistenza ha riconquistato sette chilometri quadrati di territorio. Non esattamente un’avanzata memorabile, anche perché va suddivisa nei due chilometri quadri guadagnati a Oriente e nei cinque presi verso Sud. Issata la bandiera gialloblù ad Andriivka, nel Donestk, i media ucraini hanno comunque comunicato che sarebbe stata spezzata la linea difensiva del nemico «in direzione di Bakhmut». Gli equilibri del conflitto non cambiano molto e la stagione fredda, che oltre al terreno congela le posizioni, è alle porte. Persino Zelensky – giovedì dovrebbe parlare al Senato americano – ha ammesso che la controffensiva «non è molto veloce». Domani, il leader ucraino potrebbe incrociare all’Onu il ministro degli Esteri nemico, Sergej Lavrov. Difficile immaginare che i contendenti si stringano la mano e intavolino un negoziato. Fatto sta che gli sforzi diplomatici non si sono interrotti.

L’ambasciatore di Mosca in Vaticano, Ivan Soltankovsky, ha riferito all’agenzia Ria Novosti di aver ricevuto una rassicurazione dal Papa: la Santa Sede desidera che la missione di pace del cardinale Matteo Zuppi continui. L’arcivescovo di Kiev, Sviatoslav Shevchuck, ha definito un «momento straordinario» il suo incontro con il Pontefice, magari provando a mettere una pezza sulle dichiarazioni al vetriolo giunte, nei giorni scorsi, dallo staff del presidente, Mykhailo Podolyak in testa.

D’altronde, pure negli Usa l’oltranzismo vacilla: alcuni deputati repubblicani hanno presentato una proposta per evitare lo shutdown a ottobre, che prevede anche la revoca degli ulteriori 20 miliardi di aiuti che Joe Biden vorrebbe mandare agli ucraini. Questi ultimi, ormai, sono piuttosto espliciti nella loro richiesta di un sostegno prolungato: sull’Economist, il capo dell’intelligence, Kyrylo Budanov, ha sottolineato che «le risorse umane in Russia sono illimitate», però «il flusso di armi si esaurirà nel 2026». Come a dire: siamo in grado di vincere una guerra d’attrito. Salvo colpi di scena, il destino del Donbass e della Crimea si giocherà nelle urne statunitensi, il 5 novembre dell’anno prossimo.


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