Emmanuel Mounier (1905-1950), padre del personalismo cristiano, è una delle figure centrali del pensiero cattolico francese della prima metà del XX secolo. Nel pieno della Seconda guerra mondiale, schiacciato dal dramma della primogenita Françoise, finita in coma a soli due anni a causa di una grave encefalite, scrisse una serie di lettere alla moglie ed alcuni amici. Quelle missive, poi ripubblicate da Rizzoli, sono un invito a fare i conti con un fattore che nessuno può espungere dalla vita: il significato del dolore, della sofferenza, della morte. «Dialoghi testardi» chiude la serie con un colloquio su questo "enigma" con la dottoressa Marta Scrignaro, pedagogista e psicologa impegnata nella cura di persone e famiglie che convivono con malattie cosiddette "life-limiting", ovvero inguaribili. Ma la sua esperienza e la sua riflessione superano, accanto alle pagine di Mounier, la tentazione di confinare il problema del senso della sofferenza entro le mura di chi sperimenta il male terminale: fare i conti con la vulnerabilità e la finitezza è in realtà un problema di ciascuno.
Per Matteo Renzi è diventato un mantra. «I salari reali durante il governo Meloni sono peggiorati dell’8% rispetto al governo Draghi», afferma il leader di Italia viva. Una dichiarazione che merita un’analisi approfondita per separare la propaganda dalla realtà, incrociando i dati Istat e la dinamica dei contratti collettivi nazionali di lavoro.
Per salario reale non si intende la cifra che compare in testa alla busta paga (quella è il salario nominale) ma il potere d’acquisto effettivo, calcolato sottraendo l’andamento dell’inflazione alla crescita delle retribuzioni. L’affermazione di Renzi poggia su basi statistiche ma con una decontestualizzazione temporale. Nel 2022 l’inflazione ha toccato picchi dell’11,8% (nei mesi di novembre e dicembre) mentre i rinnovi contrattuali erano fermi. In quel momento, la perdita salariale reale ha registrato il livello più drammatico. Secondo i dati Istat e i rapporti dell’Oil (Organizzazione del lavoro), la perdita salariale reale nel 2022 è stata di circa il 6-7%. Per capire l’entità di questa cifra bisogna considerare il divario con l’inflazione che nel 2022 ha toccato l’8,1% con picchi, come detto prima, vicini al 12% a fine anno mentre le retribuzioni contrattuali medie sono cresciute di appena l’1,1%.
Questa forbice ha causato un crollo marcato del potere d’acquisto. Nel 2023-2026 si è assistito a una dinamica contraria. L’inflazione è bruscamente scesa e, in parallelo, si è rimessa in modo la macchina dei rinnovi contrattuali portando recuperi significativi in diversi settori industriali e dei servizi. Il rinnovo del comparto Commercio e terziario, che copre milioni di lavoratori, ha sbloccato aumenti significativi (240 lordi mensili a regime per il IV livello), così come l’Alimentare (280 euro in più). Nel secondo semestre 2025, sono stati recepiti dall’Istat 33 contratti collettivi nazionali, ovvero una platea di 4,7 milioni di lavoratori, il 37,1% del monte retributivo. A fine anno sono risultati in vigore per l’Istat 48 contratti che coprono 7,6 milioni di dipendenti, il 57,8%.
Secondo il report della Cisl sulla contrattazione collettiva nazionale, a dicembre scorso erano in attesa del rinnovo 5,5 milioni di lavoratori, il 42,2%. Guardando ai salari, le retribuzioni contrattuali lorde mostrano una perdita reale del 6,4% rispetto al 2019. Le retribuzioni di fatto lorde (che includono secondo livello, straordinari e indennità) riducono la perdita al -1,7%. Le retribuzioni nette che beneficiano del taglio del cuneo contributivo e delle detrazioni Irpef portano il divario reale per i redditi mediani a meno dell’1% rispetto al 2019.
L’altro elemento, infatti, che smentisce la narrazione di un impoverimento lineare durante il governo Meloni, è l’intervento sul cuneo contributivo. La trasformazione del taglio del cuneo in una misura strutturale per i redditi medio-bassi ha iniettato liquidità direttamente nelle buste paga dei lavoratori dipendenti. Questo beneficio, pur essendo di natura fiscale e non salariale in senso stretto poiché non incide sulla retribuzione lorda stabilita dai contratti, ha sostenuto il reddito disponibile delle famiglie in modo tangibile, agendo come ammortizzatore contro gli strascichi dell’inflazione passata.
Il taglio del cuneo contributivo agisce, infatti, sul netto in busta paga. I dati Inps 2025 mostrano che, per i redditi mediani, il gap residuo rispetto al 2019 scende a soli 0,5 punti su un’inflazione cumulata del 17,4%. Per i redditi bassi il gap è 2,9 punti. Secondo quanto riporta Trading economics, i salari medi annuali nominali sono aumentati a 33.148 euro nel 2024 rispetto a 32.450 euro nel 2023.
«Esaminando un grafico su dati di fonti nazionali che visualizza l’andamento dei salari orari reali, con l’indice 2005 fatto 100, emerge che tale indice è poco sopra 93 tra fine 2022 e inizio 2023 per arrivare a toccare un valore quasi 100 a fine 2025 che era il livello di salari nel 2005», spiega l’economista Domenico Lombardi, professore di pratica delle politiche pubbliche all’Università Luiss di Roma. «Ciò dimostra che durante il governo Meloni c’è stata una crescita dei salari orari reali che riflettono la stabilità macro fiscale dell’economia. Una crescita che si accompagna all’aumento dell’occupazione. L’indice dei salari orari reali è salito progressivamente nell’arco di tempo di questa legislatura in un contesto sostanzialmente difficile: con la Germania, nostro principale partner in economia stagnante, in una situazione geopolitica di crescente incertezza e nonostante la politica restrittiva della Bce nella prima parte del governo Meloni».
Il divario rispetto al 2005 è stato in gran parte colmato. «Nel governo Draghi c’è stata un’enorme flessione dei salari, passati da un indice indicato nel grafico di oltre 105 all’inizio della legislatura a 93 al termine», spiega Lombardi, sottolineando che «c’è ancora molto lavoro da fare. Pesa l’accresciuta incertezza internazionale e l’aggravarsi della crisi energetica».
A Bruxelles si combatte per il 3%, il debito pubblico sale, servono soldi per alleviare il caro-carburante, ci vorrebbero soldi per tagliare le tasse e dare uno choc al Pil. Eh... come? C’è un numero che il documento della Ragioneria Generale dello Stato pubblicato a inizio anno mette nero su bianco, senza troppo clamore: 1.641 euro. È la differenza tra la spesa regionalizzata pro capite media italiana e quella della Lombardia. Moltiplicata per i 58,96 milioni di abitanti del Paese, quella cifra produce un risparmio potenziale di 96,8 miliardi di euro l’anno. Quasi cento miliardi. Due manovre finanziarie. Un numero che rovescia completamente la narrazione abituale sulla spesa pubblica italiana.
Il rapporto «La spesa statale regionalizzata - Anno 2024, Stima provvisoria» dell’Ispettorato Generale per la Contabilità e la Finanza Pubblica analizza come lo Stato distribuisce territorialmente i propri pagamenti. Su una spesa totale di 876,529 miliardi di euro, ben 342,73 miliardi sono stati regionalizzati - cioè attribuiti a specifici territori - pari al 39% del totale. Al netto degli interessi sul debito pubblico (la componente meno controllabile), la spesa regionalizzata scende a 293,449 miliardi, con una media nazionale di 4.977 euro per abitante. Ecco, la Lombardia si ferma invece a 3.336 euro per abitante: il valore più basso di tutta Italia, nonostante offra fra i servizi pubblici migliori d’Italia. In cima alla classifica per spesa pro capite si trovano le province autonome e le regioni a statuto speciale, che beneficiano di meccanismi di finanziamento propri: Bolzano tocca 12.089 euro per abitante (+8.753 rispetto alla Lombardia), Valle d’Aosta 11.980 euro (+8.644), Trento 10.822 euro (+7.486). Tra le regioni ordinarie, la Sardegna raggiunge 8.103 euro (+4.767), il Lazio 7.429 euro (+4.093) - quest’ultimo gonfiato dalla concentrazione delle amministrazioni centrali dello Stato nella capitale. Seguono, tutte ampiamente sopra la media nazionale: Sicilia a 6.243 euro, Molise a 6.066, Liguria a 5.330, Basilicata a 5.257, Calabria a 5.101, Abruzzo a 5.033, Campania a 4.700, Puglia a 4.590, Umbria a 4.350, Marche a 4.259, Toscana a 4.226, Piemonte a 4.159. Anche Emilia-Romagna (3.977 euro) e Veneto (3.783 euro), le regioni più vicine alla Lombardia in termini di efficienza, spendono rispettivamente 641 e 447 euro in più per abitante.
E dunque, calcolo teorico matematico, se tutta l’Italia ricevesse - e spendesse - 3.336 euro per abitante come la Lombardia, la spesa regionalizzata totale scenderebbe da 293,4 a 196,7 miliardi: un risparmio netto di 96,8 miliardi l’anno. Cosa si potrebbe fare con questo tesoro? Rimanendo ai dati del 2024 il deficit non solo verrebbe azzerato completamente, ma rimarrebbero 21,3 miliardi di avanzo da destinare ad altri obiettivi. Il saldo primario - già positivo nel 2024 per la prima volta da anni (+0,4% del Pil, pari a 9,6 miliardi) - schizzerebbe al +4,9% del prodotto interno lordo: un livello che nessun governo italiano ha mai stabilmente raggiunto. L’Italia passerebbe da Paese strutturalmente in deficit a Paese con un consistente surplus di bilancio. L’impatto sui mercati finanziari, sullo spread e sulla credibilità internazionale del Paese sarebbe immediato e profondo. Sul fronte debito pubblico invece, sempre in riferimento ai numeri di due anni fa, in 10 anni il rapporto debito-Pil scenderebbe verso il 78-80%. Dunque sotto il tetto europeo del 100% e in linea con la media dei Paesi fondatori dell’euro. In 20 anni il debito scenderebbe di circa 1.000 miliardi. E in 30 anni quasi si azzererebbe. Con 96,8 miliardi di spazio fiscale liberato dall’efficientamento della spesa, si potrebbero invece ridurre le tasse.
Di quanto? A spanne un taglio medio di 2.330 euro l’anno per ogni contribuente. In alternativa, è ipotizzabile l’eliminazione completa dell’Irpef per tutti i redditi fino a 28.000 euro - la soglia entro cui si concentrano la grande maggioranza di lavoratori dipendenti e pensionati - che costerebbe circa 95 miliardi. Un sogno. Basterebbe solo copiare la Lombardia. Non ci vuole poi molto...
Manie di protagonismo, così si possono inquadrare le dichiarazioni di Alessandro Zan, europarlamentare del Pd, che ha commentato così l’approvazione della direttiva Ue sulle vittime: «Si rafforza finalmente la protezione per chi subisce reati come stalking, violenza, abusi sessuali, reati d’odio. Persone troppo spesso lasciate sole e troppo spesso costrette a percorsi di giustizia complicati e dolorosi. Da oggi cambia il paradigma: denunciare sarà più semplice, le vittime avranno maggiori tutele durante il processo e potranno accedere a servizi di supporto medico, psicologico e legale. Nella legge c’è anche un pezzo del ddl Zan, affossato nel 2021 in Senato tra applausi indecenti della destra. Nel 2021 avevamo detto che la nostra battaglia non si sarebbe fermata e così è stato».
In gergo politico si definisce «metterci il cappello», ma la realtà sembra essere molto diversa da come la descrive Zan. «La direttiva sull’assistenza e la protezione delle vittime di reato contiene molti aspetti positivi che l’Italia ha contribuito a definire. Grazie a questo testo, le vittime di reati odiosi come le violenze sessuali, lo stalking, la pedofilia, i reati legati alla criminalità e al terrorismo, potranno godere di maggiori tutele nella fase dell’assistenza, delle indagini e del processo. Purtroppo l’azione ideologica della sinistra ha fatto sì che nel testo finale rientrasse un riferimento all’identità di genere come criterio di valutazione dello status di vittima di reato. Per questa ragione, il governo italiano ha chiarito con una dichiarazione formale in sede di Consiglio che, nel rispetto dei Trattati che sanciscono la competenza nazionale sul tema, quella parte verrà recepita dall’Italia secondo l’ordinamento nazionale, che distingue il genere in base al sesso biologico (maschile o femminile) e così il relativo diritto all’identità», così la delegazione di Fratelli d’Italia all’Europarlamento.
Insomma non va proprio come dice Zan, perché fortunatamente la legge non passa come l’avrebbe voluta lui nel 2021. Lo spiega bene alla Verità Carlo Fidanza, capo delegazione Fdi in Europa: «Zan e la sinistra raccontano una realtà che non esiste. Le forzature ideologiche in salsa gender non possono scardinare la competenza nazionale che è scritta nei trattati». Nella sostanza questa legge, secondo quanto spiegato, non aggiunge alcun nuovo reato o aggravante.
Lo confermano anche dalla Lega. «Ma quale reintroduzione del ddl Zan? La revisione della direttiva europea sulle vittime di reato non fa rientrare dalla finestra (in alcun modo) quello che era già uscito dalla porta. Ci riferiamo ai contenuti del suo ddl, bocciato al Senato nell’autunno 2021. Sostenere il contrario, significa confondere la creazione di nuovi reati con le regole per l’assistenza alle parti lese», precisa la delegazione della Lega al Parlamento europeo. «Il ddl Zan mirava a modificare il Codice penale italiano introducendo nuove fattispecie di reato. La direttiva europea, al contrario, non impone in alcun modo agli Stati membri di introdurre nuove aggravanti (come omofobia o transfobia) nei rispettivi ordinamenti». L’obiettivo del testo infatti consiste nello stabilire degli standard minimi per assistere chi è già vittima di un reato. Il riferimento all’identità di genere è stato quindi travisato perché serve solo per valutare la situazione specifica della vittima e non introduce nuove forme di genere. Quindi, dal momento che l’ordinamento italiano non possiede una definizione autonoma di «identità di genere» sganciata dal sesso biologico, resta tutto com’era. Anche perché, come precisa la delegazione della Lega: «Una norma procedurale europea non ha il potere di cambiare le definizioni giuridiche italiane, tantomeno per via amministrativa».
La Corte di Leeds ha emesso ieri una sentenza storica: 20 persone, per la stragrande maggioranza uomini di origine pachistana, sono state condannate complessivamente a 277 anni di reclusione per aver stuprato e abusato sessualmente di ragazze minorenni, una delle quali aveva appena 12 anni. I fatti si sono consumati tra il 1995 e il 2003 nell’area di Kirklees, nel West Yorkshire. I verdetti sono arrivati al termine di ben sei processi separati e sono stati resi pubblici solo ora.
Secondo le ricostruzioni dell’accusa, le minorenni venivano adescate, drogate con cocaina, eroina e altre sostanze pesanti, e poi «trattate come oggetti a disposizione di predatori senza scrupoli». La polizia del West Yorkshire ha definito gli abusi «veramente orribili» e ha lodato pubblicamente la forza morale delle vittime: «Queste donne hanno dimostrato un coraggio straordinario nel testimoniare durante processi lunghi e difficili. Devono provare orgoglio per la determinazione con cui hanno cercato giustizia e nel vedere finalmente dietro le sbarre persone che non hanno posto nella nostra società».
Tra le pene più pesanti figurano i 28 anni inflitti a Sajid Majid, 53 anni, per cinque stupri e tre aggressioni sessuali; i 25 anni a Manaf Hussain, 51 anni, per sei stupri e spaccio di droga; e i 24 anni a Tariq Azam, 57 anni, per cinque stupri e quattro aggressioni sessuali. Tra i condannati c’è anche Ibrahim Khalifa, 87 anni, che dovrà scontare 11 anni e che, vista l’età, con ogni probabilità morirà in carcere. L’unica donna del gruppo, Donna Lynn, 45 anni, ha invece ricevuto tre anni per sfruttamento della prostituzione.
Questo caso agghiacciante si inserisce in un fenomeno ormai ben documentato nel Regno Unito: quello delle temute grooming gang. Si tratta di bande organizzate, attive soprattutto nel Nord dell’Inghilterra - da Rotherham a Rochdale, da Telford a Oxford, fino a Huddersfield - che per anni hanno sfruttato sistematicamente migliaia di ragazze vulnerabili, perlopiù bianche britanniche. In moltissimi di questi scandali, gli autori erano prevalentemente uomini di origine pachistana.
Inchieste indipendenti come quella condotta dall’accademica scozzese Alexis Jay sulla cittadina di Rotherham - dove si stimano circa 1.400 vittime tra il 1997 e il 2013 - hanno mostrato una chiara sovrarappresentazione del gruppo etnico pachistano. Il punto più inquietante, però, è che autorità locali, servizi sociali e forze di polizia hanno spesso minimizzato o ignorato questi abusi per paura di essere accusati di razzismo, lasciando così le vittime alla mercé dei loro aguzzini. E non si trattava di pochi criminali isolati, ma di vere e proprie reti organizzate che condividevano vittime, luoghi e metodologie: regali, alcol, droga, violenze ripetute e minacce. Le ragazze venivano considerate «sporche» e quindi facili prede, in un intreccio di misoginia, senso di impunità e disprezzo culturale nei confronti delle donne occidentali.
Naturalmente, sarebbe assurdo attribuire responsabilità collettive all’intera comunità pachistana. Ma negare per anni la dimensione etnica e culturale del fenomeno, come ha fatto gran parte della sinistra britannica, ha oggettivamente ostacolato la comprensione del problema e ritardato gli interventi delle autorità competente. Il timore di «stigmatizzare una comunità», infatti, ha spesso finito per proteggere gli autori degli abusi anziché le vittime. Ed è per questo che oggi, nel Regno Unito, cresce il dibattito sul fallimento delle politiche multiculturaliste, sul controllo dell’immigrazione e sulla necessità di mettere la tutela dei minori davanti a qualsiasi sensibilità ideologica o battaglia «antirazzista». La giustizia ha finalmente dato una risposta alle vittime di Kirklees. Resta ora da capire se la politica britannica avrà il coraggio di trarne le dovute conseguenze.




