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2024-10-21
La violenza degli abortisti
(Ansa)
Convegni annullati, sedi vandalizzate, gruppi di preghiera minacciati, attivisti aggrediti, imbrattamenti con scritte spray, letame, lanci di pietre, perfino molotov, provvidenziali cordoni di carabinieri e polizia; e ogni tanto qualcuno al Pronto soccorso. Sembra un bilancio di guerra, e probabilmente lo è. Una guerra ufficialmente non dichiarata, ma che di fatto si consuma da molto tempo senza che nessuno riesca a porvi fine. Stiamo parlando della violenza abortista, ossia di quella mobilitazione da un lato agita da più sigle e realtà (collettivi studenteschi, associazioni femministe, anarchici, ecc.) ma, dall’altro, molto precisa, anzi chirurgica, nel colpire una categoria ben precisa: gli attivisti e volontari pro life, ossia quanti si battono a difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.
L’episodio più recente di questa violenza è avvenuto sabato 12 ottobre, con i collettivi femministi che, protestando davanti al collegio San Giuseppe di Torino, hanno bloccato il convegno di Federvita, sul tema «Per una vera tutela sociale della maternità». Era prevista la partecipazione, poi annullata, del giornalista Mario Adinolfi e dell’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, al quale i manifestanti hanno comunque riservato uno slogan a dir poco minaccioso: «Cloro sul clero, sassi su Marrone». Anche gli altri slogan non erano comunque troppo teneri, dato che andavano da «Federvita sottoterra» ad «Obiettore ti sprangheremo senza fare rumore». Questo pur grave episodio non fa che confermare una consolidata consuetudine.
Basti vedere cosa accadde a Giuliano Ferrara quando, nel 2008, decise di correre con la lista «Aborto? No, grazie»: fu più volte costretto a tenere comizi blindati e, là dove questo non accadde, si rischiò il peggio. Come a Bologna, dove in piazza Maggiore sul palco dove parlava l’allora direttore del Foglio fu lanciato letteralmente di tutto: uova, pomodori, monete, bottiglie d’acqua, perfino pietre. Certo, si potrebbe pensare che le aspre contestazioni fossero dovute alle parole del giornalista, che in quei mesi non si faceva troppi problemi a definire l’aborto «una cosa arcaica, squallida, miserabile, ancestrale».
Solo che Ferrara non c’era quando, nel maggio 2011, scattò un’altra protesta, stavolta contro il Movimento per la vita. Il fatto avvenne a Torino, precisamente al prestigioso Salone del libro, i cui cancelli si erano praticamente appena aperti quando un gruppo di donne si era precipitato al padiglione 3 per srotolare uno striscione contro lo spazio espositivo, appunto, del Movimento per la vita, dove ben presto presero a volare schiaffi e spintoni. Fu insomma una sorta di assaggio, col senno di poi, delle accese contestazioni toccate sempre al Salone del libro di Torino, nel maggio dello scorso al ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella, cui neppure le origini familiari radicali hanno risparmiato una cagnara che l’ha costretta alla resa.
Ma torniamo alle violenze dei paladini e delle paladine dell’autodeterminazione femminile, che negli anni non si son certo fermate. Tristemente esemplare, al riguardo, quanto accaduto il 10 luglio 2018 in Trentino, precisamente a Rovereto, quando il movimento «Con Cristo per la vita» - gruppo che dal 1998 si ritrovava a recitare pacificamente il rosario davanti all’ospedale - fu circondato da una quindicina di energumeni fattisi avanti a suon di urla ravvicinate, bestemmie, lanci di volantini blasfemi con insulti alla Madonna; quando la polizia era giunta sul posto, i contestatori si erano già dileguati ma i manifestanti, per lo più anziani, erano comprensibilmente scossi. «Con quell’azione volevano sicuramente fermarci», aveva allora dichiarato Andrea Marzari, referente dell’opera Regina dell’amore presente al presidio di preghiera, aggiungendo: «Hanno voluto lanciarci un avvertimento».
Del resto, a Rovereto mica scherzano. Tanto è vero che, nell’ottobre 2014, a don Matteo Graziola - reo d’essere sceso in piazza a manifestare con le Sentinelle in piedi - furono sottratti e distrutti effetti personali e il sacerdote fu pure raggiunto da numerosi lanci di uova e da percosse, fino a dover essere ricoverato Pronto soccorso. Al Pronto soccorso - per una ferita alla mano con prognosi di 10 giorni - nel marzo 2021 era finito anche l’infermiere Giorgio Celsi, storico militante pro life, dopo essere stato aggredito mentre aveva organizzato un presidio antiabortista fuori dall’ospedale San Gerardo di Monza; in quell’occasione, era stato aggredito al collo da un manesco alfiere dell’abortismo anche il signor Virgilio Baroni, di anni 72.
Che specie le femministe non facciano sconti ai presidi antiabortisti fuori dagli ospedali si era visto anche nel maggio 2013, quando una sessantina di persone inermi pregavano raccolte davanti alla clinica Mangiagalli di Milano, prima d’essere assalite da femministe, appunto, che - oltre al consueto ritornello di bestemmie - avevano scandito una minacciosa promessa («vi spacchiamo tutto»), dopo la quale si erano date al lancio di oggetti contro i manifestanti, in particolare bottiglie piene d’acqua ed accendini. Uno potrebbe pensare che tutto ciò accade perché i pro life, osando manifestare le loro idee così politicamente scorrette, un po’ se la vadano a cercare.
Il fatto è che pure le sedi delle organizzazioni che aiutano le donne in gravidanza difficile o indesiderata - e che dunque nulla fanno se non prestare un aiuto libero e disinteressato - sono oggetto di attacchi notturni. Com’è avvenuto per la sede del Movimento per la Vita di Venezia, che nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2022 è stata imbrattata con un lancio di vernice da parte di ignoti i quali, affinché non ci fossero dubbi sul loro orientamento bioetico, hanno anche lasciato sull’asfalto la seguente scritta: «Aborto ed eutanasia liberi». Oltre alle consuete scritte spray, nel gennaio di quest’anno è arrivato pure un cumulo di letame dinanzi all’ingresso del Centro di aiuto alla vita di Padova. Causalmente, i primi a dare la notizia sono stati sui social i collettivi. «Ci arriva notizia che questa notte la sede degli antiabortisti a Padova ha ricevuto una magica visita inaspettata», recitava infatti poche ore dopo la scoperta della prodezza escrementizia un lungo post su Instagram di Squeert Collettivo, che si presenta come «collettivo Transfemminista di Padova» impegnato a «squeertare sul patriarcato».
Di certo, però, l’episodio più grave e sconvolgente degli ultimi anni contro i pro vita è quello che si è consumato nel novembre 2023 e culminato, dopo una manifestazione contro la violenza sulle donne, con la scoperta d’una bomba molotov nella sede di Pro Vita e famiglia onlus di viale Manzoni a Roma. In quell’occasione, il portavoce di Pro Vita, Jacopo Coghe, si era detto comprensibilmente scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci». A seguito di quel gravissimo episodio, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, aveva nell’occasione avuto parole di condanna «contro ogni violenza».
Gli unici attestati di solidarietà non pervenuti a Pro Vita erano stati quelli di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Una duplice dimenticanza? Forse. Di certo entrambi avranno modo di recuperare, dato che gli attacchi ai danni di chi è a difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, continuano da decenni. E c’è da temere che non si fermeranno.
In aumento gli episodi di cristianofobia
È sostanzialmente impossibile spiegare l’ultradecennale accanimento contro gli esponenti pro life, se non lo si inquadra nell’ambito di un fenomeno più generale, che dilaga da tempo in Occidente: quello della cristianofobia, vale a dire dell’odio e della discriminazione contro i cristiani. Non è un caso che oggi sui media, spesso e volentieri, si arrivi ad etichettare sprezzantemente chiunque attacchi l’aborto – da Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita, al giornalista Mario Adinolfi fino a Simone Pillon – come «ultracattolico»; e pazienza se il primo ad avere parole gravissime contro chi pratica aborti, parlando di «sicari», sia un certo Jorge Mario Bergoglio…
Purtroppo, il fenomeno della cristianofobia è però assai più amplio, nel senso che supera i confini del dibattito bioetico e pure quelli del nostro Paese. Secondo i dati forni dall’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (Oidac Europe) con sede a Vienna, nel 2022 nel Vecchio Continente si sono verificati 792 crimini d’odio anticristiani. Si tratta per lo più di atti di vandalismo e di incendi dolosi; tuttavia lo stesso organismo di vigilanza ha notato un netto aumento di attacchi violenti contro singole persone.
Di certo c’è un aumento di questi crimini d’odio, che solo dal 2011 al 2022 sono cresciuti del 44%. Un trend particolarmente preoccupante è risultato essere l’aumento degli attacchi incendiari documentato in questo periodo, che sono aumentati del 75%, passando da 60 a 105. I Paesi con i numeri più alti sono stati la Germania, seguita da Francia, Italia e Regno Unito. Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sempre aumentati, divenendo 58 nel 2018, 92 nel 2021, addirittura 104 nel 2022. In soli cinque anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre l’845%.
Una crescita esponenziale dovuta senza dubbio anche, se non soprattutto, alla maggiore attenzione che il tema inizia ad avere anche a livello mediatico. In effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti aggrediti, così come di cimiteri violati, di chiese sfregiate o, sotto Natale, di presepi distrutti. Questo però nulla toglie alla gravità del fenomeno. Regina Polak, teologa e sociologa delle regioni presso l’Università di Vienna, commentando gli ultimi dati emersi dalle statistiche europee - che peraltro a breve dovrebbero essere aggiornate -, ha infatti dichiarato che «il crescente numero di crimini d’odio anticristiani in Europa» appare «profondamente preoccupante».
«È altamente necessario aumentare la consapevolezza sia a livello governativo sia sociale su questo problema», ha aggiunto sempre la professoressa Polak, parlando della necessità di «adottare misure politiche per affrontarlo e combatterlo con decisione». C’è da sperare che l’appello arrivi pure alle orecchie dei politici progressisti che, specie in Italia, oltre al continuo agitare lo spauracchio del neofascismo pare non sappiano spingersi; mentre non vedono – o fingono di non vedere, è un dubbio che viene – l’odio anticristiano che avanza.
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Convegni annullati, sedi vandalizzate, lanci di pietre e molotov, attivisti pro life presi a botte e mandati in ospedale. La lista dei soprusi compiuti contro chi difende la vita è lunghissima. E a sinistra si fa finta di non vedere.In Italia casi di cristianofobia in crescita di oltre l’800% in cinque anni. Nel mirino chiese, sacerdoti e anche semplici fedeli.Lo speciale contiene due articoli. Convegni annullati, sedi vandalizzate, gruppi di preghiera minacciati, attivisti aggrediti, imbrattamenti con scritte spray, letame, lanci di pietre, perfino molotov, provvidenziali cordoni di carabinieri e polizia; e ogni tanto qualcuno al Pronto soccorso. Sembra un bilancio di guerra, e probabilmente lo è. Una guerra ufficialmente non dichiarata, ma che di fatto si consuma da molto tempo senza che nessuno riesca a porvi fine. Stiamo parlando della violenza abortista, ossia di quella mobilitazione da un lato agita da più sigle e realtà (collettivi studenteschi, associazioni femministe, anarchici, ecc.) ma, dall’altro, molto precisa, anzi chirurgica, nel colpire una categoria ben precisa: gli attivisti e volontari pro life, ossia quanti si battono a difesa della vita dal concepimento alla morte naturale. L’episodio più recente di questa violenza è avvenuto sabato 12 ottobre, con i collettivi femministi che, protestando davanti al collegio San Giuseppe di Torino, hanno bloccato il convegno di Federvita, sul tema «Per una vera tutela sociale della maternità». Era prevista la partecipazione, poi annullata, del giornalista Mario Adinolfi e dell’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, al quale i manifestanti hanno comunque riservato uno slogan a dir poco minaccioso: «Cloro sul clero, sassi su Marrone». Anche gli altri slogan non erano comunque troppo teneri, dato che andavano da «Federvita sottoterra» ad «Obiettore ti sprangheremo senza fare rumore». Questo pur grave episodio non fa che confermare una consolidata consuetudine.Basti vedere cosa accadde a Giuliano Ferrara quando, nel 2008, decise di correre con la lista «Aborto? No, grazie»: fu più volte costretto a tenere comizi blindati e, là dove questo non accadde, si rischiò il peggio. Come a Bologna, dove in piazza Maggiore sul palco dove parlava l’allora direttore del Foglio fu lanciato letteralmente di tutto: uova, pomodori, monete, bottiglie d’acqua, perfino pietre. Certo, si potrebbe pensare che le aspre contestazioni fossero dovute alle parole del giornalista, che in quei mesi non si faceva troppi problemi a definire l’aborto «una cosa arcaica, squallida, miserabile, ancestrale». Solo che Ferrara non c’era quando, nel maggio 2011, scattò un’altra protesta, stavolta contro il Movimento per la vita. Il fatto avvenne a Torino, precisamente al prestigioso Salone del libro, i cui cancelli si erano praticamente appena aperti quando un gruppo di donne si era precipitato al padiglione 3 per srotolare uno striscione contro lo spazio espositivo, appunto, del Movimento per la vita, dove ben presto presero a volare schiaffi e spintoni. Fu insomma una sorta di assaggio, col senno di poi, delle accese contestazioni toccate sempre al Salone del libro di Torino, nel maggio dello scorso al ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella, cui neppure le origini familiari radicali hanno risparmiato una cagnara che l’ha costretta alla resa. Ma torniamo alle violenze dei paladini e delle paladine dell’autodeterminazione femminile, che negli anni non si son certo fermate. Tristemente esemplare, al riguardo, quanto accaduto il 10 luglio 2018 in Trentino, precisamente a Rovereto, quando il movimento «Con Cristo per la vita» - gruppo che dal 1998 si ritrovava a recitare pacificamente il rosario davanti all’ospedale - fu circondato da una quindicina di energumeni fattisi avanti a suon di urla ravvicinate, bestemmie, lanci di volantini blasfemi con insulti alla Madonna; quando la polizia era giunta sul posto, i contestatori si erano già dileguati ma i manifestanti, per lo più anziani, erano comprensibilmente scossi. «Con quell’azione volevano sicuramente fermarci», aveva allora dichiarato Andrea Marzari, referente dell’opera Regina dell’amore presente al presidio di preghiera, aggiungendo: «Hanno voluto lanciarci un avvertimento».Del resto, a Rovereto mica scherzano. Tanto è vero che, nell’ottobre 2014, a don Matteo Graziola - reo d’essere sceso in piazza a manifestare con le Sentinelle in piedi - furono sottratti e distrutti effetti personali e il sacerdote fu pure raggiunto da numerosi lanci di uova e da percosse, fino a dover essere ricoverato Pronto soccorso. Al Pronto soccorso - per una ferita alla mano con prognosi di 10 giorni - nel marzo 2021 era finito anche l’infermiere Giorgio Celsi, storico militante pro life, dopo essere stato aggredito mentre aveva organizzato un presidio antiabortista fuori dall’ospedale San Gerardo di Monza; in quell’occasione, era stato aggredito al collo da un manesco alfiere dell’abortismo anche il signor Virgilio Baroni, di anni 72.Che specie le femministe non facciano sconti ai presidi antiabortisti fuori dagli ospedali si era visto anche nel maggio 2013, quando una sessantina di persone inermi pregavano raccolte davanti alla clinica Mangiagalli di Milano, prima d’essere assalite da femministe, appunto, che - oltre al consueto ritornello di bestemmie - avevano scandito una minacciosa promessa («vi spacchiamo tutto»), dopo la quale si erano date al lancio di oggetti contro i manifestanti, in particolare bottiglie piene d’acqua ed accendini. Uno potrebbe pensare che tutto ciò accade perché i pro life, osando manifestare le loro idee così politicamente scorrette, un po’ se la vadano a cercare.Il fatto è che pure le sedi delle organizzazioni che aiutano le donne in gravidanza difficile o indesiderata - e che dunque nulla fanno se non prestare un aiuto libero e disinteressato - sono oggetto di attacchi notturni. Com’è avvenuto per la sede del Movimento per la Vita di Venezia, che nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2022 è stata imbrattata con un lancio di vernice da parte di ignoti i quali, affinché non ci fossero dubbi sul loro orientamento bioetico, hanno anche lasciato sull’asfalto la seguente scritta: «Aborto ed eutanasia liberi». Oltre alle consuete scritte spray, nel gennaio di quest’anno è arrivato pure un cumulo di letame dinanzi all’ingresso del Centro di aiuto alla vita di Padova. Causalmente, i primi a dare la notizia sono stati sui social i collettivi. «Ci arriva notizia che questa notte la sede degli antiabortisti a Padova ha ricevuto una magica visita inaspettata», recitava infatti poche ore dopo la scoperta della prodezza escrementizia un lungo post su Instagram di Squeert Collettivo, che si presenta come «collettivo Transfemminista di Padova» impegnato a «squeertare sul patriarcato».Di certo, però, l’episodio più grave e sconvolgente degli ultimi anni contro i pro vita è quello che si è consumato nel novembre 2023 e culminato, dopo una manifestazione contro la violenza sulle donne, con la scoperta d’una bomba molotov nella sede di Pro Vita e famiglia onlus di viale Manzoni a Roma. In quell’occasione, il portavoce di Pro Vita, Jacopo Coghe, si era detto comprensibilmente scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci». A seguito di quel gravissimo episodio, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, aveva nell’occasione avuto parole di condanna «contro ogni violenza». Gli unici attestati di solidarietà non pervenuti a Pro Vita erano stati quelli di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Una duplice dimenticanza? Forse. Di certo entrambi avranno modo di recuperare, dato che gli attacchi ai danni di chi è a difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, continuano da decenni. 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Non è un caso che oggi sui media, spesso e volentieri, si arrivi ad etichettare sprezzantemente chiunque attacchi l’aborto – da Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita, al giornalista Mario Adinolfi fino a Simone Pillon – come «ultracattolico»; e pazienza se il primo ad avere parole gravissime contro chi pratica aborti, parlando di «sicari», sia un certo Jorge Mario Bergoglio… Purtroppo, il fenomeno della cristianofobia è però assai più amplio, nel senso che supera i confini del dibattito bioetico e pure quelli del nostro Paese. Secondo i dati forni dall’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (Oidac Europe) con sede a Vienna, nel 2022 nel Vecchio Continente si sono verificati 792 crimini d’odio anticristiani. Si tratta per lo più di atti di vandalismo e di incendi dolosi; tuttavia lo stesso organismo di vigilanza ha notato un netto aumento di attacchi violenti contro singole persone. Di certo c’è un aumento di questi crimini d’odio, che solo dal 2011 al 2022 sono cresciuti del 44%. Un trend particolarmente preoccupante è risultato essere l’aumento degli attacchi incendiari documentato in questo periodo, che sono aumentati del 75%, passando da 60 a 105. I Paesi con i numeri più alti sono stati la Germania, seguita da Francia, Italia e Regno Unito. Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sempre aumentati, divenendo 58 nel 2018, 92 nel 2021, addirittura 104 nel 2022. In soli cinque anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre l’845%. Una crescita esponenziale dovuta senza dubbio anche, se non soprattutto, alla maggiore attenzione che il tema inizia ad avere anche a livello mediatico. In effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti aggrediti, così come di cimiteri violati, di chiese sfregiate o, sotto Natale, di presepi distrutti. Questo però nulla toglie alla gravità del fenomeno. Regina Polak, teologa e sociologa delle regioni presso l’Università di Vienna, commentando gli ultimi dati emersi dalle statistiche europee - che peraltro a breve dovrebbero essere aggiornate -, ha infatti dichiarato che «il crescente numero di crimini d’odio anticristiani in Europa» appare «profondamente preoccupante». «È altamente necessario aumentare la consapevolezza sia a livello governativo sia sociale su questo problema», ha aggiunto sempre la professoressa Polak, parlando della necessità di «adottare misure politiche per affrontarlo e combatterlo con decisione». C’è da sperare che l’appello arrivi pure alle orecchie dei politici progressisti che, specie in Italia, oltre al continuo agitare lo spauracchio del neofascismo pare non sappiano spingersi; mentre non vedono – o fingono di non vedere, è un dubbio che viene – l’odio anticristiano che avanza.
Il generale lascia la Lega e Salvini lo attacca: è come Fini. Ma per Mario Adinolfi ha ragione Vannacci. Secondo Francesco Giubilei il generale sta sbagliando, Emanuele Pozzolo è entrato nella sua truppa. Voi che ne pensate?
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
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Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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