2023-07-28
Contesta i dogmi sul clima: censurato il Nobel in carica
John F. Clauser (Getty Images)
- Come moltissimi altri scienziati, il fisico John F. Clauser, insignito l’autunno scorso, non crede che il riscaldamento dipenda dall’uomo e che la CO2 sia dannosa per l’ambiente. Il Fmi cancella il suo intervento con una email.
- Anche Ivar Giaever e Robert Laughlin si erano ribellati, andando incontro all’emarginazione.
Lo speciale contiene due articoli.
Prima che la comunità scientifica ufficiale silenziasse, durante la pandemia, gli scienziati non allineati o semplicemente dubbiosi - perfino quelli più autorevoli come Luc Montagnier o John Ioannidis - bisognava risalire al fascismo per ritrovare clamorosi esempi di censura come quello che ha colpito qualche giorno fa il premio Nobel per la Fisica 2022 John F. Clauser. Il fisico americano, che ha ereditato il titolo dell’Accademia di Stoccolma da Giorgio Parisi, doveva presentare un seminario sui modelli climatici al Fondo monetario internazionale (Fmi) proprio oggi, ma il suo discorso è stato bruscamente cancellato. La decisione eclatante è stata comunicata a Clauser giovedì scorso, con un’email inviata dal direttore dell’Ufficio di valutazione indipendente del Fmi: allo zelante Pablo Moreno è bastato leggere la locandina che annunciava l’intervento, via Zoom, del Premio Nobel per annullarlo; tecnicamente, è stato «rimandato» sine die.
Cos’ha detto Clauser di tanto grave? Semplice: ha osato confutare, dati alla mano, la tesi dell’emergenza climatica di origine antropica che i governi occidentali stanno cavalcando, con la complicità dei media, per stravolgere le politiche energetiche perseguite negli ultimi 70 anni e sanzionare i comportamenti non corretti dei cittadini. Lo stesso copione del Covid, per intenderci.
Nella fattispecie, il Nobel 2022 ha categoricamente contestato le tesi di Parisi sul clima e ha criticato l’assegnazione del premio conferito l’anno precedente allo scienziato italiano e ai ricercatori Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per il lavoro nello sviluppo di modelli informatici che prevedono il riscaldamento globale, equiparate a poco più di pronostici da stregoni. «La narrazione popolare sul climate change»; ha dichiarato Clauser , «riflette una pericolosa corruzione della scienza che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. La fuorviante “scienza del clima” si è trasformata in una massiccia pseudoscienza giornalistica choc. A sua volta», ha aggiunto il fisico, «la pseudoscienza è diventata capro espiatorio di un’ampia varietà di altri mali non correlati. È stata promossa da agenti di marketing aziendale altrettanto fuorvianti, da politici, giornalisti, agenzie governative e ambientalisti. I processi chiave sono manipolati e amplificati di almeno 200 volte». Non solo: lo scienziato ha detto al presidente Usa, Joe Biden, di non essere d’accordo con le sue politiche climatiche. La chiosa del discorso di Clauser è molto chiara: «A mio parere», ha azzardato il Nobel, «non c’è una vera crisi climatica. C’è, tuttavia, un problema molto reale nel fornire un tenore di vita dignitoso alla popolazione mondiale nel corso di una crisi energetica associata. Questo problema viene inutilmente esacerbato da quella che è una scienza del clima errata».
Apriti cielo: allo sconosciuto Pablo Moreno non è parso vero di cogliere la palla al balzo per censurare il «negazionista» Clauser. Il Fmi, partner del World economic forum di Klaus Schwab, è un’organizzazione internazionale pubblica che concede prestiti agli Stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti. Il Fondo sottoscrive in toto la narrazione ufficiale sui cambiamenti climatici e persegue la mitigazione della CO2 sollecitando una tassa sul carbonio entro il 2030 per le aziende dei «grandi Paesi che emettono anidride carbonica». Una posizione diametralmente opposta a quella di Clauser, che recentemente è diventato membro del cda della CO2 Coalition, organizzazione che sostiene che le emissioni di biossido di carbonio sono benefiche per la vita sulla Terra.
Secondo il Fmi, guidato dalla bulgara Kristalina Georgieva, i cambiamenti climatici sono «una grave minaccia per la crescita e la prosperità a lungo termine e hanno un impatto diretto sul benessere economico di tutti i Paesi». Cosa rischia chi confuta queste teorie? La stessa feroce punizione che subirono, 90 anni fa, i dodici professori universitari italiani (su 1.225) che non accettarono di firmare il regio decreto n. 1227, che all’articolo 18 obbligava i docenti a giurare devozione «alla Patria e al regime fascista»: censura e licenziamento.
Se non fosse ancora chiaro cosa sta succedendo alla libertà di pensiero nel mondo occidentale, e se non bastassero le grottesche intemerate di Angelo Bonelli e Alfonso Pecoraro Scanio, oltre ai proclami di Maurizio Molinari, basti andare al di là dell’oceano per constatare quanto ormai il dogma climatico faccia proseliti: negli Stati Uniti si stanno compilando le top ten dei cosiddetti «negazionisti del clima», liste di proscrizione non dissimili a quella dei «Putinversteher» ideata da Gianni Riotta, mentre le università organizzano campus estivi sulle fake news climatiche per i ragazzi della «Greta Thunberg generation». Certo, la (ancora) democratica America ha qualche anticorpo in più, rispetto all’Italia, nei confronti della pericolosa censura che ha ormai preso piede. Il presidente Biden, dopo la causa intentata dai procuratori generali del Missouri e della Louisiana insieme con alcuni scienziati come l’epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, è sulla graticola per violazione del Primo Emendamento, attuata censurando sui social gli scienziati che diffondevano evidenze scientifiche diverse da quelle imposte dal governo. Il giudice Doughty ha parlato di «scenario distopico» e ha emesso un’ingiunzione preliminare radicale che d’ora in poi limiterà a numerosi funzionari della Casa Bianca e ad agenzie federali come la Homeland Security, l’Fbi e i Cdc qualsiasi contatto con le piattaforme social che hanno consentito questa censura. E il senatore repubblicano Rand Paul, il cui ufficio nel Kentucky è stato distrutto tre giorni fa da un incendio con danni per 750.000 dollari, ha fatto in tempo a deferire alla giustizia Anthony Fauci, consulente scientifico di Biden, accusandolo di aver mentito davanti al Congresso. È ancora poco, ma il Fondo monetario internazionale è avvisato.
Il bavaglio non è una sorpresa ma i luminari non hanno più paura
Il riscaldamento antropico di globale ha solo la sua natura di essere forse la più colossale balla raccontata negli ultimi 30 anni. Vi chiederete come sia stato possibile farla durare così a lungo.
Nacque come legittima congettura - la CO2 è un gas serra, noi immettiamo CO2 in atmosfera, questa si riscalda. Il metodo scientifico, però, richiede che per dar forza a una congettura essa deve reggere agli attacchi della falsificazione. Personalmente, mi occupai per la prima volta del problema 23 anni fa. Nulla sapevo di clima, però da chimico conoscevo lo spettro di assorbimento in infrarosso della CO2: quanto bastava per farmi concludere che la congettura del riscaldamento globale antropico era falsa. Una volta capita la falsità della congettura, non è stato difficile trovare altri motivi di falsificazione, e posso dire che ve n’è almeno una dozzina.
Tornando alla domanda: come mai la bugia regge ancora? La risposta è: il denaro. Si tratta di trilioni di dollari coi quali, potete ben immaginare, si può comprare tanta gente: politici, giornalisti, scienziati. S’è creata così una faraonica bolla che è difficilissimo sgonfiare: chi di essa si nutre non intende mollare l’osso. Le azioni messe in atto per controllare la situazione sono molteplici, ma le più gettonate sono la macchina del fango e il silenziatore. Ne ho diretta esperienza personale. Scusate se parlo di me, ma quel che segue vale per chiunque altro si trovi nella mia posizione.
Nel 2019 sono stato invitato da Lilli Gruber a dibattere di clima a Otto e mezzo: nel giro di pochi giorni, attivisti specializzati a gettar fango inviarono una lettera alla giornalista lamentandosi che non avrebbe dovuto invitarmi perché io collaborerei con una «lobby del carbone e del petrolio finanziata dalla Exxon Mobil». L’infamante monito deve aver impensierito la Gruber.
Lo stesso anno l’Accademia dei Lincei aveva organizzato un convegno sul clima al quale i professori Nicola Scafetta e Uberto Crescenti e io avanzammo la richiesta di presentare una relazione. La richiesta fu accolta dal Comitato scientifico del convegno, ma non appena la cosa arrivò alle orecchie della macchina del fango, questa si mise in moto. Repubblica titolò: «I Lincei organizzano un convegno e fanno parlare il negazionista Battaglia». La cosa inorgoglì me, perché non pensavo di essere così importante, ma impaurì alcune cariatidi dell’Accademia, che cancellarono addirittura l’intera conferenza.
Non solo, un senatore M5s, il compianto Franco Ortolani, organizzò in un’auletta del Senato la presentazione di un libro titolato Clima: basta catastrofismi, scritto a più mani da quelli che poi avrebbero costituito il think tank Clintel-Italia. Stavolta la macchina del fango partiva da una nota di Angelo Bonelli, rilanciata dall’Ansa: «Vergogna! Il M5s fa parlare i negazionisti climatici». Non si è mai capito su che basi Bonelli, che è un geometra, poteva contestare Scafetta e Ortolani, entrambi professori all’università di Napoli. Quanto a me, la macchina del fango messa in moto da Bonelli suonava il disco rotto del denaro che qualche multinazionale mi elargirebbe. Alla fine, i dirigenti del M5s bloccarono la presentazione del libro.
L’ultima non riguarda me ma John Clauser, premio Nobel per la Fisica che, studiando a fondo la questione climatica, ha concluso non solo che «non vi è alcuna crisi climatica», ma anche che «una più alta concentrazione atmosferica di CO2 può solo essere di beneficio per l’umanità». Clauser ha affermato: «La narrazione sul cambiamento climatico riflette una pericolosa corruzione nella comunità scientifica, che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. Non esiste alcuna crisi climatica. Esiste, invece, il vero problema di garantire uno standard di vita decente alla numerosa popolazione mondiale. Esiste una crisi energetica, aggravata da una scienza climatica errata». Clauser aveva anche avuto l’occasione di dire al presidente americano Biden di non concordare con la politica climatica di questi. Secondo voi, se non l’ho passata liscia io che sono un nessuno, poteva passarla liscia un premio Nobel per la fisica? Certo che no. In questi giorni, Clauser avrebbe dovuto presentare una conferenza organizzata dal Fondo monetario internazionale (Fmi). E tale Pablo Moreno, responsabile dell’Ufficio di valutazione del Fmi ha pensato bene di cancellare la conferenza. Ufficialmente è stata posposta a data futura. Anche quella del Lincei era stata ufficialmente «posposta».
Clauser non è l’unico Nobel a essersi accorto della balla del clima. Qualche anno fa Ivar Giaever ha strappato la sua tessera di membro della American physics society perché questa aveva dichiarato che «è incontrovertibile che l’uomo cambia il clima», affermazione di cui Giaever si vergognava, tanto è stupida. E Robert Laughlin, altro Nobel per la fisica, dichiarava già nel 1998: «Il clima è fuori dal nostro controllo e non possiamo, né dobbiamo, far nulla per tentare di evitarne il cambiamento». Ma volete mettere tutti costoro, con Greta, Bonelli e Pecoraro Scanio? Non sia mai.
Come moltissimi altri scienziati, il fisico John F. Clauser, insignito l’autunno scorso, non crede che il riscaldamento dipenda dall’uomo e che la CO2 sia dannosa per l’ambiente. Il Fmi cancella il suo intervento con una email.Anche Ivar Giaever e Robert Laughlin si erano ribellati, andando incontro all’emarginazione.Lo speciale contiene due articoli.Prima che la comunità scientifica ufficiale silenziasse, durante la pandemia, gli scienziati non allineati o semplicemente dubbiosi - perfino quelli più autorevoli come Luc Montagnier o John Ioannidis - bisognava risalire al fascismo per ritrovare clamorosi esempi di censura come quello che ha colpito qualche giorno fa il premio Nobel per la Fisica 2022 John F. Clauser. Il fisico americano, che ha ereditato il titolo dell’Accademia di Stoccolma da Giorgio Parisi, doveva presentare un seminario sui modelli climatici al Fondo monetario internazionale (Fmi) proprio oggi, ma il suo discorso è stato bruscamente cancellato. La decisione eclatante è stata comunicata a Clauser giovedì scorso, con un’email inviata dal direttore dell’Ufficio di valutazione indipendente del Fmi: allo zelante Pablo Moreno è bastato leggere la locandina che annunciava l’intervento, via Zoom, del Premio Nobel per annullarlo; tecnicamente, è stato «rimandato» sine die.Cos’ha detto Clauser di tanto grave? Semplice: ha osato confutare, dati alla mano, la tesi dell’emergenza climatica di origine antropica che i governi occidentali stanno cavalcando, con la complicità dei media, per stravolgere le politiche energetiche perseguite negli ultimi 70 anni e sanzionare i comportamenti non corretti dei cittadini. Lo stesso copione del Covid, per intenderci.Nella fattispecie, il Nobel 2022 ha categoricamente contestato le tesi di Parisi sul clima e ha criticato l’assegnazione del premio conferito l’anno precedente allo scienziato italiano e ai ricercatori Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per il lavoro nello sviluppo di modelli informatici che prevedono il riscaldamento globale, equiparate a poco più di pronostici da stregoni. «La narrazione popolare sul climate change»; ha dichiarato Clauser , «riflette una pericolosa corruzione della scienza che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. La fuorviante “scienza del clima” si è trasformata in una massiccia pseudoscienza giornalistica choc. A sua volta», ha aggiunto il fisico, «la pseudoscienza è diventata capro espiatorio di un’ampia varietà di altri mali non correlati. È stata promossa da agenti di marketing aziendale altrettanto fuorvianti, da politici, giornalisti, agenzie governative e ambientalisti. I processi chiave sono manipolati e amplificati di almeno 200 volte». Non solo: lo scienziato ha detto al presidente Usa, Joe Biden, di non essere d’accordo con le sue politiche climatiche. La chiosa del discorso di Clauser è molto chiara: «A mio parere», ha azzardato il Nobel, «non c’è una vera crisi climatica. C’è, tuttavia, un problema molto reale nel fornire un tenore di vita dignitoso alla popolazione mondiale nel corso di una crisi energetica associata. Questo problema viene inutilmente esacerbato da quella che è una scienza del clima errata».Apriti cielo: allo sconosciuto Pablo Moreno non è parso vero di cogliere la palla al balzo per censurare il «negazionista» Clauser. Il Fmi, partner del World economic forum di Klaus Schwab, è un’organizzazione internazionale pubblica che concede prestiti agli Stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti. Il Fondo sottoscrive in toto la narrazione ufficiale sui cambiamenti climatici e persegue la mitigazione della CO2 sollecitando una tassa sul carbonio entro il 2030 per le aziende dei «grandi Paesi che emettono anidride carbonica». Una posizione diametralmente opposta a quella di Clauser, che recentemente è diventato membro del cda della CO2 Coalition, organizzazione che sostiene che le emissioni di biossido di carbonio sono benefiche per la vita sulla Terra.Secondo il Fmi, guidato dalla bulgara Kristalina Georgieva, i cambiamenti climatici sono «una grave minaccia per la crescita e la prosperità a lungo termine e hanno un impatto diretto sul benessere economico di tutti i Paesi». Cosa rischia chi confuta queste teorie? La stessa feroce punizione che subirono, 90 anni fa, i dodici professori universitari italiani (su 1.225) che non accettarono di firmare il regio decreto n. 1227, che all’articolo 18 obbligava i docenti a giurare devozione «alla Patria e al regime fascista»: censura e licenziamento. Se non fosse ancora chiaro cosa sta succedendo alla libertà di pensiero nel mondo occidentale, e se non bastassero le grottesche intemerate di Angelo Bonelli e Alfonso Pecoraro Scanio, oltre ai proclami di Maurizio Molinari, basti andare al di là dell’oceano per constatare quanto ormai il dogma climatico faccia proseliti: negli Stati Uniti si stanno compilando le top ten dei cosiddetti «negazionisti del clima», liste di proscrizione non dissimili a quella dei «Putinversteher» ideata da Gianni Riotta, mentre le università organizzano campus estivi sulle fake news climatiche per i ragazzi della «Greta Thunberg generation». Certo, la (ancora) democratica America ha qualche anticorpo in più, rispetto all’Italia, nei confronti della pericolosa censura che ha ormai preso piede. Il presidente Biden, dopo la causa intentata dai procuratori generali del Missouri e della Louisiana insieme con alcuni scienziati come l’epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, è sulla graticola per violazione del Primo Emendamento, attuata censurando sui social gli scienziati che diffondevano evidenze scientifiche diverse da quelle imposte dal governo. Il giudice Doughty ha parlato di «scenario distopico» e ha emesso un’ingiunzione preliminare radicale che d’ora in poi limiterà a numerosi funzionari della Casa Bianca e ad agenzie federali come la Homeland Security, l’Fbi e i Cdc qualsiasi contatto con le piattaforme social che hanno consentito questa censura. E il senatore repubblicano Rand Paul, il cui ufficio nel Kentucky è stato distrutto tre giorni fa da un incendio con danni per 750.000 dollari, ha fatto in tempo a deferire alla giustizia Anthony Fauci, consulente scientifico di Biden, accusandolo di aver mentito davanti al Congresso. È ancora poco, ma il Fondo monetario internazionale è avvisato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/clauser-fmi-clima-2662502605.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bavaglio-non-e-una-sorpresa-ma-i-luminari-non-hanno-piu-paura" data-post-id="2662502605" data-published-at="1690228072" data-use-pagination="False"> Il bavaglio non è una sorpresa ma i luminari non hanno più paura Il riscaldamento antropico di globale ha solo la sua natura di essere forse la più colossale balla raccontata negli ultimi 30 anni. Vi chiederete come sia stato possibile farla durare così a lungo. Nacque come legittima congettura - la CO2 è un gas serra, noi immettiamo CO2 in atmosfera, questa si riscalda. Il metodo scientifico, però, richiede che per dar forza a una congettura essa deve reggere agli attacchi della falsificazione. Personalmente, mi occupai per la prima volta del problema 23 anni fa. Nulla sapevo di clima, però da chimico conoscevo lo spettro di assorbimento in infrarosso della CO2: quanto bastava per farmi concludere che la congettura del riscaldamento globale antropico era falsa. Una volta capita la falsità della congettura, non è stato difficile trovare altri motivi di falsificazione, e posso dire che ve n’è almeno una dozzina. Tornando alla domanda: come mai la bugia regge ancora? La risposta è: il denaro. Si tratta di trilioni di dollari coi quali, potete ben immaginare, si può comprare tanta gente: politici, giornalisti, scienziati. S’è creata così una faraonica bolla che è difficilissimo sgonfiare: chi di essa si nutre non intende mollare l’osso. Le azioni messe in atto per controllare la situazione sono molteplici, ma le più gettonate sono la macchina del fango e il silenziatore. Ne ho diretta esperienza personale. Scusate se parlo di me, ma quel che segue vale per chiunque altro si trovi nella mia posizione. Nel 2019 sono stato invitato da Lilli Gruber a dibattere di clima a Otto e mezzo: nel giro di pochi giorni, attivisti specializzati a gettar fango inviarono una lettera alla giornalista lamentandosi che non avrebbe dovuto invitarmi perché io collaborerei con una «lobby del carbone e del petrolio finanziata dalla Exxon Mobil». L’infamante monito deve aver impensierito la Gruber. Lo stesso anno l’Accademia dei Lincei aveva organizzato un convegno sul clima al quale i professori Nicola Scafetta e Uberto Crescenti e io avanzammo la richiesta di presentare una relazione. La richiesta fu accolta dal Comitato scientifico del convegno, ma non appena la cosa arrivò alle orecchie della macchina del fango, questa si mise in moto. Repubblica titolò: «I Lincei organizzano un convegno e fanno parlare il negazionista Battaglia». La cosa inorgoglì me, perché non pensavo di essere così importante, ma impaurì alcune cariatidi dell’Accademia, che cancellarono addirittura l’intera conferenza. Non solo, un senatore M5s, il compianto Franco Ortolani, organizzò in un’auletta del Senato la presentazione di un libro titolato Clima: basta catastrofismi, scritto a più mani da quelli che poi avrebbero costituito il think tank Clintel-Italia. Stavolta la macchina del fango partiva da una nota di Angelo Bonelli, rilanciata dall’Ansa: «Vergogna! Il M5s fa parlare i negazionisti climatici». Non si è mai capito su che basi Bonelli, che è un geometra, poteva contestare Scafetta e Ortolani, entrambi professori all’università di Napoli. Quanto a me, la macchina del fango messa in moto da Bonelli suonava il disco rotto del denaro che qualche multinazionale mi elargirebbe. Alla fine, i dirigenti del M5s bloccarono la presentazione del libro. L’ultima non riguarda me ma John Clauser, premio Nobel per la Fisica che, studiando a fondo la questione climatica, ha concluso non solo che «non vi è alcuna crisi climatica», ma anche che «una più alta concentrazione atmosferica di CO2 può solo essere di beneficio per l’umanità». Clauser ha affermato: «La narrazione sul cambiamento climatico riflette una pericolosa corruzione nella comunità scientifica, che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. Non esiste alcuna crisi climatica. Esiste, invece, il vero problema di garantire uno standard di vita decente alla numerosa popolazione mondiale. Esiste una crisi energetica, aggravata da una scienza climatica errata». Clauser aveva anche avuto l’occasione di dire al presidente americano Biden di non concordare con la politica climatica di questi. Secondo voi, se non l’ho passata liscia io che sono un nessuno, poteva passarla liscia un premio Nobel per la fisica? Certo che no. In questi giorni, Clauser avrebbe dovuto presentare una conferenza organizzata dal Fondo monetario internazionale (Fmi). E tale Pablo Moreno, responsabile dell’Ufficio di valutazione del Fmi ha pensato bene di cancellare la conferenza. Ufficialmente è stata posposta a data futura. Anche quella del Lincei era stata ufficialmente «posposta». Clauser non è l’unico Nobel a essersi accorto della balla del clima. Qualche anno fa Ivar Giaever ha strappato la sua tessera di membro della American physics society perché questa aveva dichiarato che «è incontrovertibile che l’uomo cambia il clima», affermazione di cui Giaever si vergognava, tanto è stupida. E Robert Laughlin, altro Nobel per la fisica, dichiarava già nel 1998: «Il clima è fuori dal nostro controllo e non possiamo, né dobbiamo, far nulla per tentare di evitarne il cambiamento». Ma volete mettere tutti costoro, con Greta, Bonelli e Pecoraro Scanio? Non sia mai.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
Continua a leggereRiduci
Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
Continua a leggereRiduci
Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.