schiavismo revisione
Un’incisione che illustra la cattura di un gruppo di schiavi neri destinati alla vendita da parte di mercanti arabi (Getty Images)

Uno dei grandi classici della cosiddetta cultura della cancellazione è stato ed è ancora l’accusa di schiavismo. Rappresenta in qualche modo il culmine del male eterno di cui l’Occidente, secondo il grande racconto progressista, sarebbe portatore. Gli europei hanno colonizzato, massacrato, deportato, compiuto genocidio in varie parti del globo. Le statue di sovrani, soldati e persino intellettuali vengono abbattute o comunque condannate in virtù del marchio di infamia. Lo schiavismo, dice l’inquisitore woke, è l’apoteosi del razzismo eurocentrico che sottomette i popoli del mondo. Peccato che la Storia sia leggermente più sfumata di come il censore progressista medio ama raccontarsela. Crudeltà e malefatte appartengono al passato di ogni nazione, ed è semplicemente assurdo processare quel passato sulla base di una morale presente.

Un esempio mirato ma potentissimo dell’ipocrisia del wokismo (ancora) imperante è fornito da un saggio importante pubblicato con coraggio da Massari editore, un marchio non certo destrorso, anzi, che ha l’impagabile merito di sfidare i luoghi comuni e portare al pubblico italiano La tratta arabo-musulmana. 13 secoli di razzismo e stermini firmato nel 2008 da Tidiane N’Diaye (1950-2025), antropologo, economista e saggista franco-senegalese, ricercatore presso l’Insee (Istituto nazionale di statistica e studi economici), docente universitario e pensatore autorevole. Il suo libro è forse l’unico studio dedicato allo schiavismo a lungo praticato nel mondo arabo musulmano. Un fenomeno a cui molti autori hanno fatto cenno, ma che non viene mai citato dalle grandi organizzazioni internazionali e dai grandi agitatori terzomondisti. Giova ricordare che molto di recente, il 25 marzo 2026, in occasione della Giornata internazionale in memoria delle vittime della schiavitù, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi come «il più grave crimine contro l’umanità» mai commesso. Un crimine di cui ovviamente è colpevole il perfido Occidente. Eppure N’Diaye racconta una storia del tutto analoga di cui gli arabi furono i protagonisti.

«Nel corso dei loro movimenti di conquista, gli arabi avevano cominciato col sottomettere e islamizzare il Nordafrica, prima di dirigersi verso la Spagna», scrive. «In quella terra svilupparono una brillante civiltà, simboleggiata dagli emirati e dai califfati di Cordova. Al loro ritorno in Africa, però, in una nuova ondata di islamizzazione dei popoli, portarono con sé una cascata di sventure. Sotto l’avanzata araba, la sopravvivenza divenne una vera e propria sfida per le popolazioni. Milioni di africani furono razziati, massacrati o catturati, castrati e deportati verso il mondo arabo-musulmano. Ciò avveniva in condizioni disumane, tramite carovane attraverso il Sahara o via mare. Tale fu in realtà la prima attività della maggior parte degli arabi che islamizzavano i popoli africani, spacciandosi per pilastri della fede e modelli per i credenti. Spesso andavano di paese in paese, il Corano in una mano, il coltello per eunuchi nell’altra, conducendo ipocritamente una “vita di preghiera”, non pronunciando parola senza invocare Allah e gli hadith del suo Profeta. Belli e nobili principi in verità, ma che furono calpestati – con quanta allegria, indegnità e malafede! – dagli schiavisti arabi, nel loro mettere l’Africa a ferro e fuoco».

Massacri, sottomissione, castrazioni per procacciarsi schiavi eunuchi considerati pregiati e dunque più profittevoli. Tutto questo per secoli e secoli. «E questo perché, dietro il pretesto religioso, commettevano i crimini più rivoltanti e le crudeltà più atroci», continua il saggista senegalese. «Ciò spinse Édouard Guillaumet a dire: “Che disgrazia per l’Africa, il giorno in cui gli arabi misero piede nell’inter-no. Poiché con loro penetrarono sia la loro religione sia il loro disprezzo per il Negro…”. Se al giorno d’oggi, per quanto riguarda l’islamizzazione dei popoli africani, nella maggior parte dei Paesi la religione del profeta Muhammad con il suo prestigio sociale e intellettuale ha fatto enormi concessioni alle tradizioni ancestrali, integrandosi armoniosamente senza distruggere culture e lingue, non è sempre stato così: la storia degli arabi che immersero i popoli neri nelle tenebre fu soprattutto una storia di male assoluto. Mentre la tratta transatlantica è durata quattro secoli, sono stati tredici, invece, i secoli e senza interruzione in cui gli arabi hanno razziato l’Africa subsahariana. La maggior parte dei milioni di persone che deportarono scomparve a causa dei trattamenti disumani, ai quali si aggiunse la pratica della castrazione». Curioso no? Quello che secondo l’Onu è il più grande crimine della Storia è durato meno di un terzo rispetto a quello commesso dagli arabi musulmani. Eppure non se ne parla mai.

«La tratta schiavistica arabo-musulmana iniziò quando l’emiro e generale arabo Abdallah ben Saïd impose ai sudanesi un bakht (accordo), concluso nel 652, obbligandoli a consegnare annualmente centinaia di schiavi», prosegue N’Diaye. «La maggior parte di costoro era prelevata dalle popolazioni del Darfur. E questo fu il punto di partenza di un enorme prelievo umano, che terminerà ufficialmente solo all’inizio del XX secolo. Una pagina così dolorosa della storia dei popoli neri sembra non essere stata ancora voltata definitivamente. In seguito al secondo conflitto mondiale e alla scoperta degli orrori della Shoah, l’umanità ha preso esatta misura della possibile crudeltà dell’uomo e della fragilità della sua condizione. Sotto lo shock, la comunità internazionale dichiarò, in un celebre e memorabile never again, che mai più avrebbe permesso che tali eventi si verificassero. […] Sarebbe veramente l’ora che la genocida tratta schiavistica arabo-musulmana fosse esaminata e inserita nel dibattito, allo stesso titolo della tratta transatlantica. Anzi, benché non esistano gradi nell’orrore né monopolio della crudeltà, si può sostenere, senza rischio di sbaglia-re, che il commercio schiavistico arabo-musulmano e le jihad (guerre sante) – messe in atto da spietati predatori per procurarsi dei prigionieri – furono per l’Africa nera ben più devastanti della tratta transatlantica».

Già: l’autore franco-senegalese sostiene addirittura che la tratta araba fu peggiore di quella occidentale. La documenta passo dopo passo e arriva a considerarla un genocidio. E il suo libro, in effetti, contiene passaggi spaventosi. Questo significa che l’Occidente è puro e candido? Certo che no. Dimostra soltanto che esiste una squallida doppia morale. E che chi processa il passato in nome di una presunta superiorità morale è, semplicemente, un idiota.

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