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2018-12-19
Il processo Eni-Nigeria fa emergere lo scontro tra lo Stato e i fondi
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ANSA
Per chi segue da anni il caso Opl-245 - il giacimento in Nigeria in mano alle compagnie petrolifere Eni e Shell - l'udienza del 19 dicembre del processo che vede imputato l'amministratore delegato Claudio Descalzi per corruzione internazionale, passerà alla storia per lo scontro tra i fondi di investimento e Nerio Diodà, l'avvocato della società a partecipazione statale (30,10% tra Mef e Cdp) di San Donato. Sul banco dei testimoni è salita infatti Karina Litvack, consigliera indipendente espressa dai fondi nel 2014, rimasta tutt'ora nel board dopo quasi cinque anni di polemiche, indagini, storie di complotti, un particolare avvicendamento nel Comitato controllo e rischi (Ccr) il 29 luglio del 2016 («Ne fui informata a comunicato già scritto» ha spiegato) e poi una reintegrazione. E' stata considerata, sin dall'insediamento di Descalzi nel maggio del 2014, una dei due consiglieri scomodi, la manager straniera che provava a porre domande all'interno del board insieme a Luigi Zingales, poi dimessosi nel 2015.
Litvack ha ripercorso gli ultimi anni passati dentro la società gestita da Descalzi e dal presidente Emma Marcegaglia, precisando ogni singolo dettaglio delle riunioni dei consigli di amministrazione, anche perché aiutata da un'agenda dove ha riportato sempre i resoconti. Durante l'udienza ha ricordato persino la riunione del cda del 30 luglio del 2014, quando Descalzi arrivò a minacciare le dimissioni in modo anche «molto colorito» per una nota che Zingales aveva inviato al board con cinque domande sui vertici della società. Non solo. Nel luglio 2015 Litvack avrebbe invitato anche a cena il numero uno di Eni. Lui, secondo la testimonianza, parlò di tutto, ma non di Opl-245. E alla fine lei gli disse: «Credo che tu sia onesto e che hai ricevuto consigli sbagliati». Lui, a quanto riferito, rispose: «Se ho accettato consigli ne sono responsabile. Sono il capo».
Non solo, sempre tra le domande della manager canadese di questi anni ci fu quella sull'indagine svolta dalla agenzia investigativa indipendente Pepper Hamilton sulla Nigeria, dove avrebbe collaborato anche l'ex capo dei legali di Eni, ovvero Massimo Mantovani, ora indagato per associazione a delinquere: avrebbe cercato di depistare con alcuni dossier falsi nella procura di Siracusa (dove fu indagata e accusata proprio la consigliera indipendente) l'inchiesta milanese su Opl-245. Sulla vicenda nigeriana Diodà ha insistito con Litvack nel sapere quanto fosse venuta a conoscenza delle problematiche che riguardavano la società Malabù e il ruolo di Dan Etete, l'ex presidente che era già stato condannato in Francia per riciclaggio nel 2007 e che si era autoassegnato il giacimento alla fine degli anni '90. «Il caso Opl-245 era noto negli ambienti di Oil&gas, ma ne venni a conoscenza non appena insediata nel 2014 perché contattata dalla società civile, da Global Whitness e Trasparency International», ha spiegato Litvack, aggiungendo che nel 2016 aveva anche provato a porre una domanda sul Congo che non le fu verbalizzata dal consiglio di amministrazione: aveva sollevato problematiche su una società che era stata imposta dal governo congolese all'Eni.
Anche sulle operazioni del Cane a sei zampe sul Paese centrafricano è stata aperta un'indagine dalla procura di Milano la scorsa primavera. I pm Sergio Spadaro e Paolo Storari ritengono che Eni, per ottenere il rinnovo dei diritti di sfruttamento dei giacimenti, abbia accettato di coinvolgere nei lavori società congolesi indicate dal governo per almeno il 10% del valore dei contratti, stimati in 350 milioni. Ma di quel 10% avrebbero beneficiato anche alcuni esponenti di governo attraverso partecipazioni occulte in società schermo tra cui la Africa Oil and gas corporation di Denis Gokana, consigliere speciale del presidente Sassou Nguesso. Anche nell'inchiesta congolese compare Roberto Casula, capo delle attività di esplorazione e produzione, già rinviato a processo per Opl-245. Non solo. Tra Nigeria e Congo c'è un altro punto di congiunzione, chiamato Maria Paduano, detta Marinù, moglie dell'ambasciatore Domenico Bellantone. Il dettaglio fu ricordato dall'Espresso in un'inchiesta, ma il nome della Paduano, indagata nell'inchiesta congolese - in quanto esponente della Wnr la presunta "società di comodo" che secondo gli inquirenti sarebbe stata il veicolo per retrocedere a Casula parte delle tangenti - compare anche nel libro Enigate (editrice Paper First) del giornalista Claudio Gatti dove si fa riferimento a una mostra organizzata nel 2011 ad Abuja proprio dalla moglie dell'ambasciatore insieme con Marta Boeri, lei moglie invece dell'ex capo centro Aise di Mosca, Nicola Boeri.
Il tema della nostra intelligence estera nella vicenda Opl-245 è venuto fuori in un'altra udienza dove è stato ascoltato l'ex console italiano in Nigeria Antonio Giandomenico. E' stato lui a raccontare che fu il dirigente Aise Salvatore Castilletti - già capocentro del Sismi a Baghdad all'epoca della vicenda Sgrena-Calipari - a consigliare di scegliere Gianfranco Falcioni, anche lui sotto processo per la tangente da 1,1 miliardi di dollari, come viceconsole onorario. «Mi disse che secondo loro (Aise) era preferibile il signor Falcioni per quel compito», ha spiegato Giandomenico, al sostituto procuratore Spadaro.
Non solo servizi, ma anche opere d'arte. Va ricordato che Patuano e Bori hanno curato diverse mostre d'arte in questi anni in Africa, tramite M&m Contemporary Art, di cui però non si ha traccia. Esiste invece una Nm Contemporary che ha come sede il Principato di Monaco, fondata da Matteo Basilè di cui sempre le due donne hanno curato una mostra al Cairo nel 2010, con il patrocinio dell'Ambasciata d'Italia in Egitto. Il nome della Paduano era già stato oggetto di polemiche durante l'ultima assemblea degli azionisti, quando l'associazione Re:Common aveva incalzato i vertici sull'assunzione dell'avvocato e curatrice di mostre nel settembre del 2017. Sono state due settimane complesse per il nostro colosso petrolifero. Le motivazioni della sentenza di condanna di primo grado per i due intermediari Obi Emeka e Gianluca Di Nardo, secondo cui la procedura di acquisto" del giacimento petrolifero Opl 245 «da parte di Eni» è stata «costellata» da «un'impressionante sequenza di anomalie», ha scatenato una replica da parte dell'azienda di San Donato che ha di nuovo ribadito «la correttezza del proprio operato nell'acquisizione di Opl 245 in Nigeria e di avere trattato e concluso l'operazione direttamente con il Governo nigeriano». Matteo Salvini, il vicepremier e ministro dell'Interno ha invece detto di riporre la «massima fiducia in Descalzi e nell'Eni. Sono convinto che un grande paese debba necessariamente tutelare le proprie risorse migliori e l'Eni è una delle principali aziende del Paese».
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Nuova udienza del processo sul giacimento nigeriano Opl-245, dove Claudio Descalzi è imputato per corruzione internazionale. Sul banco dei testimoni sfila Karina Litvack, consigliere indipendente, espressione dei fondi d'investimento che detengono la maggioranza delle quote flottanti. «Non fu verbalizzata una mia domanda su una società che era stata imposta a Eni dal governo del Congo». La manager venne estromessa dal Comitato Controllo rischi dopo le indagini della procura di Siracusa sul presunto complotto contro l'amministratore delegato e reintegrata nel 2017 dopo che la sua posizione fu archiviata. Durante il consiglio di amministrazione del 30 luglio del 2014 Claudio Descalzi avrebbe minacciato le dimissioni dopo una nota inviata al board dall'ex consigliere Luigi Zingales.Per chi segue da anni il caso Opl-245 - il giacimento in Nigeria in mano alle compagnie petrolifere Eni e Shell - l'udienza del 19 dicembre del processo che vede imputato l'amministratore delegato Claudio Descalzi per corruzione internazionale, passerà alla storia per lo scontro tra i fondi di investimento e Nerio Diodà, l'avvocato della società a partecipazione statale (30,10% tra Mef e Cdp) di San Donato. Sul banco dei testimoni è salita infatti Karina Litvack, consigliera indipendente espressa dai fondi nel 2014, rimasta tutt'ora nel board dopo quasi cinque anni di polemiche, indagini, storie di complotti, un particolare avvicendamento nel Comitato controllo e rischi (Ccr) il 29 luglio del 2016 («Ne fui informata a comunicato già scritto» ha spiegato) e poi una reintegrazione. E' stata considerata, sin dall'insediamento di Descalzi nel maggio del 2014, una dei due consiglieri scomodi, la manager straniera che provava a porre domande all'interno del board insieme a Luigi Zingales, poi dimessosi nel 2015. Litvack ha ripercorso gli ultimi anni passati dentro la società gestita da Descalzi e dal presidente Emma Marcegaglia, precisando ogni singolo dettaglio delle riunioni dei consigli di amministrazione, anche perché aiutata da un'agenda dove ha riportato sempre i resoconti. Durante l'udienza ha ricordato persino la riunione del cda del 30 luglio del 2014, quando Descalzi arrivò a minacciare le dimissioni in modo anche «molto colorito» per una nota che Zingales aveva inviato al board con cinque domande sui vertici della società. Non solo. Nel luglio 2015 Litvack avrebbe invitato anche a cena il numero uno di Eni. Lui, secondo la testimonianza, parlò di tutto, ma non di Opl-245. E alla fine lei gli disse: «Credo che tu sia onesto e che hai ricevuto consigli sbagliati». Lui, a quanto riferito, rispose: «Se ho accettato consigli ne sono responsabile. Sono il capo». Non solo, sempre tra le domande della manager canadese di questi anni ci fu quella sull'indagine svolta dalla agenzia investigativa indipendente Pepper Hamilton sulla Nigeria, dove avrebbe collaborato anche l'ex capo dei legali di Eni, ovvero Massimo Mantovani, ora indagato per associazione a delinquere: avrebbe cercato di depistare con alcuni dossier falsi nella procura di Siracusa (dove fu indagata e accusata proprio la consigliera indipendente) l'inchiesta milanese su Opl-245. Sulla vicenda nigeriana Diodà ha insistito con Litvack nel sapere quanto fosse venuta a conoscenza delle problematiche che riguardavano la società Malabù e il ruolo di Dan Etete, l'ex presidente che era già stato condannato in Francia per riciclaggio nel 2007 e che si era autoassegnato il giacimento alla fine degli anni '90. «Il caso Opl-245 era noto negli ambienti di Oil&gas, ma ne venni a conoscenza non appena insediata nel 2014 perché contattata dalla società civile, da Global Whitness e Trasparency International», ha spiegato Litvack, aggiungendo che nel 2016 aveva anche provato a porre una domanda sul Congo che non le fu verbalizzata dal consiglio di amministrazione: aveva sollevato problematiche su una società che era stata imposta dal governo congolese all'Eni. Anche sulle operazioni del Cane a sei zampe sul Paese centrafricano è stata aperta un'indagine dalla procura di Milano la scorsa primavera. I pm Sergio Spadaro e Paolo Storari ritengono che Eni, per ottenere il rinnovo dei diritti di sfruttamento dei giacimenti, abbia accettato di coinvolgere nei lavori società congolesi indicate dal governo per almeno il 10% del valore dei contratti, stimati in 350 milioni. Ma di quel 10% avrebbero beneficiato anche alcuni esponenti di governo attraverso partecipazioni occulte in società schermo tra cui la Africa Oil and gas corporation di Denis Gokana, consigliere speciale del presidente Sassou Nguesso. Anche nell'inchiesta congolese compare Roberto Casula, capo delle attività di esplorazione e produzione, già rinviato a processo per Opl-245. Non solo. Tra Nigeria e Congo c'è un altro punto di congiunzione, chiamato Maria Paduano, detta Marinù, moglie dell'ambasciatore Domenico Bellantone. Il dettaglio fu ricordato dall'Espresso in un'inchiesta, ma il nome della Paduano, indagata nell'inchiesta congolese - in quanto esponente della Wnr la presunta "società di comodo" che secondo gli inquirenti sarebbe stata il veicolo per retrocedere a Casula parte delle tangenti - compare anche nel libro Enigate (editrice Paper First) del giornalista Claudio Gatti dove si fa riferimento a una mostra organizzata nel 2011 ad Abuja proprio dalla moglie dell'ambasciatore insieme con Marta Boeri, lei moglie invece dell'ex capo centro Aise di Mosca, Nicola Boeri. Il tema della nostra intelligence estera nella vicenda Opl-245 è venuto fuori in un'altra udienza dove è stato ascoltato l'ex console italiano in Nigeria Antonio Giandomenico. E' stato lui a raccontare che fu il dirigente Aise Salvatore Castilletti - già capocentro del Sismi a Baghdad all'epoca della vicenda Sgrena-Calipari - a consigliare di scegliere Gianfranco Falcioni, anche lui sotto processo per la tangente da 1,1 miliardi di dollari, come viceconsole onorario. «Mi disse che secondo loro (Aise) era preferibile il signor Falcioni per quel compito», ha spiegato Giandomenico, al sostituto procuratore Spadaro. Non solo servizi, ma anche opere d'arte. Va ricordato che Patuano e Bori hanno curato diverse mostre d'arte in questi anni in Africa, tramite M&m Contemporary Art, di cui però non si ha traccia. Esiste invece una Nm Contemporary che ha come sede il Principato di Monaco, fondata da Matteo Basilè di cui sempre le due donne hanno curato una mostra al Cairo nel 2010, con il patrocinio dell'Ambasciata d'Italia in Egitto. Il nome della Paduano era già stato oggetto di polemiche durante l'ultima assemblea degli azionisti, quando l'associazione Re:Common aveva incalzato i vertici sull'assunzione dell'avvocato e curatrice di mostre nel settembre del 2017. Sono state due settimane complesse per il nostro colosso petrolifero. Le motivazioni della sentenza di condanna di primo grado per i due intermediari Obi Emeka e Gianluca Di Nardo, secondo cui la procedura di acquisto" del giacimento petrolifero Opl 245 «da parte di Eni» è stata «costellata» da «un'impressionante sequenza di anomalie», ha scatenato una replica da parte dell'azienda di San Donato che ha di nuovo ribadito «la correttezza del proprio operato nell'acquisizione di Opl 245 in Nigeria e di avere trattato e concluso l'operazione direttamente con il Governo nigeriano». Matteo Salvini, il vicepremier e ministro dell'Interno ha invece detto di riporre la «massima fiducia in Descalzi e nell'Eni. Sono convinto che un grande paese debba necessariamente tutelare le proprie risorse migliori e l'Eni è una delle principali aziende del Paese».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».