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2024-01-16
Su Disney+ la storia di Cristóbal Balenciaga
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«Cristóbal Balenciaga» (Disney+)
Gianni Versace, e poi Karl Lagerfeld, Coco Chanel, Yves Saint Laurent: nomi «vecchi» per inaugurare una serialità che possa sembrare nuova, originale. I grandi della moda, le parabole straordinarie di artisti emersi senza nepotismi o intercessioni, sono diventati piccoli show televisivi: miniserie, date in pasto a emittenti tradizionali e piattaforme streaming. L’ultima, Cristóbal Balenciaga, patinata e magnetica, l’ha foraggiata Disney+, con sei episodi al debutto venerdì 19 gennaio. Lo show, circoscritto al periodo compreso fra la Guerra Civile spagnola ai primi anni Settanta, è un racconto duale. Da un lato, Balenciaga, la sua ascesa e affermazione nell’universo della haute couture. Dall’altro, Cristóbal, non genio ma uomo, le sue difficoltà, le fragilità, il rapporto con la madre, quello con la Spagna. Cristóbal Balenciaga, così come è stata pensata e successivamente realizzata, segue l’intrico di un’esistenza nella quale il piano professionale e la dimensione privata si sono compenetrate e completate. Amare la moda, conoscerla e riconoscerla, saper richiamare alla memoria vita, morte e miracoli di colui che Christian Dior amava definire «il Maestro di tutti noi» non è condizione necessaria alla comprensione dello show, né tantomeno al suo godimento. Cristóbal Balenciaga, come accaduto con le serie precedenti, con ogni grande storia che sapesse lasciarsi alle spalle la propria accezione particolare per sposare l’universalità dell’esperienza umana, non è (solo) l’epica di uno stilista. È altro. Una storia di determinazione e coraggio, di una vita vissuta nel tentativo eterno di affermare sé stessi e le proprie idee. È una storia di volontà, cominciata a Getaria nel 1895.
Allora, nel mezzo dei Paesi Baschi, Cristóbal Balenciaga non era che un bambino, figlio di un padre pescatore e di una madre sarta. Le convenzioni dell’epoca avrebbero preteso che il piccolo seguisse le orme paterne e ne ereditasse la professione. Ma Cristóbal non avrebbe mai vissuto per compiacere la società, le sue aspettative. Aveva dodici anni, dunque, quando ha cominciato ad aiutare un sarto locale nel suo piccolo atelier. Aveva imparato l’arte del cucito dalla madre, ne aveva osservato e assorbito la grazia. Di lì, è stato un attimo. Il giovane si è trasferito a Madrid e anni dopo, nel 1937, ha aperto la propria maison a Parigi. Città strana, difficile: una città che, sulle prime, gli è parsa ostile, così diversa da Madrid, così lontana dal suo gusto. Balenciaga ha dovuto faticare per indovinare una cifra che potesse adattarsi anche alle passerelle francesi, e poi spostarsi in ogni angolo del mondo, diventare riconoscibile e ambita ovunque. La serie, con Alberto San Juan ad interpretare lo stilista, queste fatiche le ripercorre pedissequamente, indugiando anche e soprattutto sui loro risvolti psicologici. Sulle difficoltà emotive di un uomo che per una vita intera ha combattuto la solitudine e il giudizio altrui.
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Lo show, circoscritto al periodo compreso fra la Guerra Civile spagnola ai primi anni Settanta, debutta venerdì 19 gennaio con sei episodi: da un lato, Balenciaga, la sua ascesa e affermazione nell’universo della haute couture; dall’altro, Cristóbal, non genio ma uomo, le sue difficoltà, le fragilità, il rapporto con la madre, quello con la Spagna.Gianni Versace, e poi Karl Lagerfeld, Coco Chanel, Yves Saint Laurent: nomi «vecchi» per inaugurare una serialità che possa sembrare nuova, originale. I grandi della moda, le parabole straordinarie di artisti emersi senza nepotismi o intercessioni, sono diventati piccoli show televisivi: miniserie, date in pasto a emittenti tradizionali e piattaforme streaming. L’ultima, Cristóbal Balenciaga, patinata e magnetica, l’ha foraggiata Disney+, con sei episodi al debutto venerdì 19 gennaio. Lo show, circoscritto al periodo compreso fra la Guerra Civile spagnola ai primi anni Settanta, è un racconto duale. Da un lato, Balenciaga, la sua ascesa e affermazione nell’universo della haute couture. Dall’altro, Cristóbal, non genio ma uomo, le sue difficoltà, le fragilità, il rapporto con la madre, quello con la Spagna. Cristóbal Balenciaga, così come è stata pensata e successivamente realizzata, segue l’intrico di un’esistenza nella quale il piano professionale e la dimensione privata si sono compenetrate e completate. Amare la moda, conoscerla e riconoscerla, saper richiamare alla memoria vita, morte e miracoli di colui che Christian Dior amava definire «il Maestro di tutti noi» non è condizione necessaria alla comprensione dello show, né tantomeno al suo godimento. Cristóbal Balenciaga, come accaduto con le serie precedenti, con ogni grande storia che sapesse lasciarsi alle spalle la propria accezione particolare per sposare l’universalità dell’esperienza umana, non è (solo) l’epica di uno stilista. È altro. Una storia di determinazione e coraggio, di una vita vissuta nel tentativo eterno di affermare sé stessi e le proprie idee. È una storia di volontà, cominciata a Getaria nel 1895. Allora, nel mezzo dei Paesi Baschi, Cristóbal Balenciaga non era che un bambino, figlio di un padre pescatore e di una madre sarta. Le convenzioni dell’epoca avrebbero preteso che il piccolo seguisse le orme paterne e ne ereditasse la professione. Ma Cristóbal non avrebbe mai vissuto per compiacere la società, le sue aspettative. Aveva dodici anni, dunque, quando ha cominciato ad aiutare un sarto locale nel suo piccolo atelier. Aveva imparato l’arte del cucito dalla madre, ne aveva osservato e assorbito la grazia. Di lì, è stato un attimo. Il giovane si è trasferito a Madrid e anni dopo, nel 1937, ha aperto la propria maison a Parigi. Città strana, difficile: una città che, sulle prime, gli è parsa ostile, così diversa da Madrid, così lontana dal suo gusto. Balenciaga ha dovuto faticare per indovinare una cifra che potesse adattarsi anche alle passerelle francesi, e poi spostarsi in ogni angolo del mondo, diventare riconoscibile e ambita ovunque. La serie, con Alberto San Juan ad interpretare lo stilista, queste fatiche le ripercorre pedissequamente, indugiando anche e soprattutto sui loro risvolti psicologici. Sulle difficoltà emotive di un uomo che per una vita intera ha combattuto la solitudine e il giudizio altrui.
Una volta sul posto, gli agenti hanno visto il 60enne dirigersi verso il retro dell’abitazione armato di un coltello da cucina. Nonostante i ripetuti tentativi di instaurare un dialogo, l’uomo si è portato la lama alla gola procurandosi una ferita.
A quel punto i poliziotti sono intervenuti: nel tentativo di disarmarlo sono rimasti feriti, ma sono riusciti a bloccarlo e a metterlo in sicurezza.
Il personale del 118 ha prestato le prime cure e disposto il ricovero del 60enne. In un video diffuso dalla Polizia di Stato, gli agenti hanno raccontato di aver provato una «gioia incommensurabile» per essere riusciti a salvargli la vita.
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Influencer, commentatori e cospirazionisti si scatenano: gli spari all’Hilton sarebbero stati una messinscena per santificare il presidente americano per fare dimenticare guerre e scandali.
Manifestazione di Coldiretti contro i rincari e per la tutela delle filiere agroalimentari italiane.
«Siamo qui oggi in diecimila per chiedere trasparenza sulle filiere agroalimentari, cancellando tutto ciò che riguarda il codice doganale e l’ultima fase di trasformazione, una norma europea che permette di trasformare e poi vendere come italiano sui mercati internazionali ciò che italiano non è. Ciò diventa una sottrazione di valore ai nostri agricoltori: 20 miliardi che potrebbero entrare direttamente nelle loro tasche in un momento particolarmente difficile, anche legato agli scontri bellici», ha detto il presidente nazionale di Coldiretti, Ettore Prandini, in occasione della maxi-manifestazione al passo del Brennero. Presenti migliaia di agricoltori provenienti da tutta Italia per protestare contro i rincari e chiedere misure più incisive a tutela del Made in Italy.