Fine vita, la scomunica dei vescovi: «In Emilia chi soffre diventa inutile»
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La Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna (Ceer) finalmente si è fatta sentire.

Dopo l’approvazione della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, i vescovi presieduti da monsignor Giacomo Morandi dichiarano che questa «non è la risposta al vero problema che la malattia e la sofferenza pongono all’essere umano. Al contrario, in questi momenti la persona ha bisogno di essere accompagnata e sostenuta da coloro che sappiano condividere questa fase della vita e i suoi interrogativi e anche da quelle cure palliative che, se fossero assicurate a tutti, garantirebbero sollievo e sostenibilità nella malattia e nel dolore».

I presuli sottolineano che l’Emilia-Romagna è la terza Regione, dopo Toscana e Sardegna, a dotarsi di una normativa specifica sul tema. Il tutto avviene in assenza di una legge nazionale e «apre la strada a prevedibili allargamenti». Inoltre, «favorisce una cultura della “inutilità” della vita della persona sofferente e gravemente inabile».

I vescovi emiliani già si erano detti preoccupati il 29 febbraio del 2024, quando era ancora solo una proposta della Regione l’introduzione del fine vita attraverso un decreto amministrativo. Adesso che è legge, si alza la loro condanna: «Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica». Si dicono d’accordo con l’episcopato Toscano e ribadiscono la nota del 28 gennaio 2025: «La vita umana è un valore assoluto, tutelato anche dalla Costituzione: non c’è un “diritto di morire” ma il diritto di essere curati e il Sistema sanitario esiste per migliorare le condizioni della vita e non per dare la morte».

La bocciatura della legge approvata dalla Regione rossa è totale, da parte del vertice della Chiesa locale. «Il principio di autodeterminazione reso assoluto finisce per snaturare l’esistenza in una dimensione privata, isolata, che provoca solitudine e che priva la persona della relazione con gli altri, in un individualismo che rinnega il valore della vita come bene comune da difendere e custodire insieme». Parole che dovrebbero scuotere i credenti, troppo indifferenti alla piega che ha assunto il dibattito sul «diritto» di scegliere di abbreviare la propria vita (sacra e inviolabile), al cospetto di una sofferenza che si vuole evitare.

Già la legge 219 del 2017 consente la rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza, se un paziente capace di intendere è affetto da patologie irreversibili e non regge più le sofferenze. «L’approvazione della legge sull’assistenza in Emilia-Romagna è l’ennesima forzatura ideologica della sinistra. Un segnale devastante e una vera e propria resa culturale e valoriale della politica», sostiene Maddalena Morgante, deputato di Fratelli d’Italia e responsabile Famiglia e valori non negoziabili del partito. Servono «risposte di civiltà», dice, alle patologie irreversibili, come «sostenere le famiglie e i caregiver, troppo spesso lasciati soli ad affrontare drammi giganteschi».

Sono le cure palliative che andrebbero assicurate a tutti: «Garantirebbero sollievo e sostenibilità nella malattia e nel dolore», è il richiamo che fanno i vescovi dell’Emilia-Romagna. In ogni caso, su una questione così delicata non possono legiferare le Regioni.

«Le varie iniziative regionali, di fatto avviate più o meno direttamente da Marco Cappato e dalla sua associazione, rischiano di creare confusione. Non a caso due di esse, quella della Regione Toscana e, più recentemente, quella della Regione Sardegna, sono incappate in un verdetto della Corte costituzionale che ne ha dichiarato l’incostituzionalità parziale in vari punti», commenta con La Verità Antonio Rinaudo, ex magistrato della Procura di Torino.

E aggiunge: «Non vedo come la recente norma emanata dall’Emilia-Romagna sul fine-vita possa evitare lo stesso destino: impugnazione da parte del governo e parziale bocciatura da parte della Consulta». Rinaudo è presidente del Comitato etico territoriale del Piemonte, l’organismo chiamato a esaminare e validare la relazione medica sulla sussistenza dei requisiti per il suicidio medicalmente assistito. «Un ente locale come la Regione non può definire, dilatare o circoscrivere elementi del diritto fissati dal Codice penale, ed è il caso dell’aiuto al suicidio depenalizzato dalle sentenze della Consulta», afferma l’ex magistrato.

«Ostinarsi a farlo significa esondare dalle proprie competenze, o per motivazioni ideologiche o per scarsa competenza giuridica. Anche perché, come mostra la semplice cronaca, la morte medicalmente assistita viene attuata alle condizioni dettate dalla Corte anche nelle Regioni che non hanno legiferato in materia. Farlo introduce un federalismo sanitario e un potenziale turismo mortuario in palese conflitto con la Carta e con i pronunciamenti della stessa Corte costituzionale».

Già accade, non ultimo l’appello per andare a morire in Toscana di Pasquale Centrone, 63 anni, noto come Tuccino, titolare di uno storico ristorante di Polignano a Mare, in provincia di Bari. Affetto da anni da sclerosi laterale amiotrofica, l’uomo ha chiesto al presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, di portarlo a morire là dove è consentito il suicidio medicalmente assistito. Vuole farla finita perché, dice, «non riuscite a dare a me ed a quelli come me, pazienti fragili di terzo livello, una assistenza domiciliare duratura e dignitosa».

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