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2019-01-12
Appello Lgbt contro il prof di Oxford: «Cattolico e omofobo, dev’essere cacciato»
Ansa
Non basta essere uno dei più importanti filosofi del diritto viventi per restare al riparo dalla mannaia del politicamente corretto. Specie se si occupa una cattedra nel Regno Unito. Stavolta, a intervenire contro John Finnis, grande pensatore cattolico e mentore di Neil Gorsuch, il giurista americano nominato da Donald Trump alla Corte suprema, sono stati i censori della lobby Lgbt. Finnis, autore di numerosi saggi, tra cui l'epocale Natural law and natural rights (pubblicato in Italia da Giappichelli), è professore emerito all'Università di Oxford. Nei giorni scorsi è spuntata una petizione, firmata finora da oltre 350 studenti, per rimuoverlo dal suo incarico. Dopo sommario processo, l'inquisizione arcobaleno ha emesso il suo verdetto: Finnis è omofobo.
Alla sbarra c'è praticamente l'opera omnia del filosofo. Gli ideatori dell'appello hanno preso di mira un saggio pubblicato nel 1994, in cui il professore paragonava la «copulazione» tra uomini e animali a quella tra persone dello stesso sesso, concludendo pertanto che gli atti omoerotici andavano «ripudiati». In un altro scritto del 2011, Finnis spiegava che la condotta omosessuale «non è mai una scelta e una forma di vita valida, umanamente accettabile» e che essa «distrugge il carattere e le relazioni umane». Tutte tesi che, per quanto forti, sono perfettamente in linea con l'insegnamento morale della Chiesa cattolica, cui Finnis aderì nel 1962. E, soprattutto, sono ben argomentate. Ma ai Torquemada, anzi, ai Transemada di Oxford è stato sufficiente fare copia-incolla con qualche frase a effetto per sfornare l'aberrante istanza di licenziamento. Quarant'anni di onorata carriera? Decine di pubblicazioni? Una nomination per il premio Nobel? Polvere e ombra. Se da qualche parte hai scritto che non ti piacciono gli omosessuali, devi ritirarti a vita privata. Finnis, dal canto suo, ha replicato che nei suoi saggi «non c'è una sola frase “fobica"» e che la petizione ha travisato la sua posizione.
Ecco che cosa partoriscono le più blasonate università occidentali. Quelle che formano la classe dirigente, gli autoproclamati «competenti». Talmente dotti e progrediti, da praticare con disinvoltura un'arte fin troppo antica: quella di azzittire chi la pensa diversamente. Proprio come i cattivi fanatici cattolici processavano Galileo Galilei, loro scandagliano minuziosamente le opere dei filosofi estranei al côté liberal per poterli inchiodare ai loro imperdonabili reati d'opinione. Pazienza. Non ci stupiamo più. Poco lontano da Oxford, a Londra, qualche anno fa gli studenti si erano lamentati perché, sulla facciata del King's College, sono esposte solo le gigantografie di scienziati e letterati occidentali: assenti le minoranze etniche. Sarà mica perché nessun africano ha scoperto la penicillina, l'atomo o il Dna? La psicopolizia, nel mondo accademico anglosassone, è così diffusa che, nel 2015, persino Barack Obama invitò gli universitari dell'Iowa ad ascoltare le opinioni delle persone con cui non erano d'accordo, anziché silenziarle. Un appello caduto nel vuoto. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative simili a quella della petizione contro Finnis.
Nel 2017, ad esempio, gli studenti di un ateneo canadese «denunciarono» ai capi dipartimento una giovane ricercatrice. Di quale crimine si era macchiata? Durante una lezione, si discuteva della legge fatta approvare da Justin Trudeau, che obbligava all'utilizzo dei pronomi del genere preferito dalla persona cui ci si rivolgeva. La donna ebbe l'ardire di propinare ai ragazzi anche l'opinione di un docente che criticava il provvedimento. I professori che raccolsero la delazione convocarono la ricercatrice accusata di transfobia. Lei registrò l'audio dell'assurda reprimenda e lo consegnò ai media. Volete sapere com'è finita? Pochi giorni fa, quei due professori hanno querelato la donna.
Non ci sarebbe altro da aggiungere, se non fosse che, ormai, chi difende la libertà d'opinione sembra persino peggiore di chi la vuole conculcare. Basti leggere la missiva che ha inviato al Times uno studente di giurisprudenza di Oxford, Bláthnaid Breslin, che contesta l'appello anti Finnis dei suoi colleghi. Nell'articolo si legge, ad esempio, che «gran parte del lavoro accademico di Finnis è influenzato dalla sua adesione al cattolicesimo». E quindi? Se uno è influenzato da Karl Marx va bene, ma se s'ispira a Gesù Cristo vige la presunzione di colpevolezza? E ancora: «Il fatto che gran parte del suo lavoro accademico sia influenzato dalle sue convinzioni personali e dalla sua visione conservatrice è una valida ragione per screditare la sua posizione sull'omosessualità». Cioè? I cattolici e i conservatori hanno torto a prescindere? E per finire: «I principali assunti del suo pensiero possono essere dissociati dalle sue convinzioni conservatrici». Quindi diciamo che Vladimir Lenin, Eric Hobsbawm, o Antonio Gramsci reggono solo se possono essere dissociati da loro stessi? Che il buon filosofo è quello schizofrenico?
Così, quella di Breslin sul Times risulta una difesa più imbarazzante del fanatico attacco. Anche se lo studente riconosce che Finnis non andrebbe liquidato «solo perché noi non siamo d'accordo con lui». Un principio talmente scontato che è assurdo lo si debba ribadire. Gilbert Keith Chesterton ci aveva avvisati: sarebbe arrivato un tempo in cui, per dire che le foglie sono verdi d'estate, si sarebbero dovute sguainare le spade.
L’accordo tra Vox e Pp metterà fine al dominio gender
Il governo del cambiamento in Andalusia comincia a essere una realtà. Il Partito popolare e il partito Vox hanno firmato l'accordo politico per sostenere l'investitura di Juanma Moreno a presidente della giunta andalusa. Con questo accordo finisce, di fatto, l'egemonia socialista, che per ben 36 anni ha dominato quella regione spagnola, e viene mandata all'opposizione la pasionaria Susana Díaz, ormai ex presidente.
Già si è levato in Spagna il coro di chi agita lo spettro di una «onda nera». Sì, perché i mezzi d'informazione, opportunamente manipolati, hanno trasmesso al mondo l'idea che il partito Vox rappresenti una forza di estrema destra. Qualcosa a metà strada tra Alba Dorata e Casapound. Niente di più falso. Dirigenti ed elettori di Vox provengono quasi tutti dal Partito popolare. Fanno parte di quel segmento dell'elettorato moderato che ha deciso di reagire alla deriva zapaterista e politicamente corretta che ha caratterizzato la politica spagnola degli ultimi decenni.
Basta dare un'occhiata alle finalità statutarie e al coraggioso manifesto politico di Vox per capirlo.
Lì si apprende, infatti, che il movimento si batte espressamente per la difesa e la promozione della vita dal concepimento alla morte naturale, per la famiglia naturale composta da un uomo e da una donna, considerata come célula básica della società, e la libertà educativa dei genitori, stanchi soprattutto dell'indottrinamento gender nelle scuole andaluse. È proprio il rifiuto di aborto, eutanasia, «famiglie arcobaleno», e gender nelle scuole che ha contribuito a far appioppare a Vox l'etichetta di movimento «fascista», «omofobo», «misogino», «maschilista», «franchista».
Non è un caso, tra l'altro, che per sottoscrivere l'accordo con il Partito popolare, i dirigenti di Vox abbiano preteso la garanzia della libertà d'educazione e il diritto dei genitori a scegliere il modello educativo che desiderano per i propri figli, un piano di sostegno alla famiglia naturale e alle donne che intendono interrompere una gravidanza, dando loro assistenza e alternative socioeconomiche all'aborto.
Uno dei fattori che ha contribuito al recente inaspettato exploit elettorale di Vox (11,5%) è da individuare anche nell'approvazione della legge regionale sulla violenza di genere e la lotta alla trans-omofobia. Si sono varate norme liberticide, soprattutto in campo educativo. Tra le altre cose, per esempio, si sono obbligati i mezzi d'informazione e gli istituti scolastici - compresi quelli cattolici - ad accettare l'ideologia gender, arrivando a prevedere sanzioni amministrative da 6.000 a 120.000 euro in caso di mancata ottemperanza. Tra le sanzioni gravi rientra il divieto di promuovere, diffondere o attuare qualunque forma di terapia volta a modificare l'orientamento sessuale e l'identità di genere. Vietato usare espressioni discriminatorie nei confronti di omosessuali e transessuali. Il portavoce della Conferenza episcopale iberica, padre José María Gil Tamayo, ha definito questa normativa l'espressione di una deriva «totalitaria», perché «pretende di imporre, attraverso forme di indottrinamento, un pensiero unico e inoppugnabile e di controllare scuola e mezzi di comunicazione».
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Nell'ateneo britannico 350 studenti chiedono che sia rimosso il filosofo John Finnis. E chi lo difende è peggio di chi lo attacca.L'accordo tra Vox e Pp metterà fine al dominio gender. In Andalusia si alza il coro di chi teme lo spettro di un'onda nera. Ma il nuovo governo sosterrà la famiglia e la libertà educativa.Lo speciale contiene due articoli. Non basta essere uno dei più importanti filosofi del diritto viventi per restare al riparo dalla mannaia del politicamente corretto. Specie se si occupa una cattedra nel Regno Unito. Stavolta, a intervenire contro John Finnis, grande pensatore cattolico e mentore di Neil Gorsuch, il giurista americano nominato da Donald Trump alla Corte suprema, sono stati i censori della lobby Lgbt. Finnis, autore di numerosi saggi, tra cui l'epocale Natural law and natural rights (pubblicato in Italia da Giappichelli), è professore emerito all'Università di Oxford. Nei giorni scorsi è spuntata una petizione, firmata finora da oltre 350 studenti, per rimuoverlo dal suo incarico. Dopo sommario processo, l'inquisizione arcobaleno ha emesso il suo verdetto: Finnis è omofobo.Alla sbarra c'è praticamente l'opera omnia del filosofo. Gli ideatori dell'appello hanno preso di mira un saggio pubblicato nel 1994, in cui il professore paragonava la «copulazione» tra uomini e animali a quella tra persone dello stesso sesso, concludendo pertanto che gli atti omoerotici andavano «ripudiati». In un altro scritto del 2011, Finnis spiegava che la condotta omosessuale «non è mai una scelta e una forma di vita valida, umanamente accettabile» e che essa «distrugge il carattere e le relazioni umane». Tutte tesi che, per quanto forti, sono perfettamente in linea con l'insegnamento morale della Chiesa cattolica, cui Finnis aderì nel 1962. E, soprattutto, sono ben argomentate. Ma ai Torquemada, anzi, ai Transemada di Oxford è stato sufficiente fare copia-incolla con qualche frase a effetto per sfornare l'aberrante istanza di licenziamento. Quarant'anni di onorata carriera? Decine di pubblicazioni? Una nomination per il premio Nobel? Polvere e ombra. Se da qualche parte hai scritto che non ti piacciono gli omosessuali, devi ritirarti a vita privata. Finnis, dal canto suo, ha replicato che nei suoi saggi «non c'è una sola frase “fobica"» e che la petizione ha travisato la sua posizione.Ecco che cosa partoriscono le più blasonate università occidentali. Quelle che formano la classe dirigente, gli autoproclamati «competenti». Talmente dotti e progrediti, da praticare con disinvoltura un'arte fin troppo antica: quella di azzittire chi la pensa diversamente. Proprio come i cattivi fanatici cattolici processavano Galileo Galilei, loro scandagliano minuziosamente le opere dei filosofi estranei al côté liberal per poterli inchiodare ai loro imperdonabili reati d'opinione. Pazienza. Non ci stupiamo più. Poco lontano da Oxford, a Londra, qualche anno fa gli studenti si erano lamentati perché, sulla facciata del King's College, sono esposte solo le gigantografie di scienziati e letterati occidentali: assenti le minoranze etniche. Sarà mica perché nessun africano ha scoperto la penicillina, l'atomo o il Dna? La psicopolizia, nel mondo accademico anglosassone, è così diffusa che, nel 2015, persino Barack Obama invitò gli universitari dell'Iowa ad ascoltare le opinioni delle persone con cui non erano d'accordo, anziché silenziarle. Un appello caduto nel vuoto. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative simili a quella della petizione contro Finnis. Nel 2017, ad esempio, gli studenti di un ateneo canadese «denunciarono» ai capi dipartimento una giovane ricercatrice. Di quale crimine si era macchiata? Durante una lezione, si discuteva della legge fatta approvare da Justin Trudeau, che obbligava all'utilizzo dei pronomi del genere preferito dalla persona cui ci si rivolgeva. La donna ebbe l'ardire di propinare ai ragazzi anche l'opinione di un docente che criticava il provvedimento. I professori che raccolsero la delazione convocarono la ricercatrice accusata di transfobia. Lei registrò l'audio dell'assurda reprimenda e lo consegnò ai media. Volete sapere com'è finita? Pochi giorni fa, quei due professori hanno querelato la donna.Non ci sarebbe altro da aggiungere, se non fosse che, ormai, chi difende la libertà d'opinione sembra persino peggiore di chi la vuole conculcare. Basti leggere la missiva che ha inviato al Times uno studente di giurisprudenza di Oxford, Bláthnaid Breslin, che contesta l'appello anti Finnis dei suoi colleghi. Nell'articolo si legge, ad esempio, che «gran parte del lavoro accademico di Finnis è influenzato dalla sua adesione al cattolicesimo». E quindi? Se uno è influenzato da Karl Marx va bene, ma se s'ispira a Gesù Cristo vige la presunzione di colpevolezza? E ancora: «Il fatto che gran parte del suo lavoro accademico sia influenzato dalle sue convinzioni personali e dalla sua visione conservatrice è una valida ragione per screditare la sua posizione sull'omosessualità». Cioè? I cattolici e i conservatori hanno torto a prescindere? E per finire: «I principali assunti del suo pensiero possono essere dissociati dalle sue convinzioni conservatrici». Quindi diciamo che Vladimir Lenin, Eric Hobsbawm, o Antonio Gramsci reggono solo se possono essere dissociati da loro stessi? Che il buon filosofo è quello schizofrenico? Così, quella di Breslin sul Times risulta una difesa più imbarazzante del fanatico attacco. Anche se lo studente riconosce che Finnis non andrebbe liquidato «solo perché noi non siamo d'accordo con lui». Un principio talmente scontato che è assurdo lo si debba ribadire. Gilbert Keith Chesterton ci aveva avvisati: sarebbe arrivato un tempo in cui, per dire che le foglie sono verdi d'estate, si sarebbero dovute sguainare le spade.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/appello-lgbt-contro-il-prof-di-oxford-cattolico-e-omofobo-devessere-cacciato-2625750620.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="laccordo-tra-vox-e-pp-mettera-fine-al-dominio-gender" data-post-id="2625750620" data-published-at="1771903740" data-use-pagination="False"> L’accordo tra Vox e Pp metterà fine al dominio gender Il governo del cambiamento in Andalusia comincia a essere una realtà. Il Partito popolare e il partito Vox hanno firmato l'accordo politico per sostenere l'investitura di Juanma Moreno a presidente della giunta andalusa. Con questo accordo finisce, di fatto, l'egemonia socialista, che per ben 36 anni ha dominato quella regione spagnola, e viene mandata all'opposizione la pasionaria Susana Díaz, ormai ex presidente. Già si è levato in Spagna il coro di chi agita lo spettro di una «onda nera». Sì, perché i mezzi d'informazione, opportunamente manipolati, hanno trasmesso al mondo l'idea che il partito Vox rappresenti una forza di estrema destra. Qualcosa a metà strada tra Alba Dorata e Casapound. Niente di più falso. Dirigenti ed elettori di Vox provengono quasi tutti dal Partito popolare. Fanno parte di quel segmento dell'elettorato moderato che ha deciso di reagire alla deriva zapaterista e politicamente corretta che ha caratterizzato la politica spagnola degli ultimi decenni. Basta dare un'occhiata alle finalità statutarie e al coraggioso manifesto politico di Vox per capirlo. Lì si apprende, infatti, che il movimento si batte espressamente per la difesa e la promozione della vita dal concepimento alla morte naturale, per la famiglia naturale composta da un uomo e da una donna, considerata come célula básica della società, e la libertà educativa dei genitori, stanchi soprattutto dell'indottrinamento gender nelle scuole andaluse. È proprio il rifiuto di aborto, eutanasia, «famiglie arcobaleno», e gender nelle scuole che ha contribuito a far appioppare a Vox l'etichetta di movimento «fascista», «omofobo», «misogino», «maschilista», «franchista». Non è un caso, tra l'altro, che per sottoscrivere l'accordo con il Partito popolare, i dirigenti di Vox abbiano preteso la garanzia della libertà d'educazione e il diritto dei genitori a scegliere il modello educativo che desiderano per i propri figli, un piano di sostegno alla famiglia naturale e alle donne che intendono interrompere una gravidanza, dando loro assistenza e alternative socioeconomiche all'aborto. Uno dei fattori che ha contribuito al recente inaspettato exploit elettorale di Vox (11,5%) è da individuare anche nell'approvazione della legge regionale sulla violenza di genere e la lotta alla trans-omofobia. Si sono varate norme liberticide, soprattutto in campo educativo. Tra le altre cose, per esempio, si sono obbligati i mezzi d'informazione e gli istituti scolastici - compresi quelli cattolici - ad accettare l'ideologia gender, arrivando a prevedere sanzioni amministrative da 6.000 a 120.000 euro in caso di mancata ottemperanza. Tra le sanzioni gravi rientra il divieto di promuovere, diffondere o attuare qualunque forma di terapia volta a modificare l'orientamento sessuale e l'identità di genere. Vietato usare espressioni discriminatorie nei confronti di omosessuali e transessuali. Il portavoce della Conferenza episcopale iberica, padre José María Gil Tamayo, ha definito questa normativa l'espressione di una deriva «totalitaria», perché «pretende di imporre, attraverso forme di indottrinamento, un pensiero unico e inoppugnabile e di controllare scuola e mezzi di comunicazione».
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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