Nessuno si indigna se dalle mense rimangono fuori i bambini italiani
  • Tanti Comuni, visti i debiti accumulati, hanno escluso dalla refezione chi non paga e il Tar ha dato loro ragione. In Italia, il 49% dei bimbi non pranza a scuola. Ma per molti genitori è decisamente meglio così.
  • Francia senza vergogna: spunta un altro video di clandestini scaricati qui. Il Viminale diffonde un filmato girato ieri a Claviere: gendarmi conducono tre stranieri oltre il confine, poi tornano in patria. Matteo Salvini furibondo: «Atto ostile, Parigi spieghi».
  • Fabio Fazio stende il tappeto rosso al sindaco di Riace. Mimmo Lucano sarà ospite di Che tempo che fa per la solita serata di propaganda. Ma il suo «modello» era irregolare da tempo.

Lo speciale contiene tre articoli.

Le bugie avranno pure le gambe corte, ma c’è gente che le porta in giro in auto, motivo per cui continuano a circolare senza problemi. Sul caso di Lodi e dei «bambini stranieri tenuti fuori dalla mensa», per esempio, da giorni sentiamo le fandonie più disparate. I progressisti di mezzo mondo sono sul piede di guerra, cianciano di apartheid e di razzismo. Si è mobilitato persino quel furbone di Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari europei che non ama farsi gli affari suoi. «Da cittadino sono scioccato», ha detto riguardo alle vicende della città lombarda. Beh, prima di commentare a sproposito, lui e tutti gli altri farebbero meglio a documentarsi un pochettino meglio sulla realtà del nostro Paese, almeno per quello che riguarda le mense scolastiche.

Sono tanti i Comuni, soprattutto quelli di piccole dimensioni, ad avere problemi a riguardo. Il fatto che molti abitanti non paghino il servizio, mette in seria difficoltà le amministrazioni, costringendole a prendere provvedimenti. A Magenta (Milano), lo scorso giugno, il sindaco Chiara Calati e il vicesindaco Simone Gelli hanno svelato l’esistenza di un buco di oltre 190.000 euro dovuto ai «furbetti della mensa». Una situazione insostenibile, per cui si sono rese necessarie misure estreme: sospensione del servizio per chi approfittava dei denari pubblici. «È una questione di equità ma prima ancora di rispetto nei confronti di chi ha sempre pagato nei tempi previsti», disse Simone Gelli. Italiani o stranieri che fossero, per i genitori morosi la via era obbligata: niente soldi, niente mensa.

Ancora più grave la situazione nel Comune di Limbiate (Milano). Lo scorso aprile, il sindaco Antonio Romeo ha spiegato che su 2.200 famiglie, 1.550 non pagavano il servizio. Risultato: un debito di 242.000 euro sul groppone dell’amministrazione. Per una piccola città sono un sacco di soldi. Alla fine, a maggio, il Comune ha dovuto ricorrere alle maniere forti: 163 bambini figli di genitori morosi sono stati lasciati fuori dalla mensa scolastica. C’erano anche figli di italiani, ma sui giornali non si sono letti pezzi indignati.

E non si sono letti nemmeno per le 46 famiglie morose di Cesano Maderno (Monza e Brianza). Dal 22 ottobre i loro bambini non potranno mangiare in mensa come gli altri, a meno che non siano saldati i debiti con l’azienda che gestisce il servizio di refezione.

Tanto per restare nei dintorni di Monza, a Besana Brianza, lo scorso aprile il Comune ha dichiarato di avere accumulato – in soli otto mesi – un debito di 15.000 euro con la società che si occupa della mensa scolastica. A Rho (Milano), spiegava Il Giorno lo scorso luglio, «la morosità è raddoppiata, passando da un debito medio annuo di circa 76.000 euro nel quadriennio 2012-2016, ad un debito di circa 150.000 euro nell’anno scolastico 2016-2017». Anche lì, stessa storia: i genitori non pagano? Bene, per i figli niente mensa.

A Ivrea (Torino) il debito del Comune dovuto ai mancati introiti della mensa è di 130.000 euro (dato reso pubblico all’inizio di settembre). A Varedo (Monza e Brianza) sono arrivati a 49.000 euro. A Carnate (Monza e Brianza) hanno provato a ridurre il buco che inizialmente era di 20.000 euro escludendo i morosi dal pranzo. Il sindaco Daniele Nava non è un pericoloso populista, anzi è stato eletto dal centrosinistra. Un po’ come Sem Galbiati, primo cittadino di Cavenago che, nel 2012, iniziò una battaglia contro i genitori morosi. Come spiegò Repubblica all’epoca, la linea dura di Galbiati ebbe successo: «Sono 170 le famiglie che hanno tenuto ben chiuso il portafogli, 50 quelle in vera difficoltà».

Tutte queste storie dimostrano almeno due verità. La prima è che, per i piccoli Comuni, è fondamentale stabilire chi ha davvero diritto agli sconti sui costi della mensa. La seconda è che, quando la refezione viene negata ai bimbi italiani, nessuno si scandalizza. Del resto, come spiega il rapporto (Non) tutti a mensa 2018 di Save the children, nel nostro Paese il 49% dei piccoli non usufruisce del servizio (In Sicilia sono l’81,05%, in Molise l’80,29).

Ma c’è di più. A Corsico (Milano) è esploso qualche tempo fa un piccolo caso analogo a quello di Lodi. Il sindaco Filippo Errante (eletto con una lista di centrodestra ma proveniente da sinistra), nel 2016, decise di sospendere il servizio mensa ai figli di genitori morosi. Spiegò che il buco nelle casse comunali ammontava alla bellezza di 1.227.000 euro. Alcune associazioni fecero ricorso al Tar della Lombardia, sostenendo che fossero stati lesi i diritti dei bimbi e delle famiglie. Nel febbraio del 2018, il tribunale ha risposto, e ha dato ragione al sindaco. Secondo il Tar, il servizio di refezione scolastica non rientra nel «diritto all’istruzione». Esso è «strumentale all’attività scolastica». Non solo: «L’ente locale non ha alcun obbligo di istituire ed organizzare» il servizio di refezione. E, se lo fa, può stabilire «la misura percentuale finanziabile con risorse comunali e quella da coprire mediante contribuzione degli utenti».

Non parliamo di «diritti», dunque, ma di un servizio accessorio a cui si accede pagando. Se il Comune decide di offrire contributi alle famiglie, deve fare adeguata selezione. Per inciso, a Corsico il Comune sostiene di aver avuto successo: nel 2016 la morosità era del 12%, nel 2017 si è ridotta al 3,5%. Capite bene che quanto ha deciso il sindaco di Lodi, Sara Casanova, riguardo le mense (per altro appoggiandosi a leggi varate dai governi di centrosinistra tra il 1998 e il 200o) non è proprio così assurdo o così razzista, anzi. Usufruire della mensa gratis o a prezzo scontato non è un diritto, è un privilegio, un aiuto che le amministrazioni concedono a chi ne ha davvero bisogno. Basarsi su autocertificazioni e non fare controlli causa disastri.

Per altro, ci sono anche cittadini ben contenti di non mandare i propri figli alla mensa scolastica. Numerose associazioni di genitori si battono in tutta Italia (l’ultimo caso è nel Lazio) per poter consentire ai propri bambini di consumare a scuola il pasto preparato a casa.

Sulla questione si è pronunciato, a settembre, il Consiglio di Stato, affrontando il caso del Comune di Benevento. L’amministrazione voleva obbligare tutti i bimbi delle materne e delle elementari a mangiare in mensa. Alcuni genitori hanno fatto ricorso al Tar e hanno vinto. Il Comune si è allora rivolto al Consiglio di Stato, che di nuovo ha dato ragione alle famiglie.

Per qualcuno, il panino da casa non è una discriminazione: è una conquista. Ditelo alle mamme straniere di Lodi.

Francesco Borgonovo


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