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2023-02-13
Bidengate. Gli affari sospetti in Ucraina
Joe Biden (Ansa)
Manca soltanto l’intervento dei giudici ma, per il resto, il puzzle che ricostruisce il lavoro del Deep State americano contro Donald Trump e gli imbarazzanti affari della famiglia Biden in Ucraina è ormai completo, grazie soprattutto ai file recuperati dalla cache del computer del figlio di Joe Biden, Hunter. Ora la nuova maggioranza repubblicana al Congresso intende far luce su tutti gli affari del presidente e ha istituito una sub-commissione d’inchiesta ad hoc presieduta da James Comer. I repubblicani sono stati chiari: non è il fragile figlio di Joe Biden, ex alcolista e tossicomane, oggi artista, a essere nel mirino. Certo, è un fatto che Hunter Biden dal 2018 sia sottoposto a indagine fiscale dalla procura di Wilmington, nel Delaware, per riciclaggio, evasione fiscale, attività di lobbying non registrata, violazione della legge sulle armi da fuoco e altro. «Ma», ha precisato Comer, «non indaghiamo su Hunter Biden, quanto su suo padre Joe».
Stephen Bannon, ex stratega di Trump, è stato ancora più chiaro: «Non mi interessano i sentimenti di Hunter. Questa è guerra». I repubblicani intendono dimostrare che «membri della famiglia Biden» hanno percepito ingenti somme di denaro da paesi stranieri; che sono stati pagati in virtù della parentela con il presidente; che questo traffico d’influenze è andato contro gli interessi degli Stati Uniti d’America; che Joe Biden ne era al corrente e avrebbe mentito e che tutto ciò comprometterebbe il presidente.
rischio di impeachment
Di qui all’impeachment di Potus (acronimo di President of the United States), il passo potrebbe essere breve. Una prima audizione si è tenuta mercoledì scorso: sulla graticola Yoel Roth, ex direttore Trust and safety di Twitter, Vijaya Gadde, allora capo dell’ufficio legale della piattaforma, e Jim Baker, consulente legale di Twitter e soprattutto ex avvocato generale dell’Fbi. Sono loro che, alla vigilia del voto del 2020, hanno disposto la rimozione di tutte le notizie sul computer di Hunter Biden. Notizie che, se pubblicate, avrebbero cambiato il corso della storia. I tre, dopo numerosi «non ricordo» di Baker, hanno ammesso di aver sbagliato, ma «in buona fede e non per ragioni politiche». Sarà, ma è ormai noto che il vecchio gruppo dirigente di Twitter votasse e finanziasse il Partito democratico. Se gli affaires che lo riguardavano fossero stati resi pubblici, Joe Biden non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti. E invece.
Qualche democratico, come Alexandria Ocasio-Cortez, continua a definire il computer «mezzo falso», anche se i documenti compromettenti sono stati riconosciuti come autentici dai cyber-esperti forensi; gli stessi avvocati del figlio di Joe Biden lo hanno ammesso pochi giorni fa, citando improvvidamente in giudizio, per «violazione della privacy», chi ne ha diffuso il contenuto.
Il caso scoppia il 14 ottobre 2020, proprio a ridosso delle elezioni presidenziali del 3 novembre. Pochi giorni prima, sulla scrivania di Robert Costello - avvocato dell’ex sindaco di New York, il repubblicano Rudy Giuliani - era arrivato un plico dal Delaware, feudo elettorale dei Biden. Lo aveva inviato Mac Isaac, titolare di un negozio di assistenza; conteneva l’hard disk del Macbook Pro di Hunter. Il figlio di Joe Biden lo aveva mandato in riparazione da Isaac nell’aprile 2019 e non lo aveva più ritirato. Diventatone automaticamente proprietario, Isaac ne aveva visionato il contenuto e, trovandolo «politicamente imbarazzante», aveva avvisato l’Fbi, che nel dicembre 2019 ritira il laptop, non prima che Isaac faccia una copia del disco rigido, poi inviata all’avvocato Costello. Nel computer c’è tutta la vita di Hunter Biden: 25.000 foto (molti selfie, foto familiari, foto sessualmente esplicite) e 11.500 email, delle quali alcune estremamente compromettenti per lui e per il padre.
Giuliani riceve le 644 pagine di materiale (oggi pubblico, sul sito Bidenlaptopreport.marcopolousa.org) e contatta il New York Post, che il 14 ottobre 2020 pubblica lo scoop, documentando gli imbarazzanti interessi della famiglia Biden in Ucraina e Cina: si parla di consulenze e lobbying per decine di milioni di dollari e si profila, come minimo, un enorme conflitto d’interessi. Forte della posizione del padre, all’epoca vicepresidente di Barak Obama, Hunter Biden avvia importanti business in Ucraina occupandosi di due settori specifici: laboratori biologici ed energia, casualmente gli stessi che muoveranno gli ingranaggi della storia negli anni successivi, tra pandemia e guerra.
Dal laptop emerge anche un’importante dipendenza da droga e alcool di Hunter, nonché una spiccata inclinazione per armi e prostitute. Sesso, droga, soldi, potere: una storia esplosiva, specialmente se coinvolge il figlio dell’imperatore del mondo.
Il New York Post lancia la storia in prima pagina - mancano soltanto 20 giorni alle elezioni - ma nessun media la riprende per non danneggiare la campagna elettorale di Joe Biden. Anzi: Facebook la rimuove, così come Twitter. La macchina del fact-checking paraistituzionale - «onlus» finanziate, ça va sans dire, dai democratici - si mette in moto e asserisce che si tratti di «disinformazione russa» (stessa giustificazione data dai dirigenti di Twitter). La Cnn detta la linea e intervista l’ex direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper, che la liquida come «interferenza russa». Il 3 novembre 2020, Biden è eletto presidente.
Un mese dopo l’insediamento, la giornalista Nina Jankovicz - ex stagista presso il governo ucraino - diffonde un video su Tiktok in cui, sulle note di Supercalifragilistichespiralidoso, bolla nuovamente la storia del portatile come «disinformazione russa»: il tormentone diventa virale e fa milioni di visualizzazioni. Un anno dopo sarà nominata da Joe Biden a capo del Disinformation governance board, ufficio alle dipendenze della Homeland Security (il Dipartimento per la sicurezza interna, che difende il paese dagli attacchi terroristici). Il Board sarà smantellato due mesi dopo per le numerose contestazioni.
Bisognerà aspettare 18 mesi, il 16 marzo 2022, prima che il New York Times consegni al grande pubblico i guai di casa Biden, seguito a ruota dal Washington Post. Da allora, la posizione del presidente vacilla sempre di più. Elon Musk ci mette del suo: dopo l’acquisto di Twitter, il miliardario autorizza la pubblicazione di documenti interni, i Twitter files, che testimoniano le pressioni dell’Fbi affinché fosse censurata la storia del computer di Hunter Biden. I file di Twitter confermano che quello della «disinformazione russa» è l’alibi per rimuovere qualsiasi notizia scomoda per i Biden: l’Fbi e altre agenzie federali, in quei mesi, trattano Twitter «come una loro succursale», con l’obiettivo più che evidente di proteggere la reputazione di Biden affinché venga eletto al posto di Trump.
La storia dei documenti classificati di Joe Biden, rivelata dalla Cbs il 9 gennaio 2023, è l’ultimo tassello del Bidengate, e reitera la stessa dinamica usata con il laptop di Hunter: quando si tratta della famiglia Biden, il Dipartimento di giustizia Usa è estremamente cauto. Quelle carte (le prime di una serie), infatti, erano state consegnate il 2 novembre 2022, sei giorni prima delle elezioni di midterm, ma si è atteso gennaio 2023 prima di parlarne.
Secondo il New York Times, nelle settimane successive al ritrovamento si è instaurata una «cooperazione silenziosa» tra Casa Bianca e Dipartimento di giustizia, che ha consentito che Joe Biden fosse, ancora una volta, graziato dal giudizio degli elettori.
Hunter Biden ha cambiato da poco la squadra di avvocati, ora guidata da Abbe Lowell. La strategia è far apparire il «First son» come vittima di macchinazioni per colpire il padre: Lowell ha sollecitato il Dipartimento di giustizia e il procuratore del Delaware affinché aprano indagini su 14 persone coinvolte nella diffusione dei dati, tra le quali Mac Isaac e Rudy Giuliani. Ma i lavori della commissione istituita dai repubblicani promettono guai seri per la Potus family.
Fondi in gas, energia e biotech: settori diventati strategici con Covid e guerra
Biolaboratori, energia e gas: sarà un caso, ma gli affari di Hunter Biden in Ucraina, venuti alla luce dopo il ritrovamento del suo computer portatile abbandonato nel Delaware, ruotano proprio intorno a ciò che muove interessi geopolitici che oggi, a un anno dallo scoppio della guerra con la Russia, appaiono sempre più nitidi. Il materiale ricevuto dall’ex sindaco Rudy Giuliani e poi pubblicato dal New York Post è talmente vasto e compromettente che non c’è settimana che il tabloid non aggiunga nuovi tasselli al Bidengate.
È a marzo 2022, neanche un mese dopo lo scoppio delle ostilità in Ucraina, che perfino il New York Times rivela che il figlio del presidente degli Stati Uniti, già sottoposto a indagine fiscale dal 2018, avrebbe in parte regolarizzato la sua posizione ma è nei guai per un altro filone d’indagine, che riguarda proprio le sue attività di lobbying in Ucraina, emerse dopo la pubblicazione del contenuto del suo computer, a ottobre 2020, dal New York Post. Hunter Biden è stato membro del consiglio di amministrazione di Burisma, principale compagnia energetica ucraina, da aprile 2014 al 2018, proprio quando suo padre era vicepresidente di Barack Obama, incaricato di supervisionare il processo di lotta alla corruzione in quel Paese: Biden senior effettuerà ben 13 visite di Stato in Ucraina, l’ultima il giorno prima che si insediasse il presidente Trump.
Burisma è posseduta da Mykola Zlochevsky, ma è il miliardario Igor Kolomoisky, ucraino con passaporto israeliano e cipriota, a detenere una partecipazione di controllo. Kolomoisky, fondatore e proprietario di Privatbank fino al 2016, è uno degli uomini più ricchi d’Ucraina e possiede un patrimonio netto di 1 miliardo di dollari nel 2022; è lui il principale finanziatore della campagna elettorale di Volodymyr Zelensky. Ed è lui a mettere in contatto il suo uomo dentro Burisma, Vadym Pozharskyi, con Hunter e Joe Biden. Di fatto, Hunter Biden e Zelensky sono legati allo stesso oligarca, che poi però finisce nella lista nera di Washington, incriminato nel 2020 per frode bancaria, e privato di visto per gli Usa dal 2021.
In una mail a Devon Archer, suo socio di allora, Hunter Biden negozia il suo stipendio, fissato poi a 50.000 dollari al mese, promettendo incontri con il padre Joe (indicato come «my guy»). Hunter organizza per Pozharskyi una riunione a Washington con suo padre Joe, nell’aprile 2015. «Non ho mai parlato del lavoro in Ucraina con mio figlio», dichiarerà il presidente, ma le email ritrovate dicono proprio il contrario. Per i repubblicani, Biden Sr. «si è reso vulnerabile al ricatto». In effetti, meno di otto mesi dopo, l’allora vice presidente intima al presidente ucraino Petro Poroshenko di licenziare il procuratore generale Viktor Shokin, minacciando di trattenere un miliardo di dollari di aiuti. «Ho detto loro: se il procuratore non viene licenziato, non riceverete i soldi», si vanterà Joe Biden nel 2018 al Council on foreign relations. Cosa aveva fatto Shokin per meritare il licenziamento? «Indagavo su Burisma e volevo interrogare Hunter», ha raccontato il procuratore. Secondo Joe Biden, invece, gli Stati Uniti volevano che Shokin fosse rimosso «per voci di corruzione, condivise dall’Unione europea».
Le attività di Hunter Biden in Ucraina non si sono limitate al settore dell’energia. Nel computer del figlio del presidente sono state trovate tracce dei suoi affari con Metabiota, società appaltatrice del Dipartimento della difesa beneficiaria di finanziamenti per milioni di dollari, specializzata in agenti patogeni e incaricata di «migliorare la sicurezza dei laboratori in tutta l’Ucraina». Nell’aprile 2014, Biden Jr. riceve una email da Mary Guttieri, vicepresidente di Metabiota, che gli dice di voler «affermare l’indipendenza culturale ed economica dell’Ucraina dalla Russia»: obiettivo alquanto insolito per un’azienda biotecnologica. Quattro giorni dopo, Vadym Pozharskyi scrive al socio di Biden Jr. per parlare del progetto scientifico Science Ukraine, lanciato da Hunter, che avrebbe coinvolto sia Burisma sia Metabiota.
Gli affari di Hunter Biden hanno spaziato fino in Cina: nell’aprile 2022, il Washington Post ha pubblicato un articolo sugli accordi milionari di Hunter con una società energetica cinese, la Cefc China energy, mentre il New York Times ha confermato che Biden Jr. aveva fondato ed era membro del Cda di Bhr partners, fondo con sede a Shanghai coinvolto nell’acquisto, per 3,8 miliardi di dollari, di uno dei più grandi giacimenti di cobalto al mondo.
Le email ritrovate nel Macbook Pro di Hunter Biden raccontano gli affari cinesi del figlio del presidente, insieme con lo zio Jimmy. Affari piuttosto imbarazzanti per Joe Biden, accusato peraltro, a luglio 2022, di aver consentito l’esportazione di petrolio della riserva strategica americana in Cina. «Una minaccia diretta per la sicurezza nazionale americana», hanno denunciato i repubblicani. Un’ulteriore tegola sul presidente, e un carico di lavoro spropositato per il Gop, che intende destituire Joe Biden il prima possibile.
Alcol, droga e festini a luci rosse. La vita spericolata del finanziere
«Una vita selvaggia, un’anima in pena»: così il New York Post ha riassunto l’esistenza di Hunter Biden, come emerge dalle decine di migliaia di email e foto ritrovate nel computer del figlio del presidente degli Stati Uniti. La vita di Robert Hunter Biden, secondogenito di Joe Biden, classe 1970, è segnata da una tragedia, l’incidente automobilistico nel dicembre 1972 in cui la mamma Neilla e la sorella di appena 13 mesi, Naomi, perdono la vita mentre lui stesso e il fratello maggiore Joseph «Beau» Biden rimangono gravemente feriti.
Joe è stato appena eletto, per la prima volta, al Senato e presta giuramento nella stanza d’ospedale dei suoi due bambini sopravvissuti. C’è questo e anche altro in ciò che i media ribattezzano subito il «laptop from hell», il computer dall’inferno dell’anima di Hunter Biden, in cui il «First son» custodisce non soltanto le prove delle sue spericolate avventure lavorative, ma anche i suoi vizi e i suoi dolori.
L’infanzia di Hunter scorre tra le assenze del padre lanciato in politica (i due bambini sono affidati agli zii) e il rispetto di quel codice che imponeva di propagandare l’immagine di una famiglia unita: «Non ho mai mancato agli eventi pubblici di mio padre», racconterà. Il marchio sembra quello dei Kennedy, dove potere, avidità e sesso si fondono con solitudine, malattia e morte. L’adolescenza di Hunter è all’ombra del fratello Beau; lui è il secondogenito, va al liceo cattolico per poi studiare legge a Georgetown e Yale, le università dei rampolli Dem: un’educazione di primordine. I guai con l’alcol arrivano dopo il matrimonio, quando Biden Jr. comincia le sedute con gli alcolisti anonimi.
Il 2015 è il suo annus horribilis: il fratello Beau, primogenito di Joe Biden, muore di cancro a 46 anni, Hunter si separa dalla moglie e arrivano grane sul lavoro. È allora che il figlio del presidente scivola nell’inferno: festini a luci rosse, incontri con giovanissime prostitute, fumate di crack «ogni 15 minuti», dichiara, e poi la cocaina, una storia con l’assistente stipendiata dietro prestazioni, la relazione con la vedova del fratello, Hallie. Le conversazioni licenziose con lei, ritrovate nel computer, raccontano una storia un po’ diversa dalla liaison romantica che la «Biden Inc.», con l’aiuto dei media, voleva vendere agli elettori americani.
Hunter ne parla nel suo libro e in un’intervista al New Yorker. Anche le confessioni rubate dal diario dell’ultimogenita di Joe Biden, Ashley, avuta dalla seconda moglie Jill, fendono un velo nel quadretto felice dipinto dagli aedi del presidente, specialmente quando la donna parla di «docce inappropriate» con il padre. «I figli del presidente condividono la strana abitudine di lasciare le loro confessioni più intime dove chiunque possa trovarle», scrive il New York Post. «Immaginate però», osserva il tabloid, «se le stesse notizie, riguardanti ad esempio Ivanka Trump, fossero finite nelle mani della stampa Dem: picconate, indignazione femminista, impeachment».
Il nuovo pool di avvocati che difende il figlio del presidente sta puntando in effetti sulla violazione della privacy. Hunter Biden è una vittima? Per il tabloid che ha mostrato il lato oscuro del presidente, no, «è un artista della truffa, un figlio privilegiato che ha sfruttato il nome della famiglia per guadagnare milioni buttati in droga e prostitute». Che sia l’uno o l’altro, purtroppo il battito della farfalla nel Delaware non ha fermato l’uragano a Kiev, e in tutto il mondo.
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Dal gennaio 2018 il figlio del presidente Usa è indagato per reati fiscali: chi ne parlò fu liquidato come «agente russo» .Silenzio, a differenza di quanto fatto con Trump, anche sul computer che custodiva i segreti degli investimenti a Kiev. Ora finalmente farà luce la nuova commissione d’inchiesta istituita dalla maggioranza repubblicana al Congresso.Il dossier pubblicato dal «New York Post»: una sfilza di mail compromettenti e gli intrecci con gli oligarchi di Zelensky.Il lato oscuro di Biden Jr: ha sfruttato la vicinanza al potere per fare i soldi. E buttarli.Lo speciale contiene tre articoliManca soltanto l’intervento dei giudici ma, per il resto, il puzzle che ricostruisce il lavoro del Deep State americano contro Donald Trump e gli imbarazzanti affari della famiglia Biden in Ucraina è ormai completo, grazie soprattutto ai file recuperati dalla cache del computer del figlio di Joe Biden, Hunter. Ora la nuova maggioranza repubblicana al Congresso intende far luce su tutti gli affari del presidente e ha istituito una sub-commissione d’inchiesta ad hoc presieduta da James Comer. I repubblicani sono stati chiari: non è il fragile figlio di Joe Biden, ex alcolista e tossicomane, oggi artista, a essere nel mirino. Certo, è un fatto che Hunter Biden dal 2018 sia sottoposto a indagine fiscale dalla procura di Wilmington, nel Delaware, per riciclaggio, evasione fiscale, attività di lobbying non registrata, violazione della legge sulle armi da fuoco e altro. «Ma», ha precisato Comer, «non indaghiamo su Hunter Biden, quanto su suo padre Joe». Stephen Bannon, ex stratega di Trump, è stato ancora più chiaro: «Non mi interessano i sentimenti di Hunter. Questa è guerra». I repubblicani intendono dimostrare che «membri della famiglia Biden» hanno percepito ingenti somme di denaro da paesi stranieri; che sono stati pagati in virtù della parentela con il presidente; che questo traffico d’influenze è andato contro gli interessi degli Stati Uniti d’America; che Joe Biden ne era al corrente e avrebbe mentito e che tutto ciò comprometterebbe il presidente. rischio di impeachmentDi qui all’impeachment di Potus (acronimo di President of the United States), il passo potrebbe essere breve. Una prima audizione si è tenuta mercoledì scorso: sulla graticola Yoel Roth, ex direttore Trust and safety di Twitter, Vijaya Gadde, allora capo dell’ufficio legale della piattaforma, e Jim Baker, consulente legale di Twitter e soprattutto ex avvocato generale dell’Fbi. Sono loro che, alla vigilia del voto del 2020, hanno disposto la rimozione di tutte le notizie sul computer di Hunter Biden. Notizie che, se pubblicate, avrebbero cambiato il corso della storia. I tre, dopo numerosi «non ricordo» di Baker, hanno ammesso di aver sbagliato, ma «in buona fede e non per ragioni politiche». Sarà, ma è ormai noto che il vecchio gruppo dirigente di Twitter votasse e finanziasse il Partito democratico. Se gli affaires che lo riguardavano fossero stati resi pubblici, Joe Biden non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti. E invece.Qualche democratico, come Alexandria Ocasio-Cortez, continua a definire il computer «mezzo falso», anche se i documenti compromettenti sono stati riconosciuti come autentici dai cyber-esperti forensi; gli stessi avvocati del figlio di Joe Biden lo hanno ammesso pochi giorni fa, citando improvvidamente in giudizio, per «violazione della privacy», chi ne ha diffuso il contenuto.Il caso scoppia il 14 ottobre 2020, proprio a ridosso delle elezioni presidenziali del 3 novembre. Pochi giorni prima, sulla scrivania di Robert Costello - avvocato dell’ex sindaco di New York, il repubblicano Rudy Giuliani - era arrivato un plico dal Delaware, feudo elettorale dei Biden. Lo aveva inviato Mac Isaac, titolare di un negozio di assistenza; conteneva l’hard disk del Macbook Pro di Hunter. Il figlio di Joe Biden lo aveva mandato in riparazione da Isaac nell’aprile 2019 e non lo aveva più ritirato. Diventatone automaticamente proprietario, Isaac ne aveva visionato il contenuto e, trovandolo «politicamente imbarazzante», aveva avvisato l’Fbi, che nel dicembre 2019 ritira il laptop, non prima che Isaac faccia una copia del disco rigido, poi inviata all’avvocato Costello. Nel computer c’è tutta la vita di Hunter Biden: 25.000 foto (molti selfie, foto familiari, foto sessualmente esplicite) e 11.500 email, delle quali alcune estremamente compromettenti per lui e per il padre.Giuliani riceve le 644 pagine di materiale (oggi pubblico, sul sito Bidenlaptopreport.marcopolousa.org) e contatta il New York Post, che il 14 ottobre 2020 pubblica lo scoop, documentando gli imbarazzanti interessi della famiglia Biden in Ucraina e Cina: si parla di consulenze e lobbying per decine di milioni di dollari e si profila, come minimo, un enorme conflitto d’interessi. Forte della posizione del padre, all’epoca vicepresidente di Barak Obama, Hunter Biden avvia importanti business in Ucraina occupandosi di due settori specifici: laboratori biologici ed energia, casualmente gli stessi che muoveranno gli ingranaggi della storia negli anni successivi, tra pandemia e guerra. Dal laptop emerge anche un’importante dipendenza da droga e alcool di Hunter, nonché una spiccata inclinazione per armi e prostitute. Sesso, droga, soldi, potere: una storia esplosiva, specialmente se coinvolge il figlio dell’imperatore del mondo.Il New York Post lancia la storia in prima pagina - mancano soltanto 20 giorni alle elezioni - ma nessun media la riprende per non danneggiare la campagna elettorale di Joe Biden. Anzi: Facebook la rimuove, così come Twitter. La macchina del fact-checking paraistituzionale - «onlus» finanziate, ça va sans dire, dai democratici - si mette in moto e asserisce che si tratti di «disinformazione russa» (stessa giustificazione data dai dirigenti di Twitter). La Cnn detta la linea e intervista l’ex direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper, che la liquida come «interferenza russa». Il 3 novembre 2020, Biden è eletto presidente.Un mese dopo l’insediamento, la giornalista Nina Jankovicz - ex stagista presso il governo ucraino - diffonde un video su Tiktok in cui, sulle note di Supercalifragilistichespiralidoso, bolla nuovamente la storia del portatile come «disinformazione russa»: il tormentone diventa virale e fa milioni di visualizzazioni. Un anno dopo sarà nominata da Joe Biden a capo del Disinformation governance board, ufficio alle dipendenze della Homeland Security (il Dipartimento per la sicurezza interna, che difende il paese dagli attacchi terroristici). Il Board sarà smantellato due mesi dopo per le numerose contestazioni.Bisognerà aspettare 18 mesi, il 16 marzo 2022, prima che il New York Times consegni al grande pubblico i guai di casa Biden, seguito a ruota dal Washington Post. Da allora, la posizione del presidente vacilla sempre di più. Elon Musk ci mette del suo: dopo l’acquisto di Twitter, il miliardario autorizza la pubblicazione di documenti interni, i Twitter files, che testimoniano le pressioni dell’Fbi affinché fosse censurata la storia del computer di Hunter Biden. I file di Twitter confermano che quello della «disinformazione russa» è l’alibi per rimuovere qualsiasi notizia scomoda per i Biden: l’Fbi e altre agenzie federali, in quei mesi, trattano Twitter «come una loro succursale», con l’obiettivo più che evidente di proteggere la reputazione di Biden affinché venga eletto al posto di Trump.La storia dei documenti classificati di Joe Biden, rivelata dalla Cbs il 9 gennaio 2023, è l’ultimo tassello del Bidengate, e reitera la stessa dinamica usata con il laptop di Hunter: quando si tratta della famiglia Biden, il Dipartimento di giustizia Usa è estremamente cauto. Quelle carte (le prime di una serie), infatti, erano state consegnate il 2 novembre 2022, sei giorni prima delle elezioni di midterm, ma si è atteso gennaio 2023 prima di parlarne. Secondo il New York Times, nelle settimane successive al ritrovamento si è instaurata una «cooperazione silenziosa» tra Casa Bianca e Dipartimento di giustizia, che ha consentito che Joe Biden fosse, ancora una volta, graziato dal giudizio degli elettori.Hunter Biden ha cambiato da poco la squadra di avvocati, ora guidata da Abbe Lowell. La strategia è far apparire il «First son» come vittima di macchinazioni per colpire il padre: Lowell ha sollecitato il Dipartimento di giustizia e il procuratore del Delaware affinché aprano indagini su 14 persone coinvolte nella diffusione dei dati, tra le quali Mac Isaac e Rudy Giuliani. Ma i lavori della commissione istituita dai repubblicani promettono guai seri per la Potus family.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bidengate-gli-affari-sospetti-in-ucraina-2659405262.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fondi-in-gas-energia-e-biotech-settori-diventati-strategici-con-covid-e-guerra" data-post-id="2659405262" data-published-at="1676223270" data-use-pagination="False"> Fondi in gas, energia e biotech: settori diventati strategici con Covid e guerra Biolaboratori, energia e gas: sarà un caso, ma gli affari di Hunter Biden in Ucraina, venuti alla luce dopo il ritrovamento del suo computer portatile abbandonato nel Delaware, ruotano proprio intorno a ciò che muove interessi geopolitici che oggi, a un anno dallo scoppio della guerra con la Russia, appaiono sempre più nitidi. Il materiale ricevuto dall’ex sindaco Rudy Giuliani e poi pubblicato dal New York Post è talmente vasto e compromettente che non c’è settimana che il tabloid non aggiunga nuovi tasselli al Bidengate. È a marzo 2022, neanche un mese dopo lo scoppio delle ostilità in Ucraina, che perfino il New York Times rivela che il figlio del presidente degli Stati Uniti, già sottoposto a indagine fiscale dal 2018, avrebbe in parte regolarizzato la sua posizione ma è nei guai per un altro filone d’indagine, che riguarda proprio le sue attività di lobbying in Ucraina, emerse dopo la pubblicazione del contenuto del suo computer, a ottobre 2020, dal New York Post. Hunter Biden è stato membro del consiglio di amministrazione di Burisma, principale compagnia energetica ucraina, da aprile 2014 al 2018, proprio quando suo padre era vicepresidente di Barack Obama, incaricato di supervisionare il processo di lotta alla corruzione in quel Paese: Biden senior effettuerà ben 13 visite di Stato in Ucraina, l’ultima il giorno prima che si insediasse il presidente Trump. Burisma è posseduta da Mykola Zlochevsky, ma è il miliardario Igor Kolomoisky, ucraino con passaporto israeliano e cipriota, a detenere una partecipazione di controllo. Kolomoisky, fondatore e proprietario di Privatbank fino al 2016, è uno degli uomini più ricchi d’Ucraina e possiede un patrimonio netto di 1 miliardo di dollari nel 2022; è lui il principale finanziatore della campagna elettorale di Volodymyr Zelensky. Ed è lui a mettere in contatto il suo uomo dentro Burisma, Vadym Pozharskyi, con Hunter e Joe Biden. Di fatto, Hunter Biden e Zelensky sono legati allo stesso oligarca, che poi però finisce nella lista nera di Washington, incriminato nel 2020 per frode bancaria, e privato di visto per gli Usa dal 2021. In una mail a Devon Archer, suo socio di allora, Hunter Biden negozia il suo stipendio, fissato poi a 50.000 dollari al mese, promettendo incontri con il padre Joe (indicato come «my guy»). Hunter organizza per Pozharskyi una riunione a Washington con suo padre Joe, nell’aprile 2015. «Non ho mai parlato del lavoro in Ucraina con mio figlio», dichiarerà il presidente, ma le email ritrovate dicono proprio il contrario. Per i repubblicani, Biden Sr. «si è reso vulnerabile al ricatto». In effetti, meno di otto mesi dopo, l’allora vice presidente intima al presidente ucraino Petro Poroshenko di licenziare il procuratore generale Viktor Shokin, minacciando di trattenere un miliardo di dollari di aiuti. «Ho detto loro: se il procuratore non viene licenziato, non riceverete i soldi», si vanterà Joe Biden nel 2018 al Council on foreign relations. Cosa aveva fatto Shokin per meritare il licenziamento? «Indagavo su Burisma e volevo interrogare Hunter», ha raccontato il procuratore. Secondo Joe Biden, invece, gli Stati Uniti volevano che Shokin fosse rimosso «per voci di corruzione, condivise dall’Unione europea». Le attività di Hunter Biden in Ucraina non si sono limitate al settore dell’energia. Nel computer del figlio del presidente sono state trovate tracce dei suoi affari con Metabiota, società appaltatrice del Dipartimento della difesa beneficiaria di finanziamenti per milioni di dollari, specializzata in agenti patogeni e incaricata di «migliorare la sicurezza dei laboratori in tutta l’Ucraina». Nell’aprile 2014, Biden Jr. riceve una email da Mary Guttieri, vicepresidente di Metabiota, che gli dice di voler «affermare l’indipendenza culturale ed economica dell’Ucraina dalla Russia»: obiettivo alquanto insolito per un’azienda biotecnologica. Quattro giorni dopo, Vadym Pozharskyi scrive al socio di Biden Jr. per parlare del progetto scientifico Science Ukraine, lanciato da Hunter, che avrebbe coinvolto sia Burisma sia Metabiota. Gli affari di Hunter Biden hanno spaziato fino in Cina: nell’aprile 2022, il Washington Post ha pubblicato un articolo sugli accordi milionari di Hunter con una società energetica cinese, la Cefc China energy, mentre il New York Times ha confermato che Biden Jr. aveva fondato ed era membro del Cda di Bhr partners, fondo con sede a Shanghai coinvolto nell’acquisto, per 3,8 miliardi di dollari, di uno dei più grandi giacimenti di cobalto al mondo. Le email ritrovate nel Macbook Pro di Hunter Biden raccontano gli affari cinesi del figlio del presidente, insieme con lo zio Jimmy. Affari piuttosto imbarazzanti per Joe Biden, accusato peraltro, a luglio 2022, di aver consentito l’esportazione di petrolio della riserva strategica americana in Cina. «Una minaccia diretta per la sicurezza nazionale americana», hanno denunciato i repubblicani. Un’ulteriore tegola sul presidente, e un carico di lavoro spropositato per il Gop, che intende destituire Joe Biden il prima possibile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bidengate-gli-affari-sospetti-in-ucraina-2659405262.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="alcol-droga-e-festini-a-luci-rosse-la-vita-spericolata-del-finanziere" data-post-id="2659405262" data-published-at="1676223270" data-use-pagination="False"> Alcol, droga e festini a luci rosse. La vita spericolata del finanziere «Una vita selvaggia, un’anima in pena»: così il New York Post ha riassunto l’esistenza di Hunter Biden, come emerge dalle decine di migliaia di email e foto ritrovate nel computer del figlio del presidente degli Stati Uniti. La vita di Robert Hunter Biden, secondogenito di Joe Biden, classe 1970, è segnata da una tragedia, l’incidente automobilistico nel dicembre 1972 in cui la mamma Neilla e la sorella di appena 13 mesi, Naomi, perdono la vita mentre lui stesso e il fratello maggiore Joseph «Beau» Biden rimangono gravemente feriti. Joe è stato appena eletto, per la prima volta, al Senato e presta giuramento nella stanza d’ospedale dei suoi due bambini sopravvissuti. C’è questo e anche altro in ciò che i media ribattezzano subito il «laptop from hell», il computer dall’inferno dell’anima di Hunter Biden, in cui il «First son» custodisce non soltanto le prove delle sue spericolate avventure lavorative, ma anche i suoi vizi e i suoi dolori. L’infanzia di Hunter scorre tra le assenze del padre lanciato in politica (i due bambini sono affidati agli zii) e il rispetto di quel codice che imponeva di propagandare l’immagine di una famiglia unita: «Non ho mai mancato agli eventi pubblici di mio padre», racconterà. Il marchio sembra quello dei Kennedy, dove potere, avidità e sesso si fondono con solitudine, malattia e morte. L’adolescenza di Hunter è all’ombra del fratello Beau; lui è il secondogenito, va al liceo cattolico per poi studiare legge a Georgetown e Yale, le università dei rampolli Dem: un’educazione di primordine. I guai con l’alcol arrivano dopo il matrimonio, quando Biden Jr. comincia le sedute con gli alcolisti anonimi. Il 2015 è il suo annus horribilis: il fratello Beau, primogenito di Joe Biden, muore di cancro a 46 anni, Hunter si separa dalla moglie e arrivano grane sul lavoro. È allora che il figlio del presidente scivola nell’inferno: festini a luci rosse, incontri con giovanissime prostitute, fumate di crack «ogni 15 minuti», dichiara, e poi la cocaina, una storia con l’assistente stipendiata dietro prestazioni, la relazione con la vedova del fratello, Hallie. Le conversazioni licenziose con lei, ritrovate nel computer, raccontano una storia un po’ diversa dalla liaison romantica che la «Biden Inc.», con l’aiuto dei media, voleva vendere agli elettori americani. Hunter ne parla nel suo libro e in un’intervista al New Yorker. Anche le confessioni rubate dal diario dell’ultimogenita di Joe Biden, Ashley, avuta dalla seconda moglie Jill, fendono un velo nel quadretto felice dipinto dagli aedi del presidente, specialmente quando la donna parla di «docce inappropriate» con il padre. «I figli del presidente condividono la strana abitudine di lasciare le loro confessioni più intime dove chiunque possa trovarle», scrive il New York Post. «Immaginate però», osserva il tabloid, «se le stesse notizie, riguardanti ad esempio Ivanka Trump, fossero finite nelle mani della stampa Dem: picconate, indignazione femminista, impeachment». Il nuovo pool di avvocati che difende il figlio del presidente sta puntando in effetti sulla violazione della privacy. Hunter Biden è una vittima? Per il tabloid che ha mostrato il lato oscuro del presidente, no, «è un artista della truffa, un figlio privilegiato che ha sfruttato il nome della famiglia per guadagnare milioni buttati in droga e prostitute». Che sia l’uno o l’altro, purtroppo il battito della farfalla nel Delaware non ha fermato l’uragano a Kiev, e in tutto il mondo.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 gennaio con Carlo Cambi
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Ricominciamo: la Regione Puglia - con un deficit da centinaia di milioni di euro, liste d’attesa infinite, macchinari dei reparti obsoleti e chi più ne ha più ne metta - ha deciso di chiedere indietro una parte dei compensi versati negli ultimi dieci anni ai propri medici di base, per una somma pari a 23 milioni di euro (circa 70.000 euro a testa). Si tratta di somme che la stessa Regione Puglia ha versato negli anni, attraverso le Asl, per aderire - correttamente - ad un Accordo collettivo nazionale (e ai conseguenti accordi integrativi regionali) che prevede l’erogazione di queste cifre ai medici di base e ai pediatri, a soddisfazione di un complesso meccanismo di compensazione degli emolumenti sottoscritto nel 2005.
E su che base la Regione Puglia ha improvvisamente deciso di chiedere indietro queste cifre? Sostanzialmente sulla base di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - attualmente sub iudice del pronunciamento in Cassazione - che solleva la Regione, guidata da Michele De Pascale, dal versamento retroattivo delle medesime somme ai propri sanitari. Somme che, se dovessero essere sborsate tutte in una volta, peserebbero per oltre 100 milioni di euro e manderebbero a gambe all’aria il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna e con lui la tenuta dell’intero fortino Pd.
Ma torniamo in Puglia. La pretesa di riavere indietro 23 milioni di euro da parte dell’ente, che a partire al 7 gennaio sarà guidato da Antonio De Caro, è arrivata ai camici bianchi in modo davvero inatteso. Non solo per i contenuti, ma anche per le modalità con cui è stata comunicata. Le sigle sindacali che rappresentano i sanitari, infatti, senza incontri preliminari sul tema, né discussioni di merito si sono visti recapitare la pretesa - motivata con stralci della sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - il 31 dicembre 2025 alle ore 20.48, quando immaginiamo bene gli uffici regionali gremiti di dipendenti intenti a sbrigare le ultime faccende prima di accomodarsi al cenone di capodanno.
Anche a causa di queste stranezze il sospetto - e si sa che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - è di essere di fronte a una sorta di tacito sostegno amministrativo tra due enti molto legati tra loro, a conferma di una linea - quella dell’Emilia-Romagna - che se dovesse essere sconfessata in Cassazione comporterebbe la debacle totale per una delle roccaforti della sinistra.
Per entrare in termini più tecnici si tratta della annosa questione degli «assegni individuali» e del fondo di compensazione che ogni Regione doveva accantonare per erogare emolumenti ai medici di base sostitutivi degli scatti di anzianità, eliminati nel 2005.
Per un po’ di tempo questo meccanismo funzionò senza intoppi, poi si bloccò nel periodo della spending review (dal 2010 al 2014) e nel 2016 riprese con un nuovo Accordo collettivo nazionale (il corrispettivo del Ccnl per i medici). Lo Stato cominciò a versare il dovuto alle Regioni per creare un fondo apposito da cui attingere, ma mentre alcune destinarono le cifre al rispetto di questo accordo (come la Puglia) altre, come l’Emilia-Romagna, preferirono usare le quote ricevute per la copertura di altre spese scegliendo, non solo di non versare il dovuto ai medici, ma di non creare nemmeno il fondo necessario a farlo.
Qualche tempo fa, i pediatri di Rimini hanno chiesto alla Asl di riferimento gli assegni mai ricevuti, con una causa vinta in primo grado. A quel punto la Asl di Rimini ha chiesto aiuto alla Regione Emilia-Romagna che in appello si è costituita come parte in causa e, sulla vicenda, ha ottenuto ragione dal Tar. I medici di Rimini, però non hanno desistito, sono ricorsi in Cassazione e attualmente la Regione di De Pascale - quella che nel frattempo ha alzato i ticket sanitari e ha chiuso le frontiere ai malati provenienti dal resto d’Italia - è in attesa del pronunciamento definitivo.
Che il fondo necessario per versare le integrazioni ai medici, sia ancora in essere (e dunque che lo Stato stia ancora versando alle Regioni le cifre necessarie) si evince dal vigente contratto nazionale che, all’articolo 44 stabilisce il trattamento economico dei medici riferendosi ad una «quota capitaria annua ripartita in base a tale fondo integrato con gli assegni individuali». Per questo le sigle sindacali delle due Regioni sono in rivolta.
Ci vorrà del tempo prima che la Cassazione si pronunci, ma come sarebbe bello (e utile) se, nel frattempo, tutte le altre Regioni si allineassero sostenendo che quei fondi non andavano mai erogati e che, magari, chi li ha erogati li chiedesse indietro. A volte i sogni si avverano.
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Alcuni pellegrini in occasione del Giubileo Lgbt, a Roma, il 6 settembre 2025 (Ansa)
Il Vangelo non è politicamente corretto. Usa termini durissimi, perché sta parlando di salvezza che sarà data a chi fa parte del Regno dei Cieli e negata a chi non ne fa parte. I Vangelo non è gay friendly, e, soprattutto, non è inclusivo. Chiunque raccomandi l’inclusione sta rinnegando il Vangelo. Esiste una parabola che lo chiarisce. Le vergini sagge hanno portato sufficiente olio per le lampade, quelle stolte no. Quelle sagge non dividono il loro olio con le stolte, perché altrimenti non ci sarà olio sufficiente per nessuna. Ma come, non bisognava dividere tutto? E la generosità? La generosità non si fa con la dottrina, non si fa con la fede. Aggiusto la mia Messa, smusso la mia dottrina, così che anche i non credenti e i peccatori possano accedere alle perle, è il discorso anticristico dei preti sciocchi che rinnegano Cristo per l’inclusività. «Chi non è con me è contro di me» è un’affermazione che riduce i margini dell’inclusività a zero. Noi non dobbiamo includere quelli che sono fuori dal Regno dei Cieli fino a quando ne sono fuori; dobbiamo convertirli, così che diventino fratelli e figli di Dio nella sola maniera possibile, la fede in Cristo. Una delle opere di carità spirituale è avvertire il peccatore che sta peccando San Paolo ci ricorda che dobbiamo continuare ad avvertire il peccatore, quando è opportuno e quando è inopportuno, maleducato, politicamente scorretto, e anche quando è vietato e porta a un’accusa penale o sociale, per esempio l’accusa di omofobia.
Il cristianesimo condanna la sodomia, uno dei quattro peccati che grida vendetta a Dio. Il vescovo di Vienna ha profanato la Cattedrale di Santo Stefano con spettacoli gay e ovviamente osceni. Lo ha fatto, pare, per sensibilizzare sull’Aids. Secondo tutte le statistiche l’atto sodomitico moltiplica il rischio di malattie infettive, tanto più che molti gay disprezzano il preservativo, oppure, come pubblicizzato dall’intellettuale (?) gay (o queer) Leo Bersani amano ricercare volontariamente il contagio. A Vienna a entusiasmare un clero sempre più corrotto c’è anche una mostra d’arte (?), dove tra rane crocefisse spicca una Pietà dove il Cristo morto tiene in mano il pene di un uomo travestito da donna, un cosiddetto trans. Attualmente la sodomia è chiamata omosessualità, termine ampolloso e improprio. Nessuna attività sessuale è possibile tra persone dello stesso sesso, ma solo pratiche erotiche che devono necessariamente interessare il tubo digerente. Il tubo digerente non è un organo sessuale e non è un organo ricreativo, serve per digerire e per espellere feci che sono un tripudio di microbi e che per una mentre normale sono ripugnanti. Alla sodomia si affianca il queer. Queer vuol dire strano. Ognuno ha diritto di essere strano. Nessuno ha diritto di pretendere di essere accettato, perché nessuno può costringermi ad accettare qualcosa che è appunto strano, al di fuori della mia etica e della mia estetica. La potenza liberticida del queer, come di tutte le altre lettere della sigla Lgbt-qualche-altra-cosa, è che accettare l’altro diventa un dovere, anche se l’altro ha fatto tutto quello che poteva per essere ripugnante. I due maggiori intellettuali queer sono Mario Mieli e la/il filosofa/o ex Beatriz Preciado, attualmente Paul Preciado. Mario Mieli è autore di Elementi di critica omosessuale, dove parla della sublime bellezza di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Mario Mieli faceva spettacoli teatrali dove mangiava gli escrementi suoi e del suo cane, crudi e sconditi. I colibatteri ne saranno stati lieti. Riporto un brano della persona che all’epoca era Beatriz Preciado, al momento Paul, pubblicato il 17 gennaio 2014 su Liberation, che riassume il suo pensiero. «Da questa modesta tribuna, io invito tutti i corpi delle donne allo sciopero dell’utero. Affermiamoci come cittadine intere e non come uteri riproduttivi. Attraverso l’astinenza, attraverso la omosessualità, ma anche attraverso la masturbazione, la sodomia, il feticismo, la coprofagia, la zoofilia (non vuol dire avere il micetto e mettere la foto su Fb, ma avere rapporti erotici con gli animali, ndr) e l’aborto. Non lasciamo penetrare nelle nostre vagine una sola goccia di sperma nazionale cattolico». Sottolineo in entrambi i casi l’affetto per la coprofagia. La coprofagia è autoaggressione, come l’aborto, come la zoofilia. Queer vuol dire aggressione all’uomo e dato che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire aggressione a Dio, per questo sono oscene le parole di Nicola Vendola, personaggio politico, che ha acquistato un bambino con l’odiosa pratica dell’utero in affitto, che definisce queer sia Cristo che la Madonna, un nuovo tipo di bestemmia. Preciado si limita a definire il Natale patriarcale e discriminatorio: in confronto, una vera signora.
La parola «omosessualità» crea una folle simmetria col neologismo altrettanto senza senso «eterosessualità». Se con un colpo di bacchetta magica scomparissero tutti gli atti eterosessuali (cioè sessuali) l’umanità si estinguerebbe. Se sparissero tutti gli atti cosiddetti omosessuali, si svuoterebbero gli ambulatori di proctologia e quelli di patologie sessualmente trasmissibili, e la sanità di ogni nazione ricupererebbe fiumi di quattrini. Il non odio per il peccato non è amore per il peccatore, ma indifferenza alla sua salvezza, un’indifferenza di cui, come ci ricorda Ezechiele, si dovrà rispondere nel giorno del giudizio: «Se tu non parli per distogliere l’empio dai suoi peccati, l’empio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te». La diga rotta. La resa di Fiducia supplicans alla lobby omosessuale di José Antonio Ureta e Julio Loredo (ed. Tradizione Famiglia Proprietà) descrive l’inclusione di peccatori non pentiti e trionfalmente accolti col loro peccato, quello che Cristo definisce come dare le perle ai porci, come il crollo della diga. La Conferenza episcopale africana ha annunciato che non intende seguirla, ricordando che i cristiani devono avere per il male un «odio perfetto». Il gesuita John Mac Neal, nel 1970 scrisse una serie di articoli sulla più importante rivista di teologia degli Usa sostenendo quello che poi sarà l’argomento ricorrente delle lobby omosessuali: poiché Dio ha creato tutto, ha creato gli omosessuali, quindi essere omosessuali fa parte del progetto di Dio. Dio non ha creato omosessuali come non ha creato assassini. Ha creato uomini liberi che hanno scelto di fare il male e ne sono diventati dipendenti. L’ipotesi della genesi genetica della cosiddetta omosessualità è stata dimostrata falsa oltre ogni ragionevole dubbio. L’omoerotismo è un comportamento di cui si diventa totalmente dipendenti. Questi gesuiti che hanno partecipato ai primi Pride è possibile che fossero in conflitto di interessi?
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Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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