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2024-10-21
La violenza degli abortisti
(Ansa)
Convegni annullati, sedi vandalizzate, gruppi di preghiera minacciati, attivisti aggrediti, imbrattamenti con scritte spray, letame, lanci di pietre, perfino molotov, provvidenziali cordoni di carabinieri e polizia; e ogni tanto qualcuno al Pronto soccorso. Sembra un bilancio di guerra, e probabilmente lo è. Una guerra ufficialmente non dichiarata, ma che di fatto si consuma da molto tempo senza che nessuno riesca a porvi fine. Stiamo parlando della violenza abortista, ossia di quella mobilitazione da un lato agita da più sigle e realtà (collettivi studenteschi, associazioni femministe, anarchici, ecc.) ma, dall’altro, molto precisa, anzi chirurgica, nel colpire una categoria ben precisa: gli attivisti e volontari pro life, ossia quanti si battono a difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.
L’episodio più recente di questa violenza è avvenuto sabato 12 ottobre, con i collettivi femministi che, protestando davanti al collegio San Giuseppe di Torino, hanno bloccato il convegno di Federvita, sul tema «Per una vera tutela sociale della maternità». Era prevista la partecipazione, poi annullata, del giornalista Mario Adinolfi e dell’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, al quale i manifestanti hanno comunque riservato uno slogan a dir poco minaccioso: «Cloro sul clero, sassi su Marrone». Anche gli altri slogan non erano comunque troppo teneri, dato che andavano da «Federvita sottoterra» ad «Obiettore ti sprangheremo senza fare rumore». Questo pur grave episodio non fa che confermare una consolidata consuetudine.
Basti vedere cosa accadde a Giuliano Ferrara quando, nel 2008, decise di correre con la lista «Aborto? No, grazie»: fu più volte costretto a tenere comizi blindati e, là dove questo non accadde, si rischiò il peggio. Come a Bologna, dove in piazza Maggiore sul palco dove parlava l’allora direttore del Foglio fu lanciato letteralmente di tutto: uova, pomodori, monete, bottiglie d’acqua, perfino pietre. Certo, si potrebbe pensare che le aspre contestazioni fossero dovute alle parole del giornalista, che in quei mesi non si faceva troppi problemi a definire l’aborto «una cosa arcaica, squallida, miserabile, ancestrale».
Solo che Ferrara non c’era quando, nel maggio 2011, scattò un’altra protesta, stavolta contro il Movimento per la vita. Il fatto avvenne a Torino, precisamente al prestigioso Salone del libro, i cui cancelli si erano praticamente appena aperti quando un gruppo di donne si era precipitato al padiglione 3 per srotolare uno striscione contro lo spazio espositivo, appunto, del Movimento per la vita, dove ben presto presero a volare schiaffi e spintoni. Fu insomma una sorta di assaggio, col senno di poi, delle accese contestazioni toccate sempre al Salone del libro di Torino, nel maggio dello scorso al ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella, cui neppure le origini familiari radicali hanno risparmiato una cagnara che l’ha costretta alla resa.
Ma torniamo alle violenze dei paladini e delle paladine dell’autodeterminazione femminile, che negli anni non si son certo fermate. Tristemente esemplare, al riguardo, quanto accaduto il 10 luglio 2018 in Trentino, precisamente a Rovereto, quando il movimento «Con Cristo per la vita» - gruppo che dal 1998 si ritrovava a recitare pacificamente il rosario davanti all’ospedale - fu circondato da una quindicina di energumeni fattisi avanti a suon di urla ravvicinate, bestemmie, lanci di volantini blasfemi con insulti alla Madonna; quando la polizia era giunta sul posto, i contestatori si erano già dileguati ma i manifestanti, per lo più anziani, erano comprensibilmente scossi. «Con quell’azione volevano sicuramente fermarci», aveva allora dichiarato Andrea Marzari, referente dell’opera Regina dell’amore presente al presidio di preghiera, aggiungendo: «Hanno voluto lanciarci un avvertimento».
Del resto, a Rovereto mica scherzano. Tanto è vero che, nell’ottobre 2014, a don Matteo Graziola - reo d’essere sceso in piazza a manifestare con le Sentinelle in piedi - furono sottratti e distrutti effetti personali e il sacerdote fu pure raggiunto da numerosi lanci di uova e da percosse, fino a dover essere ricoverato Pronto soccorso. Al Pronto soccorso - per una ferita alla mano con prognosi di 10 giorni - nel marzo 2021 era finito anche l’infermiere Giorgio Celsi, storico militante pro life, dopo essere stato aggredito mentre aveva organizzato un presidio antiabortista fuori dall’ospedale San Gerardo di Monza; in quell’occasione, era stato aggredito al collo da un manesco alfiere dell’abortismo anche il signor Virgilio Baroni, di anni 72.
Che specie le femministe non facciano sconti ai presidi antiabortisti fuori dagli ospedali si era visto anche nel maggio 2013, quando una sessantina di persone inermi pregavano raccolte davanti alla clinica Mangiagalli di Milano, prima d’essere assalite da femministe, appunto, che - oltre al consueto ritornello di bestemmie - avevano scandito una minacciosa promessa («vi spacchiamo tutto»), dopo la quale si erano date al lancio di oggetti contro i manifestanti, in particolare bottiglie piene d’acqua ed accendini. Uno potrebbe pensare che tutto ciò accade perché i pro life, osando manifestare le loro idee così politicamente scorrette, un po’ se la vadano a cercare.
Il fatto è che pure le sedi delle organizzazioni che aiutano le donne in gravidanza difficile o indesiderata - e che dunque nulla fanno se non prestare un aiuto libero e disinteressato - sono oggetto di attacchi notturni. Com’è avvenuto per la sede del Movimento per la Vita di Venezia, che nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2022 è stata imbrattata con un lancio di vernice da parte di ignoti i quali, affinché non ci fossero dubbi sul loro orientamento bioetico, hanno anche lasciato sull’asfalto la seguente scritta: «Aborto ed eutanasia liberi». Oltre alle consuete scritte spray, nel gennaio di quest’anno è arrivato pure un cumulo di letame dinanzi all’ingresso del Centro di aiuto alla vita di Padova. Causalmente, i primi a dare la notizia sono stati sui social i collettivi. «Ci arriva notizia che questa notte la sede degli antiabortisti a Padova ha ricevuto una magica visita inaspettata», recitava infatti poche ore dopo la scoperta della prodezza escrementizia un lungo post su Instagram di Squeert Collettivo, che si presenta come «collettivo Transfemminista di Padova» impegnato a «squeertare sul patriarcato».
Di certo, però, l’episodio più grave e sconvolgente degli ultimi anni contro i pro vita è quello che si è consumato nel novembre 2023 e culminato, dopo una manifestazione contro la violenza sulle donne, con la scoperta d’una bomba molotov nella sede di Pro Vita e famiglia onlus di viale Manzoni a Roma. In quell’occasione, il portavoce di Pro Vita, Jacopo Coghe, si era detto comprensibilmente scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci». A seguito di quel gravissimo episodio, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, aveva nell’occasione avuto parole di condanna «contro ogni violenza».
Gli unici attestati di solidarietà non pervenuti a Pro Vita erano stati quelli di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Una duplice dimenticanza? Forse. Di certo entrambi avranno modo di recuperare, dato che gli attacchi ai danni di chi è a difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, continuano da decenni. E c’è da temere che non si fermeranno.
In aumento gli episodi di cristianofobia
È sostanzialmente impossibile spiegare l’ultradecennale accanimento contro gli esponenti pro life, se non lo si inquadra nell’ambito di un fenomeno più generale, che dilaga da tempo in Occidente: quello della cristianofobia, vale a dire dell’odio e della discriminazione contro i cristiani. Non è un caso che oggi sui media, spesso e volentieri, si arrivi ad etichettare sprezzantemente chiunque attacchi l’aborto – da Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita, al giornalista Mario Adinolfi fino a Simone Pillon – come «ultracattolico»; e pazienza se il primo ad avere parole gravissime contro chi pratica aborti, parlando di «sicari», sia un certo Jorge Mario Bergoglio…
Purtroppo, il fenomeno della cristianofobia è però assai più amplio, nel senso che supera i confini del dibattito bioetico e pure quelli del nostro Paese. Secondo i dati forni dall’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (Oidac Europe) con sede a Vienna, nel 2022 nel Vecchio Continente si sono verificati 792 crimini d’odio anticristiani. Si tratta per lo più di atti di vandalismo e di incendi dolosi; tuttavia lo stesso organismo di vigilanza ha notato un netto aumento di attacchi violenti contro singole persone.
Di certo c’è un aumento di questi crimini d’odio, che solo dal 2011 al 2022 sono cresciuti del 44%. Un trend particolarmente preoccupante è risultato essere l’aumento degli attacchi incendiari documentato in questo periodo, che sono aumentati del 75%, passando da 60 a 105. I Paesi con i numeri più alti sono stati la Germania, seguita da Francia, Italia e Regno Unito. Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sempre aumentati, divenendo 58 nel 2018, 92 nel 2021, addirittura 104 nel 2022. In soli cinque anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre l’845%.
Una crescita esponenziale dovuta senza dubbio anche, se non soprattutto, alla maggiore attenzione che il tema inizia ad avere anche a livello mediatico. In effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti aggrediti, così come di cimiteri violati, di chiese sfregiate o, sotto Natale, di presepi distrutti. Questo però nulla toglie alla gravità del fenomeno. Regina Polak, teologa e sociologa delle regioni presso l’Università di Vienna, commentando gli ultimi dati emersi dalle statistiche europee - che peraltro a breve dovrebbero essere aggiornate -, ha infatti dichiarato che «il crescente numero di crimini d’odio anticristiani in Europa» appare «profondamente preoccupante».
«È altamente necessario aumentare la consapevolezza sia a livello governativo sia sociale su questo problema», ha aggiunto sempre la professoressa Polak, parlando della necessità di «adottare misure politiche per affrontarlo e combatterlo con decisione». C’è da sperare che l’appello arrivi pure alle orecchie dei politici progressisti che, specie in Italia, oltre al continuo agitare lo spauracchio del neofascismo pare non sappiano spingersi; mentre non vedono – o fingono di non vedere, è un dubbio che viene – l’odio anticristiano che avanza.
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Convegni annullati, sedi vandalizzate, lanci di pietre e molotov, attivisti pro life presi a botte e mandati in ospedale. La lista dei soprusi compiuti contro chi difende la vita è lunghissima. E a sinistra si fa finta di non vedere.In Italia casi di cristianofobia in crescita di oltre l’800% in cinque anni. Nel mirino chiese, sacerdoti e anche semplici fedeli.Lo speciale contiene due articoli. Convegni annullati, sedi vandalizzate, gruppi di preghiera minacciati, attivisti aggrediti, imbrattamenti con scritte spray, letame, lanci di pietre, perfino molotov, provvidenziali cordoni di carabinieri e polizia; e ogni tanto qualcuno al Pronto soccorso. Sembra un bilancio di guerra, e probabilmente lo è. Una guerra ufficialmente non dichiarata, ma che di fatto si consuma da molto tempo senza che nessuno riesca a porvi fine. Stiamo parlando della violenza abortista, ossia di quella mobilitazione da un lato agita da più sigle e realtà (collettivi studenteschi, associazioni femministe, anarchici, ecc.) ma, dall’altro, molto precisa, anzi chirurgica, nel colpire una categoria ben precisa: gli attivisti e volontari pro life, ossia quanti si battono a difesa della vita dal concepimento alla morte naturale. L’episodio più recente di questa violenza è avvenuto sabato 12 ottobre, con i collettivi femministi che, protestando davanti al collegio San Giuseppe di Torino, hanno bloccato il convegno di Federvita, sul tema «Per una vera tutela sociale della maternità». Era prevista la partecipazione, poi annullata, del giornalista Mario Adinolfi e dell’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, al quale i manifestanti hanno comunque riservato uno slogan a dir poco minaccioso: «Cloro sul clero, sassi su Marrone». Anche gli altri slogan non erano comunque troppo teneri, dato che andavano da «Federvita sottoterra» ad «Obiettore ti sprangheremo senza fare rumore». Questo pur grave episodio non fa che confermare una consolidata consuetudine.Basti vedere cosa accadde a Giuliano Ferrara quando, nel 2008, decise di correre con la lista «Aborto? No, grazie»: fu più volte costretto a tenere comizi blindati e, là dove questo non accadde, si rischiò il peggio. Come a Bologna, dove in piazza Maggiore sul palco dove parlava l’allora direttore del Foglio fu lanciato letteralmente di tutto: uova, pomodori, monete, bottiglie d’acqua, perfino pietre. Certo, si potrebbe pensare che le aspre contestazioni fossero dovute alle parole del giornalista, che in quei mesi non si faceva troppi problemi a definire l’aborto «una cosa arcaica, squallida, miserabile, ancestrale». Solo che Ferrara non c’era quando, nel maggio 2011, scattò un’altra protesta, stavolta contro il Movimento per la vita. Il fatto avvenne a Torino, precisamente al prestigioso Salone del libro, i cui cancelli si erano praticamente appena aperti quando un gruppo di donne si era precipitato al padiglione 3 per srotolare uno striscione contro lo spazio espositivo, appunto, del Movimento per la vita, dove ben presto presero a volare schiaffi e spintoni. Fu insomma una sorta di assaggio, col senno di poi, delle accese contestazioni toccate sempre al Salone del libro di Torino, nel maggio dello scorso al ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella, cui neppure le origini familiari radicali hanno risparmiato una cagnara che l’ha costretta alla resa. Ma torniamo alle violenze dei paladini e delle paladine dell’autodeterminazione femminile, che negli anni non si son certo fermate. Tristemente esemplare, al riguardo, quanto accaduto il 10 luglio 2018 in Trentino, precisamente a Rovereto, quando il movimento «Con Cristo per la vita» - gruppo che dal 1998 si ritrovava a recitare pacificamente il rosario davanti all’ospedale - fu circondato da una quindicina di energumeni fattisi avanti a suon di urla ravvicinate, bestemmie, lanci di volantini blasfemi con insulti alla Madonna; quando la polizia era giunta sul posto, i contestatori si erano già dileguati ma i manifestanti, per lo più anziani, erano comprensibilmente scossi. «Con quell’azione volevano sicuramente fermarci», aveva allora dichiarato Andrea Marzari, referente dell’opera Regina dell’amore presente al presidio di preghiera, aggiungendo: «Hanno voluto lanciarci un avvertimento».Del resto, a Rovereto mica scherzano. Tanto è vero che, nell’ottobre 2014, a don Matteo Graziola - reo d’essere sceso in piazza a manifestare con le Sentinelle in piedi - furono sottratti e distrutti effetti personali e il sacerdote fu pure raggiunto da numerosi lanci di uova e da percosse, fino a dover essere ricoverato Pronto soccorso. Al Pronto soccorso - per una ferita alla mano con prognosi di 10 giorni - nel marzo 2021 era finito anche l’infermiere Giorgio Celsi, storico militante pro life, dopo essere stato aggredito mentre aveva organizzato un presidio antiabortista fuori dall’ospedale San Gerardo di Monza; in quell’occasione, era stato aggredito al collo da un manesco alfiere dell’abortismo anche il signor Virgilio Baroni, di anni 72.Che specie le femministe non facciano sconti ai presidi antiabortisti fuori dagli ospedali si era visto anche nel maggio 2013, quando una sessantina di persone inermi pregavano raccolte davanti alla clinica Mangiagalli di Milano, prima d’essere assalite da femministe, appunto, che - oltre al consueto ritornello di bestemmie - avevano scandito una minacciosa promessa («vi spacchiamo tutto»), dopo la quale si erano date al lancio di oggetti contro i manifestanti, in particolare bottiglie piene d’acqua ed accendini. Uno potrebbe pensare che tutto ciò accade perché i pro life, osando manifestare le loro idee così politicamente scorrette, un po’ se la vadano a cercare.Il fatto è che pure le sedi delle organizzazioni che aiutano le donne in gravidanza difficile o indesiderata - e che dunque nulla fanno se non prestare un aiuto libero e disinteressato - sono oggetto di attacchi notturni. Com’è avvenuto per la sede del Movimento per la Vita di Venezia, che nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2022 è stata imbrattata con un lancio di vernice da parte di ignoti i quali, affinché non ci fossero dubbi sul loro orientamento bioetico, hanno anche lasciato sull’asfalto la seguente scritta: «Aborto ed eutanasia liberi». Oltre alle consuete scritte spray, nel gennaio di quest’anno è arrivato pure un cumulo di letame dinanzi all’ingresso del Centro di aiuto alla vita di Padova. Causalmente, i primi a dare la notizia sono stati sui social i collettivi. «Ci arriva notizia che questa notte la sede degli antiabortisti a Padova ha ricevuto una magica visita inaspettata», recitava infatti poche ore dopo la scoperta della prodezza escrementizia un lungo post su Instagram di Squeert Collettivo, che si presenta come «collettivo Transfemminista di Padova» impegnato a «squeertare sul patriarcato».Di certo, però, l’episodio più grave e sconvolgente degli ultimi anni contro i pro vita è quello che si è consumato nel novembre 2023 e culminato, dopo una manifestazione contro la violenza sulle donne, con la scoperta d’una bomba molotov nella sede di Pro Vita e famiglia onlus di viale Manzoni a Roma. In quell’occasione, il portavoce di Pro Vita, Jacopo Coghe, si era detto comprensibilmente scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci». A seguito di quel gravissimo episodio, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, aveva nell’occasione avuto parole di condanna «contro ogni violenza». Gli unici attestati di solidarietà non pervenuti a Pro Vita erano stati quelli di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Una duplice dimenticanza? Forse. Di certo entrambi avranno modo di recuperare, dato che gli attacchi ai danni di chi è a difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, continuano da decenni. 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Non è un caso che oggi sui media, spesso e volentieri, si arrivi ad etichettare sprezzantemente chiunque attacchi l’aborto – da Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita, al giornalista Mario Adinolfi fino a Simone Pillon – come «ultracattolico»; e pazienza se il primo ad avere parole gravissime contro chi pratica aborti, parlando di «sicari», sia un certo Jorge Mario Bergoglio… Purtroppo, il fenomeno della cristianofobia è però assai più amplio, nel senso che supera i confini del dibattito bioetico e pure quelli del nostro Paese. Secondo i dati forni dall’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (Oidac Europe) con sede a Vienna, nel 2022 nel Vecchio Continente si sono verificati 792 crimini d’odio anticristiani. Si tratta per lo più di atti di vandalismo e di incendi dolosi; tuttavia lo stesso organismo di vigilanza ha notato un netto aumento di attacchi violenti contro singole persone. Di certo c’è un aumento di questi crimini d’odio, che solo dal 2011 al 2022 sono cresciuti del 44%. Un trend particolarmente preoccupante è risultato essere l’aumento degli attacchi incendiari documentato in questo periodo, che sono aumentati del 75%, passando da 60 a 105. I Paesi con i numeri più alti sono stati la Germania, seguita da Francia, Italia e Regno Unito. Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sempre aumentati, divenendo 58 nel 2018, 92 nel 2021, addirittura 104 nel 2022. In soli cinque anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre l’845%. Una crescita esponenziale dovuta senza dubbio anche, se non soprattutto, alla maggiore attenzione che il tema inizia ad avere anche a livello mediatico. In effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti aggrediti, così come di cimiteri violati, di chiese sfregiate o, sotto Natale, di presepi distrutti. Questo però nulla toglie alla gravità del fenomeno. Regina Polak, teologa e sociologa delle regioni presso l’Università di Vienna, commentando gli ultimi dati emersi dalle statistiche europee - che peraltro a breve dovrebbero essere aggiornate -, ha infatti dichiarato che «il crescente numero di crimini d’odio anticristiani in Europa» appare «profondamente preoccupante». «È altamente necessario aumentare la consapevolezza sia a livello governativo sia sociale su questo problema», ha aggiunto sempre la professoressa Polak, parlando della necessità di «adottare misure politiche per affrontarlo e combatterlo con decisione». C’è da sperare che l’appello arrivi pure alle orecchie dei politici progressisti che, specie in Italia, oltre al continuo agitare lo spauracchio del neofascismo pare non sappiano spingersi; mentre non vedono – o fingono di non vedere, è un dubbio che viene – l’odio anticristiano che avanza.
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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