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2021-10-18
Carta verde. Tutto il mondo ci guarda ma non ci imita
iStock
Sarà forse la sindrome dell'ultimo della classe. È probabile che con l'estensione del green pass abbia giocato anche questo fattore, voler fare meglio di tutti in Europa, dopo essere stati bollati come «gli untori del mondo», anche se ha influito in modo determinante lo shock dei mesi di pandemia dura con gli ospedali in emergenza, saturi di ricoveri. Il certificato vaccinale introdotto dal presidente francese Emmanuel Macron è diventato la bandiera della lotta al Covid del governo di Mario Draghi. E il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori è diventato il provvedimento più rigido mai approvato finora in Europa.
Le istituzioni europee stanno a guardare e non prendono posizione anche perché i riflettori ora sono accesi sulla ripresa economica, il nodo della bolletta energetica e lo spettro dell'inflazione. Temi ai quali si sovrappongono situazioni di instabilità politica: il nuovo governo in Germania, le dimissioni del premier austriaco, la spaccatura sulla gestione del problema dell'immigrazione. Insomma, di punti interrogativi e di tensioni ce ne sono abbastanza da sconsigliare qualsiasi iniziativa che equivalga a mettere benzina sul fuoco di una situazione di generale difficoltà economica.
Paesi avanti nella vaccinazione hanno scelto di non seguire il modello italiano anche per evitare tensioni interne in un momento di snodo per la ripresa europea. La Francia, che pure per prima ha tenuto a battesimo il certificato come lasciapassare per entrare in ristoranti e bar, teatri o fiere, viaggi di lunga percorrenza su treni, aerei e pullman, lo richiede solo per alcune categorie di lavoratori tra cui il personale della sanità, i dipendenti di ristoranti, cinema, musei, centri commerciali, palestre. Non c'è l'obbligo della mascherina. Il portavoce del governo, Gabril Attal, ha annunciato, come riporta Le Figaro, che se la situazione continua a migliorare il pass sanitario potrebbe essere modificato o addirittura sospeso. Finora sono stati sospesi diverse migliaia tra medici e personale infermieristico contrari alla vaccinazione.
La misura continua a suscitare proteste. Sono scese in piazza a manifestare, anche le badanti che improvvisamente si sono trovate davanti a un bivio con la prospettiva di perdere il lavoro. Nei movimenti no vax e no green pass confluiscono frange dei gilet gialli, e un ulteriore giro di vite potrebbe innescare il detonatore della rabbia sociale. Il Covid ha messo a dura prova le periferie delle grandi città e i piccoli centri di provincia. Così Macron procede con i piedi di piombo. L'obbligo della vaccinazione riguarda il personale sanitario e quello delle case di riposo ma non chi lavora nella scuola.
In Spagna il problema non si è posto più da quando il tribunale regionale della Galizia ha dichiarato non valido il requisito della certificazione per accedere a bar, ristoranti e locali notturni in certe zone della regione. La Galizia era l'ultimo territorio in cui la misura era ancora vigente, dopo che precedenti sentenze avevano fatto cadere l'obbligo in Andalusia, Cantabria e le Canarie. In Catalogna, venerdì scorso sono state eliminate tutte le restrizioni ed è stata annunciata la fine dell'emergenza.
In Germania spetta ai Länder stabilire le misure restrittive. Il green pass è obbligatorio per accedere a ospedali, piscine, ristoranti al chiuso, palestre, parrucchieri e per prenotare le stanze di hotel ma non per i lavoratori. In Grecia i lavoratori devono fare un tampone a settimana a proprie spese mentre c'è l'obbligo della vaccinazione per chi lavora nella sanità.
In Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Romania, Danimarca, Croazia il pass serve per frequentare ristoranti, palestre, hotel, musei, ma non per accedere a uffici pubblici, scuole, università e nemmeno per andare a lavorare. In Belgio è obbligatorio solo l'uso della mascherina per gli addetti al settore dell'accoglienza, mentre il certificato verde è richiesto ai turisti. Nel Regno Unito, vige da tempo l'assoluta mancanza di restrizioni. Non è richiesto il certificato di vaccinazione per entrare nei locali o per assistere a concerti, spettacoli e manifestazioni sportive mentre lo ha imposto la Scozia.
Spagna: impossibile far accettare restrizioni. Presto addio anche alle mascherine
«Sarebbe impossibile far accettare agli spagnoli le restrizioni del green pass come ci sono in Italia. Il governo ha scelto la linea soft e ora che i numeri del contagio stanno scendendo si parla di togliere le mascherine. Figurarsi imporre il certificato vaccinale sul lavoro. Ora l'attenzione è concentrata sulla ripresa dell'economia. Gli spagnoli vogliono lasciarsi alle spalle il Covid e sono desiderosi di voltare pagina prima possibile. Il green pass esteso a tutte le attività non sarebbe percepito come un passo in avanti verso lo sviluppo del Paese». Norma Pellegrino è avvocato e vive a Madrid da oltre dieci anni. Gli spagnoli come giudicano le restrizioni che continuano a persistere in Italia? «In Spagna l'unico obbligo in vigore riguarda l'uso delle mascherine nei luoghi chiusi e sui mezzi di trasporto ma nessuno si azzarda a chiedere il green pass all'ingresso di un ristorante o per entrare in una sala di concerto. Gli spagnoli non capiscono le motivazioni che hanno indotto il governo italiano a introdurre l'obbligo del certificato vaccinale sui luoghi di lavoro».
La notizia delle rigorose restrizioni italiane ha «molto sorpreso» i suoi amici e colleghi. «In Spagna un provvedimento del genere sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale», spiega Pellegrino. «Scatenerebbe le proteste. La popolazione è stremata da oltre un anno di pandemia e ora, con i numeri dei contagi in calo, vuole riprendere la vita normale, viaggiare, lavorare a pieno ritmo. Ora che la fase di emergenza è passata, un altro giro di vite non sarebbe accettato perché incomprensibile». Sulle tv spagnole sono rimbalzate le immagini degli scontri in piazza dei manifestanti contrari al certificato verde. «Nessuno qui a Madrid si è stupito di quelle reazioni», spiega. «Molti credono che sarebbe successo lo stesso di fronte a un atteggiamento così rigido del governo e senza gravissimi dati pandemici. Qui i movimenti no vax sono una minoranza proprio perché la politica ha scelto una linea morbida e ora punta a voltare pagina. Si discute molto di cure domiciliari. L'obbligo del certificato sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale, un ostacolo alle attività economiche, ingiustificabile in un momento in cui tutti vogliamo la ripresa».
Secondo Norma Pellegrino è molto radicata la convinzione che il vaccino «non impedisca comunque il contagio. Si può avere il green pass e essere comunque portatori del virus in modo asintomatico. Quindi imporre il certificato non avrebbe grandi benefici. Questo è ciò che pensa la maggior parte degli spagnoli».
Alvaro Cicco vive da 26 anni a Madrid: «Mai avuto il green pass. Ho un'impresa immobiliare e un ristorante e non posso obbligare i dipendenti a vaccinarsi. Non lo chiedo, non mi interessa saperlo. C'è insofferenza per la mascherina, figurarsi per altri obblighi. Non c'è nemmeno il vincolo per la capienza nei locali al chiuso. In tante aziende c'è ancora lo smart working. Madrid è stata la prima città ad aprire le attività rispetto al resto della Spagna».
Danimarca: la vita è tornata normale da un pezzo. E chi viaggia vuole regole più chiare
«I danesi hanno accettato con difficoltà la mascherina, figurarsi le restrizioni più drastiche. Un mio amico, prima di organizzare le vacanze in Italia, mi ha chiesto se ancora c'erano le restrizioni e appena saputo che nei locali chiusi è ancora obbligatoria la mascherina, ha rinunciato al viaggio. In Danimarca dal 10 settembre sono state abolite tutte le misure anti Covid e si è tornati alla totale normalità. È normale che sia così, siamo a un livello di vaccinazione intorno all'80%». È la testimonianza di Jesper Storgaard Jensen, corrispondente dall'Italia del settimanale Weekendavisen. L'80% è una quota simile a quella raggiunta in Italia: seguendo il modello danese si dovrebbe riaprire tutto anche qui. «Sì, noi facciamo fatica a capire le vostre restrizioni», dice Storgaard Jensen, «ma è anche vero che nel vostro Paese il Covid ha causato la morte di più persone, è stata una grande tragedia e forse si vuole rispondere a un'emergenza con misure drastiche».
In Danimarca il green pass è stato abolito quando ancora la percentuale dei vaccinati era sotto l'80%. «I danesi hanno una percezione del pericolo meno accentuata degli italiani e ora tutta l'attenzione è rivolta ad altri temi», spiega il giornalista. «Sui giornali e in tv si parla più della ripresa economica generale, del problema energetico. La pandemia appartiene già al passato».
E il rapporto con l'Italia, da turisti? «Si ha una visione un po' confusa circa i provvedimenti restrittivi. Chi viene in Italia per turismo o per business si deve aggiornare continuamente. In tanti mi chiedono, prima di un viaggio nel vostro Paese, se i bambini devono essere vaccinati, se occorre fare il tampone per entrare nei ristoranti. Però sono altri i temi dell'Italia che interessano. Ho un blog su Facebook e quando ho postato le scene degli scontri di sabato a Roma ho riscontrato poche visualizzazioni, ma è bastato che mettessi l'annuncio di un nuovo locale a Trastevere per scatenare l'interesse. Così quando dalla Danimarca mi chiedono come mai in Italia c'è ancora il green pass, io ricordo che gli ospedali sono andati in tilt, la spesa sanitaria è aumentata e il governo non vuole tornare a quei mesi critici. Resta comunque difficile far digerire a un danese che viene in Italia, l'obbligo della mascherina».
Francia: «La "liberté" viene prima di tutto. Voi italiani siete troppo remissivi»
«L'Italia, dal punto di vista dei francesi, è più incline a farsi sottomettere dal governo per quanto riguarda le restrizioni. Ma forse questo atteggiamento è stato causato dalla gravità dell'epidemia nel vostro Paese. Qui il green pass obbligatorio sul posto di lavoro sarebbe inconcepibile, scatenerebbe una protesta peggiore di quella che abbiamo visto nelle piazze italiane come riportato nei telegiornali francesi»: Anna Colao, di genitori italiani, è nata e vive a Parigi ed è dipendente della casa editrice Albin Michel. Spiega che la situazione in Francia, per le politiche sulla vaccinazione e le restrizioni, è molto complessa.
«Nei movimenti no vax confluiscono anche gli scontenti della politica del presidente Macron, ci sono frange dei gilet gialli e delle periferie urbane più degradate. Ma la protesta coinvolge anche i ceti intellettuali. Persone di buon reddito non concepiscono il certificato verde perché lo considerano uno strumento di controllo da parte del governo». Colao riferisce di una collega della casa editrice, over 50, due figli, che ha aspettato a lungo prima di vaccinarsi e solo ultimamente ha scaricato sullo smartphone l'applicazione con la certificazione: «Temeva, mi ha detto, di essere controllata negli spostamenti, di perdere parte della sua libertà. Ecco, il problema più sentito dai francesi è che il certificato imposto rappresenta una restrizione della libertà individuale».
Anna Colao si dice molto stupita della capacità degli italiani di accettare questo tipo di restrizioni molto rigide. «Il green pass italiano obbligatorio è considerato dai francesi come uno strumento subdolo, un modo per indurre la vaccinazione senza dirlo chiaramente. È un modo per costringere le persone a una scelta, restringendo i margini di manovra a chi non aderisce. Qui in Francia un provvedimento così drastico sarebbe impossibile da far digerire, si scatenerebbe il finimondo. Forse qui c'è una sensibilità per la libertà personale più spiccata. E probabilmente dopo la pandemia, gli italiani avendo sofferto mesi terribili, sono più ubbidienti e accettano le restrizioni anche dure».
L'editor sottolinea che mentre i parigini delle classi elevate sarebbero più disponibili a regole stringenti, «non così quanti vivono nelle banlieu o nella provincia dove la crisi si fa sentire di più e il Covid ha causato la chiusura di tante attività. Ora c'è voglia di tornare alla normalità. No, davvero il green pass obbligatorio non lo capiamo né tantomeno sarebbe accettato».
Belgio: le istituzioni europee non danno giudizi. Interessa di più il Pnrr
«Le istituzioni europee sono state molto attive per introdurre il green pass e favorire così gli spostamenti all'interno dell'Unione, poi però hanno lasciato ai singoli Paesi le decisioni sulle regole da stabilire al loro interno. La situazione non è omogenea. Ci sono realtà come nell'Est Europa in cui la vaccinazione procede con lentezza e quindi introdurre misure stringenti per le attività economiche vorrebbe dire bloccare la ripresa. In alcuni Paesi ci sono situazioni politiche delicate. Pensiamo alla Germania alle prese con nuovi equilibri di governo o all'Austria dove si è dimesso il premier. In Danimarca sono talmente avanti con la vaccinazione e i casi di contagio sono così marginali che sono state abolite tutte le restrizioni. Ciò che interessa ora a Bruxelles è ridare slancio all'economia. Le istituzioni europee hanno assunto la linea di non entrare nel merito delle decisioni di ciascuno Stato membro».
Renato Coen, corrispondente di Sky da Bruxelles, fa uno scenario di come vengono viste dalle istituzioni le misure restrittive prese dal governo di Mario Draghi. «Il sentiment è favorevole ma non ci sono prese di posizione ufficiali. Ora i fari sono accesi sul Pnrr, il Piano di rilancio dell'economia. C'è grande preoccupazione per l'aumento della bolletta energetica e per la transizione ecologica. Continua a esserci un pressing su quei Paesi che sono indietro con la vaccinazione. Si insiste più sulla immunizzazione che sul green pass», sottolinea Coen. «Bisogna fare l'ultimo passo per uscire dalla pandemia e riprendere a marciare, è quello che Bruxelles dice con forza. La priorità è ripartire».
Londra boccia la linea intransigente. «Chi lavora non deve avere controlli»
Roberto Di Febo, da oltre vent'anni a Londra, dirige la clinica Italian doctors, punto di riferimento sanitario degli italiani che vivono nella capitale britannica. «Qui i locali sono pieni», racconta, «la sera nel centro si fatica a camminare, c'è ancora qualcuno che porta la mascherina, ma sono i più anziani. Nessuno si sognerebbe mai di imporre nuove restrizioni. Dopo la vaccinazione a tappeto siamo tornati alla normalità e qui non si capisce come mai in Italia continuano a esserci misure così severe a fronte della regressione della pandemia. C'è la convinzione generale che il green pass non abbia senso dal momento che chi è vaccinato può comunque essere un veicolo di contagio».
«Il governo britannico», aggiunge Di Febo, «ha deciso che era arrivato il momento di voltare pagina e gli inglesi sono soddisfatti di questa scelta, non tornerebbero mai indietro. Non considerano l'Italia un modello da imitare. È una follia pensare di sospendere dal lavoro chi non è vaccinato. A Londra mal sopportavano la mascherina, figurarsi l'obbligo del certificato vaccinale per lavorare o entrare in un locale chiuso». Di Febo risponde alla nostra telefonata mentre è in metropolitana di rientro dal lavoro: «Sono qui stretto nella calca che di solito è caratteristica del fine giornata e nessuno porta la mascherina. Nemmeno questi due poliziotti che ho davanti».
Alex Deane, socio di una società di consulenza della City e commentatore politico, è però ottimista sull'evoluzione della situazione italiana: «Le restrizioni possono essere frustranti, ma esistono nella maggior parte dei mercati e dobbiamo imparare a conviverci. Non penso che in Italia dureranno a lungo perché la pandemia sta regredendo e comunque gli inglesi amano talmente tanto il vostro Paese che presto torneranno a visitarlo anche con gli ostacoli delle mascherine e della vaccinazione. Ogni Paese ha il suo sistema di regole e su questo gli inglesi sono molto rispettosi. E poi ci sono i rapporti economici, gli scambi commerciali che non possono subire battute d'arresto. I viaggi e il business non saranno scoraggiati dalle restrizioni anche se vorremmo che finissero presto. Nel post Brexit si sono aperte tante opportunità per la cooperazione bilaterale. Penso che il 2022 segnerà il ritorno alla normalità e sono ottimista sul fatto che l'Italia vedrà molti più britannici in visita e tanti italiani ospiti qui. Entrambe le nostre economie ne hanno bisogno ed entrambe le nostre popolazioni ne beneficeranno».
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Nemmeno i Paesi che si trovano più indietro con la campagna vaccinale hanno esteso l'obbligo del certificato come imposto dal governo Draghi: l'attenzione è concentrata sull'economia e su come evitare le tensioni sociali. Proprio quelle che invece sono esplose qui.Lo speciale contiene sei articoli.Sarà forse la sindrome dell'ultimo della classe. È probabile che con l'estensione del green pass abbia giocato anche questo fattore, voler fare meglio di tutti in Europa, dopo essere stati bollati come «gli untori del mondo», anche se ha influito in modo determinante lo shock dei mesi di pandemia dura con gli ospedali in emergenza, saturi di ricoveri. Il certificato vaccinale introdotto dal presidente francese Emmanuel Macron è diventato la bandiera della lotta al Covid del governo di Mario Draghi. E il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori è diventato il provvedimento più rigido mai approvato finora in Europa. Le istituzioni europee stanno a guardare e non prendono posizione anche perché i riflettori ora sono accesi sulla ripresa economica, il nodo della bolletta energetica e lo spettro dell'inflazione. Temi ai quali si sovrappongono situazioni di instabilità politica: il nuovo governo in Germania, le dimissioni del premier austriaco, la spaccatura sulla gestione del problema dell'immigrazione. Insomma, di punti interrogativi e di tensioni ce ne sono abbastanza da sconsigliare qualsiasi iniziativa che equivalga a mettere benzina sul fuoco di una situazione di generale difficoltà economica. Paesi avanti nella vaccinazione hanno scelto di non seguire il modello italiano anche per evitare tensioni interne in un momento di snodo per la ripresa europea. La Francia, che pure per prima ha tenuto a battesimo il certificato come lasciapassare per entrare in ristoranti e bar, teatri o fiere, viaggi di lunga percorrenza su treni, aerei e pullman, lo richiede solo per alcune categorie di lavoratori tra cui il personale della sanità, i dipendenti di ristoranti, cinema, musei, centri commerciali, palestre. Non c'è l'obbligo della mascherina. Il portavoce del governo, Gabril Attal, ha annunciato, come riporta Le Figaro, che se la situazione continua a migliorare il pass sanitario potrebbe essere modificato o addirittura sospeso. Finora sono stati sospesi diverse migliaia tra medici e personale infermieristico contrari alla vaccinazione.La misura continua a suscitare proteste. Sono scese in piazza a manifestare, anche le badanti che improvvisamente si sono trovate davanti a un bivio con la prospettiva di perdere il lavoro. Nei movimenti no vax e no green pass confluiscono frange dei gilet gialli, e un ulteriore giro di vite potrebbe innescare il detonatore della rabbia sociale. Il Covid ha messo a dura prova le periferie delle grandi città e i piccoli centri di provincia. Così Macron procede con i piedi di piombo. L'obbligo della vaccinazione riguarda il personale sanitario e quello delle case di riposo ma non chi lavora nella scuola. In Spagna il problema non si è posto più da quando il tribunale regionale della Galizia ha dichiarato non valido il requisito della certificazione per accedere a bar, ristoranti e locali notturni in certe zone della regione. La Galizia era l'ultimo territorio in cui la misura era ancora vigente, dopo che precedenti sentenze avevano fatto cadere l'obbligo in Andalusia, Cantabria e le Canarie. In Catalogna, venerdì scorso sono state eliminate tutte le restrizioni ed è stata annunciata la fine dell'emergenza. In Germania spetta ai Länder stabilire le misure restrittive. Il green pass è obbligatorio per accedere a ospedali, piscine, ristoranti al chiuso, palestre, parrucchieri e per prenotare le stanze di hotel ma non per i lavoratori. In Grecia i lavoratori devono fare un tampone a settimana a proprie spese mentre c'è l'obbligo della vaccinazione per chi lavora nella sanità.In Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Romania, Danimarca, Croazia il pass serve per frequentare ristoranti, palestre, hotel, musei, ma non per accedere a uffici pubblici, scuole, università e nemmeno per andare a lavorare. In Belgio è obbligatorio solo l'uso della mascherina per gli addetti al settore dell'accoglienza, mentre il certificato verde è richiesto ai turisti. Nel Regno Unito, vige da tempo l'assoluta mancanza di restrizioni. Non è richiesto il certificato di vaccinazione per entrare nei locali o per assistere a concerti, spettacoli e manifestazioni sportive mentre lo ha imposto la Scozia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spagna-impossibile-far-accettare-restrizioni-presto-addio-anche-alle-mascherine" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Spagna: impossibile far accettare restrizioni. Presto addio anche alle mascherine «Sarebbe impossibile far accettare agli spagnoli le restrizioni del green pass come ci sono in Italia. Il governo ha scelto la linea soft e ora che i numeri del contagio stanno scendendo si parla di togliere le mascherine. Figurarsi imporre il certificato vaccinale sul lavoro. Ora l'attenzione è concentrata sulla ripresa dell'economia. Gli spagnoli vogliono lasciarsi alle spalle il Covid e sono desiderosi di voltare pagina prima possibile. Il green pass esteso a tutte le attività non sarebbe percepito come un passo in avanti verso lo sviluppo del Paese». Norma Pellegrino è avvocato e vive a Madrid da oltre dieci anni. Gli spagnoli come giudicano le restrizioni che continuano a persistere in Italia? «In Spagna l'unico obbligo in vigore riguarda l'uso delle mascherine nei luoghi chiusi e sui mezzi di trasporto ma nessuno si azzarda a chiedere il green pass all'ingresso di un ristorante o per entrare in una sala di concerto. Gli spagnoli non capiscono le motivazioni che hanno indotto il governo italiano a introdurre l'obbligo del certificato vaccinale sui luoghi di lavoro». La notizia delle rigorose restrizioni italiane ha «molto sorpreso» i suoi amici e colleghi. «In Spagna un provvedimento del genere sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale», spiega Pellegrino. «Scatenerebbe le proteste. La popolazione è stremata da oltre un anno di pandemia e ora, con i numeri dei contagi in calo, vuole riprendere la vita normale, viaggiare, lavorare a pieno ritmo. Ora che la fase di emergenza è passata, un altro giro di vite non sarebbe accettato perché incomprensibile». Sulle tv spagnole sono rimbalzate le immagini degli scontri in piazza dei manifestanti contrari al certificato verde. «Nessuno qui a Madrid si è stupito di quelle reazioni», spiega. «Molti credono che sarebbe successo lo stesso di fronte a un atteggiamento così rigido del governo e senza gravissimi dati pandemici. Qui i movimenti no vax sono una minoranza proprio perché la politica ha scelto una linea morbida e ora punta a voltare pagina. Si discute molto di cure domiciliari. L'obbligo del certificato sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale, un ostacolo alle attività economiche, ingiustificabile in un momento in cui tutti vogliamo la ripresa». Secondo Norma Pellegrino è molto radicata la convinzione che il vaccino «non impedisca comunque il contagio. Si può avere il green pass e essere comunque portatori del virus in modo asintomatico. Quindi imporre il certificato non avrebbe grandi benefici. Questo è ciò che pensa la maggior parte degli spagnoli». Alvaro Cicco vive da 26 anni a Madrid: «Mai avuto il green pass. Ho un'impresa immobiliare e un ristorante e non posso obbligare i dipendenti a vaccinarsi. Non lo chiedo, non mi interessa saperlo. C'è insofferenza per la mascherina, figurarsi per altri obblighi. Non c'è nemmeno il vincolo per la capienza nei locali al chiuso. In tante aziende c'è ancora lo smart working. Madrid è stata la prima città ad aprire le attività rispetto al resto della Spagna». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="danimarca-la-vita-e-tornata-normale-da-un-pezzo-e-chi-viaggia-vuole-regole-piu-chiare" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Danimarca: la vita è tornata normale da un pezzo. E chi viaggia vuole regole più chiare «I danesi hanno accettato con difficoltà la mascherina, figurarsi le restrizioni più drastiche. Un mio amico, prima di organizzare le vacanze in Italia, mi ha chiesto se ancora c'erano le restrizioni e appena saputo che nei locali chiusi è ancora obbligatoria la mascherina, ha rinunciato al viaggio. In Danimarca dal 10 settembre sono state abolite tutte le misure anti Covid e si è tornati alla totale normalità. È normale che sia così, siamo a un livello di vaccinazione intorno all'80%». È la testimonianza di Jesper Storgaard Jensen, corrispondente dall'Italia del settimanale Weekendavisen. L'80% è una quota simile a quella raggiunta in Italia: seguendo il modello danese si dovrebbe riaprire tutto anche qui. «Sì, noi facciamo fatica a capire le vostre restrizioni», dice Storgaard Jensen, «ma è anche vero che nel vostro Paese il Covid ha causato la morte di più persone, è stata una grande tragedia e forse si vuole rispondere a un'emergenza con misure drastiche». In Danimarca il green pass è stato abolito quando ancora la percentuale dei vaccinati era sotto l'80%. «I danesi hanno una percezione del pericolo meno accentuata degli italiani e ora tutta l'attenzione è rivolta ad altri temi», spiega il giornalista. «Sui giornali e in tv si parla più della ripresa economica generale, del problema energetico. La pandemia appartiene già al passato». E il rapporto con l'Italia, da turisti? «Si ha una visione un po' confusa circa i provvedimenti restrittivi. Chi viene in Italia per turismo o per business si deve aggiornare continuamente. In tanti mi chiedono, prima di un viaggio nel vostro Paese, se i bambini devono essere vaccinati, se occorre fare il tampone per entrare nei ristoranti. Però sono altri i temi dell'Italia che interessano. Ho un blog su Facebook e quando ho postato le scene degli scontri di sabato a Roma ho riscontrato poche visualizzazioni, ma è bastato che mettessi l'annuncio di un nuovo locale a Trastevere per scatenare l'interesse. Così quando dalla Danimarca mi chiedono come mai in Italia c'è ancora il green pass, io ricordo che gli ospedali sono andati in tilt, la spesa sanitaria è aumentata e il governo non vuole tornare a quei mesi critici. Resta comunque difficile far digerire a un danese che viene in Italia, l'obbligo della mascherina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="francia-la-liberte-viene-prima-di-tutto-voi-italiani-siete-troppo-remissivi" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Francia: «La "liberté" viene prima di tutto. Voi italiani siete troppo remissivi» «L'Italia, dal punto di vista dei francesi, è più incline a farsi sottomettere dal governo per quanto riguarda le restrizioni. Ma forse questo atteggiamento è stato causato dalla gravità dell'epidemia nel vostro Paese. Qui il green pass obbligatorio sul posto di lavoro sarebbe inconcepibile, scatenerebbe una protesta peggiore di quella che abbiamo visto nelle piazze italiane come riportato nei telegiornali francesi»: Anna Colao, di genitori italiani, è nata e vive a Parigi ed è dipendente della casa editrice Albin Michel. Spiega che la situazione in Francia, per le politiche sulla vaccinazione e le restrizioni, è molto complessa. «Nei movimenti no vax confluiscono anche gli scontenti della politica del presidente Macron, ci sono frange dei gilet gialli e delle periferie urbane più degradate. Ma la protesta coinvolge anche i ceti intellettuali. Persone di buon reddito non concepiscono il certificato verde perché lo considerano uno strumento di controllo da parte del governo». Colao riferisce di una collega della casa editrice, over 50, due figli, che ha aspettato a lungo prima di vaccinarsi e solo ultimamente ha scaricato sullo smartphone l'applicazione con la certificazione: «Temeva, mi ha detto, di essere controllata negli spostamenti, di perdere parte della sua libertà. Ecco, il problema più sentito dai francesi è che il certificato imposto rappresenta una restrizione della libertà individuale». Anna Colao si dice molto stupita della capacità degli italiani di accettare questo tipo di restrizioni molto rigide. «Il green pass italiano obbligatorio è considerato dai francesi come uno strumento subdolo, un modo per indurre la vaccinazione senza dirlo chiaramente. È un modo per costringere le persone a una scelta, restringendo i margini di manovra a chi non aderisce. Qui in Francia un provvedimento così drastico sarebbe impossibile da far digerire, si scatenerebbe il finimondo. Forse qui c'è una sensibilità per la libertà personale più spiccata. E probabilmente dopo la pandemia, gli italiani avendo sofferto mesi terribili, sono più ubbidienti e accettano le restrizioni anche dure». L'editor sottolinea che mentre i parigini delle classi elevate sarebbero più disponibili a regole stringenti, «non così quanti vivono nelle banlieu o nella provincia dove la crisi si fa sentire di più e il Covid ha causato la chiusura di tante attività. Ora c'è voglia di tornare alla normalità. No, davvero il green pass obbligatorio non lo capiamo né tantomeno sarebbe accettato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="belgio-le-istituzioni-europee-non-danno-giudizi-interessa-di-piu-il-pnrr" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Belgio: le istituzioni europee non danno giudizi. Interessa di più il Pnrr «Le istituzioni europee sono state molto attive per introdurre il green pass e favorire così gli spostamenti all'interno dell'Unione, poi però hanno lasciato ai singoli Paesi le decisioni sulle regole da stabilire al loro interno. La situazione non è omogenea. Ci sono realtà come nell'Est Europa in cui la vaccinazione procede con lentezza e quindi introdurre misure stringenti per le attività economiche vorrebbe dire bloccare la ripresa. In alcuni Paesi ci sono situazioni politiche delicate. Pensiamo alla Germania alle prese con nuovi equilibri di governo o all'Austria dove si è dimesso il premier. In Danimarca sono talmente avanti con la vaccinazione e i casi di contagio sono così marginali che sono state abolite tutte le restrizioni. Ciò che interessa ora a Bruxelles è ridare slancio all'economia. Le istituzioni europee hanno assunto la linea di non entrare nel merito delle decisioni di ciascuno Stato membro». Renato Coen, corrispondente di Sky da Bruxelles, fa uno scenario di come vengono viste dalle istituzioni le misure restrittive prese dal governo di Mario Draghi. «Il sentiment è favorevole ma non ci sono prese di posizione ufficiali. Ora i fari sono accesi sul Pnrr, il Piano di rilancio dell'economia. C'è grande preoccupazione per l'aumento della bolletta energetica e per la transizione ecologica. Continua a esserci un pressing su quei Paesi che sono indietro con la vaccinazione. Si insiste più sulla immunizzazione che sul green pass», sottolinea Coen. «Bisogna fare l'ultimo passo per uscire dalla pandemia e riprendere a marciare, è quello che Bruxelles dice con forza. La priorità è ripartire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="londra-boccia-la-linea-intransigente-chi-lavora-non-deve-avere-controlli" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Londra boccia la linea intransigente. «Chi lavora non deve avere controlli» Roberto Di Febo, da oltre vent'anni a Londra, dirige la clinica Italian doctors, punto di riferimento sanitario degli italiani che vivono nella capitale britannica. «Qui i locali sono pieni», racconta, «la sera nel centro si fatica a camminare, c'è ancora qualcuno che porta la mascherina, ma sono i più anziani. Nessuno si sognerebbe mai di imporre nuove restrizioni. Dopo la vaccinazione a tappeto siamo tornati alla normalità e qui non si capisce come mai in Italia continuano a esserci misure così severe a fronte della regressione della pandemia. C'è la convinzione generale che il green pass non abbia senso dal momento che chi è vaccinato può comunque essere un veicolo di contagio». «Il governo britannico», aggiunge Di Febo, «ha deciso che era arrivato il momento di voltare pagina e gli inglesi sono soddisfatti di questa scelta, non tornerebbero mai indietro. Non considerano l'Italia un modello da imitare. È una follia pensare di sospendere dal lavoro chi non è vaccinato. A Londra mal sopportavano la mascherina, figurarsi l'obbligo del certificato vaccinale per lavorare o entrare in un locale chiuso». Di Febo risponde alla nostra telefonata mentre è in metropolitana di rientro dal lavoro: «Sono qui stretto nella calca che di solito è caratteristica del fine giornata e nessuno porta la mascherina. Nemmeno questi due poliziotti che ho davanti». Alex Deane, socio di una società di consulenza della City e commentatore politico, è però ottimista sull'evoluzione della situazione italiana: «Le restrizioni possono essere frustranti, ma esistono nella maggior parte dei mercati e dobbiamo imparare a conviverci. Non penso che in Italia dureranno a lungo perché la pandemia sta regredendo e comunque gli inglesi amano talmente tanto il vostro Paese che presto torneranno a visitarlo anche con gli ostacoli delle mascherine e della vaccinazione. Ogni Paese ha il suo sistema di regole e su questo gli inglesi sono molto rispettosi. E poi ci sono i rapporti economici, gli scambi commerciali che non possono subire battute d'arresto. I viaggi e il business non saranno scoraggiati dalle restrizioni anche se vorremmo che finissero presto. Nel post Brexit si sono aperte tante opportunità per la cooperazione bilaterale. Penso che il 2022 segnerà il ritorno alla normalità e sono ottimista sul fatto che l'Italia vedrà molti più britannici in visita e tanti italiani ospiti qui. Entrambe le nostre economie ne hanno bisogno ed entrambe le nostre popolazioni ne beneficeranno».
Emmanuel Macron (Ansa)
La prima è contenuto nell’articolo 25 del regolamento del 2024, sostanzialmente invariata rispetto al passato, la seconda è prevista dall’articolo 26, che è stata frutto di un lungo compromesso sull’asse franco-tedesco ed è stata presentata a lungo come il simbolo della tanta invocata «flessibilità» di cui era priva la precedente versione del Psc. Ma è stato un compromesso che ha «avvelenato i pozzi», come spiegheremo di seguito.
L’effetto finale di entrambe le clausole è quello di consentire una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta concordata e quindi fare più spesa e più deficit. Ma le modalità di attivazione ed esercizio delle due clausole sono diverse. La clausola nazionale (Nec, National escape clause) di distingue proprio per il suo approccio specifico e mirato alle esigenze del singolo Stato membro, mentre quella generale (Gec, general escape clause) riguarda la Ue nella sua interezza. Di conseguenza, sono ben diverse le condizioni attivazione della sospensione del Psc. Mentre la Gec richiede una «grave recessione» che deve riguardare la Ue nel suo complesso e quindi necessita un ampio coordinamento tra gli Stati, la Nec richiede il verificarsi di «circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro» che abbiano un «impatto rilevante sulle finanze pubbliche», stimato intorno al 1-1,5% del Pil. Intorno ai 30 miliardi per l’Italia. E cosa c’è di più «eccezionale» e «al di fuori del controllo» di uno shock dei prezzi energetici, che peraltro impatta in modo asimmetrico e disomogeneo sui singoli Stati membri, in dipendenza del loro specifico mix di approvvigionamento energetico? E qui sorgono i problemi.
La Commissione è convinta che la spese per la difesa rientrino nella definizione, al contrario delle spese per la crisi energetica e, nel fare questa valutazione, ha di fatto un potere insindacabile, scalfibile soltanto con una certosina opera di convincimento. Nulla di più. A meno di non voler far esplodere un conflitto istituzionale, che è quello che abbiamo potuto leggere in filigrana nelle ultime dichiarazioni a tale proposito di Giorgia Meloni e del ministro Giorgetti.
Un rischio reale perché chi decide sulla concessione della Nec è il Consiglio Ecofin con la particolare formula della maggioranza qualificata rafforzata (almeno 20 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione). Ma lo fa esprimendosi su una raccomandazione della Commissione la quale deve essere preceduta da un’esplicita richiesta dello Stato membro, che viene attentamente vagliata dalla Commissione. A quel punto il Consiglio stabilisce la durata della deviazione e può anche concedere più proroghe. Ovviamente tali fasi sono precedute e accompagnate da interlocuzioni informali, per far sì che la richiesta dello Stato membro diventi una raccomandazione della Commissione in senso favorevole ed entri in Consiglio con ragionevoli probabilità di successo. È questo probabilmente il motivo dell’attivismo verbale di Meloni e Giorgetti in questi giorni perché, non essendoci le condizioni per la clausola generale, bisogna convincere Commissione e Consiglio per ottenere quella nazionale. Possibilmente evitando di sfidarli presentando la richiesta e ricevendo un secco “no” in favore di telecamere e mercati.
E qui veniamo al grimaldello più pesante nelle mani della Commissione. Perché la «deviazione» non deve «mettere a rischio la sostenibilità fiscale nel medio termine». Una valutazione contraddistinta da una infinita discrezionalità, perché entrano in gioco diverse variabili come la traiettoria del debito, i costi di finanziamento, le proiezioni di crescita. Fattori su cui l’Italia è un osservato speciale a Bruxelles. Su tutto questo, come se non bastasse, si innesta la procedura per deficit eccessivo (Edp), dalla quale l’Italia non è riuscita ad uscire a causa del deficit/PIL al 3,1% nel 2025. Infatti la Nec è attivabile anche dal Paese che è già in Edp come l’Italia, ma subendo la conseguenza distorsiva e illogica di prolungare la procedura. Ecco così spiegata la recente pressione sul filo dei decimali per scendere sotto il 3%, perché se fosse avvenuto avremmo avuto potuto deviare dal Patto senza rientrare in procedura. In altre parole, per chi non è in Edp, come la Germania, attivare la clausola nazionale consente di spendere senza finire in Edp, invece per chi è in Edp spendere significa restare in Edp più a lungo. Fine pena mai. Soprattutto confrontandosi con la Francia che negli ultimi 17 anni è stata in Edp per 11 anni ed ha pure ottenuto tempo fino al 2029 per rientrare sotto il 3%, mentre noi abbiamo avuto tempo fino al 2026.
E proprio dalla sponda francese ieri sono arrivate le ambigue parole del Presidente Emmanuel Macron che ha proposto il rinvio del rimborso dei debiti del NextGenerationUE da parte degli Stati membri, previsto dal 2028 al 2058. Anziché consentire agli Stati lo sfruttamento della flessibilità nazionale, ricompare la «sirena» del debito comune, peraltro nemmeno nuove risorse, che serve solo a condizionarci.
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Claudio Borghi (Ansa)
La maggioranza di centrodestra dialoga al suo interno su come fronteggiare la grave crisi economica provocata dal prolungarsi della guerra tra Usa e Iran: diverse le proposte sul tappeto, in vista dell’esame parlamentare del Documento di finanza pubblica, in relazione al quale giovedì prossimo verrà votata la risoluzione di maggioranza, tra le quali tiene banco quella di uno scostamento di bilancio, che consiste nell’aumento del debito pubblico oltre la soglia già prevista. Una ipotesi caldeggiata in particolare dalla Lega: «Noi», spiega all’Ansa il capogruppo del Carroccio in Commissione Bilancio al Senato, Claudio Borghi, «sabato scorso a Milano abbiamo fatto una manifestazione per chiedere lo scostamento di bilancio. Noto che da quel momento la nostra posizione sta diventando sempre più patrimonio comune del centrodestra e ne sono più che felice. Si tratterà con gli alleati sui contenuti del documento unitario da portare in Parlamento ma la Lega insisterà per inserire anche l’abbandono del Patto di stabilità europeo, eventualmente anche unilaterale qualora l’Ue non dovesse dare risposte».
Posizione forte, ribadita da Matteo Salvini: «Uscire dal Patto di stabilità? Lo diciamo da settimane», sottolinea Salvini, «non è una proposta di ieri. Rischiamo il blocco dell’Italia per l’aumento del costo del gasolio, della luce e del gas. E quindi se Bruxelles non permetterà a tutti di investire per aiutare famiglie e imprese, noi chiederemo di poter aiutare gli italiani. Poi se non lo fanno i polacchi o i portoghesi o i finlandesi, saranno ragionamenti loro. Noi portiamo avanti la richiesta di poter usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Perfettamente in linea, il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi, anche lui della Lega: «Sugli extracosti il tema è molto semplice», sottolinea Rixi, «o ci fanno fare uno scostamento di bilancio particolarmente importante o dobbiamo riorientare le opere pubbliche da calendarizzare, non c’è nessuna azienda che può permettersi di lavorare senza essere pagata, lo dico in maniera molto chiara perché negli ultimi anni l’aumento dei costi delle materie prime è stato forte».
A favore dello scostamento di bilancio pure Confindustria: nel corso dell’audizione sul Dfp, il direttore del Centro studi Alessandro Fontana ha proposto uno scostamento di bilancio per aiuti di intensità proporzionata agli aumenti dei costi di gas ed elettricità fino a dicembre 2026 per tutte le imprese in media, alta e altissima tensione e aiuti mirati e di maggiore intensità per le imprese elettrivore e gasivore.
Su questi argomenti, abbiamo ascoltato l’opinione di uno dei massimi esperti economici della maggioranza, Ylenja Lucaselli, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Bilancio alla Camera e vice responsabile del dipartimento economia del partito: «Bisogna essere molto cauti», dice la Lucaselli alla Verità, «quando si parla di scostamento di bilancio, perché non significa altro che debito, e sotto questo punto di vista la situazione italiana non è delle migliori. Se oggi facciamo altro debito, tutto ciò che abbiamo fatto in questi quattro anni per guadagnare l’affidabilità dei mercati finanziari rischia di essere vanificato. Così come non credo proprio che sia il momento di andare allo scontro con l’Europa. Infine, lo scostamento di bilancio si discute eventualmente durante l’esame della legge di bilancio, quando si precisa anche dove vengono destinati questi soldi». Parole improntate al più sano realismo e alla responsabilità, quelle della Lucaselli. «Ci sono due cose da fare», prosegue la deputata di Fdi, «per fronteggiare l’emergenza: innanzitutto razionalizzare le spese, e poi occorre riaggregare voci di bilancio, ma sono misure che puoi fare sistematicamente solo in manovra, altrimenti non puoi fruire appieno degli effetti. Inoltre, dobbiamo insistere con l’Europa affinché prenda misure adeguate che riguardino tutti». Infine una spiegazione tecnica molto preziosa sul famoso sforamento del 3% «C’è poi un altro aspetto da tenere presente», ci spiega la Lucaselli, «che riguarda il famoso 3,1 di rapporto deficit/ Pil stimato dall’Istat. Dunque: l’Istat arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%».
Quanto a Forza Italia, il segretario Antonio Tajani si è detto «assolutamente contrario all’ipotesi di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità. Poi lo dico e lo ripeto: ci sono i 400 miliardi del Mes, non vedo perché devono rimanere là congelati. Invece di aumentare il debito pubblico si potrebbe utilizzare quei soldi». «Per quel che riguarda lo scostamento di bilancio», sottolinea a Voce Libera Maurizio Casasco, responsabile economico del partito, «non va dimenticato che, facendo solo debito per debito, a pagare il conto sono e saranno sempre gli italiani: inciderebbe sui tassi e di conseguenza su mutui e crediti».
Corsa per tagliare ancora la benzina
Il 1° maggio o va in scadenza il taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi disposto dal governo a marzo, poi prorogato ad aprile, ma per ora non ci sono indicazioni su un’eventuale prolungamento dello sconto. Al ministero dell’Economia sono giornate febbrili alla ricerca della copertura in una condizione di equilibri di bilancio precaria. La certificazione del deficit al 3,1% del Pil è stata una doccia fredda come pure il no di Bruxelles alla sospensione del Patto di stabilità. Inoltre la mancanza di segnali di una rapida risoluzione del conflitto, rende il quadro ancora più cupo.
La proroga precedente del taglio alle accise (quella che scade il 1° maggio) ha avuto un costo intorno ai 500 milioni di euro. Secondo il governo, circa 200 milioni sarebbero stati recuperati da un aumento del gettito Iva legato proprio ai rincari dei carburanti. Allora si disse che altri 300 milioni sarebbero venuti da risorse legate al sistema europeo Ets sulle emissioni di CO2 non ancora utilizzate. È da vedere quindi se ci sono ancora soldi su questa voce mentre il gettito Iva è automatico.
Il decreto del 18 marzo prevedeva, quale copertura, tagli pesanti a diversi ministeri. Il ministero dell’Economia ha già avuto una sforbiciata di 127,5 milioni, quello delle Infrastrutture e dei Trasporti di 96,5 milioni e alla Salute sono stati tolti 86,05 milioni. Quindi difficilmente potrà essere chiesto di stringere ancora la cinghia.
La Staffetta Quotidiana ieri segnalava che le quotazioni dei prodotti raffinati sono in rialzo da cinque giorni consecutivi, ma al rincaro, comunque lieve, della benzina fa da contraltare il gasolio, ancora in calo. La benzina self service sulla rete stradale è a 1,738 euro/litro (+2 millesimi rispetto a venerdì), gasolio a 2,058 euro/litro (-4 millesimi). Sempre stando alla rilevazione di Staffetta Quotidiana, Tamoil ha aumentato di tre centesimi al litro i prezzi consigliati della benzina e di due quelli del gasolio.
L’aumento contenuto è una buona notizia per l’autotrasporto se non fosse che venerdì scade il taglio delle accise e senza un nuovo intervento di contenimento, il gasolio in Italia diventerebbe il più caro di tutta Europa, arrivando a quota 2,307 euro al litro. La benzina invece toccherebbe 1,981 euro al litro, poco al di sopra della media europea. Il Codacons ha rimarcato che proprio grazie al taglio delle accise la crescita dei prezzi dei carburanti nel nostro Paese è stata finora più contenuta del resto della Ue. In assenza di tale sconto l’Italia si piazzerebbe in testa alla classifica europea del caro-gasolio.
Intanto il prezzo del petrolio continua a crescere dopo weekend caratterizzato dallo stallo nei negoziati Usa-Iran, con l’annullamento del viaggio degli inviati Usa per i colloqui di pace e l’attentato al presidente americano Donald Trump. Il contratto per giugno sul Wti americano ieri ha guadagnato l’1,80% a 96,10 dollari mentre quello sul Brent è salito di quasi il 2% a 107,41 dollari al barile.
«Abbiamo due riunioni del consiglio dei ministri», una oggi e una il 30 e «in quella sede valuteremo cosa fare sul fronte dell’energia», ha detto il ministro delle Imprese, Adolfo Urso.
«Ne stiamo parlando, però da solo non basta, perché il taglio delle accise sui bilanci delle aziende di autotrasporto non arriva», ha aggiunto il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini.
Il prossimo 25 maggio parte il lungo sciopero degli autotrasportatori, che sono tra i più esposti ai rincari del gasolio. Il loro fermo rischia di svuotare gli scaffali della grande distribuzione.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 28 aprile con Carlo Cambi
Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)
Ora si cambia passo, Leonardo Maria diventa il primo azionista con un investimenti stimato in circa 11 miliardi. Ieri mattina nell’assemblea della holding tenuta a Lussemburgo il clima è stato quello delle decisioni che pesano miliardi. I soci con sei voti favorevoli su otto (contrari Claudio Del Vecchio e Rocco Basilico, fratello di Leonardo Maria per parte della madre Nicoletta Zampillo) hanno dato il loro via libera al trasferimento delle quote di Luca e Paola nella Lmdv di Leonardo Maria, che salirà così al 37,5% del capitale. Via libera anche alla politica di distribuzione delle cedole. Anche in questo caso senza unanimità: sette i favorevoli, unico contrario Rocco. Attualmente per mancanza di accordi tra gli otto soci, la distribuzione era limitata al 10% fissato dallo statuto. Per il triennio 2025-2027 verrà erogato l’80% degli utili. In altre parole: la cassaforte si apre. Entro giugno incasserà 1,5 miliardi di euro di dividendi dalle partecipate. Un record.
Il motore resta EssilorLuxottica. Da sola garantisce circa 600 milioni. Ma attorno si muove un sistema che produce cassa con precisione meccanica: Generali, Mps, Unicredit e Covivio alimentano un flusso complessivo di 831 milioni dalle sole banche e assicurazioni. Leonardo Maria dovrebbe incassare circa 450 milioni. Liquidità indispensabile per sostenere la leva cui dovrà ricorrere per finanziare l’acquisto della quota dei fratelli. A mettere a disposizione i 10 miliardi che serviranno a chiudere l’operazione sarà un pool composto da Unicredit, Bnp Paribas e Crédit Agricole. Un’operazione strutturata su 18 mesi, con tassi tra il 3% e il 4%, che poggia però su una scommessa implicita: che i dividendi futuri di Delfin siano sufficienti a sostenere il debito. Anche per questo il portafoglio della cassaforte cambierà struttura. Mps, Generali, Unicredit: diventano asset liquidi, vendibili, scambiabili, se serve.
Non a caso si affaccia anche un’ipotesi che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata eretica: lo scorporo delle partecipazioni in una società separata, eventualmente quotata. Una sorta di Delfin 2.0, pensata per facilitare dismissioni graduali senza impatti traumatici sui mercati e sulle governance. Proprio la possibile riorganizzazione del portafoglio di Delfin attrae l’attenzione degli analisti. Barclays riapre un dossier sempre verde che porta alla nascita del terzo polo. In sostanza le nozze tra Banco Bpm e Montepaschi. Secondo gli analisti, l’operazione «si sta avvicinando» e avrebbe senso strategico in gran parte degli scenari analizzati. Un matrimonio bancario che, se amichevole, creerebbe valore e sinergie immediate. Anche se la struttura non è semplice: servirebbe un delicato equilibrio tra premi di offerta, cessioni antitrust e asset incrociati come le 139 filiali toscane da dismettere e la quota del 39% di Agos.
In questo schema, Delfin non è spettatore. È il primo azionista di Mps. E questo cambia tutto. Perché in un eventuale consolidamento tra Banco Bpm e Mps, la holding degli eredi Del Vecchio si troverebbe al centro di un nuovo polo bancario italiano. Un perno decisivo, capace di influenzare non solo i dividendi, ma anche la geometria del sistema finanziario. Barclays lo dice con prudenza: operazioni complesse, sì, ma fattibili. E forse perfino utili. Soprattutto perché, tra sinergie industriali e governance incrociate, si aprirebbe anche uno spazio per nuove alleanze nella bancassicurazione. Cambia la mappa del sistema.
E così si torna al punto di partenza. Delfin trova un azionista al 37,5% distribuisce più dividendi, e si ritrova al centro del risiko. Tutto sembra razionale, tutto sembra ordinato.
Ma nelle grandi storie della finanza, quando tutto appare ordinato, è il momento in cui qualcosa si muove sotto la superficie. E qui arriva la vera sorpresa.
Gli analisti descrivono sinergie e possibili governance. Gli investitori contano dividendi. Ma la domanda che nessuno scrive nei report è un’altra: chi sta davvero guidando la trasformazione di Delfin?
La risposta, per ora, resta sospesa tra un’assemblea a Lussemburgo, un dividendo da incassare e una banca d’affari londinese. E come spesso accade, la finanza italiana non cambia quando decide di farlo. Cambia quando qualcuno si accorge che è già cambiata.
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