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2021-10-18
Carta verde. Tutto il mondo ci guarda ma non ci imita
iStock
Sarà forse la sindrome dell'ultimo della classe. È probabile che con l'estensione del green pass abbia giocato anche questo fattore, voler fare meglio di tutti in Europa, dopo essere stati bollati come «gli untori del mondo», anche se ha influito in modo determinante lo shock dei mesi di pandemia dura con gli ospedali in emergenza, saturi di ricoveri. Il certificato vaccinale introdotto dal presidente francese Emmanuel Macron è diventato la bandiera della lotta al Covid del governo di Mario Draghi. E il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori è diventato il provvedimento più rigido mai approvato finora in Europa.
Le istituzioni europee stanno a guardare e non prendono posizione anche perché i riflettori ora sono accesi sulla ripresa economica, il nodo della bolletta energetica e lo spettro dell'inflazione. Temi ai quali si sovrappongono situazioni di instabilità politica: il nuovo governo in Germania, le dimissioni del premier austriaco, la spaccatura sulla gestione del problema dell'immigrazione. Insomma, di punti interrogativi e di tensioni ce ne sono abbastanza da sconsigliare qualsiasi iniziativa che equivalga a mettere benzina sul fuoco di una situazione di generale difficoltà economica.
Paesi avanti nella vaccinazione hanno scelto di non seguire il modello italiano anche per evitare tensioni interne in un momento di snodo per la ripresa europea. La Francia, che pure per prima ha tenuto a battesimo il certificato come lasciapassare per entrare in ristoranti e bar, teatri o fiere, viaggi di lunga percorrenza su treni, aerei e pullman, lo richiede solo per alcune categorie di lavoratori tra cui il personale della sanità, i dipendenti di ristoranti, cinema, musei, centri commerciali, palestre. Non c'è l'obbligo della mascherina. Il portavoce del governo, Gabril Attal, ha annunciato, come riporta Le Figaro, che se la situazione continua a migliorare il pass sanitario potrebbe essere modificato o addirittura sospeso. Finora sono stati sospesi diverse migliaia tra medici e personale infermieristico contrari alla vaccinazione.
La misura continua a suscitare proteste. Sono scese in piazza a manifestare, anche le badanti che improvvisamente si sono trovate davanti a un bivio con la prospettiva di perdere il lavoro. Nei movimenti no vax e no green pass confluiscono frange dei gilet gialli, e un ulteriore giro di vite potrebbe innescare il detonatore della rabbia sociale. Il Covid ha messo a dura prova le periferie delle grandi città e i piccoli centri di provincia. Così Macron procede con i piedi di piombo. L'obbligo della vaccinazione riguarda il personale sanitario e quello delle case di riposo ma non chi lavora nella scuola.
In Spagna il problema non si è posto più da quando il tribunale regionale della Galizia ha dichiarato non valido il requisito della certificazione per accedere a bar, ristoranti e locali notturni in certe zone della regione. La Galizia era l'ultimo territorio in cui la misura era ancora vigente, dopo che precedenti sentenze avevano fatto cadere l'obbligo in Andalusia, Cantabria e le Canarie. In Catalogna, venerdì scorso sono state eliminate tutte le restrizioni ed è stata annunciata la fine dell'emergenza.
In Germania spetta ai Länder stabilire le misure restrittive. Il green pass è obbligatorio per accedere a ospedali, piscine, ristoranti al chiuso, palestre, parrucchieri e per prenotare le stanze di hotel ma non per i lavoratori. In Grecia i lavoratori devono fare un tampone a settimana a proprie spese mentre c'è l'obbligo della vaccinazione per chi lavora nella sanità.
In Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Romania, Danimarca, Croazia il pass serve per frequentare ristoranti, palestre, hotel, musei, ma non per accedere a uffici pubblici, scuole, università e nemmeno per andare a lavorare. In Belgio è obbligatorio solo l'uso della mascherina per gli addetti al settore dell'accoglienza, mentre il certificato verde è richiesto ai turisti. Nel Regno Unito, vige da tempo l'assoluta mancanza di restrizioni. Non è richiesto il certificato di vaccinazione per entrare nei locali o per assistere a concerti, spettacoli e manifestazioni sportive mentre lo ha imposto la Scozia.
Spagna: impossibile far accettare restrizioni. Presto addio anche alle mascherine
«Sarebbe impossibile far accettare agli spagnoli le restrizioni del green pass come ci sono in Italia. Il governo ha scelto la linea soft e ora che i numeri del contagio stanno scendendo si parla di togliere le mascherine. Figurarsi imporre il certificato vaccinale sul lavoro. Ora l'attenzione è concentrata sulla ripresa dell'economia. Gli spagnoli vogliono lasciarsi alle spalle il Covid e sono desiderosi di voltare pagina prima possibile. Il green pass esteso a tutte le attività non sarebbe percepito come un passo in avanti verso lo sviluppo del Paese». Norma Pellegrino è avvocato e vive a Madrid da oltre dieci anni. Gli spagnoli come giudicano le restrizioni che continuano a persistere in Italia? «In Spagna l'unico obbligo in vigore riguarda l'uso delle mascherine nei luoghi chiusi e sui mezzi di trasporto ma nessuno si azzarda a chiedere il green pass all'ingresso di un ristorante o per entrare in una sala di concerto. Gli spagnoli non capiscono le motivazioni che hanno indotto il governo italiano a introdurre l'obbligo del certificato vaccinale sui luoghi di lavoro».
La notizia delle rigorose restrizioni italiane ha «molto sorpreso» i suoi amici e colleghi. «In Spagna un provvedimento del genere sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale», spiega Pellegrino. «Scatenerebbe le proteste. La popolazione è stremata da oltre un anno di pandemia e ora, con i numeri dei contagi in calo, vuole riprendere la vita normale, viaggiare, lavorare a pieno ritmo. Ora che la fase di emergenza è passata, un altro giro di vite non sarebbe accettato perché incomprensibile». Sulle tv spagnole sono rimbalzate le immagini degli scontri in piazza dei manifestanti contrari al certificato verde. «Nessuno qui a Madrid si è stupito di quelle reazioni», spiega. «Molti credono che sarebbe successo lo stesso di fronte a un atteggiamento così rigido del governo e senza gravissimi dati pandemici. Qui i movimenti no vax sono una minoranza proprio perché la politica ha scelto una linea morbida e ora punta a voltare pagina. Si discute molto di cure domiciliari. L'obbligo del certificato sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale, un ostacolo alle attività economiche, ingiustificabile in un momento in cui tutti vogliamo la ripresa».
Secondo Norma Pellegrino è molto radicata la convinzione che il vaccino «non impedisca comunque il contagio. Si può avere il green pass e essere comunque portatori del virus in modo asintomatico. Quindi imporre il certificato non avrebbe grandi benefici. Questo è ciò che pensa la maggior parte degli spagnoli».
Alvaro Cicco vive da 26 anni a Madrid: «Mai avuto il green pass. Ho un'impresa immobiliare e un ristorante e non posso obbligare i dipendenti a vaccinarsi. Non lo chiedo, non mi interessa saperlo. C'è insofferenza per la mascherina, figurarsi per altri obblighi. Non c'è nemmeno il vincolo per la capienza nei locali al chiuso. In tante aziende c'è ancora lo smart working. Madrid è stata la prima città ad aprire le attività rispetto al resto della Spagna».
Danimarca: la vita è tornata normale da un pezzo. E chi viaggia vuole regole più chiare
«I danesi hanno accettato con difficoltà la mascherina, figurarsi le restrizioni più drastiche. Un mio amico, prima di organizzare le vacanze in Italia, mi ha chiesto se ancora c'erano le restrizioni e appena saputo che nei locali chiusi è ancora obbligatoria la mascherina, ha rinunciato al viaggio. In Danimarca dal 10 settembre sono state abolite tutte le misure anti Covid e si è tornati alla totale normalità. È normale che sia così, siamo a un livello di vaccinazione intorno all'80%». È la testimonianza di Jesper Storgaard Jensen, corrispondente dall'Italia del settimanale Weekendavisen. L'80% è una quota simile a quella raggiunta in Italia: seguendo il modello danese si dovrebbe riaprire tutto anche qui. «Sì, noi facciamo fatica a capire le vostre restrizioni», dice Storgaard Jensen, «ma è anche vero che nel vostro Paese il Covid ha causato la morte di più persone, è stata una grande tragedia e forse si vuole rispondere a un'emergenza con misure drastiche».
In Danimarca il green pass è stato abolito quando ancora la percentuale dei vaccinati era sotto l'80%. «I danesi hanno una percezione del pericolo meno accentuata degli italiani e ora tutta l'attenzione è rivolta ad altri temi», spiega il giornalista. «Sui giornali e in tv si parla più della ripresa economica generale, del problema energetico. La pandemia appartiene già al passato».
E il rapporto con l'Italia, da turisti? «Si ha una visione un po' confusa circa i provvedimenti restrittivi. Chi viene in Italia per turismo o per business si deve aggiornare continuamente. In tanti mi chiedono, prima di un viaggio nel vostro Paese, se i bambini devono essere vaccinati, se occorre fare il tampone per entrare nei ristoranti. Però sono altri i temi dell'Italia che interessano. Ho un blog su Facebook e quando ho postato le scene degli scontri di sabato a Roma ho riscontrato poche visualizzazioni, ma è bastato che mettessi l'annuncio di un nuovo locale a Trastevere per scatenare l'interesse. Così quando dalla Danimarca mi chiedono come mai in Italia c'è ancora il green pass, io ricordo che gli ospedali sono andati in tilt, la spesa sanitaria è aumentata e il governo non vuole tornare a quei mesi critici. Resta comunque difficile far digerire a un danese che viene in Italia, l'obbligo della mascherina».
Francia: «La "liberté" viene prima di tutto. Voi italiani siete troppo remissivi»
«L'Italia, dal punto di vista dei francesi, è più incline a farsi sottomettere dal governo per quanto riguarda le restrizioni. Ma forse questo atteggiamento è stato causato dalla gravità dell'epidemia nel vostro Paese. Qui il green pass obbligatorio sul posto di lavoro sarebbe inconcepibile, scatenerebbe una protesta peggiore di quella che abbiamo visto nelle piazze italiane come riportato nei telegiornali francesi»: Anna Colao, di genitori italiani, è nata e vive a Parigi ed è dipendente della casa editrice Albin Michel. Spiega che la situazione in Francia, per le politiche sulla vaccinazione e le restrizioni, è molto complessa.
«Nei movimenti no vax confluiscono anche gli scontenti della politica del presidente Macron, ci sono frange dei gilet gialli e delle periferie urbane più degradate. Ma la protesta coinvolge anche i ceti intellettuali. Persone di buon reddito non concepiscono il certificato verde perché lo considerano uno strumento di controllo da parte del governo». Colao riferisce di una collega della casa editrice, over 50, due figli, che ha aspettato a lungo prima di vaccinarsi e solo ultimamente ha scaricato sullo smartphone l'applicazione con la certificazione: «Temeva, mi ha detto, di essere controllata negli spostamenti, di perdere parte della sua libertà. Ecco, il problema più sentito dai francesi è che il certificato imposto rappresenta una restrizione della libertà individuale».
Anna Colao si dice molto stupita della capacità degli italiani di accettare questo tipo di restrizioni molto rigide. «Il green pass italiano obbligatorio è considerato dai francesi come uno strumento subdolo, un modo per indurre la vaccinazione senza dirlo chiaramente. È un modo per costringere le persone a una scelta, restringendo i margini di manovra a chi non aderisce. Qui in Francia un provvedimento così drastico sarebbe impossibile da far digerire, si scatenerebbe il finimondo. Forse qui c'è una sensibilità per la libertà personale più spiccata. E probabilmente dopo la pandemia, gli italiani avendo sofferto mesi terribili, sono più ubbidienti e accettano le restrizioni anche dure».
L'editor sottolinea che mentre i parigini delle classi elevate sarebbero più disponibili a regole stringenti, «non così quanti vivono nelle banlieu o nella provincia dove la crisi si fa sentire di più e il Covid ha causato la chiusura di tante attività. Ora c'è voglia di tornare alla normalità. No, davvero il green pass obbligatorio non lo capiamo né tantomeno sarebbe accettato».
Belgio: le istituzioni europee non danno giudizi. Interessa di più il Pnrr
«Le istituzioni europee sono state molto attive per introdurre il green pass e favorire così gli spostamenti all'interno dell'Unione, poi però hanno lasciato ai singoli Paesi le decisioni sulle regole da stabilire al loro interno. La situazione non è omogenea. Ci sono realtà come nell'Est Europa in cui la vaccinazione procede con lentezza e quindi introdurre misure stringenti per le attività economiche vorrebbe dire bloccare la ripresa. In alcuni Paesi ci sono situazioni politiche delicate. Pensiamo alla Germania alle prese con nuovi equilibri di governo o all'Austria dove si è dimesso il premier. In Danimarca sono talmente avanti con la vaccinazione e i casi di contagio sono così marginali che sono state abolite tutte le restrizioni. Ciò che interessa ora a Bruxelles è ridare slancio all'economia. Le istituzioni europee hanno assunto la linea di non entrare nel merito delle decisioni di ciascuno Stato membro».
Renato Coen, corrispondente di Sky da Bruxelles, fa uno scenario di come vengono viste dalle istituzioni le misure restrittive prese dal governo di Mario Draghi. «Il sentiment è favorevole ma non ci sono prese di posizione ufficiali. Ora i fari sono accesi sul Pnrr, il Piano di rilancio dell'economia. C'è grande preoccupazione per l'aumento della bolletta energetica e per la transizione ecologica. Continua a esserci un pressing su quei Paesi che sono indietro con la vaccinazione. Si insiste più sulla immunizzazione che sul green pass», sottolinea Coen. «Bisogna fare l'ultimo passo per uscire dalla pandemia e riprendere a marciare, è quello che Bruxelles dice con forza. La priorità è ripartire».
Londra boccia la linea intransigente. «Chi lavora non deve avere controlli»
Roberto Di Febo, da oltre vent'anni a Londra, dirige la clinica Italian doctors, punto di riferimento sanitario degli italiani che vivono nella capitale britannica. «Qui i locali sono pieni», racconta, «la sera nel centro si fatica a camminare, c'è ancora qualcuno che porta la mascherina, ma sono i più anziani. Nessuno si sognerebbe mai di imporre nuove restrizioni. Dopo la vaccinazione a tappeto siamo tornati alla normalità e qui non si capisce come mai in Italia continuano a esserci misure così severe a fronte della regressione della pandemia. C'è la convinzione generale che il green pass non abbia senso dal momento che chi è vaccinato può comunque essere un veicolo di contagio».
«Il governo britannico», aggiunge Di Febo, «ha deciso che era arrivato il momento di voltare pagina e gli inglesi sono soddisfatti di questa scelta, non tornerebbero mai indietro. Non considerano l'Italia un modello da imitare. È una follia pensare di sospendere dal lavoro chi non è vaccinato. A Londra mal sopportavano la mascherina, figurarsi l'obbligo del certificato vaccinale per lavorare o entrare in un locale chiuso». Di Febo risponde alla nostra telefonata mentre è in metropolitana di rientro dal lavoro: «Sono qui stretto nella calca che di solito è caratteristica del fine giornata e nessuno porta la mascherina. Nemmeno questi due poliziotti che ho davanti».
Alex Deane, socio di una società di consulenza della City e commentatore politico, è però ottimista sull'evoluzione della situazione italiana: «Le restrizioni possono essere frustranti, ma esistono nella maggior parte dei mercati e dobbiamo imparare a conviverci. Non penso che in Italia dureranno a lungo perché la pandemia sta regredendo e comunque gli inglesi amano talmente tanto il vostro Paese che presto torneranno a visitarlo anche con gli ostacoli delle mascherine e della vaccinazione. Ogni Paese ha il suo sistema di regole e su questo gli inglesi sono molto rispettosi. E poi ci sono i rapporti economici, gli scambi commerciali che non possono subire battute d'arresto. I viaggi e il business non saranno scoraggiati dalle restrizioni anche se vorremmo che finissero presto. Nel post Brexit si sono aperte tante opportunità per la cooperazione bilaterale. Penso che il 2022 segnerà il ritorno alla normalità e sono ottimista sul fatto che l'Italia vedrà molti più britannici in visita e tanti italiani ospiti qui. Entrambe le nostre economie ne hanno bisogno ed entrambe le nostre popolazioni ne beneficeranno».
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Nemmeno i Paesi che si trovano più indietro con la campagna vaccinale hanno esteso l'obbligo del certificato come imposto dal governo Draghi: l'attenzione è concentrata sull'economia e su come evitare le tensioni sociali. Proprio quelle che invece sono esplose qui.Lo speciale contiene sei articoli.Sarà forse la sindrome dell'ultimo della classe. È probabile che con l'estensione del green pass abbia giocato anche questo fattore, voler fare meglio di tutti in Europa, dopo essere stati bollati come «gli untori del mondo», anche se ha influito in modo determinante lo shock dei mesi di pandemia dura con gli ospedali in emergenza, saturi di ricoveri. Il certificato vaccinale introdotto dal presidente francese Emmanuel Macron è diventato la bandiera della lotta al Covid del governo di Mario Draghi. E il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori è diventato il provvedimento più rigido mai approvato finora in Europa. Le istituzioni europee stanno a guardare e non prendono posizione anche perché i riflettori ora sono accesi sulla ripresa economica, il nodo della bolletta energetica e lo spettro dell'inflazione. Temi ai quali si sovrappongono situazioni di instabilità politica: il nuovo governo in Germania, le dimissioni del premier austriaco, la spaccatura sulla gestione del problema dell'immigrazione. Insomma, di punti interrogativi e di tensioni ce ne sono abbastanza da sconsigliare qualsiasi iniziativa che equivalga a mettere benzina sul fuoco di una situazione di generale difficoltà economica. Paesi avanti nella vaccinazione hanno scelto di non seguire il modello italiano anche per evitare tensioni interne in un momento di snodo per la ripresa europea. La Francia, che pure per prima ha tenuto a battesimo il certificato come lasciapassare per entrare in ristoranti e bar, teatri o fiere, viaggi di lunga percorrenza su treni, aerei e pullman, lo richiede solo per alcune categorie di lavoratori tra cui il personale della sanità, i dipendenti di ristoranti, cinema, musei, centri commerciali, palestre. Non c'è l'obbligo della mascherina. Il portavoce del governo, Gabril Attal, ha annunciato, come riporta Le Figaro, che se la situazione continua a migliorare il pass sanitario potrebbe essere modificato o addirittura sospeso. Finora sono stati sospesi diverse migliaia tra medici e personale infermieristico contrari alla vaccinazione.La misura continua a suscitare proteste. Sono scese in piazza a manifestare, anche le badanti che improvvisamente si sono trovate davanti a un bivio con la prospettiva di perdere il lavoro. Nei movimenti no vax e no green pass confluiscono frange dei gilet gialli, e un ulteriore giro di vite potrebbe innescare il detonatore della rabbia sociale. Il Covid ha messo a dura prova le periferie delle grandi città e i piccoli centri di provincia. Così Macron procede con i piedi di piombo. L'obbligo della vaccinazione riguarda il personale sanitario e quello delle case di riposo ma non chi lavora nella scuola. In Spagna il problema non si è posto più da quando il tribunale regionale della Galizia ha dichiarato non valido il requisito della certificazione per accedere a bar, ristoranti e locali notturni in certe zone della regione. La Galizia era l'ultimo territorio in cui la misura era ancora vigente, dopo che precedenti sentenze avevano fatto cadere l'obbligo in Andalusia, Cantabria e le Canarie. In Catalogna, venerdì scorso sono state eliminate tutte le restrizioni ed è stata annunciata la fine dell'emergenza. In Germania spetta ai Länder stabilire le misure restrittive. Il green pass è obbligatorio per accedere a ospedali, piscine, ristoranti al chiuso, palestre, parrucchieri e per prenotare le stanze di hotel ma non per i lavoratori. In Grecia i lavoratori devono fare un tampone a settimana a proprie spese mentre c'è l'obbligo della vaccinazione per chi lavora nella sanità.In Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Romania, Danimarca, Croazia il pass serve per frequentare ristoranti, palestre, hotel, musei, ma non per accedere a uffici pubblici, scuole, università e nemmeno per andare a lavorare. In Belgio è obbligatorio solo l'uso della mascherina per gli addetti al settore dell'accoglienza, mentre il certificato verde è richiesto ai turisti. Nel Regno Unito, vige da tempo l'assoluta mancanza di restrizioni. Non è richiesto il certificato di vaccinazione per entrare nei locali o per assistere a concerti, spettacoli e manifestazioni sportive mentre lo ha imposto la Scozia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spagna-impossibile-far-accettare-restrizioni-presto-addio-anche-alle-mascherine" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Spagna: impossibile far accettare restrizioni. Presto addio anche alle mascherine «Sarebbe impossibile far accettare agli spagnoli le restrizioni del green pass come ci sono in Italia. Il governo ha scelto la linea soft e ora che i numeri del contagio stanno scendendo si parla di togliere le mascherine. Figurarsi imporre il certificato vaccinale sul lavoro. Ora l'attenzione è concentrata sulla ripresa dell'economia. Gli spagnoli vogliono lasciarsi alle spalle il Covid e sono desiderosi di voltare pagina prima possibile. Il green pass esteso a tutte le attività non sarebbe percepito come un passo in avanti verso lo sviluppo del Paese». Norma Pellegrino è avvocato e vive a Madrid da oltre dieci anni. Gli spagnoli come giudicano le restrizioni che continuano a persistere in Italia? «In Spagna l'unico obbligo in vigore riguarda l'uso delle mascherine nei luoghi chiusi e sui mezzi di trasporto ma nessuno si azzarda a chiedere il green pass all'ingresso di un ristorante o per entrare in una sala di concerto. Gli spagnoli non capiscono le motivazioni che hanno indotto il governo italiano a introdurre l'obbligo del certificato vaccinale sui luoghi di lavoro». La notizia delle rigorose restrizioni italiane ha «molto sorpreso» i suoi amici e colleghi. «In Spagna un provvedimento del genere sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale», spiega Pellegrino. «Scatenerebbe le proteste. La popolazione è stremata da oltre un anno di pandemia e ora, con i numeri dei contagi in calo, vuole riprendere la vita normale, viaggiare, lavorare a pieno ritmo. Ora che la fase di emergenza è passata, un altro giro di vite non sarebbe accettato perché incomprensibile». Sulle tv spagnole sono rimbalzate le immagini degli scontri in piazza dei manifestanti contrari al certificato verde. «Nessuno qui a Madrid si è stupito di quelle reazioni», spiega. «Molti credono che sarebbe successo lo stesso di fronte a un atteggiamento così rigido del governo e senza gravissimi dati pandemici. Qui i movimenti no vax sono una minoranza proprio perché la politica ha scelto una linea morbida e ora punta a voltare pagina. Si discute molto di cure domiciliari. L'obbligo del certificato sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale, un ostacolo alle attività economiche, ingiustificabile in un momento in cui tutti vogliamo la ripresa». Secondo Norma Pellegrino è molto radicata la convinzione che il vaccino «non impedisca comunque il contagio. Si può avere il green pass e essere comunque portatori del virus in modo asintomatico. Quindi imporre il certificato non avrebbe grandi benefici. Questo è ciò che pensa la maggior parte degli spagnoli». Alvaro Cicco vive da 26 anni a Madrid: «Mai avuto il green pass. Ho un'impresa immobiliare e un ristorante e non posso obbligare i dipendenti a vaccinarsi. Non lo chiedo, non mi interessa saperlo. C'è insofferenza per la mascherina, figurarsi per altri obblighi. Non c'è nemmeno il vincolo per la capienza nei locali al chiuso. In tante aziende c'è ancora lo smart working. Madrid è stata la prima città ad aprire le attività rispetto al resto della Spagna». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="danimarca-la-vita-e-tornata-normale-da-un-pezzo-e-chi-viaggia-vuole-regole-piu-chiare" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Danimarca: la vita è tornata normale da un pezzo. E chi viaggia vuole regole più chiare «I danesi hanno accettato con difficoltà la mascherina, figurarsi le restrizioni più drastiche. Un mio amico, prima di organizzare le vacanze in Italia, mi ha chiesto se ancora c'erano le restrizioni e appena saputo che nei locali chiusi è ancora obbligatoria la mascherina, ha rinunciato al viaggio. In Danimarca dal 10 settembre sono state abolite tutte le misure anti Covid e si è tornati alla totale normalità. È normale che sia così, siamo a un livello di vaccinazione intorno all'80%». È la testimonianza di Jesper Storgaard Jensen, corrispondente dall'Italia del settimanale Weekendavisen. L'80% è una quota simile a quella raggiunta in Italia: seguendo il modello danese si dovrebbe riaprire tutto anche qui. «Sì, noi facciamo fatica a capire le vostre restrizioni», dice Storgaard Jensen, «ma è anche vero che nel vostro Paese il Covid ha causato la morte di più persone, è stata una grande tragedia e forse si vuole rispondere a un'emergenza con misure drastiche». In Danimarca il green pass è stato abolito quando ancora la percentuale dei vaccinati era sotto l'80%. «I danesi hanno una percezione del pericolo meno accentuata degli italiani e ora tutta l'attenzione è rivolta ad altri temi», spiega il giornalista. «Sui giornali e in tv si parla più della ripresa economica generale, del problema energetico. La pandemia appartiene già al passato». E il rapporto con l'Italia, da turisti? «Si ha una visione un po' confusa circa i provvedimenti restrittivi. Chi viene in Italia per turismo o per business si deve aggiornare continuamente. In tanti mi chiedono, prima di un viaggio nel vostro Paese, se i bambini devono essere vaccinati, se occorre fare il tampone per entrare nei ristoranti. Però sono altri i temi dell'Italia che interessano. Ho un blog su Facebook e quando ho postato le scene degli scontri di sabato a Roma ho riscontrato poche visualizzazioni, ma è bastato che mettessi l'annuncio di un nuovo locale a Trastevere per scatenare l'interesse. Così quando dalla Danimarca mi chiedono come mai in Italia c'è ancora il green pass, io ricordo che gli ospedali sono andati in tilt, la spesa sanitaria è aumentata e il governo non vuole tornare a quei mesi critici. Resta comunque difficile far digerire a un danese che viene in Italia, l'obbligo della mascherina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="francia-la-liberte-viene-prima-di-tutto-voi-italiani-siete-troppo-remissivi" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Francia: «La "liberté" viene prima di tutto. Voi italiani siete troppo remissivi» «L'Italia, dal punto di vista dei francesi, è più incline a farsi sottomettere dal governo per quanto riguarda le restrizioni. Ma forse questo atteggiamento è stato causato dalla gravità dell'epidemia nel vostro Paese. Qui il green pass obbligatorio sul posto di lavoro sarebbe inconcepibile, scatenerebbe una protesta peggiore di quella che abbiamo visto nelle piazze italiane come riportato nei telegiornali francesi»: Anna Colao, di genitori italiani, è nata e vive a Parigi ed è dipendente della casa editrice Albin Michel. Spiega che la situazione in Francia, per le politiche sulla vaccinazione e le restrizioni, è molto complessa. «Nei movimenti no vax confluiscono anche gli scontenti della politica del presidente Macron, ci sono frange dei gilet gialli e delle periferie urbane più degradate. Ma la protesta coinvolge anche i ceti intellettuali. Persone di buon reddito non concepiscono il certificato verde perché lo considerano uno strumento di controllo da parte del governo». Colao riferisce di una collega della casa editrice, over 50, due figli, che ha aspettato a lungo prima di vaccinarsi e solo ultimamente ha scaricato sullo smartphone l'applicazione con la certificazione: «Temeva, mi ha detto, di essere controllata negli spostamenti, di perdere parte della sua libertà. Ecco, il problema più sentito dai francesi è che il certificato imposto rappresenta una restrizione della libertà individuale». Anna Colao si dice molto stupita della capacità degli italiani di accettare questo tipo di restrizioni molto rigide. «Il green pass italiano obbligatorio è considerato dai francesi come uno strumento subdolo, un modo per indurre la vaccinazione senza dirlo chiaramente. È un modo per costringere le persone a una scelta, restringendo i margini di manovra a chi non aderisce. Qui in Francia un provvedimento così drastico sarebbe impossibile da far digerire, si scatenerebbe il finimondo. Forse qui c'è una sensibilità per la libertà personale più spiccata. E probabilmente dopo la pandemia, gli italiani avendo sofferto mesi terribili, sono più ubbidienti e accettano le restrizioni anche dure». L'editor sottolinea che mentre i parigini delle classi elevate sarebbero più disponibili a regole stringenti, «non così quanti vivono nelle banlieu o nella provincia dove la crisi si fa sentire di più e il Covid ha causato la chiusura di tante attività. Ora c'è voglia di tornare alla normalità. No, davvero il green pass obbligatorio non lo capiamo né tantomeno sarebbe accettato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="belgio-le-istituzioni-europee-non-danno-giudizi-interessa-di-piu-il-pnrr" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Belgio: le istituzioni europee non danno giudizi. Interessa di più il Pnrr «Le istituzioni europee sono state molto attive per introdurre il green pass e favorire così gli spostamenti all'interno dell'Unione, poi però hanno lasciato ai singoli Paesi le decisioni sulle regole da stabilire al loro interno. La situazione non è omogenea. Ci sono realtà come nell'Est Europa in cui la vaccinazione procede con lentezza e quindi introdurre misure stringenti per le attività economiche vorrebbe dire bloccare la ripresa. In alcuni Paesi ci sono situazioni politiche delicate. Pensiamo alla Germania alle prese con nuovi equilibri di governo o all'Austria dove si è dimesso il premier. In Danimarca sono talmente avanti con la vaccinazione e i casi di contagio sono così marginali che sono state abolite tutte le restrizioni. Ciò che interessa ora a Bruxelles è ridare slancio all'economia. Le istituzioni europee hanno assunto la linea di non entrare nel merito delle decisioni di ciascuno Stato membro». Renato Coen, corrispondente di Sky da Bruxelles, fa uno scenario di come vengono viste dalle istituzioni le misure restrittive prese dal governo di Mario Draghi. «Il sentiment è favorevole ma non ci sono prese di posizione ufficiali. Ora i fari sono accesi sul Pnrr, il Piano di rilancio dell'economia. C'è grande preoccupazione per l'aumento della bolletta energetica e per la transizione ecologica. Continua a esserci un pressing su quei Paesi che sono indietro con la vaccinazione. Si insiste più sulla immunizzazione che sul green pass», sottolinea Coen. «Bisogna fare l'ultimo passo per uscire dalla pandemia e riprendere a marciare, è quello che Bruxelles dice con forza. La priorità è ripartire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="londra-boccia-la-linea-intransigente-chi-lavora-non-deve-avere-controlli" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Londra boccia la linea intransigente. «Chi lavora non deve avere controlli» Roberto Di Febo, da oltre vent'anni a Londra, dirige la clinica Italian doctors, punto di riferimento sanitario degli italiani che vivono nella capitale britannica. «Qui i locali sono pieni», racconta, «la sera nel centro si fatica a camminare, c'è ancora qualcuno che porta la mascherina, ma sono i più anziani. Nessuno si sognerebbe mai di imporre nuove restrizioni. Dopo la vaccinazione a tappeto siamo tornati alla normalità e qui non si capisce come mai in Italia continuano a esserci misure così severe a fronte della regressione della pandemia. C'è la convinzione generale che il green pass non abbia senso dal momento che chi è vaccinato può comunque essere un veicolo di contagio». «Il governo britannico», aggiunge Di Febo, «ha deciso che era arrivato il momento di voltare pagina e gli inglesi sono soddisfatti di questa scelta, non tornerebbero mai indietro. Non considerano l'Italia un modello da imitare. È una follia pensare di sospendere dal lavoro chi non è vaccinato. A Londra mal sopportavano la mascherina, figurarsi l'obbligo del certificato vaccinale per lavorare o entrare in un locale chiuso». Di Febo risponde alla nostra telefonata mentre è in metropolitana di rientro dal lavoro: «Sono qui stretto nella calca che di solito è caratteristica del fine giornata e nessuno porta la mascherina. Nemmeno questi due poliziotti che ho davanti». Alex Deane, socio di una società di consulenza della City e commentatore politico, è però ottimista sull'evoluzione della situazione italiana: «Le restrizioni possono essere frustranti, ma esistono nella maggior parte dei mercati e dobbiamo imparare a conviverci. Non penso che in Italia dureranno a lungo perché la pandemia sta regredendo e comunque gli inglesi amano talmente tanto il vostro Paese che presto torneranno a visitarlo anche con gli ostacoli delle mascherine e della vaccinazione. Ogni Paese ha il suo sistema di regole e su questo gli inglesi sono molto rispettosi. E poi ci sono i rapporti economici, gli scambi commerciali che non possono subire battute d'arresto. I viaggi e il business non saranno scoraggiati dalle restrizioni anche se vorremmo che finissero presto. Nel post Brexit si sono aperte tante opportunità per la cooperazione bilaterale. Penso che il 2022 segnerà il ritorno alla normalità e sono ottimista sul fatto che l'Italia vedrà molti più britannici in visita e tanti italiani ospiti qui. Entrambe le nostre economie ne hanno bisogno ed entrambe le nostre popolazioni ne beneficeranno».
Nel riquadro: Gaio Sergio Orata, pioniere dell'acquacoltura (Getty Images)
Le ostriche hanno sempre goduto di solida fama, quale simbolo di prestigio sociale per chi partecipava ai conviti che le vedevano protagoniste in bella mostra, ma anche per i vari piaceri multisensoriali che sapevano poi trasmettere a chi le faceva proprie, magari in buona compagnia. Pur se la Francia, ora, è il maggior produttore e consumatore, all’Italia va la primogenitura della sua coltivazione. Ostrica eclettica, non solo per l’estetica del suo guscio, che può andare dal rosa sul delta del Po al verde delle coste liguri, ma anche per il gusto che dipende dall’ambiente in cui cresce, già descritto a suo tempo da Plinio il Vecchio con una sorta di mappa mediterranea delle varie specie, tanto che alcuni autori, registrandone i sapori variabili in base al territorio, dal dolce cremoso al salmastro minerale, ne hanno indicato un riferimento al terroir per il gusto delle varie specie di ostriche come si è fatto, a suo tempo, per i vini.
Il primo a intravederne le potenzialità, anche economiche, del suo allevamento è stato Caio Sergio Orata, nel I° secolo a.C. Nelle lagune dei Campi Flegrei aveva fatto una piccola fortuna con l’allevamento delle orate (da lì parte del suo nome trascritto negli archivi). Decise di fare un passo oltre e andò sulle rive brindisine, cioè in Puglia, a raccoglierne un po’, considerata l’alta qualità dovuta al mischiarsi delle sorgenti d’acqua dolce con l’acqua salmastra del mare, posto che le ostriche vivono sui fondali marini vicino alle foci dei fiumi. Quello che, poi, venne chiamato lago Lucrino (da lucro, ossia guadagno per il visionario Caio Sergio) era una laguna separata da una sottilissima lingua di dune dal mare, quindi soggetta al ritmo delle maree conseguenti, con un ideale mix di acque salmastre ricche di plancton nutriente che arricchiva le acque lacustri.
Ben presto la fama delle ostriche di Lucrino divenne forte richiamo per la buona società del tempo che vi si recava apposta senza badare a spese, posto che spesso venivano all’ombra del Vesuvio per rendere omaggio all’imperatore nelle sue pause di vacanza. In scavi archeologi a Baia, il borgo locale, vennero trovate delle fiaschette di vetro chiamate «ostraria» in cui vi erano incise delle vedute della stessa Baia e della vicina Pozzuoli dove erano tratteggiati dei filari di ostriche appese ai pali che uscivano dall’acqua. Erano uno dei souvenir per il ricco turismo che passava per i Campi Flegrei a fare incetta di ostriche golose. Una testimonianza giunta a noi per confermare il tipo di allevamento di questi molluschi che, ancora adesso, con le dovute modifiche, ottimizza il rapporto tra le ostriche e il loro ambiente.
Tecnica a pergolato che si trova ben descritta da Ausonio, «con le ostriche appese ai pali che oscillano tra le onde». Ostriche di solida fama come ben narrato da Archestrato da Gela, considerato il primo gastronauta della storia, nel suo I piaceri del buongustaio, e poi Teodosio che, nei Saturnalia, racconta dei sontuosi banchetti dove le ostriche vengono non solo consumate a crudo, ma pure messe a farcire golosi pasticci. Un’ostricoltura descritta da vari autori, da Varrone a Cicerone o Columella, tanto che vi erano patrizi che, con apposite «navi vivaio», andavano nei bacini dell’Egeo per trasportarle poi lungo la costiera napoletana, divenuta una sorta di California ostricara del tempo. Marco Gavio Apicio, considerato la penna gastronomica della Roma imperiale, consigliava di riporle in vasi pieni di aceto per poterle conservare al meglio per i banchetti. Coltura e allevamento dell’ostrica che, con l’occupazione delle Gallie, i Romani esportarono presso i cugini d’Oltralpe i quali ne fecero tesoro tanto da divenirne, ora, leader indiscussi per produzione e consumo. Con una lunga pausa legata alla caduta dell’Impero romano e ai tempi medioevali, anche se non tutto andò perduto perché recenti scavi nei Campi Flegrei hanno dimostrato che le ostricaie erano rimaste attive anche in quei tempi «oscuri».
L’interesse verso questi nobili e golosi frutti del mare si riaccese nel Cinquecento, ma non esattamente per le loro voluttà culinarie, ma per quanto andavano a stimolare… oltre lo spirito dei suoi golosi consumatori. Chiavi di lettura diverse, ma la conclusione sempre conseguente. Esordisce Michele Savonarola, medico e umanista del Quattrocento, che ammoniva al loro consumo, in quanto «incitavano alla lussuria». Più comprensivo Bartolomeo Sacchi, detto «il platina»: «Le ostriche sono fortemente afrodisiache e, come tali, molto apprezzate dai ricchi e lussuriosi». Di approccio più meramente scientifico, dal tocco ironico, il medico Baldassarre Pisanelli: «Il loro succo salato muove il corpo e risveglia lo spirito», lasciando poi al consumatore finale l’analisi conseguente in quanto, descrivendone «la sua forma voluttuosa», rimanda ad altri trattati di anatomia su Venere e dintorni.
In questa diatriba etico-filosofica-fisiologica, troviamo una quadra culinaria con Maestro Martino che sottolinea come ne vadano valorizzate freschezza e delicatezza, godendosele crude, condite con un tocco di limone e spezie.
Sulla fama erotizzante delle ostriche, varie le ipotesi. Scientifiche. Ricche di zinco, il minerale che, meglio di ogni altro, irrobustisce le virtù carnali: bastano sei ostriche per fare il pieno di zinco e capriole conseguenti. Nell’antichità, quando la scienza contava meno e la spontaneità faceva la differenza, venivano cotte sulla brace, condite con pepe e spezie assortite e se ne succhiava il frutto direttamente dal guscio. Meglio ancora se con degna partner a fare coppia golosa e complice. Il tempo scorre veloce. La Francia diventa leader riconosciuta, ma la costiera napoletana rimane solido punto di riferimento, tanto è vero che, quando a metà dell’Ottocento vi fu una crisi nei vari bacini di produzione, venne mandato dal governo transalpino un esperto a Napoli dove la coltivazione ostricante aveva sempre resistito alle mareggiate del tempo e, grazie alla volontà dei Borbone, si era dato ulteriore impulso alla sua produzione. Era il tempo in cui lo street food nella città di Pulcinella vedeva lungo le vie della riviera di Chiaia i banchetti con l’insegna di «Ostricaro fisico», ovvero gli ambulanti dedicati che, con coinvolgente arte partenopea, invogliavano i passanti ad assaggiare i loro prodotti: ostriche, così come datteri, vongole o lupini.
«Ostricaro fisico» termine nato goliardicamente per opera di Ferdinando II di Borbone che, un giorno, avendo particolarmente apprezzato quanto gli era stato offerto dall’ambulante di turno, lo aveva così omaggiato «voi siete un ostricaro fisico», parafrasando il titolo di dottore fisico di cui, al tempo, si fregiavano alcuni laureati in medicina per dare peso e importanza alla loro arte. Ostriche omaggiate nella letteratura, ad esempio con Mario Stefanile nel suo Partenope in cucina, del 1954, «quando un baldo marinaio ve le porge tra succosi spicchi di limone, abbandonatevi con ghiotta fiducia allo squisito sapore di mare, di vento, di raffinato zolfo, di lievemente amara salsedine…». Ma il tocco finale ce lo regala Hernest Hemingway, mentre passeggia pensieroso lungo via Toledo. Aveva da poco scritto Il vecchio e il mare, ispirato dalle atmosfere dell’amato Cilento. «Mangiando le ostriche, con quel forte sapore di mare, accompagnandole con un gustoso vino frizzante, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice», immaginandolo con la Venere conseguente a fargli toccare il cielo. Qualche mese dopo venne premiato con il Nobel per la letteratura.
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Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci