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2021-10-18
Carta verde. Tutto il mondo ci guarda ma non ci imita
iStock
Sarà forse la sindrome dell'ultimo della classe. È probabile che con l'estensione del green pass abbia giocato anche questo fattore, voler fare meglio di tutti in Europa, dopo essere stati bollati come «gli untori del mondo», anche se ha influito in modo determinante lo shock dei mesi di pandemia dura con gli ospedali in emergenza, saturi di ricoveri. Il certificato vaccinale introdotto dal presidente francese Emmanuel Macron è diventato la bandiera della lotta al Covid del governo di Mario Draghi. E il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori è diventato il provvedimento più rigido mai approvato finora in Europa.
Le istituzioni europee stanno a guardare e non prendono posizione anche perché i riflettori ora sono accesi sulla ripresa economica, il nodo della bolletta energetica e lo spettro dell'inflazione. Temi ai quali si sovrappongono situazioni di instabilità politica: il nuovo governo in Germania, le dimissioni del premier austriaco, la spaccatura sulla gestione del problema dell'immigrazione. Insomma, di punti interrogativi e di tensioni ce ne sono abbastanza da sconsigliare qualsiasi iniziativa che equivalga a mettere benzina sul fuoco di una situazione di generale difficoltà economica.
Paesi avanti nella vaccinazione hanno scelto di non seguire il modello italiano anche per evitare tensioni interne in un momento di snodo per la ripresa europea. La Francia, che pure per prima ha tenuto a battesimo il certificato come lasciapassare per entrare in ristoranti e bar, teatri o fiere, viaggi di lunga percorrenza su treni, aerei e pullman, lo richiede solo per alcune categorie di lavoratori tra cui il personale della sanità, i dipendenti di ristoranti, cinema, musei, centri commerciali, palestre. Non c'è l'obbligo della mascherina. Il portavoce del governo, Gabril Attal, ha annunciato, come riporta Le Figaro, che se la situazione continua a migliorare il pass sanitario potrebbe essere modificato o addirittura sospeso. Finora sono stati sospesi diverse migliaia tra medici e personale infermieristico contrari alla vaccinazione.
La misura continua a suscitare proteste. Sono scese in piazza a manifestare, anche le badanti che improvvisamente si sono trovate davanti a un bivio con la prospettiva di perdere il lavoro. Nei movimenti no vax e no green pass confluiscono frange dei gilet gialli, e un ulteriore giro di vite potrebbe innescare il detonatore della rabbia sociale. Il Covid ha messo a dura prova le periferie delle grandi città e i piccoli centri di provincia. Così Macron procede con i piedi di piombo. L'obbligo della vaccinazione riguarda il personale sanitario e quello delle case di riposo ma non chi lavora nella scuola.
In Spagna il problema non si è posto più da quando il tribunale regionale della Galizia ha dichiarato non valido il requisito della certificazione per accedere a bar, ristoranti e locali notturni in certe zone della regione. La Galizia era l'ultimo territorio in cui la misura era ancora vigente, dopo che precedenti sentenze avevano fatto cadere l'obbligo in Andalusia, Cantabria e le Canarie. In Catalogna, venerdì scorso sono state eliminate tutte le restrizioni ed è stata annunciata la fine dell'emergenza.
In Germania spetta ai Länder stabilire le misure restrittive. Il green pass è obbligatorio per accedere a ospedali, piscine, ristoranti al chiuso, palestre, parrucchieri e per prenotare le stanze di hotel ma non per i lavoratori. In Grecia i lavoratori devono fare un tampone a settimana a proprie spese mentre c'è l'obbligo della vaccinazione per chi lavora nella sanità.
In Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Romania, Danimarca, Croazia il pass serve per frequentare ristoranti, palestre, hotel, musei, ma non per accedere a uffici pubblici, scuole, università e nemmeno per andare a lavorare. In Belgio è obbligatorio solo l'uso della mascherina per gli addetti al settore dell'accoglienza, mentre il certificato verde è richiesto ai turisti. Nel Regno Unito, vige da tempo l'assoluta mancanza di restrizioni. Non è richiesto il certificato di vaccinazione per entrare nei locali o per assistere a concerti, spettacoli e manifestazioni sportive mentre lo ha imposto la Scozia.
Spagna: impossibile far accettare restrizioni. Presto addio anche alle mascherine
«Sarebbe impossibile far accettare agli spagnoli le restrizioni del green pass come ci sono in Italia. Il governo ha scelto la linea soft e ora che i numeri del contagio stanno scendendo si parla di togliere le mascherine. Figurarsi imporre il certificato vaccinale sul lavoro. Ora l'attenzione è concentrata sulla ripresa dell'economia. Gli spagnoli vogliono lasciarsi alle spalle il Covid e sono desiderosi di voltare pagina prima possibile. Il green pass esteso a tutte le attività non sarebbe percepito come un passo in avanti verso lo sviluppo del Paese». Norma Pellegrino è avvocato e vive a Madrid da oltre dieci anni. Gli spagnoli come giudicano le restrizioni che continuano a persistere in Italia? «In Spagna l'unico obbligo in vigore riguarda l'uso delle mascherine nei luoghi chiusi e sui mezzi di trasporto ma nessuno si azzarda a chiedere il green pass all'ingresso di un ristorante o per entrare in una sala di concerto. Gli spagnoli non capiscono le motivazioni che hanno indotto il governo italiano a introdurre l'obbligo del certificato vaccinale sui luoghi di lavoro».
La notizia delle rigorose restrizioni italiane ha «molto sorpreso» i suoi amici e colleghi. «In Spagna un provvedimento del genere sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale», spiega Pellegrino. «Scatenerebbe le proteste. La popolazione è stremata da oltre un anno di pandemia e ora, con i numeri dei contagi in calo, vuole riprendere la vita normale, viaggiare, lavorare a pieno ritmo. Ora che la fase di emergenza è passata, un altro giro di vite non sarebbe accettato perché incomprensibile». Sulle tv spagnole sono rimbalzate le immagini degli scontri in piazza dei manifestanti contrari al certificato verde. «Nessuno qui a Madrid si è stupito di quelle reazioni», spiega. «Molti credono che sarebbe successo lo stesso di fronte a un atteggiamento così rigido del governo e senza gravissimi dati pandemici. Qui i movimenti no vax sono una minoranza proprio perché la politica ha scelto una linea morbida e ora punta a voltare pagina. Si discute molto di cure domiciliari. L'obbligo del certificato sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale, un ostacolo alle attività economiche, ingiustificabile in un momento in cui tutti vogliamo la ripresa».
Secondo Norma Pellegrino è molto radicata la convinzione che il vaccino «non impedisca comunque il contagio. Si può avere il green pass e essere comunque portatori del virus in modo asintomatico. Quindi imporre il certificato non avrebbe grandi benefici. Questo è ciò che pensa la maggior parte degli spagnoli».
Alvaro Cicco vive da 26 anni a Madrid: «Mai avuto il green pass. Ho un'impresa immobiliare e un ristorante e non posso obbligare i dipendenti a vaccinarsi. Non lo chiedo, non mi interessa saperlo. C'è insofferenza per la mascherina, figurarsi per altri obblighi. Non c'è nemmeno il vincolo per la capienza nei locali al chiuso. In tante aziende c'è ancora lo smart working. Madrid è stata la prima città ad aprire le attività rispetto al resto della Spagna».
Danimarca: la vita è tornata normale da un pezzo. E chi viaggia vuole regole più chiare
«I danesi hanno accettato con difficoltà la mascherina, figurarsi le restrizioni più drastiche. Un mio amico, prima di organizzare le vacanze in Italia, mi ha chiesto se ancora c'erano le restrizioni e appena saputo che nei locali chiusi è ancora obbligatoria la mascherina, ha rinunciato al viaggio. In Danimarca dal 10 settembre sono state abolite tutte le misure anti Covid e si è tornati alla totale normalità. È normale che sia così, siamo a un livello di vaccinazione intorno all'80%». È la testimonianza di Jesper Storgaard Jensen, corrispondente dall'Italia del settimanale Weekendavisen. L'80% è una quota simile a quella raggiunta in Italia: seguendo il modello danese si dovrebbe riaprire tutto anche qui. «Sì, noi facciamo fatica a capire le vostre restrizioni», dice Storgaard Jensen, «ma è anche vero che nel vostro Paese il Covid ha causato la morte di più persone, è stata una grande tragedia e forse si vuole rispondere a un'emergenza con misure drastiche».
In Danimarca il green pass è stato abolito quando ancora la percentuale dei vaccinati era sotto l'80%. «I danesi hanno una percezione del pericolo meno accentuata degli italiani e ora tutta l'attenzione è rivolta ad altri temi», spiega il giornalista. «Sui giornali e in tv si parla più della ripresa economica generale, del problema energetico. La pandemia appartiene già al passato».
E il rapporto con l'Italia, da turisti? «Si ha una visione un po' confusa circa i provvedimenti restrittivi. Chi viene in Italia per turismo o per business si deve aggiornare continuamente. In tanti mi chiedono, prima di un viaggio nel vostro Paese, se i bambini devono essere vaccinati, se occorre fare il tampone per entrare nei ristoranti. Però sono altri i temi dell'Italia che interessano. Ho un blog su Facebook e quando ho postato le scene degli scontri di sabato a Roma ho riscontrato poche visualizzazioni, ma è bastato che mettessi l'annuncio di un nuovo locale a Trastevere per scatenare l'interesse. Così quando dalla Danimarca mi chiedono come mai in Italia c'è ancora il green pass, io ricordo che gli ospedali sono andati in tilt, la spesa sanitaria è aumentata e il governo non vuole tornare a quei mesi critici. Resta comunque difficile far digerire a un danese che viene in Italia, l'obbligo della mascherina».
Francia: «La "liberté" viene prima di tutto. Voi italiani siete troppo remissivi»
«L'Italia, dal punto di vista dei francesi, è più incline a farsi sottomettere dal governo per quanto riguarda le restrizioni. Ma forse questo atteggiamento è stato causato dalla gravità dell'epidemia nel vostro Paese. Qui il green pass obbligatorio sul posto di lavoro sarebbe inconcepibile, scatenerebbe una protesta peggiore di quella che abbiamo visto nelle piazze italiane come riportato nei telegiornali francesi»: Anna Colao, di genitori italiani, è nata e vive a Parigi ed è dipendente della casa editrice Albin Michel. Spiega che la situazione in Francia, per le politiche sulla vaccinazione e le restrizioni, è molto complessa.
«Nei movimenti no vax confluiscono anche gli scontenti della politica del presidente Macron, ci sono frange dei gilet gialli e delle periferie urbane più degradate. Ma la protesta coinvolge anche i ceti intellettuali. Persone di buon reddito non concepiscono il certificato verde perché lo considerano uno strumento di controllo da parte del governo». Colao riferisce di una collega della casa editrice, over 50, due figli, che ha aspettato a lungo prima di vaccinarsi e solo ultimamente ha scaricato sullo smartphone l'applicazione con la certificazione: «Temeva, mi ha detto, di essere controllata negli spostamenti, di perdere parte della sua libertà. Ecco, il problema più sentito dai francesi è che il certificato imposto rappresenta una restrizione della libertà individuale».
Anna Colao si dice molto stupita della capacità degli italiani di accettare questo tipo di restrizioni molto rigide. «Il green pass italiano obbligatorio è considerato dai francesi come uno strumento subdolo, un modo per indurre la vaccinazione senza dirlo chiaramente. È un modo per costringere le persone a una scelta, restringendo i margini di manovra a chi non aderisce. Qui in Francia un provvedimento così drastico sarebbe impossibile da far digerire, si scatenerebbe il finimondo. Forse qui c'è una sensibilità per la libertà personale più spiccata. E probabilmente dopo la pandemia, gli italiani avendo sofferto mesi terribili, sono più ubbidienti e accettano le restrizioni anche dure».
L'editor sottolinea che mentre i parigini delle classi elevate sarebbero più disponibili a regole stringenti, «non così quanti vivono nelle banlieu o nella provincia dove la crisi si fa sentire di più e il Covid ha causato la chiusura di tante attività. Ora c'è voglia di tornare alla normalità. No, davvero il green pass obbligatorio non lo capiamo né tantomeno sarebbe accettato».
Belgio: le istituzioni europee non danno giudizi. Interessa di più il Pnrr
«Le istituzioni europee sono state molto attive per introdurre il green pass e favorire così gli spostamenti all'interno dell'Unione, poi però hanno lasciato ai singoli Paesi le decisioni sulle regole da stabilire al loro interno. La situazione non è omogenea. Ci sono realtà come nell'Est Europa in cui la vaccinazione procede con lentezza e quindi introdurre misure stringenti per le attività economiche vorrebbe dire bloccare la ripresa. In alcuni Paesi ci sono situazioni politiche delicate. Pensiamo alla Germania alle prese con nuovi equilibri di governo o all'Austria dove si è dimesso il premier. In Danimarca sono talmente avanti con la vaccinazione e i casi di contagio sono così marginali che sono state abolite tutte le restrizioni. Ciò che interessa ora a Bruxelles è ridare slancio all'economia. Le istituzioni europee hanno assunto la linea di non entrare nel merito delle decisioni di ciascuno Stato membro».
Renato Coen, corrispondente di Sky da Bruxelles, fa uno scenario di come vengono viste dalle istituzioni le misure restrittive prese dal governo di Mario Draghi. «Il sentiment è favorevole ma non ci sono prese di posizione ufficiali. Ora i fari sono accesi sul Pnrr, il Piano di rilancio dell'economia. C'è grande preoccupazione per l'aumento della bolletta energetica e per la transizione ecologica. Continua a esserci un pressing su quei Paesi che sono indietro con la vaccinazione. Si insiste più sulla immunizzazione che sul green pass», sottolinea Coen. «Bisogna fare l'ultimo passo per uscire dalla pandemia e riprendere a marciare, è quello che Bruxelles dice con forza. La priorità è ripartire».
Londra boccia la linea intransigente. «Chi lavora non deve avere controlli»
Roberto Di Febo, da oltre vent'anni a Londra, dirige la clinica Italian doctors, punto di riferimento sanitario degli italiani che vivono nella capitale britannica. «Qui i locali sono pieni», racconta, «la sera nel centro si fatica a camminare, c'è ancora qualcuno che porta la mascherina, ma sono i più anziani. Nessuno si sognerebbe mai di imporre nuove restrizioni. Dopo la vaccinazione a tappeto siamo tornati alla normalità e qui non si capisce come mai in Italia continuano a esserci misure così severe a fronte della regressione della pandemia. C'è la convinzione generale che il green pass non abbia senso dal momento che chi è vaccinato può comunque essere un veicolo di contagio».
«Il governo britannico», aggiunge Di Febo, «ha deciso che era arrivato il momento di voltare pagina e gli inglesi sono soddisfatti di questa scelta, non tornerebbero mai indietro. Non considerano l'Italia un modello da imitare. È una follia pensare di sospendere dal lavoro chi non è vaccinato. A Londra mal sopportavano la mascherina, figurarsi l'obbligo del certificato vaccinale per lavorare o entrare in un locale chiuso». Di Febo risponde alla nostra telefonata mentre è in metropolitana di rientro dal lavoro: «Sono qui stretto nella calca che di solito è caratteristica del fine giornata e nessuno porta la mascherina. Nemmeno questi due poliziotti che ho davanti».
Alex Deane, socio di una società di consulenza della City e commentatore politico, è però ottimista sull'evoluzione della situazione italiana: «Le restrizioni possono essere frustranti, ma esistono nella maggior parte dei mercati e dobbiamo imparare a conviverci. Non penso che in Italia dureranno a lungo perché la pandemia sta regredendo e comunque gli inglesi amano talmente tanto il vostro Paese che presto torneranno a visitarlo anche con gli ostacoli delle mascherine e della vaccinazione. Ogni Paese ha il suo sistema di regole e su questo gli inglesi sono molto rispettosi. E poi ci sono i rapporti economici, gli scambi commerciali che non possono subire battute d'arresto. I viaggi e il business non saranno scoraggiati dalle restrizioni anche se vorremmo che finissero presto. Nel post Brexit si sono aperte tante opportunità per la cooperazione bilaterale. Penso che il 2022 segnerà il ritorno alla normalità e sono ottimista sul fatto che l'Italia vedrà molti più britannici in visita e tanti italiani ospiti qui. Entrambe le nostre economie ne hanno bisogno ed entrambe le nostre popolazioni ne beneficeranno».
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Nemmeno i Paesi che si trovano più indietro con la campagna vaccinale hanno esteso l'obbligo del certificato come imposto dal governo Draghi: l'attenzione è concentrata sull'economia e su come evitare le tensioni sociali. Proprio quelle che invece sono esplose qui.Lo speciale contiene sei articoli.Sarà forse la sindrome dell'ultimo della classe. È probabile che con l'estensione del green pass abbia giocato anche questo fattore, voler fare meglio di tutti in Europa, dopo essere stati bollati come «gli untori del mondo», anche se ha influito in modo determinante lo shock dei mesi di pandemia dura con gli ospedali in emergenza, saturi di ricoveri. Il certificato vaccinale introdotto dal presidente francese Emmanuel Macron è diventato la bandiera della lotta al Covid del governo di Mario Draghi. E il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori è diventato il provvedimento più rigido mai approvato finora in Europa. Le istituzioni europee stanno a guardare e non prendono posizione anche perché i riflettori ora sono accesi sulla ripresa economica, il nodo della bolletta energetica e lo spettro dell'inflazione. Temi ai quali si sovrappongono situazioni di instabilità politica: il nuovo governo in Germania, le dimissioni del premier austriaco, la spaccatura sulla gestione del problema dell'immigrazione. Insomma, di punti interrogativi e di tensioni ce ne sono abbastanza da sconsigliare qualsiasi iniziativa che equivalga a mettere benzina sul fuoco di una situazione di generale difficoltà economica. Paesi avanti nella vaccinazione hanno scelto di non seguire il modello italiano anche per evitare tensioni interne in un momento di snodo per la ripresa europea. La Francia, che pure per prima ha tenuto a battesimo il certificato come lasciapassare per entrare in ristoranti e bar, teatri o fiere, viaggi di lunga percorrenza su treni, aerei e pullman, lo richiede solo per alcune categorie di lavoratori tra cui il personale della sanità, i dipendenti di ristoranti, cinema, musei, centri commerciali, palestre. Non c'è l'obbligo della mascherina. Il portavoce del governo, Gabril Attal, ha annunciato, come riporta Le Figaro, che se la situazione continua a migliorare il pass sanitario potrebbe essere modificato o addirittura sospeso. Finora sono stati sospesi diverse migliaia tra medici e personale infermieristico contrari alla vaccinazione.La misura continua a suscitare proteste. Sono scese in piazza a manifestare, anche le badanti che improvvisamente si sono trovate davanti a un bivio con la prospettiva di perdere il lavoro. Nei movimenti no vax e no green pass confluiscono frange dei gilet gialli, e un ulteriore giro di vite potrebbe innescare il detonatore della rabbia sociale. Il Covid ha messo a dura prova le periferie delle grandi città e i piccoli centri di provincia. Così Macron procede con i piedi di piombo. L'obbligo della vaccinazione riguarda il personale sanitario e quello delle case di riposo ma non chi lavora nella scuola. In Spagna il problema non si è posto più da quando il tribunale regionale della Galizia ha dichiarato non valido il requisito della certificazione per accedere a bar, ristoranti e locali notturni in certe zone della regione. La Galizia era l'ultimo territorio in cui la misura era ancora vigente, dopo che precedenti sentenze avevano fatto cadere l'obbligo in Andalusia, Cantabria e le Canarie. In Catalogna, venerdì scorso sono state eliminate tutte le restrizioni ed è stata annunciata la fine dell'emergenza. In Germania spetta ai Länder stabilire le misure restrittive. Il green pass è obbligatorio per accedere a ospedali, piscine, ristoranti al chiuso, palestre, parrucchieri e per prenotare le stanze di hotel ma non per i lavoratori. In Grecia i lavoratori devono fare un tampone a settimana a proprie spese mentre c'è l'obbligo della vaccinazione per chi lavora nella sanità.In Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Romania, Danimarca, Croazia il pass serve per frequentare ristoranti, palestre, hotel, musei, ma non per accedere a uffici pubblici, scuole, università e nemmeno per andare a lavorare. In Belgio è obbligatorio solo l'uso della mascherina per gli addetti al settore dell'accoglienza, mentre il certificato verde è richiesto ai turisti. Nel Regno Unito, vige da tempo l'assoluta mancanza di restrizioni. Non è richiesto il certificato di vaccinazione per entrare nei locali o per assistere a concerti, spettacoli e manifestazioni sportive mentre lo ha imposto la Scozia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spagna-impossibile-far-accettare-restrizioni-presto-addio-anche-alle-mascherine" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Spagna: impossibile far accettare restrizioni. Presto addio anche alle mascherine «Sarebbe impossibile far accettare agli spagnoli le restrizioni del green pass come ci sono in Italia. Il governo ha scelto la linea soft e ora che i numeri del contagio stanno scendendo si parla di togliere le mascherine. Figurarsi imporre il certificato vaccinale sul lavoro. Ora l'attenzione è concentrata sulla ripresa dell'economia. Gli spagnoli vogliono lasciarsi alle spalle il Covid e sono desiderosi di voltare pagina prima possibile. Il green pass esteso a tutte le attività non sarebbe percepito come un passo in avanti verso lo sviluppo del Paese». Norma Pellegrino è avvocato e vive a Madrid da oltre dieci anni. Gli spagnoli come giudicano le restrizioni che continuano a persistere in Italia? «In Spagna l'unico obbligo in vigore riguarda l'uso delle mascherine nei luoghi chiusi e sui mezzi di trasporto ma nessuno si azzarda a chiedere il green pass all'ingresso di un ristorante o per entrare in una sala di concerto. Gli spagnoli non capiscono le motivazioni che hanno indotto il governo italiano a introdurre l'obbligo del certificato vaccinale sui luoghi di lavoro». La notizia delle rigorose restrizioni italiane ha «molto sorpreso» i suoi amici e colleghi. «In Spagna un provvedimento del genere sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale», spiega Pellegrino. «Scatenerebbe le proteste. La popolazione è stremata da oltre un anno di pandemia e ora, con i numeri dei contagi in calo, vuole riprendere la vita normale, viaggiare, lavorare a pieno ritmo. Ora che la fase di emergenza è passata, un altro giro di vite non sarebbe accettato perché incomprensibile». Sulle tv spagnole sono rimbalzate le immagini degli scontri in piazza dei manifestanti contrari al certificato verde. «Nessuno qui a Madrid si è stupito di quelle reazioni», spiega. «Molti credono che sarebbe successo lo stesso di fronte a un atteggiamento così rigido del governo e senza gravissimi dati pandemici. Qui i movimenti no vax sono una minoranza proprio perché la politica ha scelto una linea morbida e ora punta a voltare pagina. Si discute molto di cure domiciliari. L'obbligo del certificato sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale, un ostacolo alle attività economiche, ingiustificabile in un momento in cui tutti vogliamo la ripresa». Secondo Norma Pellegrino è molto radicata la convinzione che il vaccino «non impedisca comunque il contagio. Si può avere il green pass e essere comunque portatori del virus in modo asintomatico. Quindi imporre il certificato non avrebbe grandi benefici. Questo è ciò che pensa la maggior parte degli spagnoli». Alvaro Cicco vive da 26 anni a Madrid: «Mai avuto il green pass. Ho un'impresa immobiliare e un ristorante e non posso obbligare i dipendenti a vaccinarsi. Non lo chiedo, non mi interessa saperlo. C'è insofferenza per la mascherina, figurarsi per altri obblighi. Non c'è nemmeno il vincolo per la capienza nei locali al chiuso. In tante aziende c'è ancora lo smart working. Madrid è stata la prima città ad aprire le attività rispetto al resto della Spagna». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="danimarca-la-vita-e-tornata-normale-da-un-pezzo-e-chi-viaggia-vuole-regole-piu-chiare" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Danimarca: la vita è tornata normale da un pezzo. E chi viaggia vuole regole più chiare «I danesi hanno accettato con difficoltà la mascherina, figurarsi le restrizioni più drastiche. Un mio amico, prima di organizzare le vacanze in Italia, mi ha chiesto se ancora c'erano le restrizioni e appena saputo che nei locali chiusi è ancora obbligatoria la mascherina, ha rinunciato al viaggio. In Danimarca dal 10 settembre sono state abolite tutte le misure anti Covid e si è tornati alla totale normalità. È normale che sia così, siamo a un livello di vaccinazione intorno all'80%». È la testimonianza di Jesper Storgaard Jensen, corrispondente dall'Italia del settimanale Weekendavisen. L'80% è una quota simile a quella raggiunta in Italia: seguendo il modello danese si dovrebbe riaprire tutto anche qui. «Sì, noi facciamo fatica a capire le vostre restrizioni», dice Storgaard Jensen, «ma è anche vero che nel vostro Paese il Covid ha causato la morte di più persone, è stata una grande tragedia e forse si vuole rispondere a un'emergenza con misure drastiche». In Danimarca il green pass è stato abolito quando ancora la percentuale dei vaccinati era sotto l'80%. «I danesi hanno una percezione del pericolo meno accentuata degli italiani e ora tutta l'attenzione è rivolta ad altri temi», spiega il giornalista. «Sui giornali e in tv si parla più della ripresa economica generale, del problema energetico. La pandemia appartiene già al passato». E il rapporto con l'Italia, da turisti? «Si ha una visione un po' confusa circa i provvedimenti restrittivi. Chi viene in Italia per turismo o per business si deve aggiornare continuamente. In tanti mi chiedono, prima di un viaggio nel vostro Paese, se i bambini devono essere vaccinati, se occorre fare il tampone per entrare nei ristoranti. Però sono altri i temi dell'Italia che interessano. Ho un blog su Facebook e quando ho postato le scene degli scontri di sabato a Roma ho riscontrato poche visualizzazioni, ma è bastato che mettessi l'annuncio di un nuovo locale a Trastevere per scatenare l'interesse. Così quando dalla Danimarca mi chiedono come mai in Italia c'è ancora il green pass, io ricordo che gli ospedali sono andati in tilt, la spesa sanitaria è aumentata e il governo non vuole tornare a quei mesi critici. Resta comunque difficile far digerire a un danese che viene in Italia, l'obbligo della mascherina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="francia-la-liberte-viene-prima-di-tutto-voi-italiani-siete-troppo-remissivi" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Francia: «La "liberté" viene prima di tutto. Voi italiani siete troppo remissivi» «L'Italia, dal punto di vista dei francesi, è più incline a farsi sottomettere dal governo per quanto riguarda le restrizioni. Ma forse questo atteggiamento è stato causato dalla gravità dell'epidemia nel vostro Paese. Qui il green pass obbligatorio sul posto di lavoro sarebbe inconcepibile, scatenerebbe una protesta peggiore di quella che abbiamo visto nelle piazze italiane come riportato nei telegiornali francesi»: Anna Colao, di genitori italiani, è nata e vive a Parigi ed è dipendente della casa editrice Albin Michel. Spiega che la situazione in Francia, per le politiche sulla vaccinazione e le restrizioni, è molto complessa. «Nei movimenti no vax confluiscono anche gli scontenti della politica del presidente Macron, ci sono frange dei gilet gialli e delle periferie urbane più degradate. Ma la protesta coinvolge anche i ceti intellettuali. Persone di buon reddito non concepiscono il certificato verde perché lo considerano uno strumento di controllo da parte del governo». Colao riferisce di una collega della casa editrice, over 50, due figli, che ha aspettato a lungo prima di vaccinarsi e solo ultimamente ha scaricato sullo smartphone l'applicazione con la certificazione: «Temeva, mi ha detto, di essere controllata negli spostamenti, di perdere parte della sua libertà. Ecco, il problema più sentito dai francesi è che il certificato imposto rappresenta una restrizione della libertà individuale». Anna Colao si dice molto stupita della capacità degli italiani di accettare questo tipo di restrizioni molto rigide. «Il green pass italiano obbligatorio è considerato dai francesi come uno strumento subdolo, un modo per indurre la vaccinazione senza dirlo chiaramente. È un modo per costringere le persone a una scelta, restringendo i margini di manovra a chi non aderisce. Qui in Francia un provvedimento così drastico sarebbe impossibile da far digerire, si scatenerebbe il finimondo. Forse qui c'è una sensibilità per la libertà personale più spiccata. E probabilmente dopo la pandemia, gli italiani avendo sofferto mesi terribili, sono più ubbidienti e accettano le restrizioni anche dure». L'editor sottolinea che mentre i parigini delle classi elevate sarebbero più disponibili a regole stringenti, «non così quanti vivono nelle banlieu o nella provincia dove la crisi si fa sentire di più e il Covid ha causato la chiusura di tante attività. Ora c'è voglia di tornare alla normalità. No, davvero il green pass obbligatorio non lo capiamo né tantomeno sarebbe accettato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="belgio-le-istituzioni-europee-non-danno-giudizi-interessa-di-piu-il-pnrr" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Belgio: le istituzioni europee non danno giudizi. Interessa di più il Pnrr «Le istituzioni europee sono state molto attive per introdurre il green pass e favorire così gli spostamenti all'interno dell'Unione, poi però hanno lasciato ai singoli Paesi le decisioni sulle regole da stabilire al loro interno. La situazione non è omogenea. Ci sono realtà come nell'Est Europa in cui la vaccinazione procede con lentezza e quindi introdurre misure stringenti per le attività economiche vorrebbe dire bloccare la ripresa. In alcuni Paesi ci sono situazioni politiche delicate. Pensiamo alla Germania alle prese con nuovi equilibri di governo o all'Austria dove si è dimesso il premier. In Danimarca sono talmente avanti con la vaccinazione e i casi di contagio sono così marginali che sono state abolite tutte le restrizioni. Ciò che interessa ora a Bruxelles è ridare slancio all'economia. Le istituzioni europee hanno assunto la linea di non entrare nel merito delle decisioni di ciascuno Stato membro». Renato Coen, corrispondente di Sky da Bruxelles, fa uno scenario di come vengono viste dalle istituzioni le misure restrittive prese dal governo di Mario Draghi. «Il sentiment è favorevole ma non ci sono prese di posizione ufficiali. Ora i fari sono accesi sul Pnrr, il Piano di rilancio dell'economia. C'è grande preoccupazione per l'aumento della bolletta energetica e per la transizione ecologica. Continua a esserci un pressing su quei Paesi che sono indietro con la vaccinazione. Si insiste più sulla immunizzazione che sul green pass», sottolinea Coen. «Bisogna fare l'ultimo passo per uscire dalla pandemia e riprendere a marciare, è quello che Bruxelles dice con forza. La priorità è ripartire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="londra-boccia-la-linea-intransigente-chi-lavora-non-deve-avere-controlli" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Londra boccia la linea intransigente. «Chi lavora non deve avere controlli» Roberto Di Febo, da oltre vent'anni a Londra, dirige la clinica Italian doctors, punto di riferimento sanitario degli italiani che vivono nella capitale britannica. «Qui i locali sono pieni», racconta, «la sera nel centro si fatica a camminare, c'è ancora qualcuno che porta la mascherina, ma sono i più anziani. Nessuno si sognerebbe mai di imporre nuove restrizioni. Dopo la vaccinazione a tappeto siamo tornati alla normalità e qui non si capisce come mai in Italia continuano a esserci misure così severe a fronte della regressione della pandemia. C'è la convinzione generale che il green pass non abbia senso dal momento che chi è vaccinato può comunque essere un veicolo di contagio». «Il governo britannico», aggiunge Di Febo, «ha deciso che era arrivato il momento di voltare pagina e gli inglesi sono soddisfatti di questa scelta, non tornerebbero mai indietro. Non considerano l'Italia un modello da imitare. È una follia pensare di sospendere dal lavoro chi non è vaccinato. A Londra mal sopportavano la mascherina, figurarsi l'obbligo del certificato vaccinale per lavorare o entrare in un locale chiuso». Di Febo risponde alla nostra telefonata mentre è in metropolitana di rientro dal lavoro: «Sono qui stretto nella calca che di solito è caratteristica del fine giornata e nessuno porta la mascherina. Nemmeno questi due poliziotti che ho davanti». Alex Deane, socio di una società di consulenza della City e commentatore politico, è però ottimista sull'evoluzione della situazione italiana: «Le restrizioni possono essere frustranti, ma esistono nella maggior parte dei mercati e dobbiamo imparare a conviverci. Non penso che in Italia dureranno a lungo perché la pandemia sta regredendo e comunque gli inglesi amano talmente tanto il vostro Paese che presto torneranno a visitarlo anche con gli ostacoli delle mascherine e della vaccinazione. Ogni Paese ha il suo sistema di regole e su questo gli inglesi sono molto rispettosi. E poi ci sono i rapporti economici, gli scambi commerciali che non possono subire battute d'arresto. I viaggi e il business non saranno scoraggiati dalle restrizioni anche se vorremmo che finissero presto. Nel post Brexit si sono aperte tante opportunità per la cooperazione bilaterale. Penso che il 2022 segnerà il ritorno alla normalità e sono ottimista sul fatto che l'Italia vedrà molti più britannici in visita e tanti italiani ospiti qui. Entrambe le nostre economie ne hanno bisogno ed entrambe le nostre popolazioni ne beneficeranno».
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Proprio Mantovano, lo ricordiamo, lunedì scorso è salito al Colle per registrare le perplessità del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in relazione ad alcuni punti del decreto, approvato definitivamente e sul quale il governo ha posto la fiducia. I rilievi del Colle riguardano l’articolo 30 bis del decreto, che prevede un bonus di 615 euro per gli avvocati i cui clienti scelgono il rimpatrio volontario senza opporsi. Un altro punto critico del decreto è quello che prevede che a erogare il bonus sarà il Consiglio nazionale forense, l’organismo istituzionale che rappresenta gli avvocati, categoria che si è scagliata duramente contro questa norma.
Si è scelta la strada di un altro decreto, «correttivo» del primo, che verrà varato oggi dal Consiglio dei ministri. Questo nuovo provvedimento estende il contributo da 615 euro ai mediatori e alle varie associazioni che si occupano della materia, e lo riconosce a prescindere dall’esito del procedimento, quindi sia nel caso che il migrante resti in Italia sia che accetti di rimpatriare volontariamente. «Non è una norma sugli avvocati», argomenta Mantovano, «è una norma di aiuto al migrante che ha scelto liberamente la procedura di rimpatrio assistito. Un aiuto per risolvere eventuali difficoltà burocratiche, un po’ come chi presenta la dichiarazione dei redditi con l’aiuto del Caf o a un qualsiasi professionista. Quindi gli avvocati non c’entrano. Domani (oggi, ndr) ci sarà il Cdm».
Mantovano insiste molto sugli avvocati perché, come dicevamo, le critiche delle associazioni dei legali hanno fatto più male, probabilmente, dei rilievi di Mattarella. Gli avvocati sono stati in prima linea nella battaglia elettorale per il referendum sulla giustizia al fianco del governo e fino a ora avevano un ottimo rapporto con la maggioranza. Detto ciò, il via libera definitivo al decreto legge da parte della Camera dovrebbe arrivare oggi e subito dopo si riunirà il Cdm per la norma «correttiva».
Tutto risolto, dunque? Di fronte a un caso così particolare, ogni previsione rischia di essere smentita. Per fare un esempio, il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, risponde così a una domanda sull’argomento: «È una normativa che potrà venire, in ipotesi, all’esame della Corte. È un problema proprio attuale, non spingetemi a dire qualcosa che sarebbe un’anticipazione».
Intanto le opposizioni continuano a attaccare il governo e la maggioranza: «Ma come vi è venuto in mente», sottolinea il segretario del Pd, Elly Schlein, «di trasformare la nobile professione dell’avvocato a mero esecutore della volontà di chi governa sui rimpatri? Di fare un testo che mina il diritto alla difesa e anche davanti ai rilievi del Quirinale di tirare dritto, di farci votare una norma incostituzionale per modificarla due minuti dopo, è arroganza al potere. Siete riusciti a riunire magistrati e avvocati contro di voi, contro questa norma incostituzionale». «Nella vita», riflette il leader di Azione Carlo Calenda, «capita a tutti di fare errori. Un sano principio è dire: ho fatto una cavolata e riscrivo il decreto, non obbligare il presidente della Repubblica a firmare un decreto incostituzionale, per poi fare un altro decreto che di nuovo dovrà firmare il presidente della Repubblica, che corregge il decreto incostituzionale».
Difende il decreto la Lega: «Questo testo», afferma in Aula la deputata Ingrid Bisa, «risponde in modo concreto, equilibrato e necessario alla domanda di tutela dei cittadini. Qui non si tratta di repressione ma prevenzione. Non stiamo solo votando un decreto ma scegliendo da che parte stare. Per troppo tempo una parte politica, su questi temi, ha scelto l’ambiguità ma noi facciamo una scelta diversa: diciamo che la sicurezza è un diritto, non un privilegio e questo significa avere il coraggio di assumersi responsabilità politiche chiare». Più sfumato il commento del portavoce nazionale di Forza Italia, Raffele Nevi: «Non c’è dubbio che ci sia stata una sottovalutazione di un emendamento parlamentare», argomenta a Sky Tg24, «che ha provocato una reazione, secondo noi anche fondata, degli avvocati e anche una reazione da parte del governo per cercare di trovare una soluzione».
Esplicito il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «Sono orgoglioso», scrive sui social, «del fatto che, proprio in queste ore, la Lega si stia battendo in Parlamento per approvare entro la settimana il nuovo decreto Sicurezza, con la sinistra che fa barricate per impedirlo dandoci dei razzisti e dei fascisti, le solite idiozie. Espulsioni più veloci, battaglia a baby gang e maranza, pene più severe per i furti in appartamento, stop all’accoglienza per i minori stranieri che commettono reati. Avanti così, bye bye maranza».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 24 aprile con Carlo Cambi
Navi ormeggiate a un'imbarcazione ancorata vicino alla costa a Bandar Abbas, città portuale affacciata sul Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz (Getty Images)
La crisi nello Stretto di Hormuz si intensifica in una sequenza di mosse militari, dichiarazioni politiche e operazioni sul campo che delineano uno scenario sempre più teso tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime ore, Washington ha rafforzato la propria postura operativa nell’area. Il Comando centrale statunitense ha confermato di aver imposto a 31 navi di invertire la rotta o rientrare in porto, nell’ambito del blocco navale contro Teheran, mentre la Marina americana ha condotto un’operazione nell’Oceano Indiano, fermando la petroliera senza bandiera M/T Majestic X, accusata di trasportare greggio iraniano. Secondo il Dipartimento della Difesa, si è trattato di un’interdizione marittima con ispezione, inserita in una strategia più ampia per interrompere le reti di commercio illegale legate all’Iran. Il Centcom ha inoltre reso noti i nomi di due delle oltre 30 navi a cui le sue forze hanno ordinato di invertire la rotta o di tornare in porto nell’ambito del blocco contro l’Iran. Le due petroliere iraniane, la Hero II e la Hedy, sono «ancorate a Chah Bahar, in Iran, dopo essere state intercettate dalle forze statunitensi all’inizio di questa settimana», ha dichiarato il Centcom, smentendo le notizie secondo cui le due navi avrebbero violato il blocco. Il messaggio di Washington è netto: le acque internazionali non possono essere utilizzate come rifugio per attività sanzionate. Il Pentagono ha ribadito l’intenzione di limitare la libertà di movimento delle navi coinvolte in traffici ritenuti illeciti, sottolineando che le operazioni proseguiranno su scala globale.
Sul piano politico, il presidente Donald Trump ha rivendicato un controllo totale sullo Stretto di Hormuz, sostenendo che nessuna imbarcazione può transitare senza autorizzazione americana. In una serie di dichiarazioni, ha inoltre ordinato alla Marina di colpire e distruggere qualsiasi mezzo sospettato di posare mine nelle acque dello stretto, senza alcuna esitazione. Lo stesso Trump ha poi annunciato il potenziamento delle operazioni di sminamento, chiedendo che le attività vengano intensificate fino a triplicarne l’intensità. Il tema delle mine è centrale nella gestione della crisi. Le operazioni di bonifica si basano su tecnologie avanzate: droni di superficie dotati di sonar, come il Common Uncrewed Surface Vessel, scandagliano il fondale marino individuando eventuali ordigni. A questi si affiancano sistemi subacquei autonomi, tra cui i modelli MK18 Mod 2 Kingfish e Knifefish, capaci di esplorare aree prestabilite e segnalare la presenza di mine. Una volta localizzate, le cariche possono essere neutralizzate attraverso robot telecomandati o mediante detonazioni controllate. In questo contesto, anche altri attori internazionali iniziano a prepararsi a un possibile coinvolgimento diretto. Il comandante della Marina tedesca, Inka von Puttkamer, ha dichiarato: «Le squadre di sminamento si preparino per essere dispiegate a Hormuz». Gli equipaggi del terzo Squadrone di dragaggio mine della Marina tedesca si stanno infatti attualmente preparando per un potenziale dispiegamento nello Stretto. La Marina tedesca dispone di «dieci cacciamine di classe Frankenthal» e un terzo delle navi e delle imbarcazioni «è sempre pronto per il dispiegamento». Le unità, secondo quanto dichiarato dal comandante, sono «equipaggiate con droni in grado di localizzare vari tipi di oggetti, come le mine, e possono esplorare in modo indipendente una specifica area del mare».
Secondo analisti militari, la fase di individuazione degli ordigni potrebbe essere relativamente rapida, mentre la loro distruzione richiede operazioni più complesse e articolate. In questo contesto, il Pentagono ha smentito le indiscrezioni secondo cui sarebbero necessari sei mesi per completare la bonifica dello Stretto. Il portavoce Sean Parnell ha definito tali valutazioni non plausibili e ha accusato parte dei media di aver diffuso informazioni distorte provenienti da briefing riservati. Sul fronte opposto, anche Teheran si muove sul piano politico ed economico. Il Parlamento iraniano e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale stanno esaminando un piano per assumere il controllo sovrano dello Stretto di Hormuz, anche se la decisione finale non è ancora stata presa. Intanto, l’Iran ha riscosso i primi introiti dai pedaggi imposti sullo Stretto di Hormuz, ha dichiarato un parlamentare iraniano. Hamid Reza Haji Babaei, vicepresidente del Parlamento, ha affermato che i fondi ricavati dal transito delle navi attraverso lo stretto sono stati depositati sul conto del Tesoro, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim. L’Iran non ha specificato l’ammontare del pedaggio riscosso, che contravviene a una convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, non ratificata dall’Iran. La tensione si riflette anche negli episodi operativi registrati negli ultimi giorni. La nave Epaminondas, battente bandiera liberiana e di proprietà greca, è stata oggetto di un’azione da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, che ne avevano bloccato la navigazione e condotto ispezioni a bordo. Secondo il ministro degli Esteri greco, l’imbarcazione è ora ferma e non vi sarebbero più cittadini iraniani a bordo, segno che l’operazione si è conclusa. Questi eventi si inseriscono in una dinamica più ampia di sequestri e contro-sequestri che stanno trasformando lo stretto in un punto critico del commercio globale. Le Guardie Rivoluzionarie hanno già fermato altre navi commerciali, mentre gli Stati Uniti proseguono con operazioni di interdizione.
Donald proroga la tregua sine die
L’incertezza è ancora la protagonista delle trattative tra l’Iran e gli Stati Uniti. Oltre a non esserci una data sul prossimo round di colloqui, non è dato sapere quanto tempo Washington abbia concesso a Teheran per presentare una proposta.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha infatti riferito che «il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha fissato una scadenza precisa per ricevere una proposta iraniana» e quindi anche per il cessate il fuoco. Il tycoon alla Bbc ha ribadito: «Abbiamo annientato l’Iran». E non ha ancora digerito il mancato intervento degli alleati della Nato al suo fianco: «Non ho mai avuto bisogno di loro, ma avrebbero dovuto esserci. Ho voluto vedere se volessero essere coinvolti o meno, è stato più che altro un test». Intanto Israele, insofferente alla via diplomatica, è pronto a riprendere i bombardamenti: il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che Tel Aviv «attende il via libera degli Stati Uniti per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei» e «per riportare l’Iran all’età della pietra».
Certo è che i colloqui sono in una fase di stallo. A parlarne all’emittente Al Arabiya è stato un diplomatico pachistano: «I progressi sono estremamente limitati». Ha spiegato che Washington vuole mantenere le sanzioni imposte contro l’Iran. Dall’altra parte, per Teheran, il blocco navale americano ai porti del regime «costituisce l’ostacolo alla partecipazione iraniana ai negoziati». I mediatori di Islamabad stanno quindi «cercando di convincere l’Iran a recarsi» nella capitale del Pakistan «per ottenere un allentamento del blocco navale».
Ma le dichiarazioni rilasciate ieri non mostrano flessibilità. Il parlamentare iraniano Ali Khezrian ha infatti commentato che la Guida suprema Mojtaba Khamenei «si oppone fermamente a qualsiasi prolungamento dei negoziati alle condizioni attuali». A dire che Teheran non ha intenzione di trattare è stato anche il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamidreza Haji Babaei: «Qualsiasi negoziato è vietato finché gli Stati Uniti non ammetteranno la sconfitta».
Tra l’altro, sono emersi alcuni dettagli sui motivi che hanno portato all’annullamento martedì del secondo round di colloqui. Secondo quanto riportato da Iran International, a far saltare le trattative sono state le spaccature all’interno della leadership iraniana. Si parla di tensioni tra i sostenitori del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e le figure vicine all’Ufficio di Khamenei. Pare che la delegazione iraniana fosse pronta a partire alla volta di Islamabad, ma un messaggio proveniente dall’entourage di Khamenei ha bloccato tutto: ha messo il veto alle discussioni sulla questione nucleare. E ha pure rimproverato la squadra iraniana per i colloqui precedenti. Ed ecco quindi che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha riconosciuto che sarebbe stato inutile partecipare alle trattative.
Nel frattempo, Al Arabiya ha svelato che a Islamabad sono sempre presenti le delegazioni tecniche deputate a preparare i negoziati. Che il Pakistan sia pronto a ospitare i colloqui in qualsiasi momento è evidente dalle misure di sicurezza ancora presenti nella capitale: le strade sono deserte, i negozi sono chiusi, gli impiegati lavorano da casa. Ieri, intanto, Islamabad è stata la sede dell’incontro tra il ministro dell’Interno pachistano, Mohsin Naqvi, e l’ambasciatrice statunitense Natalie Baker: i due hanno discusso «degli sforzi diplomatici» per organizzare gli eventuali negoziati.
Capo della Marina Usa silurato nel bel mezzo di un blocco navale
Nuovo scossone al Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha di fatto silurato il segretario alla Marina, John Phelan. La mossa è arrivata mentre gli Stati Uniti stanno implementando un blocco ai porti iraniani. Tutto questo, mentre ieri Donald Trump ha ordinato alle navi statunitensi di distruggere le imbarcazioni posamine che Teheran sta usando nello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferito dalla Cnn, sarebbero principalmente due le ragioni del siluramento di Phelan. Hegseth avrebbe convinto Trump della necessità del suo allontanamento a causa delle lungaggini che stanno caratterizzando le riforme della cantieristica navale. Tuttavia, più in profondità, la testata ha riferito che il capo del Pentagono non vedeva di buon occhio il rapporto diretto che Phelan, storico finanziatore di Trump, intratteneva con lo stesso inquilino della Casa Bianca. «Phelan non capiva di non essere il capo. Il suo compito è eseguire gli ordini ricevuti, non eseguire gli ordini che lui ritiene debbano essere dati», ha dichiarato una fonte ad Axios, confermando così che Hegseth si sentiva in qualche modo scavalcato dal segretario alla Marina.
Non è del resto una novità che il capo del Pentagono tema per la sua poltrona. A inizio aprile, Hegseth silurò il capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, Randy George: una figura che era assai vicina all’attuale segretario all’Esercito, Dan Driscoll, il quale è a sua volta un fedelissimo del vicepresidente statunitense, JD Vance. I rapporti tra Hegseth e Driscoll erano d’altronde tesi già dallo scorso settembre: in particolare, il capo del Pentagono ha sempre temuto l’eventualità che il segretario all’Esercito potesse prima o poi fargli le scarpe. Lo scontro tra i due si è acuito con la guerra in Iran, soprattutto mentre Vance acquisiva peso nella gestione della crisi. Trump ha infatti incaricato il suo vice di supervisionare il processo diplomatico con Teheran: è d’altronde noto come il numero due della Casa Bianca fosse originariamente scettico verso un’operazione militare su larga scala contro il regime khomeinista. E infatti, all’interno dell’amministrazione statunitense, Vance è forse la voce maggiormente propensa a una soluzione diplomatica per la crisi iraniana. Di contro, Hegseth, nelle scorse settimane, ha mostrato fastidio verso le prospettive di un cessate il fuoco con Teheran e, ai vertici di Washington, rappresenta l’ala più battagliera nei confronti degli ayatollah.
Ecco che quindi il «caso Driscoll» è venuto a inserirsi in un quadro più ampio, che trascende la sola questione delle gelosie di Hegseth. E attenzione: la tensione sta aumentando. La scorsa settimana il segretario all’Esercito, parlando in audizione alla Camera, si è detto «dispiaciuto» per il siluramento di George. Una presa di posizione significativa, con cui Driscoll ha preso esplicitamente le distanze dal capo del Pentagono. Nell’occasione, secondo il Washington Post, i deputati repubblicani presenti si sarebbero schierati con il segretario all’Esercito, deplorando il licenziamento di George. Questo significa che il malumore verso Hegseth sta crescendo anche nella pattuglia parlamentare del Gop. Un segnale, questo, che è abbastanza inquietante per il capo del Pentagono. Ricordiamo che il recente siluramento di Kristi Noem da segretario per la Sicurezza interna è stato preceduto da critiche che le erano arrivate da alcuni parlamentari del Partito repubblicano. Tutto questo potrebbe aver ulteriormente alimentato i timori di Hegseth. E potrebbe anche contribuire a spiegare il licenziamento di Phelan.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Così le manovre del centrodestra sono state scritte con l’inchiostro di Bruxelles: nessuna sbavatura circa gli impegni economico/finanziari, sguardo sul contenimento della spesa pubblica, a maggior ragione dopo la riforma del Patto di stabilità votato da questo esecutivo. Poche concessioni alle promesse elettorali, se non qualcosa sul taglio delle tasse a favore dei più deboli.
Per dirla in breve, il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha agito in linea di continuità con lo spirito di Mario Draghi, del quale è stato ministro dello Sviluppo economico ed è amico. Più gli chiedevano di allargare i cordoni della borsa e più il Mef si trincerava dietro il rigore dei conti. Chi conosce le cose interne dei Palazzi ci dice che tanto rigore nascondeva una strategia: far fieno in cascina da liberare con l’ultima manovra, quella del rush finale elettorale. «Speravamo di poter essere tranquilli per un’operazione sulla falsariga dei fuochi d’artificio tipo gli 80 euro di Renzi».
Invece, cosa è accaduto è noto: non bastando la guerra in Ucraina, si è messo pure l’«amico» Donald Trump a complicare le cose andando a bombardare l’Iran, creando lo strozzamento nello Stretto di Hormuz con quel cortocircuito che ora preoccupa imprese e famiglie. Soprattutto sul fronte energetico, cioè le bollette.
A complicare ancor più il quadro ci si è messa infine l’Unione europea con la sua intransigenza contabile, negando di derogare il Patto di stabilità. Era stato il lettone Valdis Dombrovskis, all’inizio del mese, a sbattere la porta in faccia a chi chiedeva maggiore elasticità: «Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità debbono avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Come a dire, siccome non siamo ancora in rianimazione, le regole non si toccano e il tabù non si infrange.
E così per un pelino contabile (un deficit pubblico leggermente superiore al 3% del Pil) ci ritroviamo ancora dentro la procedura d’infrazione e quindi ancora sotto osservazione per tutto il 2026. Noi come dieci altri Stati della Ue. Sorvegliati speciali, dicono, per un fanatismo fiscale che a Bruxelles non ammette deroghe e sbavature. Ma quel che in Europa non capiscono è che la concessione di una deroga coincideva con un rilancio dell’economia, delle imprese, delle famiglie, dei consumi. Invece no: intransigenza assoluta. Ma non è tutto. Laddove fossimo stati bravi coi conticini e quindi fossimo usciti dalla procedura d’infrazione, la Commissione ci avrebbe «obbligati» a indebitarci per comprare in primis le armi e poi dare un po’ di fiato sulle bollette.
Una assurdità totale. Tanto che persino il mite e misurato Giorgetti alla fine ha perso quella pazienza trasmessa dal papà pescatore, il mitico Natale, presidente della Cooperativa. E, con eleganza, ha fatto capire le prossime intenzioni del governo nella premessa del Documento di finanza pubblica (cioè l’intesa che definisce il perimetro della prossima manovra). «I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati in ragione sia del lieve deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, sia della necessità di intervenire in maniera ancora più decisa per contrastare con interventi mirati gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche. Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la Difesa».
Una glossa in perfetto vocabolario finanziario, una bella avvertenza politica che noi gazzettieri populisti così traduciamo: al diavolo le armi. Le parole di Giorgetti rappresentano il nuovo paradigma del governo Meloni: i soldi li metteremo per alleggerire le bollette degli italiani e non per comprare armi come da intese di Ursula Von der Leyen. Da Roma il messaggio verso la Commissione sta partendo forte e chiaro: se lo capiscono bene, altrimenti si arrangiassero perché noi faremo così lo stesso. Non si può morire per andar dietro alle fisime contabili della Ue.
Mi sembra un cambio di passo notevole, una spallata a quelle regole assurde che difendono come il Sacro Graal. Non so se questa nuova dimensione è il ripristino delle vecchie regole della casa «sovranista» che tanto piacquero nel 2022 alla maggioranza degli elettori, ma è un bene che nelle stanze del Mef si siano convinti che essere troppo ligi non serve a niente e che i compitini ci hanno rovinato. Ha ragione Gabriele Guzzi, autore del prezioso libro EuroSuicidio: «Le regole di bilancio sono il simbolo massimo del suicidio dell’Europa. Negli ultimi 30 anni l’Italia ha fatto oltre 1.000 miliardi di avanzo primario per seguire queste regole, e ci hanno portato meno crescita e più debito in rapporto al Pil. Ma non sono il frutto di un errore: sono servite sempre a favorire le nazioni più potenti e la loro egemonia, anche quando venivano applicate ai nemici e condonate agli amici. Ma forse il gioco gli si sta rompendo in mano».
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