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2023-04-06
Sarà il precedente di un candidato dem a far crollare le accuse a Trump
Donald Trump (Getty Images)
Donald Trump va al contrattacco. Martedì sera, dopo l’udienza preliminare a New York per l’incriminazione promossa dalla Procura distrettuale di Manhattan, l’ex presidente ha fatto ritorno nella sua villa di Mar-a-Lago in Florida, dove ha tenuto un discorso durissimo.
«Non avrei mai pensato che potesse accadere qualcosa del genere in America. Non avrei mai pensato che potesse accadere», ha dichiarato. «L’unico crimine che ho commesso è difendere senza paura la nostra nazione da coloro che cercano di distruggerla», ha aggiunto. «Il criminale è il procuratore distrettuale perché ha fatto trapelare illegalmente enormi quantità di informazioni del gran giurì, per le quali dovrebbe essere perseguito o, come minimo, dovrebbe dimettersi», ha proseguito, riferendosi al procuratore di Manhattan, Alvin Bragg.
L’ex presidente ha anche attaccato il giudice che supervisionerà il suo processo, Juan Merchan, accusandolo di faziosità. «Il nostro sistema giudiziario è diventato illegale. Lo stanno usando ora, oltre a tutto il resto, per vincere le elezioni», ha aggiunto, criticando gli altri procedimenti giudiziari che dovrà affrontare (dalla presunta interferenza nelle elezioni del 2020 in Georgia alla questione dei documenti classificati indebitamente trattenuti). Insomma, l’ex presidente non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. E, come già annunciato poche ore prima di presentarsi al tribunale di New York, punta a rimanere in corsa per la nomination presidenziale repubblicana del 2024. «Condanniamo qualsiasi attacco contro i giudici o il sistema giudiziario», ha detto la Casa Bianca. Affermazione curiosa visti gli attacchi dei democratici, lo scorso anno, contro la Corte suprema sull’aborto.
A questo punto la domanda è: dobbiamo aspettarci un Trump rafforzato o indebolito da tale situazione? È magari un po’ presto per dirlo. Ma ci sono degli elementi che potrebbero andare a suo vantaggio. Innanzitutto, l’impianto accusatorio, articolato da Bragg in 34 capi d’imputazione, è traballante ed è stato definito «deludente» anche dalla testata liberal Vox. Il procuratore ha accusato l’ex presidente di aver falsificato i documenti aziendali della Trump Organization in riferimento ai pagamenti versati a tre persone, con lo scopo di evitare che potessero uscire rivelazioni compromettenti su di lui. Ora, la falsificazione di documenti aziendali non è un reato grave per la legge dello Stato di New York. In tal senso, Bragg punta a dimostrare che «Trump ha ripetutamente e fraudolentemente falsificato i documenti aziendali di New York per celare una condotta criminale, che nascondeva informazioni dannose agli elettori durante le elezioni presidenziali del 2016». In altre parole, l’ex presidente avrebbe violato le normative sui finanziamenti elettorali: il che, se dimostrato, si configurerebbe come un reato grave.
Ed è qui che emerge il problema. Esiste un precedente che gioca a favore di Trump. Nel 2012, l’ex candidato presidenziale dem, John Edwards (sconfitto da Obama nelle primarie del 2008), finì sotto processo con l’accusa di aver indebitamente usato fondi elettorali per nascondere una relazione extraconiugale durante la sua campagna elettorale del 2008. Il processo naufragò, dal momento che la giuria non fu in grado di dimostrare che Edwards avesse usato quei soldi per tutelare la propria campagna e non, magari, per salvaguardare la privacy della sua famiglia.
Si tratta di un precedente pesante, a cui ricorrerà certamente il team legale di Trump. D’altronde, nonostante l’altro ieri abbia detto di aver raccolto nuove prove, lo stesso Bragg, fino a pochi mesi fa, era scettico sulla solidità del caso.
Ebbene, un impianto accusatorio tanto debole favorisce la tesi trumpista della persecuzione giudiziaria. Tesi a sua volta rafforzata da due elementi. Primo: Bragg appartiene al Partito democratico e, secondo il New York Post, ricevette indirettamente dal magnate liberal George Soros finanziamenti per la sua campagna elettorale del 2021 tramite l’organizzazione Color of change. Secondo: stando a quanto rivelato dal Daily Mail, la figlia del giudice Merchan, Loren, ha lavorato per il comitato elettorale di Kamala Harris, quando quest’ultima si candidò alla nomination presidenziale democratica del 2020.
Non è allora, forse, un caso che, dopo la presentazione dei capi di imputazione, gran parte del Partito repubblicano sia tornato a fare quadrato attorno a Trump. A difenderlo contro Bragg non sono stati soltanto i suoi alleati, come lo speaker della Camera Kevin McCarthy , ma anche alcuni dei suoi più severi avversari interni, che non sperano affatto in una sua nuova vittoria elettorale: dal senatore Mitt Romney all’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. In particolare, Romney ha accusato Bragg di «criminalizzare gli oppositori politici», mentre Bolton si è detto «straordinariamente angosciato» dall’incriminazione.
Tra l’altro, anche in ambienti dem qualcuno teme che un impianto accusatorio tanto claudicante possa rivelarsi prima o poi un boomerang per l’asinello. Del resto, nelle scorse ore, il team elettorale dell’ex presidente ha annunciato di aver raccolto dieci milioni di dollari da quando, giovedì scorso, è stata data la notizia dell’incriminazione.
Le difficoltà non mancano, di certo. Ma il magnate ex presidente è ancora tutt’altro che fuori gioco.
Ma qui passa per un golpista con un tranello lessicale
Le parole sono importanti, diceva qualcuno. E bisognerebbe anche saperle tradurre. Eh sì perché, dopo che è stata ufficialmente svelata l’incriminazione di Donald Trump l’altro ieri, alcune testate giornalistiche italiane hanno riportato che l’ex presidente sarebbe stato accusato di «cospirazione» (così hanno riferito, per esempio, Linkiesta, il sito del Fatto e altri). Un termine, «cospirazione», che nella nostra lingua evoca il complotto, la congiura, il golpe, il colpo di Stato. In tal senso, particolarmente emblematici, sotto questo punto di vista, sono stati i titoli in prima pagina di Repubblica e della Stampa di ieri che recitavano solennemente: «Trump, il cospiratore». Eppure, andrebbe ricordato che, nel diritto penale americano, «conspiracy» non significa né congiura né complotto né sovversione. La fattispecie della «conspiracy» indica, infatti, un’unione di due o più persone che si mettono d’accordo, per commettere un reato o una frode ai danni degli Stati Uniti. Il suo equivalente in italiano è, dunque, quello dell’associazione per delinquere. Un reato che, se dimostrato, è certamente grave. Ma che si configura comunque come qualcosa di ben diverso dalla congiura, dalla sovversione o dal golpismo.Tra l’altro, il termine «conspiracy» non figura neppure nel documento dell’incriminazione, recentemente reso pubblico: è stato soltanto usato dal procuratore di Manhattan, Alvin Bragg, mentre teneva una conferenza stampa l’altro ieri.Ora, va bene che i titoli di giornale devono riassumere e che magari talvolta possono comprensibilmente risultare imprecisi. Ma scrivere «Trump, il cospiratore» sulla base dell’incriminazione di Manhattan non è un riassunto. È qualcosa che semplicemente non esiste. Domanda: quel titolo sulle prime pagine dei due quotidiani di Gedi è solamente il frutto di una svista? Oppure, magari, si voleva fuorviare il lettore dando a intendere che l’ex presidente americano sarebbe stato accusato di ciò di cui non è stato accusato? Non è che magari qualcuno voleva avvalorare la tesi del Trump golpista in barba a quello che effettivamente contiene l’incriminazione della procura di Manhattan? Immaginiamo già la possibile obiezione: l’ex presidente è comunque un cospiratore perché ha incitato la folla contro il Campidoglio il 6 gennaio del 2021. Replichiamo all’obiezione. Primo: Trump è attualmente sotto indagine per i gravissimi fatti del Campidoglio da parte del procuratore speciale Jack Smith, nominato appositamente dal dipartimento di Giustizia a novembre. Bisognerebbe, quindi, eventualmente attendere l’esito della sua indagine prima di arrivare a qualsiasi tipo di conclusione su tale questione. Anche perché le inchieste parlamentari finora condotte sul tema (quelle della commissione 6 gennaio e quella autonoma dei deputati repubblicani) sono state caratterizzate da profonda faziosità politica. Secondo: con l’incriminazione della Procura di Manhattan i fatti del Campidoglio non c’entrano assolutamente nulla. A New York, Trump è accusato di falsificazione di documenti aziendali e di eventuale violazione delle normative sui finanziamenti elettorali in relazione alle presidenziali del 2016. Dargli quindi del «cospiratore» in riferimento a questo caso significa o aver preso un clamoroso abbaglio o, peggio ancora, aver cercato deliberatamente di portare fuori strada i lettori. Attenzione: qui non c’entra nulla l’opinione, positiva o negativa, che legittimamente si può avere sull’ex presidente americano e sulla sua incriminazione. Qui, semmai, c’è un problema di onestà intellettuale che, purtroppo, in certo giornalismo progressista italiano sembra latitare. Ma questa non è una novità.
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Il processo traballa e un caso simile aiuta la difesa di The Donald che tuona: «Stanno usando la giustizia per vincere le elezioni». Il tycoon è incriminato per «conspiracy», una sorta di associazione a delinquere. Ma sui giornali è cospirazione, così suona peggio. Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump va al contrattacco. Martedì sera, dopo l’udienza preliminare a New York per l’incriminazione promossa dalla Procura distrettuale di Manhattan, l’ex presidente ha fatto ritorno nella sua villa di Mar-a-Lago in Florida, dove ha tenuto un discorso durissimo. «Non avrei mai pensato che potesse accadere qualcosa del genere in America. Non avrei mai pensato che potesse accadere», ha dichiarato. «L’unico crimine che ho commesso è difendere senza paura la nostra nazione da coloro che cercano di distruggerla», ha aggiunto. «Il criminale è il procuratore distrettuale perché ha fatto trapelare illegalmente enormi quantità di informazioni del gran giurì, per le quali dovrebbe essere perseguito o, come minimo, dovrebbe dimettersi», ha proseguito, riferendosi al procuratore di Manhattan, Alvin Bragg.L’ex presidente ha anche attaccato il giudice che supervisionerà il suo processo, Juan Merchan, accusandolo di faziosità. «Il nostro sistema giudiziario è diventato illegale. Lo stanno usando ora, oltre a tutto il resto, per vincere le elezioni», ha aggiunto, criticando gli altri procedimenti giudiziari che dovrà affrontare (dalla presunta interferenza nelle elezioni del 2020 in Georgia alla questione dei documenti classificati indebitamente trattenuti). Insomma, l’ex presidente non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. E, come già annunciato poche ore prima di presentarsi al tribunale di New York, punta a rimanere in corsa per la nomination presidenziale repubblicana del 2024. «Condanniamo qualsiasi attacco contro i giudici o il sistema giudiziario», ha detto la Casa Bianca. Affermazione curiosa visti gli attacchi dei democratici, lo scorso anno, contro la Corte suprema sull’aborto.A questo punto la domanda è: dobbiamo aspettarci un Trump rafforzato o indebolito da tale situazione? È magari un po’ presto per dirlo. Ma ci sono degli elementi che potrebbero andare a suo vantaggio. Innanzitutto, l’impianto accusatorio, articolato da Bragg in 34 capi d’imputazione, è traballante ed è stato definito «deludente» anche dalla testata liberal Vox. Il procuratore ha accusato l’ex presidente di aver falsificato i documenti aziendali della Trump Organization in riferimento ai pagamenti versati a tre persone, con lo scopo di evitare che potessero uscire rivelazioni compromettenti su di lui. Ora, la falsificazione di documenti aziendali non è un reato grave per la legge dello Stato di New York. In tal senso, Bragg punta a dimostrare che «Trump ha ripetutamente e fraudolentemente falsificato i documenti aziendali di New York per celare una condotta criminale, che nascondeva informazioni dannose agli elettori durante le elezioni presidenziali del 2016». In altre parole, l’ex presidente avrebbe violato le normative sui finanziamenti elettorali: il che, se dimostrato, si configurerebbe come un reato grave.Ed è qui che emerge il problema. Esiste un precedente che gioca a favore di Trump. Nel 2012, l’ex candidato presidenziale dem, John Edwards (sconfitto da Obama nelle primarie del 2008), finì sotto processo con l’accusa di aver indebitamente usato fondi elettorali per nascondere una relazione extraconiugale durante la sua campagna elettorale del 2008. Il processo naufragò, dal momento che la giuria non fu in grado di dimostrare che Edwards avesse usato quei soldi per tutelare la propria campagna e non, magari, per salvaguardare la privacy della sua famiglia. Si tratta di un precedente pesante, a cui ricorrerà certamente il team legale di Trump. D’altronde, nonostante l’altro ieri abbia detto di aver raccolto nuove prove, lo stesso Bragg, fino a pochi mesi fa, era scettico sulla solidità del caso.Ebbene, un impianto accusatorio tanto debole favorisce la tesi trumpista della persecuzione giudiziaria. Tesi a sua volta rafforzata da due elementi. Primo: Bragg appartiene al Partito democratico e, secondo il New York Post, ricevette indirettamente dal magnate liberal George Soros finanziamenti per la sua campagna elettorale del 2021 tramite l’organizzazione Color of change. Secondo: stando a quanto rivelato dal Daily Mail, la figlia del giudice Merchan, Loren, ha lavorato per il comitato elettorale di Kamala Harris, quando quest’ultima si candidò alla nomination presidenziale democratica del 2020. Non è allora, forse, un caso che, dopo la presentazione dei capi di imputazione, gran parte del Partito repubblicano sia tornato a fare quadrato attorno a Trump. A difenderlo contro Bragg non sono stati soltanto i suoi alleati, come lo speaker della Camera Kevin McCarthy , ma anche alcuni dei suoi più severi avversari interni, che non sperano affatto in una sua nuova vittoria elettorale: dal senatore Mitt Romney all’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. In particolare, Romney ha accusato Bragg di «criminalizzare gli oppositori politici», mentre Bolton si è detto «straordinariamente angosciato» dall’incriminazione.Tra l’altro, anche in ambienti dem qualcuno teme che un impianto accusatorio tanto claudicante possa rivelarsi prima o poi un boomerang per l’asinello. Del resto, nelle scorse ore, il team elettorale dell’ex presidente ha annunciato di aver raccolto dieci milioni di dollari da quando, giovedì scorso, è stata data la notizia dell’incriminazione. Le difficoltà non mancano, di certo. 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In tal senso, particolarmente emblematici, sotto questo punto di vista, sono stati i titoli in prima pagina di Repubblica e della Stampa di ieri che recitavano solennemente: «Trump, il cospiratore». Eppure, andrebbe ricordato che, nel diritto penale americano, «conspiracy» non significa né congiura né complotto né sovversione. La fattispecie della «conspiracy» indica, infatti, un’unione di due o più persone che si mettono d’accordo, per commettere un reato o una frode ai danni degli Stati Uniti. Il suo equivalente in italiano è, dunque, quello dell’associazione per delinquere. Un reato che, se dimostrato, è certamente grave. Ma che si configura comunque come qualcosa di ben diverso dalla congiura, dalla sovversione o dal golpismo.Tra l’altro, il termine «conspiracy» non figura neppure nel documento dell’incriminazione, recentemente reso pubblico: è stato soltanto usato dal procuratore di Manhattan, Alvin Bragg, mentre teneva una conferenza stampa l’altro ieri.Ora, va bene che i titoli di giornale devono riassumere e che magari talvolta possono comprensibilmente risultare imprecisi. Ma scrivere «Trump, il cospiratore» sulla base dell’incriminazione di Manhattan non è un riassunto. È qualcosa che semplicemente non esiste. Domanda: quel titolo sulle prime pagine dei due quotidiani di Gedi è solamente il frutto di una svista? Oppure, magari, si voleva fuorviare il lettore dando a intendere che l’ex presidente americano sarebbe stato accusato di ciò di cui non è stato accusato? Non è che magari qualcuno voleva avvalorare la tesi del Trump golpista in barba a quello che effettivamente contiene l’incriminazione della procura di Manhattan? Immaginiamo già la possibile obiezione: l’ex presidente è comunque un cospiratore perché ha incitato la folla contro il Campidoglio il 6 gennaio del 2021. Replichiamo all’obiezione. Primo: Trump è attualmente sotto indagine per i gravissimi fatti del Campidoglio da parte del procuratore speciale Jack Smith, nominato appositamente dal dipartimento di Giustizia a novembre. Bisognerebbe, quindi, eventualmente attendere l’esito della sua indagine prima di arrivare a qualsiasi tipo di conclusione su tale questione. Anche perché le inchieste parlamentari finora condotte sul tema (quelle della commissione 6 gennaio e quella autonoma dei deputati repubblicani) sono state caratterizzate da profonda faziosità politica. Secondo: con l’incriminazione della Procura di Manhattan i fatti del Campidoglio non c’entrano assolutamente nulla. A New York, Trump è accusato di falsificazione di documenti aziendali e di eventuale violazione delle normative sui finanziamenti elettorali in relazione alle presidenziali del 2016. Dargli quindi del «cospiratore» in riferimento a questo caso significa o aver preso un clamoroso abbaglio o, peggio ancora, aver cercato deliberatamente di portare fuori strada i lettori. Attenzione: qui non c’entra nulla l’opinione, positiva o negativa, che legittimamente si può avere sull’ex presidente americano e sulla sua incriminazione. Qui, semmai, c’è un problema di onestà intellettuale che, purtroppo, in certo giornalismo progressista italiano sembra latitare. Ma questa non è una novità.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 gennaio con Carlo Cambi
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Ricominciamo: la Regione Puglia - con un deficit da centinaia di milioni di euro, liste d’attesa infinite, macchinari dei reparti obsoleti e chi più ne ha più ne metta - ha deciso di chiedere indietro una parte dei compensi versati negli ultimi dieci anni ai propri medici di base, per una somma pari a 23 milioni di euro (circa 70.000 euro a testa). Si tratta di somme che la stessa Regione Puglia ha versato negli anni, attraverso le Asl, per aderire - correttamente - ad un Accordo collettivo nazionale (e ai conseguenti accordi integrativi regionali) che prevede l’erogazione di queste cifre ai medici di base e ai pediatri, a soddisfazione di un complesso meccanismo di compensazione degli emolumenti sottoscritto nel 2005.
E su che base la Regione Puglia ha improvvisamente deciso di chiedere indietro queste cifre? Sostanzialmente sulla base di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - attualmente sub iudice del pronunciamento in Cassazione - che solleva la Regione, guidata da Michele De Pascale, dal versamento retroattivo delle medesime somme ai propri sanitari. Somme che, se dovessero essere sborsate tutte in una volta, peserebbero per oltre 100 milioni di euro e manderebbero a gambe all’aria il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna e con lui la tenuta dell’intero fortino Pd.
Ma torniamo in Puglia. La pretesa di riavere indietro 23 milioni di euro da parte dell’ente, che a partire al 7 gennaio sarà guidato da Antonio De Caro, è arrivata ai camici bianchi in modo davvero inatteso. Non solo per i contenuti, ma anche per le modalità con cui è stata comunicata. Le sigle sindacali che rappresentano i sanitari, infatti, senza incontri preliminari sul tema, né discussioni di merito si sono visti recapitare la pretesa - motivata con stralci della sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - il 31 dicembre 2025 alle ore 20.48, quando immaginiamo bene gli uffici regionali gremiti di dipendenti intenti a sbrigare le ultime faccende prima di accomodarsi al cenone di capodanno.
Anche a causa di queste stranezze il sospetto - e si sa che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - è di essere di fronte a una sorta di tacito sostegno amministrativo tra due enti molto legati tra loro, a conferma di una linea - quella dell’Emilia-Romagna - che se dovesse essere sconfessata in Cassazione comporterebbe la debacle totale per una delle roccaforti della sinistra.
Per entrare in termini più tecnici si tratta della annosa questione degli «assegni individuali» e del fondo di compensazione che ogni Regione doveva accantonare per erogare emolumenti ai medici di base sostitutivi degli scatti di anzianità, eliminati nel 2005.
Per un po’ di tempo questo meccanismo funzionò senza intoppi, poi si bloccò nel periodo della spending review (dal 2010 al 2014) e nel 2016 riprese con un nuovo Accordo collettivo nazionale (il corrispettivo del Ccnl per i medici). Lo Stato cominciò a versare il dovuto alle Regioni per creare un fondo apposito da cui attingere, ma mentre alcune destinarono le cifre al rispetto di questo accordo (come la Puglia) altre, come l’Emilia-Romagna, preferirono usare le quote ricevute per la copertura di altre spese scegliendo, non solo di non versare il dovuto ai medici, ma di non creare nemmeno il fondo necessario a farlo.
Qualche tempo fa, i pediatri di Rimini hanno chiesto alla Asl di riferimento gli assegni mai ricevuti, con una causa vinta in primo grado. A quel punto la Asl di Rimini ha chiesto aiuto alla Regione Emilia-Romagna che in appello si è costituita come parte in causa e, sulla vicenda, ha ottenuto ragione dal Tar. I medici di Rimini, però non hanno desistito, sono ricorsi in Cassazione e attualmente la Regione di De Pascale - quella che nel frattempo ha alzato i ticket sanitari e ha chiuso le frontiere ai malati provenienti dal resto d’Italia - è in attesa del pronunciamento definitivo.
Che il fondo necessario per versare le integrazioni ai medici, sia ancora in essere (e dunque che lo Stato stia ancora versando alle Regioni le cifre necessarie) si evince dal vigente contratto nazionale che, all’articolo 44 stabilisce il trattamento economico dei medici riferendosi ad una «quota capitaria annua ripartita in base a tale fondo integrato con gli assegni individuali». Per questo le sigle sindacali delle due Regioni sono in rivolta.
Ci vorrà del tempo prima che la Cassazione si pronunci, ma come sarebbe bello (e utile) se, nel frattempo, tutte le altre Regioni si allineassero sostenendo che quei fondi non andavano mai erogati e che, magari, chi li ha erogati li chiedesse indietro. A volte i sogni si avverano.
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Alcuni pellegrini in occasione del Giubileo Lgbt, a Roma, il 6 settembre 2025 (Ansa)
Il Vangelo non è politicamente corretto. Usa termini durissimi, perché sta parlando di salvezza che sarà data a chi fa parte del Regno dei Cieli e negata a chi non ne fa parte. I Vangelo non è gay friendly, e, soprattutto, non è inclusivo. Chiunque raccomandi l’inclusione sta rinnegando il Vangelo. Esiste una parabola che lo chiarisce. Le vergini sagge hanno portato sufficiente olio per le lampade, quelle stolte no. Quelle sagge non dividono il loro olio con le stolte, perché altrimenti non ci sarà olio sufficiente per nessuna. Ma come, non bisognava dividere tutto? E la generosità? La generosità non si fa con la dottrina, non si fa con la fede. Aggiusto la mia Messa, smusso la mia dottrina, così che anche i non credenti e i peccatori possano accedere alle perle, è il discorso anticristico dei preti sciocchi che rinnegano Cristo per l’inclusività. «Chi non è con me è contro di me» è un’affermazione che riduce i margini dell’inclusività a zero. Noi non dobbiamo includere quelli che sono fuori dal Regno dei Cieli fino a quando ne sono fuori; dobbiamo convertirli, così che diventino fratelli e figli di Dio nella sola maniera possibile, la fede in Cristo. Una delle opere di carità spirituale è avvertire il peccatore che sta peccando San Paolo ci ricorda che dobbiamo continuare ad avvertire il peccatore, quando è opportuno e quando è inopportuno, maleducato, politicamente scorretto, e anche quando è vietato e porta a un’accusa penale o sociale, per esempio l’accusa di omofobia.
Il cristianesimo condanna la sodomia, uno dei quattro peccati che grida vendetta a Dio. Il vescovo di Vienna ha profanato la Cattedrale di Santo Stefano con spettacoli gay e ovviamente osceni. Lo ha fatto, pare, per sensibilizzare sull’Aids. Secondo tutte le statistiche l’atto sodomitico moltiplica il rischio di malattie infettive, tanto più che molti gay disprezzano il preservativo, oppure, come pubblicizzato dall’intellettuale (?) gay (o queer) Leo Bersani amano ricercare volontariamente il contagio. A Vienna a entusiasmare un clero sempre più corrotto c’è anche una mostra d’arte (?), dove tra rane crocefisse spicca una Pietà dove il Cristo morto tiene in mano il pene di un uomo travestito da donna, un cosiddetto trans. Attualmente la sodomia è chiamata omosessualità, termine ampolloso e improprio. Nessuna attività sessuale è possibile tra persone dello stesso sesso, ma solo pratiche erotiche che devono necessariamente interessare il tubo digerente. Il tubo digerente non è un organo sessuale e non è un organo ricreativo, serve per digerire e per espellere feci che sono un tripudio di microbi e che per una mentre normale sono ripugnanti. Alla sodomia si affianca il queer. Queer vuol dire strano. Ognuno ha diritto di essere strano. Nessuno ha diritto di pretendere di essere accettato, perché nessuno può costringermi ad accettare qualcosa che è appunto strano, al di fuori della mia etica e della mia estetica. La potenza liberticida del queer, come di tutte le altre lettere della sigla Lgbt-qualche-altra-cosa, è che accettare l’altro diventa un dovere, anche se l’altro ha fatto tutto quello che poteva per essere ripugnante. I due maggiori intellettuali queer sono Mario Mieli e la/il filosofa/o ex Beatriz Preciado, attualmente Paul Preciado. Mario Mieli è autore di Elementi di critica omosessuale, dove parla della sublime bellezza di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Mario Mieli faceva spettacoli teatrali dove mangiava gli escrementi suoi e del suo cane, crudi e sconditi. I colibatteri ne saranno stati lieti. Riporto un brano della persona che all’epoca era Beatriz Preciado, al momento Paul, pubblicato il 17 gennaio 2014 su Liberation, che riassume il suo pensiero. «Da questa modesta tribuna, io invito tutti i corpi delle donne allo sciopero dell’utero. Affermiamoci come cittadine intere e non come uteri riproduttivi. Attraverso l’astinenza, attraverso la omosessualità, ma anche attraverso la masturbazione, la sodomia, il feticismo, la coprofagia, la zoofilia (non vuol dire avere il micetto e mettere la foto su Fb, ma avere rapporti erotici con gli animali, ndr) e l’aborto. Non lasciamo penetrare nelle nostre vagine una sola goccia di sperma nazionale cattolico». Sottolineo in entrambi i casi l’affetto per la coprofagia. La coprofagia è autoaggressione, come l’aborto, come la zoofilia. Queer vuol dire aggressione all’uomo e dato che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire aggressione a Dio, per questo sono oscene le parole di Nicola Vendola, personaggio politico, che ha acquistato un bambino con l’odiosa pratica dell’utero in affitto, che definisce queer sia Cristo che la Madonna, un nuovo tipo di bestemmia. Preciado si limita a definire il Natale patriarcale e discriminatorio: in confronto, una vera signora.
La parola «omosessualità» crea una folle simmetria col neologismo altrettanto senza senso «eterosessualità». Se con un colpo di bacchetta magica scomparissero tutti gli atti eterosessuali (cioè sessuali) l’umanità si estinguerebbe. Se sparissero tutti gli atti cosiddetti omosessuali, si svuoterebbero gli ambulatori di proctologia e quelli di patologie sessualmente trasmissibili, e la sanità di ogni nazione ricupererebbe fiumi di quattrini. Il non odio per il peccato non è amore per il peccatore, ma indifferenza alla sua salvezza, un’indifferenza di cui, come ci ricorda Ezechiele, si dovrà rispondere nel giorno del giudizio: «Se tu non parli per distogliere l’empio dai suoi peccati, l’empio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te». La diga rotta. La resa di Fiducia supplicans alla lobby omosessuale di José Antonio Ureta e Julio Loredo (ed. Tradizione Famiglia Proprietà) descrive l’inclusione di peccatori non pentiti e trionfalmente accolti col loro peccato, quello che Cristo definisce come dare le perle ai porci, come il crollo della diga. La Conferenza episcopale africana ha annunciato che non intende seguirla, ricordando che i cristiani devono avere per il male un «odio perfetto». Il gesuita John Mac Neal, nel 1970 scrisse una serie di articoli sulla più importante rivista di teologia degli Usa sostenendo quello che poi sarà l’argomento ricorrente delle lobby omosessuali: poiché Dio ha creato tutto, ha creato gli omosessuali, quindi essere omosessuali fa parte del progetto di Dio. Dio non ha creato omosessuali come non ha creato assassini. Ha creato uomini liberi che hanno scelto di fare il male e ne sono diventati dipendenti. L’ipotesi della genesi genetica della cosiddetta omosessualità è stata dimostrata falsa oltre ogni ragionevole dubbio. L’omoerotismo è un comportamento di cui si diventa totalmente dipendenti. Questi gesuiti che hanno partecipato ai primi Pride è possibile che fossero in conflitto di interessi?
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Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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