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2019-01-12
Appello Lgbt contro il prof di Oxford: «Cattolico e omofobo, dev’essere cacciato»
Ansa
Non basta essere uno dei più importanti filosofi del diritto viventi per restare al riparo dalla mannaia del politicamente corretto. Specie se si occupa una cattedra nel Regno Unito. Stavolta, a intervenire contro John Finnis, grande pensatore cattolico e mentore di Neil Gorsuch, il giurista americano nominato da Donald Trump alla Corte suprema, sono stati i censori della lobby Lgbt. Finnis, autore di numerosi saggi, tra cui l'epocale Natural law and natural rights (pubblicato in Italia da Giappichelli), è professore emerito all'Università di Oxford. Nei giorni scorsi è spuntata una petizione, firmata finora da oltre 350 studenti, per rimuoverlo dal suo incarico. Dopo sommario processo, l'inquisizione arcobaleno ha emesso il suo verdetto: Finnis è omofobo.
Alla sbarra c'è praticamente l'opera omnia del filosofo. Gli ideatori dell'appello hanno preso di mira un saggio pubblicato nel 1994, in cui il professore paragonava la «copulazione» tra uomini e animali a quella tra persone dello stesso sesso, concludendo pertanto che gli atti omoerotici andavano «ripudiati». In un altro scritto del 2011, Finnis spiegava che la condotta omosessuale «non è mai una scelta e una forma di vita valida, umanamente accettabile» e che essa «distrugge il carattere e le relazioni umane». Tutte tesi che, per quanto forti, sono perfettamente in linea con l'insegnamento morale della Chiesa cattolica, cui Finnis aderì nel 1962. E, soprattutto, sono ben argomentate. Ma ai Torquemada, anzi, ai Transemada di Oxford è stato sufficiente fare copia-incolla con qualche frase a effetto per sfornare l'aberrante istanza di licenziamento. Quarant'anni di onorata carriera? Decine di pubblicazioni? Una nomination per il premio Nobel? Polvere e ombra. Se da qualche parte hai scritto che non ti piacciono gli omosessuali, devi ritirarti a vita privata. Finnis, dal canto suo, ha replicato che nei suoi saggi «non c'è una sola frase “fobica"» e che la petizione ha travisato la sua posizione.
Ecco che cosa partoriscono le più blasonate università occidentali. Quelle che formano la classe dirigente, gli autoproclamati «competenti». Talmente dotti e progrediti, da praticare con disinvoltura un'arte fin troppo antica: quella di azzittire chi la pensa diversamente. Proprio come i cattivi fanatici cattolici processavano Galileo Galilei, loro scandagliano minuziosamente le opere dei filosofi estranei al côté liberal per poterli inchiodare ai loro imperdonabili reati d'opinione. Pazienza. Non ci stupiamo più. Poco lontano da Oxford, a Londra, qualche anno fa gli studenti si erano lamentati perché, sulla facciata del King's College, sono esposte solo le gigantografie di scienziati e letterati occidentali: assenti le minoranze etniche. Sarà mica perché nessun africano ha scoperto la penicillina, l'atomo o il Dna? La psicopolizia, nel mondo accademico anglosassone, è così diffusa che, nel 2015, persino Barack Obama invitò gli universitari dell'Iowa ad ascoltare le opinioni delle persone con cui non erano d'accordo, anziché silenziarle. Un appello caduto nel vuoto. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative simili a quella della petizione contro Finnis.
Nel 2017, ad esempio, gli studenti di un ateneo canadese «denunciarono» ai capi dipartimento una giovane ricercatrice. Di quale crimine si era macchiata? Durante una lezione, si discuteva della legge fatta approvare da Justin Trudeau, che obbligava all'utilizzo dei pronomi del genere preferito dalla persona cui ci si rivolgeva. La donna ebbe l'ardire di propinare ai ragazzi anche l'opinione di un docente che criticava il provvedimento. I professori che raccolsero la delazione convocarono la ricercatrice accusata di transfobia. Lei registrò l'audio dell'assurda reprimenda e lo consegnò ai media. Volete sapere com'è finita? Pochi giorni fa, quei due professori hanno querelato la donna.
Non ci sarebbe altro da aggiungere, se non fosse che, ormai, chi difende la libertà d'opinione sembra persino peggiore di chi la vuole conculcare. Basti leggere la missiva che ha inviato al Times uno studente di giurisprudenza di Oxford, Bláthnaid Breslin, che contesta l'appello anti Finnis dei suoi colleghi. Nell'articolo si legge, ad esempio, che «gran parte del lavoro accademico di Finnis è influenzato dalla sua adesione al cattolicesimo». E quindi? Se uno è influenzato da Karl Marx va bene, ma se s'ispira a Gesù Cristo vige la presunzione di colpevolezza? E ancora: «Il fatto che gran parte del suo lavoro accademico sia influenzato dalle sue convinzioni personali e dalla sua visione conservatrice è una valida ragione per screditare la sua posizione sull'omosessualità». Cioè? I cattolici e i conservatori hanno torto a prescindere? E per finire: «I principali assunti del suo pensiero possono essere dissociati dalle sue convinzioni conservatrici». Quindi diciamo che Vladimir Lenin, Eric Hobsbawm, o Antonio Gramsci reggono solo se possono essere dissociati da loro stessi? Che il buon filosofo è quello schizofrenico?
Così, quella di Breslin sul Times risulta una difesa più imbarazzante del fanatico attacco. Anche se lo studente riconosce che Finnis non andrebbe liquidato «solo perché noi non siamo d'accordo con lui». Un principio talmente scontato che è assurdo lo si debba ribadire. Gilbert Keith Chesterton ci aveva avvisati: sarebbe arrivato un tempo in cui, per dire che le foglie sono verdi d'estate, si sarebbero dovute sguainare le spade.
L’accordo tra Vox e Pp metterà fine al dominio gender
Il governo del cambiamento in Andalusia comincia a essere una realtà. Il Partito popolare e il partito Vox hanno firmato l'accordo politico per sostenere l'investitura di Juanma Moreno a presidente della giunta andalusa. Con questo accordo finisce, di fatto, l'egemonia socialista, che per ben 36 anni ha dominato quella regione spagnola, e viene mandata all'opposizione la pasionaria Susana Díaz, ormai ex presidente.
Già si è levato in Spagna il coro di chi agita lo spettro di una «onda nera». Sì, perché i mezzi d'informazione, opportunamente manipolati, hanno trasmesso al mondo l'idea che il partito Vox rappresenti una forza di estrema destra. Qualcosa a metà strada tra Alba Dorata e Casapound. Niente di più falso. Dirigenti ed elettori di Vox provengono quasi tutti dal Partito popolare. Fanno parte di quel segmento dell'elettorato moderato che ha deciso di reagire alla deriva zapaterista e politicamente corretta che ha caratterizzato la politica spagnola degli ultimi decenni.
Basta dare un'occhiata alle finalità statutarie e al coraggioso manifesto politico di Vox per capirlo.
Lì si apprende, infatti, che il movimento si batte espressamente per la difesa e la promozione della vita dal concepimento alla morte naturale, per la famiglia naturale composta da un uomo e da una donna, considerata come célula básica della società, e la libertà educativa dei genitori, stanchi soprattutto dell'indottrinamento gender nelle scuole andaluse. È proprio il rifiuto di aborto, eutanasia, «famiglie arcobaleno», e gender nelle scuole che ha contribuito a far appioppare a Vox l'etichetta di movimento «fascista», «omofobo», «misogino», «maschilista», «franchista».
Non è un caso, tra l'altro, che per sottoscrivere l'accordo con il Partito popolare, i dirigenti di Vox abbiano preteso la garanzia della libertà d'educazione e il diritto dei genitori a scegliere il modello educativo che desiderano per i propri figli, un piano di sostegno alla famiglia naturale e alle donne che intendono interrompere una gravidanza, dando loro assistenza e alternative socioeconomiche all'aborto.
Uno dei fattori che ha contribuito al recente inaspettato exploit elettorale di Vox (11,5%) è da individuare anche nell'approvazione della legge regionale sulla violenza di genere e la lotta alla trans-omofobia. Si sono varate norme liberticide, soprattutto in campo educativo. Tra le altre cose, per esempio, si sono obbligati i mezzi d'informazione e gli istituti scolastici - compresi quelli cattolici - ad accettare l'ideologia gender, arrivando a prevedere sanzioni amministrative da 6.000 a 120.000 euro in caso di mancata ottemperanza. Tra le sanzioni gravi rientra il divieto di promuovere, diffondere o attuare qualunque forma di terapia volta a modificare l'orientamento sessuale e l'identità di genere. Vietato usare espressioni discriminatorie nei confronti di omosessuali e transessuali. Il portavoce della Conferenza episcopale iberica, padre José María Gil Tamayo, ha definito questa normativa l'espressione di una deriva «totalitaria», perché «pretende di imporre, attraverso forme di indottrinamento, un pensiero unico e inoppugnabile e di controllare scuola e mezzi di comunicazione».
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Nell'ateneo britannico 350 studenti chiedono che sia rimosso il filosofo John Finnis. E chi lo difende è peggio di chi lo attacca.L'accordo tra Vox e Pp metterà fine al dominio gender. In Andalusia si alza il coro di chi teme lo spettro di un'onda nera. Ma il nuovo governo sosterrà la famiglia e la libertà educativa.Lo speciale contiene due articoli. Non basta essere uno dei più importanti filosofi del diritto viventi per restare al riparo dalla mannaia del politicamente corretto. Specie se si occupa una cattedra nel Regno Unito. Stavolta, a intervenire contro John Finnis, grande pensatore cattolico e mentore di Neil Gorsuch, il giurista americano nominato da Donald Trump alla Corte suprema, sono stati i censori della lobby Lgbt. Finnis, autore di numerosi saggi, tra cui l'epocale Natural law and natural rights (pubblicato in Italia da Giappichelli), è professore emerito all'Università di Oxford. Nei giorni scorsi è spuntata una petizione, firmata finora da oltre 350 studenti, per rimuoverlo dal suo incarico. Dopo sommario processo, l'inquisizione arcobaleno ha emesso il suo verdetto: Finnis è omofobo.Alla sbarra c'è praticamente l'opera omnia del filosofo. Gli ideatori dell'appello hanno preso di mira un saggio pubblicato nel 1994, in cui il professore paragonava la «copulazione» tra uomini e animali a quella tra persone dello stesso sesso, concludendo pertanto che gli atti omoerotici andavano «ripudiati». In un altro scritto del 2011, Finnis spiegava che la condotta omosessuale «non è mai una scelta e una forma di vita valida, umanamente accettabile» e che essa «distrugge il carattere e le relazioni umane». Tutte tesi che, per quanto forti, sono perfettamente in linea con l'insegnamento morale della Chiesa cattolica, cui Finnis aderì nel 1962. E, soprattutto, sono ben argomentate. Ma ai Torquemada, anzi, ai Transemada di Oxford è stato sufficiente fare copia-incolla con qualche frase a effetto per sfornare l'aberrante istanza di licenziamento. Quarant'anni di onorata carriera? Decine di pubblicazioni? Una nomination per il premio Nobel? Polvere e ombra. Se da qualche parte hai scritto che non ti piacciono gli omosessuali, devi ritirarti a vita privata. Finnis, dal canto suo, ha replicato che nei suoi saggi «non c'è una sola frase “fobica"» e che la petizione ha travisato la sua posizione.Ecco che cosa partoriscono le più blasonate università occidentali. Quelle che formano la classe dirigente, gli autoproclamati «competenti». Talmente dotti e progrediti, da praticare con disinvoltura un'arte fin troppo antica: quella di azzittire chi la pensa diversamente. Proprio come i cattivi fanatici cattolici processavano Galileo Galilei, loro scandagliano minuziosamente le opere dei filosofi estranei al côté liberal per poterli inchiodare ai loro imperdonabili reati d'opinione. Pazienza. Non ci stupiamo più. Poco lontano da Oxford, a Londra, qualche anno fa gli studenti si erano lamentati perché, sulla facciata del King's College, sono esposte solo le gigantografie di scienziati e letterati occidentali: assenti le minoranze etniche. Sarà mica perché nessun africano ha scoperto la penicillina, l'atomo o il Dna? La psicopolizia, nel mondo accademico anglosassone, è così diffusa che, nel 2015, persino Barack Obama invitò gli universitari dell'Iowa ad ascoltare le opinioni delle persone con cui non erano d'accordo, anziché silenziarle. Un appello caduto nel vuoto. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative simili a quella della petizione contro Finnis. Nel 2017, ad esempio, gli studenti di un ateneo canadese «denunciarono» ai capi dipartimento una giovane ricercatrice. Di quale crimine si era macchiata? Durante una lezione, si discuteva della legge fatta approvare da Justin Trudeau, che obbligava all'utilizzo dei pronomi del genere preferito dalla persona cui ci si rivolgeva. La donna ebbe l'ardire di propinare ai ragazzi anche l'opinione di un docente che criticava il provvedimento. I professori che raccolsero la delazione convocarono la ricercatrice accusata di transfobia. Lei registrò l'audio dell'assurda reprimenda e lo consegnò ai media. Volete sapere com'è finita? Pochi giorni fa, quei due professori hanno querelato la donna.Non ci sarebbe altro da aggiungere, se non fosse che, ormai, chi difende la libertà d'opinione sembra persino peggiore di chi la vuole conculcare. Basti leggere la missiva che ha inviato al Times uno studente di giurisprudenza di Oxford, Bláthnaid Breslin, che contesta l'appello anti Finnis dei suoi colleghi. Nell'articolo si legge, ad esempio, che «gran parte del lavoro accademico di Finnis è influenzato dalla sua adesione al cattolicesimo». E quindi? Se uno è influenzato da Karl Marx va bene, ma se s'ispira a Gesù Cristo vige la presunzione di colpevolezza? E ancora: «Il fatto che gran parte del suo lavoro accademico sia influenzato dalle sue convinzioni personali e dalla sua visione conservatrice è una valida ragione per screditare la sua posizione sull'omosessualità». Cioè? I cattolici e i conservatori hanno torto a prescindere? E per finire: «I principali assunti del suo pensiero possono essere dissociati dalle sue convinzioni conservatrici». Quindi diciamo che Vladimir Lenin, Eric Hobsbawm, o Antonio Gramsci reggono solo se possono essere dissociati da loro stessi? Che il buon filosofo è quello schizofrenico? Così, quella di Breslin sul Times risulta una difesa più imbarazzante del fanatico attacco. Anche se lo studente riconosce che Finnis non andrebbe liquidato «solo perché noi non siamo d'accordo con lui». Un principio talmente scontato che è assurdo lo si debba ribadire. Gilbert Keith Chesterton ci aveva avvisati: sarebbe arrivato un tempo in cui, per dire che le foglie sono verdi d'estate, si sarebbero dovute sguainare le spade.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/appello-lgbt-contro-il-prof-di-oxford-cattolico-e-omofobo-devessere-cacciato-2625750620.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="laccordo-tra-vox-e-pp-mettera-fine-al-dominio-gender" data-post-id="2625750620" data-published-at="1780292394" data-use-pagination="False"> L’accordo tra Vox e Pp metterà fine al dominio gender Il governo del cambiamento in Andalusia comincia a essere una realtà. Il Partito popolare e il partito Vox hanno firmato l'accordo politico per sostenere l'investitura di Juanma Moreno a presidente della giunta andalusa. Con questo accordo finisce, di fatto, l'egemonia socialista, che per ben 36 anni ha dominato quella regione spagnola, e viene mandata all'opposizione la pasionaria Susana Díaz, ormai ex presidente. Già si è levato in Spagna il coro di chi agita lo spettro di una «onda nera». Sì, perché i mezzi d'informazione, opportunamente manipolati, hanno trasmesso al mondo l'idea che il partito Vox rappresenti una forza di estrema destra. Qualcosa a metà strada tra Alba Dorata e Casapound. Niente di più falso. Dirigenti ed elettori di Vox provengono quasi tutti dal Partito popolare. Fanno parte di quel segmento dell'elettorato moderato che ha deciso di reagire alla deriva zapaterista e politicamente corretta che ha caratterizzato la politica spagnola degli ultimi decenni. Basta dare un'occhiata alle finalità statutarie e al coraggioso manifesto politico di Vox per capirlo. Lì si apprende, infatti, che il movimento si batte espressamente per la difesa e la promozione della vita dal concepimento alla morte naturale, per la famiglia naturale composta da un uomo e da una donna, considerata come célula básica della società, e la libertà educativa dei genitori, stanchi soprattutto dell'indottrinamento gender nelle scuole andaluse. È proprio il rifiuto di aborto, eutanasia, «famiglie arcobaleno», e gender nelle scuole che ha contribuito a far appioppare a Vox l'etichetta di movimento «fascista», «omofobo», «misogino», «maschilista», «franchista». Non è un caso, tra l'altro, che per sottoscrivere l'accordo con il Partito popolare, i dirigenti di Vox abbiano preteso la garanzia della libertà d'educazione e il diritto dei genitori a scegliere il modello educativo che desiderano per i propri figli, un piano di sostegno alla famiglia naturale e alle donne che intendono interrompere una gravidanza, dando loro assistenza e alternative socioeconomiche all'aborto. Uno dei fattori che ha contribuito al recente inaspettato exploit elettorale di Vox (11,5%) è da individuare anche nell'approvazione della legge regionale sulla violenza di genere e la lotta alla trans-omofobia. Si sono varate norme liberticide, soprattutto in campo educativo. Tra le altre cose, per esempio, si sono obbligati i mezzi d'informazione e gli istituti scolastici - compresi quelli cattolici - ad accettare l'ideologia gender, arrivando a prevedere sanzioni amministrative da 6.000 a 120.000 euro in caso di mancata ottemperanza. Tra le sanzioni gravi rientra il divieto di promuovere, diffondere o attuare qualunque forma di terapia volta a modificare l'orientamento sessuale e l'identità di genere. Vietato usare espressioni discriminatorie nei confronti di omosessuali e transessuali. Il portavoce della Conferenza episcopale iberica, padre José María Gil Tamayo, ha definito questa normativa l'espressione di una deriva «totalitaria», perché «pretende di imporre, attraverso forme di indottrinamento, un pensiero unico e inoppugnabile e di controllare scuola e mezzi di comunicazione».
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Viaggi e soggiorni in resort, liquidità finita dritta sui conti dei parenti, shopping di borse e oggetti di lusso: Hermès, Chanel, Prada. La gestione dei finanziamenti che dal ministero dell’Interno passavano per la Prefettura di Benevento e arrivavano al consorzio Maleventum, holding del settore dell’accoglienza giunta, prima che scoppiasse un’inchiesta giudiziaria nel 2018, a gestire 13 centri di accoglienza (cinque dei quali finiti all’epoca sotto sequestro per le condizioni sanitarie e di agibilità) e a farsi assegnare l’ospitalità di circa 800 migranti, pari all’80% del totale degli stranieri che trovavano rifugio in provincia di Benevento, avrebbe prodotto, secondo la Procura regionale della Corte dei Conti della Campania, un danno erariale da 1,3 milioni di euro. Ovvero una parte dei 20 milioni erogati tra il 2014 e il 2018 per l’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale.
Si tratta delle somme che il Viminale trasferiva per garantire vitto, alloggio, assistenza materiale, servizi di integrazione e gestione ordinaria delle strutture. Soldi pubblici che avevano una destinazione precisa e vincolata: erano destinati a garantire servizi e condizioni di vita dignitose ai richiedenti asilo. La Procura contabile sostiene invece che una parte di quelle risorse sia stata ottenuta attraverso un illecito risparmio sui servizi da fornire agli ospiti. Meno spese per l’assistenza, meno investimenti nelle strutture, meno servizi. Più disponibilità economiche da utilizzare altrove. Secondo le contestazioni, proprio questo tesoretto sarebbe stato impiegato per acquisti nei negozi delle grandi firme, per i viaggi, per i soggiorni e per altre operazioni ritenute estranee agli scopi per i quali i finanziamenti erano stati erogati.
L’inchiesta della magistratura contabile nasce dalla trasmissione, nel dicembre 2018, degli atti del procedimento penale conclusosi il 21 aprile scorso con una sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Benevento. E ora sono otto le persone che hanno ricevuto gli inviti a dedurre (azione con cui i destinatari vengono chiamati a fornire le proprie giustificazioni prima dell’eventuale avvio del giudizio di responsabilità amministrativa) firmati dal procuratore contabile e notificati dai finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria. Tra loro c’è Paolo Di Donato, ritenuto amministratore di fatto e dominus del consorzio Maleventum. Insieme a lui figurano gli amministratori e i rappresentanti legali che si sono succeduti tra il 2014 e il 2018: Renza Fusco, Elio Ouechtati, Giuseppe Caligiure e Giovanni Pollastro.
Ma nell’inchiesta compare anche un altro filone: quello dei controlli. Tra i destinatari delle contestazioni figurano infatti Felice Panzone, ex funzionario della Prefettura di Benevento addetto alla gestione dei centri di accoglienza (ufficio che avrebbe dovuto verificare il rispetto degli obblighi contrattuali da parte del gestore), e gli ex dirigenti dell’Area Immigrazione Maria Rita Circelli e Giuseppe Canale. A Panzone vengono contestate alcune soffiate dell’imminenza delle ispezioni. Lo avrebbe fatto, si scoprì durante le indagini giudiziarie, utilizzando una frase precisa: «Passate la cera». Un’espressione che, secondo gli investigatori, funzionava come un segnale per indicare l’arrivo imminente dei controlli. L’ex funzionario, secondo le ricostruzioni dell’accusa, disponeva in anticipo delle informazioni relative alle verifiche che sarebbero state effettuate da Prefettura, Asl, carabinieri del Nas e, in una occasione, persino da una delegazione dell’Onu.
L’obiettivo sarebbe stato quello di consentire ai responsabili delle strutture di intervenire rapidamente sulle situazioni più evidenti con servizi di pulizia straordinari. Un maquillage sufficiente a presentare agli ispettori una realtà diversa da quella che normalmente caratterizzava i centri. Fin qui il penale.
Ora, secondo la Procura contabile, Panzone non avrebbe avviato le procedure necessarie per sanzionare le criticità riscontrate. Contestazioni analoghe riguardano anche gli ex dirigenti dell’Area immigrazione della Prefettura, ai quali viene attribuita la mancata applicazione delle penalità previste dal contratto e delle misure previste in caso di irregolarità. Il consorzio era riuscito nel frattempo a costruirsi una certa autorevolezza nel settore. Anche tramite la propaganda. Nel 2016 fu pubblicizzata la storia di un migrante, ospite di una delle strutture del consorzio, che alla stazione di Telese Terme trovò uno zainetto smarrito con all’interno denaro e documenti e decise di consegnarlo al commissariato di polizia. E sempre nel 2016 il consorzio comunicò la propria disponibilità a ospitare gratuitamente 100 sfollati del terremoto nel Centro Italia. Mentre dieci migranti partirono per offrire supporto ai soccorritori. Solo due anni dopo scattarono cinque arresti. Ora le grane con la Corte dei conti per quegli 1,3 milioni di euro andati in fumo.
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Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Ansa)
Non hanno alcuna proposta per ridurre il costo dell’energia, se non l’introduzione di un prelievo sui profitti delle imprese del settore (decisione che si tradurrebbe in una perdita secca per lo Stato, che dalle principali incassa ogni anno fior di dividendi). Non hanno neppure un programma per affrontare il tema della carenza di alloggi popolari nelle città, se non l’esproprio di quelli privati lasciati sfitti. Tuttavia, nonostante la mancanza di un piano che lo trasformi da cartello elettorale in maggioranza di governo (come ha notato ieri, in un’intervista alla Stampa, l’ex senatore del Pd Luigi Zanda, uno che lo conosce bene), il campo largo ritrova l’unità se c’è da reclamare una stangata a carico del ceto medio. La parola magica che accomuna la coalizione è patrimoniale, ricetta che mette tutti d’accordo, quasi che basti questa a risolvere ogni problema dell’Italia.
A rilanciarla è Elly Schlein, ormai impegnata in una difficile competizione con Giuseppe Conte, allo scopo di dimostrare di avere le carte in regola per candidarsi a guidare il governo alla prossima legislatura. Alla segretaria del Pd non importa che imposte simili, adottate da altri Paesi, si siano risolte in un flop, facendo fuggire i grandi patrimoni che certo non restano ad aspettare che i compagni li tassino. Né importa che chi ha costruito un sistema di welfare basato su aliquote crescenti oggi faccia marcia indietro, rendendosi conto che le tasse strangolano l’economia e impediscono la crescita, facendo mancare ricavi per sostenere la macchina statale. Proprio ieri, mentre Schlein rilanciava la patrimoniale, sul Corriere della Sera è apparsa un’analisi di Federico Rampini dedicata alla Svezia. Per anni Stoccolma è stata il punto di riferimento della socialdemocrazia europea e dunque anche del centrosinistra italiano. Svezia infatti era sinonimo di integrazione, di assistenza ai meno agiati, di servizi pubblici. Un Bengodi finanziato con un sistema fiscale super aggressivo, che prevedeva patrimoniali e imposte di successione pesanti. Beh, dopo anni di spesa statale a carico di chi produceva reddito, anche Stoccolma adesso ha messo la marcia indietro, al punto che neppure i socialdemocratici oggi hanno nel loro programma nuove imposte.
E quanto siano fragili e controproducenti le ricette della sinistra lo dimostrano le inversioni di rotta anche di Danimarca, Gran Bretagna e perfino Germania. Nessuno ormai pensa di governare a suon di tasse, primo perché i capitali non restano fermi ad aspettare di essere tartassati. E secondo perché in un mondo globalizzato le imposte rischiano di essere una zavorra che al bilancio dello Stato porta più danni che vantaggi. Tuttavia, nonostante quasi tutta la Ue abbia rinunciato alle soluzioni facili che usano la leva del fisco, il campo largo insiste e vorrebbe importare in Italia sistemi già falliti. Una buona ragione per darsi da fare e tenere Pd, Avs e 5 stelle lontano dalla stanza dei bottoni. A Palazzo Chigi, Schlein e compagni potrebbero solo fare disastri.
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Tra case in legno con balconi fioriti, ordine impeccabile e persone cordiali, si entra in contatto con un’oasi di pace ad alta quota dove traffico, stress e preoccupazioni lasciano il posto a valori autentici e paesaggi sorprendenti. Un’oasi di pace ad alta quota che nella bella stagione, con le giornate che si fanno più lunghe, le temperature che si riscaldano, i colori che diventano più intensi e la natura che si accende, dà il meglio, offrendo ai visitatori uno spettacolo naturale a 360 gradi e a tutti i livelli.
In paese, a valle, in mezzo ai boschi, nei parchi, in cima al Plan de Corones cambiano gli scorci e si moltiplicano le sorprese. Da scoprire e da prendere al volo, complice il pacchetto turistico «Spring special». Un nome, un programma. Valido fino al 28 giugno, invita i visitatori a prenotare una struttura aderente all’iniziativa sul sito www.springspecial.it. E a loro offre gratuitamente o a prezzi agevolati un ventaglio di proposte, attività, escursioni ed esperienze, con l’obiettivo di accompagnare, giorno per giorno, in una vacanza capace di stupire e rigenerare, divertire e rilassare prima che scoppi il boom dell’alta e altissima stagione di luglio e agosto; in una vacanza soprattutto a stretto contatto con la natura più vera e suggestiva di alta montagna.
Tra le esperienze da non farsi sfuggire a San Vigilio, le escursioni guidate in bicicletta (gratuite, con sconto di 20 euro sul noleggio bicicletta). Organizzate dalla Bike school di San Vigilio, si rivolgono ad adulti e bambini e a loro propongono sentieri poco frequentati e perfettamente tracciati. Diversi per livello di intensità e difficoltà, gli itinerari si muovono in e-bike, mountain bike o bicicletta da corsa. Tra salite e discese, curve e rettilinei, si spostano sui versanti che circondano San Vigilio. Costeggiano rifugi, masi e viles, le baite tradizionali della vallata, attraversano prati, pascoli e ruscelli, si inoltrano in fitti boschi, si immergono nei parchi naturali e incontrano scorci e panorami sulle cime.
Per chi a sellini e pedali preferisce occhi e gambe, ecco che all’interno dei due parchi naturali, dichiarati a ragione Patrimonio mondiale Unesco, ogni martedì e mercoledì si svolgono escursioni (gratuite) che, accessibili a tutti, permettono di scoprire gli animali di alta montagna e camminare avvolti nella natura e nel silenzio. Passo dopo passo, si impara a riconoscere le diverse specie, a capire come vivono e come si sono adattate a un ecosistema difficile come quello dell’alta montagna.
Troppo rilassante? Nessun problema, a San Vigilio l’adrenalina vola sulla zip line più lunga d’Europa nel Parco avventura Adrenaline X-Treme adventures (www.adrenalineadventures.it). Dedicata a chi non soffre di vertigini, parte dalla cima del Piz de Plaies, vola per tre chilometri, sospesa a cento metri di quota alla velocità massima di 80 km/h. Un’esperienza di sicuro emozionante, come lo sono l’arrampicata al centro di Brunico e il parapendio in cima al Plan de Corones. In contrasto, un tris di attività più soft, fatte di contemplazione, meditazione e silenzio. Si va dall’osservazione guidata dei cieli stellati (ogni giovedì sera) allo yoga in una yurta mongola allestita nel parco di pini, abeti e sorbi di San Vigilio, alla scoperta del Parco dei gufi (www.owlparksanvigilio.com). Qui si trovano un centinaio di esemplari rari e pressoché introvabili altrove di rapaci notturni, dal gufo reale alla civetta nana. A completare la vacanza a San Vigilio, prima destinazione in Alto Adige e terza in Italia con certificazione green rilasciata dall’autorevole Global sustainable tourism council, è un mix genuino di ospitalità e tavola, che dalla mattina alla sera insegna valori di accoglienza semplice e allo stesso tempo curata nei dettagli e riporta a galla ricette e ingredienti a chilometro zero che in tavola tentano dall’antipasto al dessert, dallo speck allo strudel fatto in casa.
Info: www.sanvigilio.com; www.suedtirol.info/it.
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