
Un paio d'anni fa L'Espresso calcolò che dal 1973 in poi non c'era mai stata una sola stagione senza condono. Nell'articolo elencò anche la trasformazione linguistica che la sanatoria fiscale aveva subìto nel tempo: concordato, definizione agevolata, emersione del sommerso, rottamazione delle cartelle, voluntary disclosure, scudo fiscale, ravvedimento operoso. In realtà, tutti modi per venire a patti con il contribuente e fare cassa per tappare le falle del bilancio pubblico. Al rito, che generalmente si traduce in un colpo di spugna sulle tasse non pagate, non si è mai sottratto alcun governo, di destra o di sinistra. Al punto che il settimanale debenedettiano - la cui società editrice lo scorso anno patteggiò con il fisco una maxi multa da 175 milioni, a dimostrazione che anche quelli che si indignano per la sanatoria poi ne approfittano a mani basse - parlò di una Repubblica fondata sul condono.
Adesso che c'è il governo del cambiamento la musica non cambia e, come ha annunciato il presidente del Consiglio nell'intervista a Mario Giordano che pubblichiamo oggi, il provvedimento per cancellare le imposte sarà inserito nel prossimo documento economico finanziario. Giuseppe Conte spiega che si tratterà di una pace fiscale con i contribuenti e che avrà un tetto, cioè non aiuterà i grandi evasori, ma servirà a chiudere un'epoca. Un po' come tirare una riga sui crediti del fisco, giurando che da ora in poi chi non righerà diritto farà i conti con la Giustizia. Ovviamente questo è ciò che dice qualsiasi premier al momento in cui vara la sanatoria. Poi, come abbiamo visto, tutti ricominciano da capo, inaugurando un nuovo condono. Fin qui, dunque, nulla di sorprendente: 5 stelle e Lega stanno facendo ciò che hanno fatto gli altri che sono venuti prima di loro.
Semmai lo stupore è suscitato dalle reazioni, perché chi sta all'opposizione già si strappa le vesti per il nuovo patteggiamento fiscale. A sinistra - o meglio in ciò che resta della sinistra - tra una cena e una visita dallo psichiatra suggerita da Carlo Calenda ai compagni di viaggio, alcuni trovano il tempo per bollare la pace delle tasse con parole di fuoco. Peccato che, come abbiamo spiegato, quando a Palazzo c'erano presidenti del Consiglio di sinistra i concordati con l'Agenzia delle entrate o con Equitalia fossero uguali. Perché ciò che hanno fatto loro mentre erano al governo non debba andare bene ora è un mistero. O meglio, fa parte dei misteri della politica, dove ad ogni cambio di maggioranza cambiano anche i ruoli in commedia e quel che prima era giusto all'improvviso diventa ingiusto. Il ragionamento naturalmente non vale solo per il Pd e i suoi alleati, ma anche per gli altri, 5 stelle compresi.
Quando stavano all'opposizione, i grillini descrivevano il condono come il male assoluto, vale a dire un piacere agli evasori, dimenticando però come anche lo stesso Beppe Grillo in passato avesse approfittato delle leggi introdotte dal centrodestra per sistemare le proprie pendenze fiscali ed edilizie. Ora, come spiega Giuseppe Conte, la pace fiscale è nel programma di governo e dunque egli si appresta a dare attuazione all'impegno. Luigi Di Maio e gli altri ministri pentastellati, consci della giravolta, ovviamente storcono il naso e fanno trapelare contrasti e minacciano rotture. Alla fine però, come è già successo altre volte in queste settimane, lasceranno passare, proprio come Matteo Salvini ha lasciato correre la riforma del lavoro a tempo determinato, che pure non piaceva all'elettorato leghista. La mediazione per raggiungere una sintesi del resto è stata la levatrice di questo governo. Senza un compromesso fra leghisti e grillini, l'esecutivo gialloblù non sarebbe mai nato.
Il problema dunque non è se la pace fiscale ci sarà oppure no. Come dice Giuseppe Conte nell'intervista che pubblichiamo, la pace fiscale ci sarà e non c'è motivo di dubitare della sua parola. Semmai si tratta di stabilire che dimensioni avrà, fino a che punto alleggerirà i pensieri di chi è in guerra con il fisco e quanto durerà la tregua, cioè se poi non ci sarà la solita raffica di cartelle che reclamano pagamenti per errori formali, gonfiando così il contenzioso fiscale. Quindi resterà da vedere se davvero, una volta perdonati i contribuenti e assolti i furbi, la musica cambierà. Se cioè chi sgarra sarà davvero chiamato a pagare. Noi infatti non ci indigniamo per il fatto che nel 2018 si firmi la pace delle tasse. Da contribuenti abituati a versare fino all'ultimo semmai ci indigneremo se il governo del cambiamento dopo la tregua ne facesse seguire un'altra e un'altra ancora. Cioè, se facesse ciò che hanno fatto tutti quanti. Esattamente come hanno fatto quelli che ora attaccano.





