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2021-10-18
Carta verde. Tutto il mondo ci guarda ma non ci imita
iStock
Sarà forse la sindrome dell'ultimo della classe. È probabile che con l'estensione del green pass abbia giocato anche questo fattore, voler fare meglio di tutti in Europa, dopo essere stati bollati come «gli untori del mondo», anche se ha influito in modo determinante lo shock dei mesi di pandemia dura con gli ospedali in emergenza, saturi di ricoveri. Il certificato vaccinale introdotto dal presidente francese Emmanuel Macron è diventato la bandiera della lotta al Covid del governo di Mario Draghi. E il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori è diventato il provvedimento più rigido mai approvato finora in Europa.
Le istituzioni europee stanno a guardare e non prendono posizione anche perché i riflettori ora sono accesi sulla ripresa economica, il nodo della bolletta energetica e lo spettro dell'inflazione. Temi ai quali si sovrappongono situazioni di instabilità politica: il nuovo governo in Germania, le dimissioni del premier austriaco, la spaccatura sulla gestione del problema dell'immigrazione. Insomma, di punti interrogativi e di tensioni ce ne sono abbastanza da sconsigliare qualsiasi iniziativa che equivalga a mettere benzina sul fuoco di una situazione di generale difficoltà economica.
Paesi avanti nella vaccinazione hanno scelto di non seguire il modello italiano anche per evitare tensioni interne in un momento di snodo per la ripresa europea. La Francia, che pure per prima ha tenuto a battesimo il certificato come lasciapassare per entrare in ristoranti e bar, teatri o fiere, viaggi di lunga percorrenza su treni, aerei e pullman, lo richiede solo per alcune categorie di lavoratori tra cui il personale della sanità, i dipendenti di ristoranti, cinema, musei, centri commerciali, palestre. Non c'è l'obbligo della mascherina. Il portavoce del governo, Gabril Attal, ha annunciato, come riporta Le Figaro, che se la situazione continua a migliorare il pass sanitario potrebbe essere modificato o addirittura sospeso. Finora sono stati sospesi diverse migliaia tra medici e personale infermieristico contrari alla vaccinazione.
La misura continua a suscitare proteste. Sono scese in piazza a manifestare, anche le badanti che improvvisamente si sono trovate davanti a un bivio con la prospettiva di perdere il lavoro. Nei movimenti no vax e no green pass confluiscono frange dei gilet gialli, e un ulteriore giro di vite potrebbe innescare il detonatore della rabbia sociale. Il Covid ha messo a dura prova le periferie delle grandi città e i piccoli centri di provincia. Così Macron procede con i piedi di piombo. L'obbligo della vaccinazione riguarda il personale sanitario e quello delle case di riposo ma non chi lavora nella scuola.
In Spagna il problema non si è posto più da quando il tribunale regionale della Galizia ha dichiarato non valido il requisito della certificazione per accedere a bar, ristoranti e locali notturni in certe zone della regione. La Galizia era l'ultimo territorio in cui la misura era ancora vigente, dopo che precedenti sentenze avevano fatto cadere l'obbligo in Andalusia, Cantabria e le Canarie. In Catalogna, venerdì scorso sono state eliminate tutte le restrizioni ed è stata annunciata la fine dell'emergenza.
In Germania spetta ai Länder stabilire le misure restrittive. Il green pass è obbligatorio per accedere a ospedali, piscine, ristoranti al chiuso, palestre, parrucchieri e per prenotare le stanze di hotel ma non per i lavoratori. In Grecia i lavoratori devono fare un tampone a settimana a proprie spese mentre c'è l'obbligo della vaccinazione per chi lavora nella sanità.
In Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Romania, Danimarca, Croazia il pass serve per frequentare ristoranti, palestre, hotel, musei, ma non per accedere a uffici pubblici, scuole, università e nemmeno per andare a lavorare. In Belgio è obbligatorio solo l'uso della mascherina per gli addetti al settore dell'accoglienza, mentre il certificato verde è richiesto ai turisti. Nel Regno Unito, vige da tempo l'assoluta mancanza di restrizioni. Non è richiesto il certificato di vaccinazione per entrare nei locali o per assistere a concerti, spettacoli e manifestazioni sportive mentre lo ha imposto la Scozia.
Spagna: impossibile far accettare restrizioni. Presto addio anche alle mascherine
«Sarebbe impossibile far accettare agli spagnoli le restrizioni del green pass come ci sono in Italia. Il governo ha scelto la linea soft e ora che i numeri del contagio stanno scendendo si parla di togliere le mascherine. Figurarsi imporre il certificato vaccinale sul lavoro. Ora l'attenzione è concentrata sulla ripresa dell'economia. Gli spagnoli vogliono lasciarsi alle spalle il Covid e sono desiderosi di voltare pagina prima possibile. Il green pass esteso a tutte le attività non sarebbe percepito come un passo in avanti verso lo sviluppo del Paese». Norma Pellegrino è avvocato e vive a Madrid da oltre dieci anni. Gli spagnoli come giudicano le restrizioni che continuano a persistere in Italia? «In Spagna l'unico obbligo in vigore riguarda l'uso delle mascherine nei luoghi chiusi e sui mezzi di trasporto ma nessuno si azzarda a chiedere il green pass all'ingresso di un ristorante o per entrare in una sala di concerto. Gli spagnoli non capiscono le motivazioni che hanno indotto il governo italiano a introdurre l'obbligo del certificato vaccinale sui luoghi di lavoro».
La notizia delle rigorose restrizioni italiane ha «molto sorpreso» i suoi amici e colleghi. «In Spagna un provvedimento del genere sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale», spiega Pellegrino. «Scatenerebbe le proteste. La popolazione è stremata da oltre un anno di pandemia e ora, con i numeri dei contagi in calo, vuole riprendere la vita normale, viaggiare, lavorare a pieno ritmo. Ora che la fase di emergenza è passata, un altro giro di vite non sarebbe accettato perché incomprensibile». Sulle tv spagnole sono rimbalzate le immagini degli scontri in piazza dei manifestanti contrari al certificato verde. «Nessuno qui a Madrid si è stupito di quelle reazioni», spiega. «Molti credono che sarebbe successo lo stesso di fronte a un atteggiamento così rigido del governo e senza gravissimi dati pandemici. Qui i movimenti no vax sono una minoranza proprio perché la politica ha scelto una linea morbida e ora punta a voltare pagina. Si discute molto di cure domiciliari. L'obbligo del certificato sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale, un ostacolo alle attività economiche, ingiustificabile in un momento in cui tutti vogliamo la ripresa».
Secondo Norma Pellegrino è molto radicata la convinzione che il vaccino «non impedisca comunque il contagio. Si può avere il green pass e essere comunque portatori del virus in modo asintomatico. Quindi imporre il certificato non avrebbe grandi benefici. Questo è ciò che pensa la maggior parte degli spagnoli».
Alvaro Cicco vive da 26 anni a Madrid: «Mai avuto il green pass. Ho un'impresa immobiliare e un ristorante e non posso obbligare i dipendenti a vaccinarsi. Non lo chiedo, non mi interessa saperlo. C'è insofferenza per la mascherina, figurarsi per altri obblighi. Non c'è nemmeno il vincolo per la capienza nei locali al chiuso. In tante aziende c'è ancora lo smart working. Madrid è stata la prima città ad aprire le attività rispetto al resto della Spagna».
Danimarca: la vita è tornata normale da un pezzo. E chi viaggia vuole regole più chiare
«I danesi hanno accettato con difficoltà la mascherina, figurarsi le restrizioni più drastiche. Un mio amico, prima di organizzare le vacanze in Italia, mi ha chiesto se ancora c'erano le restrizioni e appena saputo che nei locali chiusi è ancora obbligatoria la mascherina, ha rinunciato al viaggio. In Danimarca dal 10 settembre sono state abolite tutte le misure anti Covid e si è tornati alla totale normalità. È normale che sia così, siamo a un livello di vaccinazione intorno all'80%». È la testimonianza di Jesper Storgaard Jensen, corrispondente dall'Italia del settimanale Weekendavisen. L'80% è una quota simile a quella raggiunta in Italia: seguendo il modello danese si dovrebbe riaprire tutto anche qui. «Sì, noi facciamo fatica a capire le vostre restrizioni», dice Storgaard Jensen, «ma è anche vero che nel vostro Paese il Covid ha causato la morte di più persone, è stata una grande tragedia e forse si vuole rispondere a un'emergenza con misure drastiche».
In Danimarca il green pass è stato abolito quando ancora la percentuale dei vaccinati era sotto l'80%. «I danesi hanno una percezione del pericolo meno accentuata degli italiani e ora tutta l'attenzione è rivolta ad altri temi», spiega il giornalista. «Sui giornali e in tv si parla più della ripresa economica generale, del problema energetico. La pandemia appartiene già al passato».
E il rapporto con l'Italia, da turisti? «Si ha una visione un po' confusa circa i provvedimenti restrittivi. Chi viene in Italia per turismo o per business si deve aggiornare continuamente. In tanti mi chiedono, prima di un viaggio nel vostro Paese, se i bambini devono essere vaccinati, se occorre fare il tampone per entrare nei ristoranti. Però sono altri i temi dell'Italia che interessano. Ho un blog su Facebook e quando ho postato le scene degli scontri di sabato a Roma ho riscontrato poche visualizzazioni, ma è bastato che mettessi l'annuncio di un nuovo locale a Trastevere per scatenare l'interesse. Così quando dalla Danimarca mi chiedono come mai in Italia c'è ancora il green pass, io ricordo che gli ospedali sono andati in tilt, la spesa sanitaria è aumentata e il governo non vuole tornare a quei mesi critici. Resta comunque difficile far digerire a un danese che viene in Italia, l'obbligo della mascherina».
Francia: «La "liberté" viene prima di tutto. Voi italiani siete troppo remissivi»
«L'Italia, dal punto di vista dei francesi, è più incline a farsi sottomettere dal governo per quanto riguarda le restrizioni. Ma forse questo atteggiamento è stato causato dalla gravità dell'epidemia nel vostro Paese. Qui il green pass obbligatorio sul posto di lavoro sarebbe inconcepibile, scatenerebbe una protesta peggiore di quella che abbiamo visto nelle piazze italiane come riportato nei telegiornali francesi»: Anna Colao, di genitori italiani, è nata e vive a Parigi ed è dipendente della casa editrice Albin Michel. Spiega che la situazione in Francia, per le politiche sulla vaccinazione e le restrizioni, è molto complessa.
«Nei movimenti no vax confluiscono anche gli scontenti della politica del presidente Macron, ci sono frange dei gilet gialli e delle periferie urbane più degradate. Ma la protesta coinvolge anche i ceti intellettuali. Persone di buon reddito non concepiscono il certificato verde perché lo considerano uno strumento di controllo da parte del governo». Colao riferisce di una collega della casa editrice, over 50, due figli, che ha aspettato a lungo prima di vaccinarsi e solo ultimamente ha scaricato sullo smartphone l'applicazione con la certificazione: «Temeva, mi ha detto, di essere controllata negli spostamenti, di perdere parte della sua libertà. Ecco, il problema più sentito dai francesi è che il certificato imposto rappresenta una restrizione della libertà individuale».
Anna Colao si dice molto stupita della capacità degli italiani di accettare questo tipo di restrizioni molto rigide. «Il green pass italiano obbligatorio è considerato dai francesi come uno strumento subdolo, un modo per indurre la vaccinazione senza dirlo chiaramente. È un modo per costringere le persone a una scelta, restringendo i margini di manovra a chi non aderisce. Qui in Francia un provvedimento così drastico sarebbe impossibile da far digerire, si scatenerebbe il finimondo. Forse qui c'è una sensibilità per la libertà personale più spiccata. E probabilmente dopo la pandemia, gli italiani avendo sofferto mesi terribili, sono più ubbidienti e accettano le restrizioni anche dure».
L'editor sottolinea che mentre i parigini delle classi elevate sarebbero più disponibili a regole stringenti, «non così quanti vivono nelle banlieu o nella provincia dove la crisi si fa sentire di più e il Covid ha causato la chiusura di tante attività. Ora c'è voglia di tornare alla normalità. No, davvero il green pass obbligatorio non lo capiamo né tantomeno sarebbe accettato».
Belgio: le istituzioni europee non danno giudizi. Interessa di più il Pnrr
«Le istituzioni europee sono state molto attive per introdurre il green pass e favorire così gli spostamenti all'interno dell'Unione, poi però hanno lasciato ai singoli Paesi le decisioni sulle regole da stabilire al loro interno. La situazione non è omogenea. Ci sono realtà come nell'Est Europa in cui la vaccinazione procede con lentezza e quindi introdurre misure stringenti per le attività economiche vorrebbe dire bloccare la ripresa. In alcuni Paesi ci sono situazioni politiche delicate. Pensiamo alla Germania alle prese con nuovi equilibri di governo o all'Austria dove si è dimesso il premier. In Danimarca sono talmente avanti con la vaccinazione e i casi di contagio sono così marginali che sono state abolite tutte le restrizioni. Ciò che interessa ora a Bruxelles è ridare slancio all'economia. Le istituzioni europee hanno assunto la linea di non entrare nel merito delle decisioni di ciascuno Stato membro».
Renato Coen, corrispondente di Sky da Bruxelles, fa uno scenario di come vengono viste dalle istituzioni le misure restrittive prese dal governo di Mario Draghi. «Il sentiment è favorevole ma non ci sono prese di posizione ufficiali. Ora i fari sono accesi sul Pnrr, il Piano di rilancio dell'economia. C'è grande preoccupazione per l'aumento della bolletta energetica e per la transizione ecologica. Continua a esserci un pressing su quei Paesi che sono indietro con la vaccinazione. Si insiste più sulla immunizzazione che sul green pass», sottolinea Coen. «Bisogna fare l'ultimo passo per uscire dalla pandemia e riprendere a marciare, è quello che Bruxelles dice con forza. La priorità è ripartire».
Londra boccia la linea intransigente. «Chi lavora non deve avere controlli»
Roberto Di Febo, da oltre vent'anni a Londra, dirige la clinica Italian doctors, punto di riferimento sanitario degli italiani che vivono nella capitale britannica. «Qui i locali sono pieni», racconta, «la sera nel centro si fatica a camminare, c'è ancora qualcuno che porta la mascherina, ma sono i più anziani. Nessuno si sognerebbe mai di imporre nuove restrizioni. Dopo la vaccinazione a tappeto siamo tornati alla normalità e qui non si capisce come mai in Italia continuano a esserci misure così severe a fronte della regressione della pandemia. C'è la convinzione generale che il green pass non abbia senso dal momento che chi è vaccinato può comunque essere un veicolo di contagio».
«Il governo britannico», aggiunge Di Febo, «ha deciso che era arrivato il momento di voltare pagina e gli inglesi sono soddisfatti di questa scelta, non tornerebbero mai indietro. Non considerano l'Italia un modello da imitare. È una follia pensare di sospendere dal lavoro chi non è vaccinato. A Londra mal sopportavano la mascherina, figurarsi l'obbligo del certificato vaccinale per lavorare o entrare in un locale chiuso». Di Febo risponde alla nostra telefonata mentre è in metropolitana di rientro dal lavoro: «Sono qui stretto nella calca che di solito è caratteristica del fine giornata e nessuno porta la mascherina. Nemmeno questi due poliziotti che ho davanti».
Alex Deane, socio di una società di consulenza della City e commentatore politico, è però ottimista sull'evoluzione della situazione italiana: «Le restrizioni possono essere frustranti, ma esistono nella maggior parte dei mercati e dobbiamo imparare a conviverci. Non penso che in Italia dureranno a lungo perché la pandemia sta regredendo e comunque gli inglesi amano talmente tanto il vostro Paese che presto torneranno a visitarlo anche con gli ostacoli delle mascherine e della vaccinazione. Ogni Paese ha il suo sistema di regole e su questo gli inglesi sono molto rispettosi. E poi ci sono i rapporti economici, gli scambi commerciali che non possono subire battute d'arresto. I viaggi e il business non saranno scoraggiati dalle restrizioni anche se vorremmo che finissero presto. Nel post Brexit si sono aperte tante opportunità per la cooperazione bilaterale. Penso che il 2022 segnerà il ritorno alla normalità e sono ottimista sul fatto che l'Italia vedrà molti più britannici in visita e tanti italiani ospiti qui. Entrambe le nostre economie ne hanno bisogno ed entrambe le nostre popolazioni ne beneficeranno».
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Nemmeno i Paesi che si trovano più indietro con la campagna vaccinale hanno esteso l'obbligo del certificato come imposto dal governo Draghi: l'attenzione è concentrata sull'economia e su come evitare le tensioni sociali. Proprio quelle che invece sono esplose qui.Lo speciale contiene sei articoli.Sarà forse la sindrome dell'ultimo della classe. È probabile che con l'estensione del green pass abbia giocato anche questo fattore, voler fare meglio di tutti in Europa, dopo essere stati bollati come «gli untori del mondo», anche se ha influito in modo determinante lo shock dei mesi di pandemia dura con gli ospedali in emergenza, saturi di ricoveri. Il certificato vaccinale introdotto dal presidente francese Emmanuel Macron è diventato la bandiera della lotta al Covid del governo di Mario Draghi. E il green pass obbligatorio per tutti i lavoratori è diventato il provvedimento più rigido mai approvato finora in Europa. Le istituzioni europee stanno a guardare e non prendono posizione anche perché i riflettori ora sono accesi sulla ripresa economica, il nodo della bolletta energetica e lo spettro dell'inflazione. Temi ai quali si sovrappongono situazioni di instabilità politica: il nuovo governo in Germania, le dimissioni del premier austriaco, la spaccatura sulla gestione del problema dell'immigrazione. Insomma, di punti interrogativi e di tensioni ce ne sono abbastanza da sconsigliare qualsiasi iniziativa che equivalga a mettere benzina sul fuoco di una situazione di generale difficoltà economica. Paesi avanti nella vaccinazione hanno scelto di non seguire il modello italiano anche per evitare tensioni interne in un momento di snodo per la ripresa europea. La Francia, che pure per prima ha tenuto a battesimo il certificato come lasciapassare per entrare in ristoranti e bar, teatri o fiere, viaggi di lunga percorrenza su treni, aerei e pullman, lo richiede solo per alcune categorie di lavoratori tra cui il personale della sanità, i dipendenti di ristoranti, cinema, musei, centri commerciali, palestre. Non c'è l'obbligo della mascherina. Il portavoce del governo, Gabril Attal, ha annunciato, come riporta Le Figaro, che se la situazione continua a migliorare il pass sanitario potrebbe essere modificato o addirittura sospeso. Finora sono stati sospesi diverse migliaia tra medici e personale infermieristico contrari alla vaccinazione.La misura continua a suscitare proteste. Sono scese in piazza a manifestare, anche le badanti che improvvisamente si sono trovate davanti a un bivio con la prospettiva di perdere il lavoro. Nei movimenti no vax e no green pass confluiscono frange dei gilet gialli, e un ulteriore giro di vite potrebbe innescare il detonatore della rabbia sociale. Il Covid ha messo a dura prova le periferie delle grandi città e i piccoli centri di provincia. Così Macron procede con i piedi di piombo. L'obbligo della vaccinazione riguarda il personale sanitario e quello delle case di riposo ma non chi lavora nella scuola. In Spagna il problema non si è posto più da quando il tribunale regionale della Galizia ha dichiarato non valido il requisito della certificazione per accedere a bar, ristoranti e locali notturni in certe zone della regione. La Galizia era l'ultimo territorio in cui la misura era ancora vigente, dopo che precedenti sentenze avevano fatto cadere l'obbligo in Andalusia, Cantabria e le Canarie. In Catalogna, venerdì scorso sono state eliminate tutte le restrizioni ed è stata annunciata la fine dell'emergenza. In Germania spetta ai Länder stabilire le misure restrittive. Il green pass è obbligatorio per accedere a ospedali, piscine, ristoranti al chiuso, palestre, parrucchieri e per prenotare le stanze di hotel ma non per i lavoratori. In Grecia i lavoratori devono fare un tampone a settimana a proprie spese mentre c'è l'obbligo della vaccinazione per chi lavora nella sanità.In Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Romania, Danimarca, Croazia il pass serve per frequentare ristoranti, palestre, hotel, musei, ma non per accedere a uffici pubblici, scuole, università e nemmeno per andare a lavorare. In Belgio è obbligatorio solo l'uso della mascherina per gli addetti al settore dell'accoglienza, mentre il certificato verde è richiesto ai turisti. Nel Regno Unito, vige da tempo l'assoluta mancanza di restrizioni. Non è richiesto il certificato di vaccinazione per entrare nei locali o per assistere a concerti, spettacoli e manifestazioni sportive mentre lo ha imposto la Scozia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spagna-impossibile-far-accettare-restrizioni-presto-addio-anche-alle-mascherine" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Spagna: impossibile far accettare restrizioni. Presto addio anche alle mascherine «Sarebbe impossibile far accettare agli spagnoli le restrizioni del green pass come ci sono in Italia. Il governo ha scelto la linea soft e ora che i numeri del contagio stanno scendendo si parla di togliere le mascherine. Figurarsi imporre il certificato vaccinale sul lavoro. Ora l'attenzione è concentrata sulla ripresa dell'economia. Gli spagnoli vogliono lasciarsi alle spalle il Covid e sono desiderosi di voltare pagina prima possibile. Il green pass esteso a tutte le attività non sarebbe percepito come un passo in avanti verso lo sviluppo del Paese». Norma Pellegrino è avvocato e vive a Madrid da oltre dieci anni. Gli spagnoli come giudicano le restrizioni che continuano a persistere in Italia? «In Spagna l'unico obbligo in vigore riguarda l'uso delle mascherine nei luoghi chiusi e sui mezzi di trasporto ma nessuno si azzarda a chiedere il green pass all'ingresso di un ristorante o per entrare in una sala di concerto. Gli spagnoli non capiscono le motivazioni che hanno indotto il governo italiano a introdurre l'obbligo del certificato vaccinale sui luoghi di lavoro». La notizia delle rigorose restrizioni italiane ha «molto sorpreso» i suoi amici e colleghi. «In Spagna un provvedimento del genere sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale», spiega Pellegrino. «Scatenerebbe le proteste. La popolazione è stremata da oltre un anno di pandemia e ora, con i numeri dei contagi in calo, vuole riprendere la vita normale, viaggiare, lavorare a pieno ritmo. Ora che la fase di emergenza è passata, un altro giro di vite non sarebbe accettato perché incomprensibile». Sulle tv spagnole sono rimbalzate le immagini degli scontri in piazza dei manifestanti contrari al certificato verde. «Nessuno qui a Madrid si è stupito di quelle reazioni», spiega. «Molti credono che sarebbe successo lo stesso di fronte a un atteggiamento così rigido del governo e senza gravissimi dati pandemici. Qui i movimenti no vax sono una minoranza proprio perché la politica ha scelto una linea morbida e ora punta a voltare pagina. Si discute molto di cure domiciliari. L'obbligo del certificato sarebbe percepito come un attacco alla libertà personale, un ostacolo alle attività economiche, ingiustificabile in un momento in cui tutti vogliamo la ripresa». Secondo Norma Pellegrino è molto radicata la convinzione che il vaccino «non impedisca comunque il contagio. Si può avere il green pass e essere comunque portatori del virus in modo asintomatico. Quindi imporre il certificato non avrebbe grandi benefici. Questo è ciò che pensa la maggior parte degli spagnoli». Alvaro Cicco vive da 26 anni a Madrid: «Mai avuto il green pass. Ho un'impresa immobiliare e un ristorante e non posso obbligare i dipendenti a vaccinarsi. Non lo chiedo, non mi interessa saperlo. C'è insofferenza per la mascherina, figurarsi per altri obblighi. Non c'è nemmeno il vincolo per la capienza nei locali al chiuso. In tante aziende c'è ancora lo smart working. Madrid è stata la prima città ad aprire le attività rispetto al resto della Spagna». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="danimarca-la-vita-e-tornata-normale-da-un-pezzo-e-chi-viaggia-vuole-regole-piu-chiare" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Danimarca: la vita è tornata normale da un pezzo. E chi viaggia vuole regole più chiare «I danesi hanno accettato con difficoltà la mascherina, figurarsi le restrizioni più drastiche. Un mio amico, prima di organizzare le vacanze in Italia, mi ha chiesto se ancora c'erano le restrizioni e appena saputo che nei locali chiusi è ancora obbligatoria la mascherina, ha rinunciato al viaggio. In Danimarca dal 10 settembre sono state abolite tutte le misure anti Covid e si è tornati alla totale normalità. È normale che sia così, siamo a un livello di vaccinazione intorno all'80%». È la testimonianza di Jesper Storgaard Jensen, corrispondente dall'Italia del settimanale Weekendavisen. L'80% è una quota simile a quella raggiunta in Italia: seguendo il modello danese si dovrebbe riaprire tutto anche qui. «Sì, noi facciamo fatica a capire le vostre restrizioni», dice Storgaard Jensen, «ma è anche vero che nel vostro Paese il Covid ha causato la morte di più persone, è stata una grande tragedia e forse si vuole rispondere a un'emergenza con misure drastiche». In Danimarca il green pass è stato abolito quando ancora la percentuale dei vaccinati era sotto l'80%. «I danesi hanno una percezione del pericolo meno accentuata degli italiani e ora tutta l'attenzione è rivolta ad altri temi», spiega il giornalista. «Sui giornali e in tv si parla più della ripresa economica generale, del problema energetico. La pandemia appartiene già al passato». E il rapporto con l'Italia, da turisti? «Si ha una visione un po' confusa circa i provvedimenti restrittivi. Chi viene in Italia per turismo o per business si deve aggiornare continuamente. In tanti mi chiedono, prima di un viaggio nel vostro Paese, se i bambini devono essere vaccinati, se occorre fare il tampone per entrare nei ristoranti. Però sono altri i temi dell'Italia che interessano. Ho un blog su Facebook e quando ho postato le scene degli scontri di sabato a Roma ho riscontrato poche visualizzazioni, ma è bastato che mettessi l'annuncio di un nuovo locale a Trastevere per scatenare l'interesse. Così quando dalla Danimarca mi chiedono come mai in Italia c'è ancora il green pass, io ricordo che gli ospedali sono andati in tilt, la spesa sanitaria è aumentata e il governo non vuole tornare a quei mesi critici. Resta comunque difficile far digerire a un danese che viene in Italia, l'obbligo della mascherina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="francia-la-liberte-viene-prima-di-tutto-voi-italiani-siete-troppo-remissivi" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Francia: «La "liberté" viene prima di tutto. Voi italiani siete troppo remissivi» «L'Italia, dal punto di vista dei francesi, è più incline a farsi sottomettere dal governo per quanto riguarda le restrizioni. Ma forse questo atteggiamento è stato causato dalla gravità dell'epidemia nel vostro Paese. Qui il green pass obbligatorio sul posto di lavoro sarebbe inconcepibile, scatenerebbe una protesta peggiore di quella che abbiamo visto nelle piazze italiane come riportato nei telegiornali francesi»: Anna Colao, di genitori italiani, è nata e vive a Parigi ed è dipendente della casa editrice Albin Michel. Spiega che la situazione in Francia, per le politiche sulla vaccinazione e le restrizioni, è molto complessa. «Nei movimenti no vax confluiscono anche gli scontenti della politica del presidente Macron, ci sono frange dei gilet gialli e delle periferie urbane più degradate. Ma la protesta coinvolge anche i ceti intellettuali. Persone di buon reddito non concepiscono il certificato verde perché lo considerano uno strumento di controllo da parte del governo». Colao riferisce di una collega della casa editrice, over 50, due figli, che ha aspettato a lungo prima di vaccinarsi e solo ultimamente ha scaricato sullo smartphone l'applicazione con la certificazione: «Temeva, mi ha detto, di essere controllata negli spostamenti, di perdere parte della sua libertà. Ecco, il problema più sentito dai francesi è che il certificato imposto rappresenta una restrizione della libertà individuale». Anna Colao si dice molto stupita della capacità degli italiani di accettare questo tipo di restrizioni molto rigide. «Il green pass italiano obbligatorio è considerato dai francesi come uno strumento subdolo, un modo per indurre la vaccinazione senza dirlo chiaramente. È un modo per costringere le persone a una scelta, restringendo i margini di manovra a chi non aderisce. Qui in Francia un provvedimento così drastico sarebbe impossibile da far digerire, si scatenerebbe il finimondo. Forse qui c'è una sensibilità per la libertà personale più spiccata. E probabilmente dopo la pandemia, gli italiani avendo sofferto mesi terribili, sono più ubbidienti e accettano le restrizioni anche dure». L'editor sottolinea che mentre i parigini delle classi elevate sarebbero più disponibili a regole stringenti, «non così quanti vivono nelle banlieu o nella provincia dove la crisi si fa sentire di più e il Covid ha causato la chiusura di tante attività. Ora c'è voglia di tornare alla normalità. No, davvero il green pass obbligatorio non lo capiamo né tantomeno sarebbe accettato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="belgio-le-istituzioni-europee-non-danno-giudizi-interessa-di-piu-il-pnrr" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Belgio: le istituzioni europee non danno giudizi. Interessa di più il Pnrr «Le istituzioni europee sono state molto attive per introdurre il green pass e favorire così gli spostamenti all'interno dell'Unione, poi però hanno lasciato ai singoli Paesi le decisioni sulle regole da stabilire al loro interno. La situazione non è omogenea. Ci sono realtà come nell'Est Europa in cui la vaccinazione procede con lentezza e quindi introdurre misure stringenti per le attività economiche vorrebbe dire bloccare la ripresa. In alcuni Paesi ci sono situazioni politiche delicate. Pensiamo alla Germania alle prese con nuovi equilibri di governo o all'Austria dove si è dimesso il premier. In Danimarca sono talmente avanti con la vaccinazione e i casi di contagio sono così marginali che sono state abolite tutte le restrizioni. Ciò che interessa ora a Bruxelles è ridare slancio all'economia. Le istituzioni europee hanno assunto la linea di non entrare nel merito delle decisioni di ciascuno Stato membro». Renato Coen, corrispondente di Sky da Bruxelles, fa uno scenario di come vengono viste dalle istituzioni le misure restrittive prese dal governo di Mario Draghi. «Il sentiment è favorevole ma non ci sono prese di posizione ufficiali. Ora i fari sono accesi sul Pnrr, il Piano di rilancio dell'economia. C'è grande preoccupazione per l'aumento della bolletta energetica e per la transizione ecologica. Continua a esserci un pressing su quei Paesi che sono indietro con la vaccinazione. Si insiste più sulla immunizzazione che sul green pass», sottolinea Coen. «Bisogna fare l'ultimo passo per uscire dalla pandemia e riprendere a marciare, è quello che Bruxelles dice con forza. La priorità è ripartire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carta-verde-tutto-il-mondo-ci-guarda-ma-non-ci-imita-2655313164.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="londra-boccia-la-linea-intransigente-chi-lavora-non-deve-avere-controlli" data-post-id="2655313164" data-published-at="1634499709" data-use-pagination="False"> Londra boccia la linea intransigente. «Chi lavora non deve avere controlli» Roberto Di Febo, da oltre vent'anni a Londra, dirige la clinica Italian doctors, punto di riferimento sanitario degli italiani che vivono nella capitale britannica. «Qui i locali sono pieni», racconta, «la sera nel centro si fatica a camminare, c'è ancora qualcuno che porta la mascherina, ma sono i più anziani. Nessuno si sognerebbe mai di imporre nuove restrizioni. Dopo la vaccinazione a tappeto siamo tornati alla normalità e qui non si capisce come mai in Italia continuano a esserci misure così severe a fronte della regressione della pandemia. C'è la convinzione generale che il green pass non abbia senso dal momento che chi è vaccinato può comunque essere un veicolo di contagio». «Il governo britannico», aggiunge Di Febo, «ha deciso che era arrivato il momento di voltare pagina e gli inglesi sono soddisfatti di questa scelta, non tornerebbero mai indietro. Non considerano l'Italia un modello da imitare. È una follia pensare di sospendere dal lavoro chi non è vaccinato. A Londra mal sopportavano la mascherina, figurarsi l'obbligo del certificato vaccinale per lavorare o entrare in un locale chiuso». Di Febo risponde alla nostra telefonata mentre è in metropolitana di rientro dal lavoro: «Sono qui stretto nella calca che di solito è caratteristica del fine giornata e nessuno porta la mascherina. Nemmeno questi due poliziotti che ho davanti». Alex Deane, socio di una società di consulenza della City e commentatore politico, è però ottimista sull'evoluzione della situazione italiana: «Le restrizioni possono essere frustranti, ma esistono nella maggior parte dei mercati e dobbiamo imparare a conviverci. Non penso che in Italia dureranno a lungo perché la pandemia sta regredendo e comunque gli inglesi amano talmente tanto il vostro Paese che presto torneranno a visitarlo anche con gli ostacoli delle mascherine e della vaccinazione. Ogni Paese ha il suo sistema di regole e su questo gli inglesi sono molto rispettosi. E poi ci sono i rapporti economici, gli scambi commerciali che non possono subire battute d'arresto. I viaggi e il business non saranno scoraggiati dalle restrizioni anche se vorremmo che finissero presto. Nel post Brexit si sono aperte tante opportunità per la cooperazione bilaterale. Penso che il 2022 segnerà il ritorno alla normalità e sono ottimista sul fatto che l'Italia vedrà molti più britannici in visita e tanti italiani ospiti qui. Entrambe le nostre economie ne hanno bisogno ed entrambe le nostre popolazioni ne beneficeranno».
I progressisti esultano per il nuovo premier ungherese. Che vuole chiudere le frontiere ed esalta Meloni. È l’ultimo cortocircuito dei compagni.
«Non c’è altro tempo per discutere, ora occorre reagire sospendendo il Patto di stabilità». Lo ha dichiarato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy durante Vinitaly 2026.
Angelo Bonelli con Elly Schlein (Ansa)
Il lunedì del «prenda posizione» questa volta è davvero originale perché vede noti mangiapreti come Nicola Zingaretti, Matteo Renzi, Angelo Bonelli vestirsi da chierichetti (ed Elly Schlein da suora) pur di sollecitare, premere, incalzare la maggioranza a fare qualcosa di scontato: difendere papa Leone XIV dalle insolenti parole di Donald Trump.
Tutti reduci dalla notte dell’Innominato, tutti in processione con i ceri al posto dei vessilli della Cgil. La scena è singolare, i teologi usciti dal comitato centrale mettono perfino tenerezza. Bonelli parla di blasfemia con la giugulare gonfia neanche fosse un allievo di don Baget Bozzo: «Giorgia Meloni augura buon viaggio al Papa in Africa ma tace vergognosamente sulla blasfemia di Trump. Da cattolico sono indignato. Meloni richiami l’ambasciatore Usa e pretenda le scuse formali». Il leader di Avs è così disturbato da scambiare la premier per una papessa o per il cardinale Pietro Parolin, attribuendole doveri di supplenza nella diplomazia vaticana.
Il fastidio degli adoratori dei sassi dell’Adige è curiosamente determinato dal tono della solidarietà di Giorgia Meloni al pontefice, ritenuto troppo poco papalino. «Desidero rivolgere al Papa il ringraziamento e l’augurio più sincero per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa», aveva vergato in mattinata la premier. «Possa il Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace nel solco tracciato dai suoi predecessori». Non essendoci la parola «Trump» si era scatenata la bagarre.
Così Meloni ha ritenuto di precisare qualche ora più tardi: «Pensavo che il senso della mia dichiarazione fosse chiaro, ma lo ribadisco. Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». La polemica dell’opposizione è palesemente strumentale anche perché lo stesso tono istituzionale utilizzato da palazzo Chigi percorre l’augurio di Sergio Mattarella: non nomina mai la Casa Bianca ma nessuno si permette di «vergognarsi».
La processione continua. Nicola Zingaretti sgomita per mostrarsi in prima fila sul sagrato: «Non siamo di fronte a una divergenza politica ma a un tentativo esplicito di piegare l’autorità morale a una logica di propaganda. Noi stiamo con il Papa». E ci mancherebbe. Con un dettaglio inedito: è la prima volta. Perché a fungere oggi da guardie svizzere sono gli stessi leader politici schierati da anni e in modo ferreo con l’aborto «senza se e senza ma», con l’utero in affitto e i bambini comprati nelle fiere, con l’eutanasia come ultima allegra scampagnata. Punti fermi dell’ideologia progressista che vedono il pontefice da 2.000 anni sull’altro fronte. Perfino più vicino, nei valori non negoziabili, a Trump che a loro.
Elly Schlein da sempre ripete: «Non sono credente, sono laica». Ma non potendo farsi sorprendere dagli autonominati «catechisti per un giorno» decide di indossare il velo con buone ragioni: «Insultare il Papa per il suo fortissimo richiamo alla pace, al dialogo e alla dignità umana è un atto gravissimo che rivela fino in fondo la cultura della sopraffazione di chi non tollera voci libere». Tra i finti flagellanti c’è anche Matteo Renzi in fiocchetto e bermuda da capo scout. È meraviglioso vedere prìncipi e vestali del laicismo anticlericale aggrapparsi alla veste bianca per opportunismo politico. «I Trump passano, i papi restano. Ma non c’è nessuno che sventolava il cappellino Maga che oggi avverta il bisogno di stigmatizzare l’attacco della Casa Bianca? Tajani è ancora a Cologno Monzese a rapporto? Salvini potrà mai ritrovare la favella?».
Sempre concentrato su se stesso, il poco credibile prevosto di Italia viva si era dimenticato di aprire la homepage di tutti i siti. Matteo Salvini: «Se c’è una persona che si sta spendendo sul tema della pace e sulla soluzione del conflitto è papa Leone. Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale di miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare». Antonio Tajani: «Nutro grandissimo rispetto nei confronti del Papa; è un uomo forte, determinato, parla di fede e di pace dal primo giorno. Condivido profondamente il suo pensiero». Maurizio Lupi (Noi Moderati): «Solidarietà piena al pontefice dopo le inopportune parole di Trump. In un tempo pieno di incertezze e irrazionalità è ancora una volta la Chiesa a indicare la via».
Tutto rientrato nell’alveo di un’intelligente normalità? No, perché quando arriva il vespro si materializza Giuseppe Conte. «Le parole del Papa sono la migliore reazione agli inqualificabili attacchi di Trump. Però Meloni, madre cristiana, ancora non si è schierata. Prenda posizione». Lo ha fatto due volte, ma nell’oratorio del centrosinistra la realtà è un optional.
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Trump nei panni di Gesù nell'immagine postata su Truth (Ansa)
E non perché noi abbiamo perso il senso dell’umorismo, ma perché a un certo punto, ci sia consentito dirlo con sfumatura nazional-populista, anche basta. Non ci sono mai piaciuti i discorsi pregiudizialmente ostili a The Donald, e anzi per l’uomo abbiamo nutrito inizialmente una certa simpatia. Dopo tutto aveva cominciato piuttosto bene, picconando il woke e presentandosi come il presidente della pace. Certo, non ha risolto il conflitto ucraino in 24 ore come promesso, ma che quella fosse una esagerazione da comizio lo sapeva perfino lui: l’importante era offrire segnali distensivi sulla Russia. Abbiamo tollerato certe sue uscite di pessimo gusto come i video propagandistici su Gaza trasformata in una sorta di nuova Dubai perché poco dopo si era prodigato per ottenere una sottospecie di tregua al massacro (un rallentamento dei bombardamenti era meglio che niente). Abbiamo perfino compreso la ratio dei dazi, per quanto rischiassero di mettere in difficoltà l’economia europea, perché in fondo il gioco sporco della Germania sulle esportazioni era noto e negli anni aveva danneggiato pure noi. E comunque le politiche green europee erano decisamente peggio delle gabelle americane. Abbiamo portato pazienza sull’attacco al Venezuela. Maduro non piaceva a nessuno, e in quel caso l’uso della forza era circoscritto, la strategia era piuttosto chiara e gli obiettivi sono stati velocemente raggiunti. Poi però è arrivato l’attacco all’Iran. E avrà pure qualche ragione, come sostengono certi strenui difensori di Washington, ma ogni tanto bisognerebbe anche ricordarsi che gli alleati vanno trattati con rispetto. Un rispetto per lo meno uguale a quello che gli Usa riservano a Israele. Invece Trump si è imbarcato in una impresa che i suoi più lungimiranti collaboratori gli avevano presentato come complessa e preferibilmente evitabile. Lo ha fatto a nostro danno, senza offrire nulla in cambio e senza un orizzonte chiaro. Sarà anche vero che lo scopo è colpire la Cina, ma se a farne le spese devono essere gli europei, beh allora anche no, grazie. E saranno brutti e cattivi gli ayatollah, come no. Però, di nuovo, occorre avere un po’ di rispetto. Dichiarare che «un’intera civiltà morirà stanotte» non è retorica bellica, è una aberrazione che dovrebbe suscitare vergogna, se non altro perché rende l’Occidente (o presunto tale) esattamente uguale ai nemici che dice di voler combattere in nome della libertà. In ogni caso, non si è trattato solo dell’Iran, ma pure del Libano. È stata lasciata mano libera a Benjamin Netanyahu, dalla cui brama di annientamento sinceramente non vorremmo essere né contagiati né sfiorati. Il Trump che si voleva presidente della pace è morto, sepolto sotto le bombe israeliane e sotto le stupidaggini proferite da certi consiglieri in fase di eccitazione militare. Adesso tocca al Papa. Il quale, con tutta evidenza, fa infuriare Donald perché non è controllabile e a differenza dei rappresentanti delle Chiese di Stato può agire senza condizionamenti politici. Trump, in escalation mistica, prima si finge Spirito santo sostenendo di averlo fatto eleggere. Poi si tramuta in Martin Lutero e lo copre di insulti perché osa parlare di pace. Infine si paragona a Cristo e si fabbrica da solo sui social ritratti da venerare. Non sappiamo se qualche svalvolato pastore evangelico o qualche bellicoso protestante-sionista abbia convinto il presidente di essere un nuovo Messia. Di certo nelle sue azioni si legge una buona dose di esaltazione apocalittica, emerge l’antico vizio dei puritani che si credevano i soli illuminati da Dio, investiti dalla missione sacra di redimere il mondo. Ma poco importa: Trump dovrebbe sapere che chi si crede il Messia ritornato, di solito, non fa una bella fine, e il più delle volte porta alla rovina un bel po’ di innocenti. Si, lo ammettiamo: Donald ci è stato simpatico, tempo fa. Ma adesso (non da oggi) ci suscita un solo commento: anche basta.
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