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2019-06-09
La zavorra delle rinnovabili resta in bolletta. Almeno cala a 11 miliardi
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Questo costo è inserito nella bolletta elettrica ma è nascosto all'interno di una capitolo, quello degli «oneri di sistema», che comprende anche altre voci di spesa con il risultato che si paga ma non si sa quanto. Per scoprirlo bisogna armarsi di pazienza e iniziare ad indagare.
Partiamo dalla fine, cioè, di quanti soldi stiamo parlando. I dati sono nel grafico sopra: mediamente di circa 10 miliardi l'anno. Dai 3,6 miliardi del 2010 si è saliti a ben 14,14 del 2016 per poi calare ai 12,5 miliardi del 2017, agli 11,6 miliardi del 2018. Di questi, 5,9 miliardi vanno a finanziare le imprese attive nell'energia solare, mentre i restanti sono divisi fra chi produce energia da fonte termica, eolica, biogas e idraulica.
A questo punto scatta una domanda: se il costo occulto è passato dai 12,5 miliardi del 2017 agli 11,6 del 2018, anche la bolletta delle famiglie, nel 2018, è stata meno cara di quella del 2017. Giusto? No. Secondo i dati del Gse (Gestore servizi energetici, società pubblica) nel 2018 gli italiani hanno versato in sussidi alle imprese verdi di più rispetto al 2017: 84 euro contro 75. Ricapitolando: calano I soldi che vanno agli operatori, ma gli italiani pagano di più. L'inghippo consiste nel fatto che a gennaio 2018 le diverse voci che compongono gli oneri di sistema sono state rimodulate e, a carico dei consumatori, è comparsa una nuova voce occulta, indicata come «Ae», che nel 2017 costava 6,2 euro e che nel 2018 è quasi triplicata: 17,5 euro.
Ma la cosa ancora più grave è che secondo il Gse, dal 2019 al 2023 l'energia verde peserà sulle bollette degli italiani per ben 11,5 miliardi l'anno, cioè, non è destinata a calare nonostante che l'obiettivo di consumare il 17% dell'energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili sia stato raggiunto da già 5 anni. Abbiamo superato gli obiettivi, ma I balzelli non vengono eliminati. Anche questo paradossale. Però, coraggio: dal 2024 il costo occulto dovrebbe calare e (sempre che nel frattempo a nessuno venga in mente di triplicare il costo di un balzello come è stato fatto nel 2018 con la voce «Ae») tra 13 anni peserà per soli 1,9 miliardi.
Nel 2032, insomma, la produzione di energia verde dovrebbe riuscire a camminare con le proprie gambe senza bisogno di sussidi pubblici occulti, nascosti, misteriosi, costosi, ingiusti e arbitrari.
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Occulto, nascosto, misterioso. Ma anche: costoso, ingiusto e arbitrario. Non si è mai abbastanza severi verso quei costi che i cittadini pagano senza che nessuno gli spieghi esattamente quanto e perché. Uno di questi è il contributo che tutte le famiglie si ritrovano in bolletta e che finisce a finanziare le imprese che producono elettricità da fonti rinnovabili. Per parlare volgarmente: si tratta di un sussidio alle imprese pagato dai consumatori.Questo costo è inserito nella bolletta elettrica ma è nascosto all'interno di una capitolo, quello degli «oneri di sistema», che comprende anche altre voci di spesa con il risultato che si paga ma non si sa quanto. Per scoprirlo bisogna armarsi di pazienza e iniziare ad indagare.Partiamo dalla fine, cioè, di quanti soldi stiamo parlando. I dati sono nel grafico sopra: mediamente di circa 10 miliardi l'anno. Dai 3,6 miliardi del 2010 si è saliti a ben 14,14 del 2016 per poi calare ai 12,5 miliardi del 2017, agli 11,6 miliardi del 2018. Di questi, 5,9 miliardi vanno a finanziare le imprese attive nell'energia solare, mentre i restanti sono divisi fra chi produce energia da fonte termica, eolica, biogas e idraulica. A questo punto scatta una domanda: se il costo occulto è passato dai 12,5 miliardi del 2017 agli 11,6 del 2018, anche la bolletta delle famiglie, nel 2018, è stata meno cara di quella del 2017. Giusto? No. Secondo i dati del Gse (Gestore servizi energetici, società pubblica) nel 2018 gli italiani hanno versato in sussidi alle imprese verdi di più rispetto al 2017: 84 euro contro 75. Ricapitolando: calano I soldi che vanno agli operatori, ma gli italiani pagano di più. L'inghippo consiste nel fatto che a gennaio 2018 le diverse voci che compongono gli oneri di sistema sono state rimodulate e, a carico dei consumatori, è comparsa una nuova voce occulta, indicata come «Ae», che nel 2017 costava 6,2 euro e che nel 2018 è quasi triplicata: 17,5 euro. Ma la cosa ancora più grave è che secondo il Gse, dal 2019 al 2023 l'energia verde peserà sulle bollette degli italiani per ben 11,5 miliardi l'anno, cioè, non è destinata a calare nonostante che l'obiettivo di consumare il 17% dell'energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili sia stato raggiunto da già 5 anni. Abbiamo superato gli obiettivi, ma I balzelli non vengono eliminati. Anche questo paradossale. Però, coraggio: dal 2024 il costo occulto dovrebbe calare e (sempre che nel frattempo a nessuno venga in mente di triplicare il costo di un balzello come è stato fatto nel 2018 con la voce «Ae») tra 13 anni peserà per soli 1,9 miliardi.Nel 2032, insomma, la produzione di energia verde dovrebbe riuscire a camminare con le proprie gambe senza bisogno di sussidi pubblici occulti, nascosti, misteriosi, costosi, ingiusti e arbitrari.
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
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Secondo il Rapporto Censis-United, quasi metà dei laureati non avrebbe completato gli studi senza la formazione digitale. La flessibilità, l’autonomia nello studio e la possibilità di conciliare lavoro e università spingono sempre più adulti verso le università telematiche.
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
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