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2024-10-21
La violenza degli abortisti
(Ansa)
Convegni annullati, sedi vandalizzate, gruppi di preghiera minacciati, attivisti aggrediti, imbrattamenti con scritte spray, letame, lanci di pietre, perfino molotov, provvidenziali cordoni di carabinieri e polizia; e ogni tanto qualcuno al Pronto soccorso. Sembra un bilancio di guerra, e probabilmente lo è. Una guerra ufficialmente non dichiarata, ma che di fatto si consuma da molto tempo senza che nessuno riesca a porvi fine. Stiamo parlando della violenza abortista, ossia di quella mobilitazione da un lato agita da più sigle e realtà (collettivi studenteschi, associazioni femministe, anarchici, ecc.) ma, dall’altro, molto precisa, anzi chirurgica, nel colpire una categoria ben precisa: gli attivisti e volontari pro life, ossia quanti si battono a difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.
L’episodio più recente di questa violenza è avvenuto sabato 12 ottobre, con i collettivi femministi che, protestando davanti al collegio San Giuseppe di Torino, hanno bloccato il convegno di Federvita, sul tema «Per una vera tutela sociale della maternità». Era prevista la partecipazione, poi annullata, del giornalista Mario Adinolfi e dell’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, al quale i manifestanti hanno comunque riservato uno slogan a dir poco minaccioso: «Cloro sul clero, sassi su Marrone». Anche gli altri slogan non erano comunque troppo teneri, dato che andavano da «Federvita sottoterra» ad «Obiettore ti sprangheremo senza fare rumore». Questo pur grave episodio non fa che confermare una consolidata consuetudine.
Basti vedere cosa accadde a Giuliano Ferrara quando, nel 2008, decise di correre con la lista «Aborto? No, grazie»: fu più volte costretto a tenere comizi blindati e, là dove questo non accadde, si rischiò il peggio. Come a Bologna, dove in piazza Maggiore sul palco dove parlava l’allora direttore del Foglio fu lanciato letteralmente di tutto: uova, pomodori, monete, bottiglie d’acqua, perfino pietre. Certo, si potrebbe pensare che le aspre contestazioni fossero dovute alle parole del giornalista, che in quei mesi non si faceva troppi problemi a definire l’aborto «una cosa arcaica, squallida, miserabile, ancestrale».
Solo che Ferrara non c’era quando, nel maggio 2011, scattò un’altra protesta, stavolta contro il Movimento per la vita. Il fatto avvenne a Torino, precisamente al prestigioso Salone del libro, i cui cancelli si erano praticamente appena aperti quando un gruppo di donne si era precipitato al padiglione 3 per srotolare uno striscione contro lo spazio espositivo, appunto, del Movimento per la vita, dove ben presto presero a volare schiaffi e spintoni. Fu insomma una sorta di assaggio, col senno di poi, delle accese contestazioni toccate sempre al Salone del libro di Torino, nel maggio dello scorso al ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella, cui neppure le origini familiari radicali hanno risparmiato una cagnara che l’ha costretta alla resa.
Ma torniamo alle violenze dei paladini e delle paladine dell’autodeterminazione femminile, che negli anni non si son certo fermate. Tristemente esemplare, al riguardo, quanto accaduto il 10 luglio 2018 in Trentino, precisamente a Rovereto, quando il movimento «Con Cristo per la vita» - gruppo che dal 1998 si ritrovava a recitare pacificamente il rosario davanti all’ospedale - fu circondato da una quindicina di energumeni fattisi avanti a suon di urla ravvicinate, bestemmie, lanci di volantini blasfemi con insulti alla Madonna; quando la polizia era giunta sul posto, i contestatori si erano già dileguati ma i manifestanti, per lo più anziani, erano comprensibilmente scossi. «Con quell’azione volevano sicuramente fermarci», aveva allora dichiarato Andrea Marzari, referente dell’opera Regina dell’amore presente al presidio di preghiera, aggiungendo: «Hanno voluto lanciarci un avvertimento».
Del resto, a Rovereto mica scherzano. Tanto è vero che, nell’ottobre 2014, a don Matteo Graziola - reo d’essere sceso in piazza a manifestare con le Sentinelle in piedi - furono sottratti e distrutti effetti personali e il sacerdote fu pure raggiunto da numerosi lanci di uova e da percosse, fino a dover essere ricoverato Pronto soccorso. Al Pronto soccorso - per una ferita alla mano con prognosi di 10 giorni - nel marzo 2021 era finito anche l’infermiere Giorgio Celsi, storico militante pro life, dopo essere stato aggredito mentre aveva organizzato un presidio antiabortista fuori dall’ospedale San Gerardo di Monza; in quell’occasione, era stato aggredito al collo da un manesco alfiere dell’abortismo anche il signor Virgilio Baroni, di anni 72.
Che specie le femministe non facciano sconti ai presidi antiabortisti fuori dagli ospedali si era visto anche nel maggio 2013, quando una sessantina di persone inermi pregavano raccolte davanti alla clinica Mangiagalli di Milano, prima d’essere assalite da femministe, appunto, che - oltre al consueto ritornello di bestemmie - avevano scandito una minacciosa promessa («vi spacchiamo tutto»), dopo la quale si erano date al lancio di oggetti contro i manifestanti, in particolare bottiglie piene d’acqua ed accendini. Uno potrebbe pensare che tutto ciò accade perché i pro life, osando manifestare le loro idee così politicamente scorrette, un po’ se la vadano a cercare.
Il fatto è che pure le sedi delle organizzazioni che aiutano le donne in gravidanza difficile o indesiderata - e che dunque nulla fanno se non prestare un aiuto libero e disinteressato - sono oggetto di attacchi notturni. Com’è avvenuto per la sede del Movimento per la Vita di Venezia, che nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2022 è stata imbrattata con un lancio di vernice da parte di ignoti i quali, affinché non ci fossero dubbi sul loro orientamento bioetico, hanno anche lasciato sull’asfalto la seguente scritta: «Aborto ed eutanasia liberi». Oltre alle consuete scritte spray, nel gennaio di quest’anno è arrivato pure un cumulo di letame dinanzi all’ingresso del Centro di aiuto alla vita di Padova. Causalmente, i primi a dare la notizia sono stati sui social i collettivi. «Ci arriva notizia che questa notte la sede degli antiabortisti a Padova ha ricevuto una magica visita inaspettata», recitava infatti poche ore dopo la scoperta della prodezza escrementizia un lungo post su Instagram di Squeert Collettivo, che si presenta come «collettivo Transfemminista di Padova» impegnato a «squeertare sul patriarcato».
Di certo, però, l’episodio più grave e sconvolgente degli ultimi anni contro i pro vita è quello che si è consumato nel novembre 2023 e culminato, dopo una manifestazione contro la violenza sulle donne, con la scoperta d’una bomba molotov nella sede di Pro Vita e famiglia onlus di viale Manzoni a Roma. In quell’occasione, il portavoce di Pro Vita, Jacopo Coghe, si era detto comprensibilmente scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci». A seguito di quel gravissimo episodio, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, aveva nell’occasione avuto parole di condanna «contro ogni violenza».
Gli unici attestati di solidarietà non pervenuti a Pro Vita erano stati quelli di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Una duplice dimenticanza? Forse. Di certo entrambi avranno modo di recuperare, dato che gli attacchi ai danni di chi è a difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, continuano da decenni. E c’è da temere che non si fermeranno.
In aumento gli episodi di cristianofobia
È sostanzialmente impossibile spiegare l’ultradecennale accanimento contro gli esponenti pro life, se non lo si inquadra nell’ambito di un fenomeno più generale, che dilaga da tempo in Occidente: quello della cristianofobia, vale a dire dell’odio e della discriminazione contro i cristiani. Non è un caso che oggi sui media, spesso e volentieri, si arrivi ad etichettare sprezzantemente chiunque attacchi l’aborto – da Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita, al giornalista Mario Adinolfi fino a Simone Pillon – come «ultracattolico»; e pazienza se il primo ad avere parole gravissime contro chi pratica aborti, parlando di «sicari», sia un certo Jorge Mario Bergoglio…
Purtroppo, il fenomeno della cristianofobia è però assai più amplio, nel senso che supera i confini del dibattito bioetico e pure quelli del nostro Paese. Secondo i dati forni dall’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (Oidac Europe) con sede a Vienna, nel 2022 nel Vecchio Continente si sono verificati 792 crimini d’odio anticristiani. Si tratta per lo più di atti di vandalismo e di incendi dolosi; tuttavia lo stesso organismo di vigilanza ha notato un netto aumento di attacchi violenti contro singole persone.
Di certo c’è un aumento di questi crimini d’odio, che solo dal 2011 al 2022 sono cresciuti del 44%. Un trend particolarmente preoccupante è risultato essere l’aumento degli attacchi incendiari documentato in questo periodo, che sono aumentati del 75%, passando da 60 a 105. I Paesi con i numeri più alti sono stati la Germania, seguita da Francia, Italia e Regno Unito. Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sempre aumentati, divenendo 58 nel 2018, 92 nel 2021, addirittura 104 nel 2022. In soli cinque anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre l’845%.
Una crescita esponenziale dovuta senza dubbio anche, se non soprattutto, alla maggiore attenzione che il tema inizia ad avere anche a livello mediatico. In effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti aggrediti, così come di cimiteri violati, di chiese sfregiate o, sotto Natale, di presepi distrutti. Questo però nulla toglie alla gravità del fenomeno. Regina Polak, teologa e sociologa delle regioni presso l’Università di Vienna, commentando gli ultimi dati emersi dalle statistiche europee - che peraltro a breve dovrebbero essere aggiornate -, ha infatti dichiarato che «il crescente numero di crimini d’odio anticristiani in Europa» appare «profondamente preoccupante».
«È altamente necessario aumentare la consapevolezza sia a livello governativo sia sociale su questo problema», ha aggiunto sempre la professoressa Polak, parlando della necessità di «adottare misure politiche per affrontarlo e combatterlo con decisione». C’è da sperare che l’appello arrivi pure alle orecchie dei politici progressisti che, specie in Italia, oltre al continuo agitare lo spauracchio del neofascismo pare non sappiano spingersi; mentre non vedono – o fingono di non vedere, è un dubbio che viene – l’odio anticristiano che avanza.
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Convegni annullati, sedi vandalizzate, lanci di pietre e molotov, attivisti pro life presi a botte e mandati in ospedale. La lista dei soprusi compiuti contro chi difende la vita è lunghissima. E a sinistra si fa finta di non vedere.In Italia casi di cristianofobia in crescita di oltre l’800% in cinque anni. Nel mirino chiese, sacerdoti e anche semplici fedeli.Lo speciale contiene due articoli. Convegni annullati, sedi vandalizzate, gruppi di preghiera minacciati, attivisti aggrediti, imbrattamenti con scritte spray, letame, lanci di pietre, perfino molotov, provvidenziali cordoni di carabinieri e polizia; e ogni tanto qualcuno al Pronto soccorso. Sembra un bilancio di guerra, e probabilmente lo è. Una guerra ufficialmente non dichiarata, ma che di fatto si consuma da molto tempo senza che nessuno riesca a porvi fine. Stiamo parlando della violenza abortista, ossia di quella mobilitazione da un lato agita da più sigle e realtà (collettivi studenteschi, associazioni femministe, anarchici, ecc.) ma, dall’altro, molto precisa, anzi chirurgica, nel colpire una categoria ben precisa: gli attivisti e volontari pro life, ossia quanti si battono a difesa della vita dal concepimento alla morte naturale. L’episodio più recente di questa violenza è avvenuto sabato 12 ottobre, con i collettivi femministi che, protestando davanti al collegio San Giuseppe di Torino, hanno bloccato il convegno di Federvita, sul tema «Per una vera tutela sociale della maternità». Era prevista la partecipazione, poi annullata, del giornalista Mario Adinolfi e dell’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, al quale i manifestanti hanno comunque riservato uno slogan a dir poco minaccioso: «Cloro sul clero, sassi su Marrone». Anche gli altri slogan non erano comunque troppo teneri, dato che andavano da «Federvita sottoterra» ad «Obiettore ti sprangheremo senza fare rumore». Questo pur grave episodio non fa che confermare una consolidata consuetudine.Basti vedere cosa accadde a Giuliano Ferrara quando, nel 2008, decise di correre con la lista «Aborto? No, grazie»: fu più volte costretto a tenere comizi blindati e, là dove questo non accadde, si rischiò il peggio. Come a Bologna, dove in piazza Maggiore sul palco dove parlava l’allora direttore del Foglio fu lanciato letteralmente di tutto: uova, pomodori, monete, bottiglie d’acqua, perfino pietre. Certo, si potrebbe pensare che le aspre contestazioni fossero dovute alle parole del giornalista, che in quei mesi non si faceva troppi problemi a definire l’aborto «una cosa arcaica, squallida, miserabile, ancestrale». Solo che Ferrara non c’era quando, nel maggio 2011, scattò un’altra protesta, stavolta contro il Movimento per la vita. Il fatto avvenne a Torino, precisamente al prestigioso Salone del libro, i cui cancelli si erano praticamente appena aperti quando un gruppo di donne si era precipitato al padiglione 3 per srotolare uno striscione contro lo spazio espositivo, appunto, del Movimento per la vita, dove ben presto presero a volare schiaffi e spintoni. Fu insomma una sorta di assaggio, col senno di poi, delle accese contestazioni toccate sempre al Salone del libro di Torino, nel maggio dello scorso al ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella, cui neppure le origini familiari radicali hanno risparmiato una cagnara che l’ha costretta alla resa. Ma torniamo alle violenze dei paladini e delle paladine dell’autodeterminazione femminile, che negli anni non si son certo fermate. Tristemente esemplare, al riguardo, quanto accaduto il 10 luglio 2018 in Trentino, precisamente a Rovereto, quando il movimento «Con Cristo per la vita» - gruppo che dal 1998 si ritrovava a recitare pacificamente il rosario davanti all’ospedale - fu circondato da una quindicina di energumeni fattisi avanti a suon di urla ravvicinate, bestemmie, lanci di volantini blasfemi con insulti alla Madonna; quando la polizia era giunta sul posto, i contestatori si erano già dileguati ma i manifestanti, per lo più anziani, erano comprensibilmente scossi. «Con quell’azione volevano sicuramente fermarci», aveva allora dichiarato Andrea Marzari, referente dell’opera Regina dell’amore presente al presidio di preghiera, aggiungendo: «Hanno voluto lanciarci un avvertimento».Del resto, a Rovereto mica scherzano. Tanto è vero che, nell’ottobre 2014, a don Matteo Graziola - reo d’essere sceso in piazza a manifestare con le Sentinelle in piedi - furono sottratti e distrutti effetti personali e il sacerdote fu pure raggiunto da numerosi lanci di uova e da percosse, fino a dover essere ricoverato Pronto soccorso. Al Pronto soccorso - per una ferita alla mano con prognosi di 10 giorni - nel marzo 2021 era finito anche l’infermiere Giorgio Celsi, storico militante pro life, dopo essere stato aggredito mentre aveva organizzato un presidio antiabortista fuori dall’ospedale San Gerardo di Monza; in quell’occasione, era stato aggredito al collo da un manesco alfiere dell’abortismo anche il signor Virgilio Baroni, di anni 72.Che specie le femministe non facciano sconti ai presidi antiabortisti fuori dagli ospedali si era visto anche nel maggio 2013, quando una sessantina di persone inermi pregavano raccolte davanti alla clinica Mangiagalli di Milano, prima d’essere assalite da femministe, appunto, che - oltre al consueto ritornello di bestemmie - avevano scandito una minacciosa promessa («vi spacchiamo tutto»), dopo la quale si erano date al lancio di oggetti contro i manifestanti, in particolare bottiglie piene d’acqua ed accendini. Uno potrebbe pensare che tutto ciò accade perché i pro life, osando manifestare le loro idee così politicamente scorrette, un po’ se la vadano a cercare.Il fatto è che pure le sedi delle organizzazioni che aiutano le donne in gravidanza difficile o indesiderata - e che dunque nulla fanno se non prestare un aiuto libero e disinteressato - sono oggetto di attacchi notturni. Com’è avvenuto per la sede del Movimento per la Vita di Venezia, che nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2022 è stata imbrattata con un lancio di vernice da parte di ignoti i quali, affinché non ci fossero dubbi sul loro orientamento bioetico, hanno anche lasciato sull’asfalto la seguente scritta: «Aborto ed eutanasia liberi». Oltre alle consuete scritte spray, nel gennaio di quest’anno è arrivato pure un cumulo di letame dinanzi all’ingresso del Centro di aiuto alla vita di Padova. Causalmente, i primi a dare la notizia sono stati sui social i collettivi. «Ci arriva notizia che questa notte la sede degli antiabortisti a Padova ha ricevuto una magica visita inaspettata», recitava infatti poche ore dopo la scoperta della prodezza escrementizia un lungo post su Instagram di Squeert Collettivo, che si presenta come «collettivo Transfemminista di Padova» impegnato a «squeertare sul patriarcato».Di certo, però, l’episodio più grave e sconvolgente degli ultimi anni contro i pro vita è quello che si è consumato nel novembre 2023 e culminato, dopo una manifestazione contro la violenza sulle donne, con la scoperta d’una bomba molotov nella sede di Pro Vita e famiglia onlus di viale Manzoni a Roma. In quell’occasione, il portavoce di Pro Vita, Jacopo Coghe, si era detto comprensibilmente scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci». A seguito di quel gravissimo episodio, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, aveva nell’occasione avuto parole di condanna «contro ogni violenza». Gli unici attestati di solidarietà non pervenuti a Pro Vita erano stati quelli di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Una duplice dimenticanza? Forse. Di certo entrambi avranno modo di recuperare, dato che gli attacchi ai danni di chi è a difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, continuano da decenni. 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Non è un caso che oggi sui media, spesso e volentieri, si arrivi ad etichettare sprezzantemente chiunque attacchi l’aborto – da Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita, al giornalista Mario Adinolfi fino a Simone Pillon – come «ultracattolico»; e pazienza se il primo ad avere parole gravissime contro chi pratica aborti, parlando di «sicari», sia un certo Jorge Mario Bergoglio… Purtroppo, il fenomeno della cristianofobia è però assai più amplio, nel senso che supera i confini del dibattito bioetico e pure quelli del nostro Paese. Secondo i dati forni dall’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (Oidac Europe) con sede a Vienna, nel 2022 nel Vecchio Continente si sono verificati 792 crimini d’odio anticristiani. Si tratta per lo più di atti di vandalismo e di incendi dolosi; tuttavia lo stesso organismo di vigilanza ha notato un netto aumento di attacchi violenti contro singole persone. Di certo c’è un aumento di questi crimini d’odio, che solo dal 2011 al 2022 sono cresciuti del 44%. Un trend particolarmente preoccupante è risultato essere l’aumento degli attacchi incendiari documentato in questo periodo, che sono aumentati del 75%, passando da 60 a 105. I Paesi con i numeri più alti sono stati la Germania, seguita da Francia, Italia e Regno Unito. Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sempre aumentati, divenendo 58 nel 2018, 92 nel 2021, addirittura 104 nel 2022. In soli cinque anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre l’845%. Una crescita esponenziale dovuta senza dubbio anche, se non soprattutto, alla maggiore attenzione che il tema inizia ad avere anche a livello mediatico. In effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti aggrediti, così come di cimiteri violati, di chiese sfregiate o, sotto Natale, di presepi distrutti. Questo però nulla toglie alla gravità del fenomeno. Regina Polak, teologa e sociologa delle regioni presso l’Università di Vienna, commentando gli ultimi dati emersi dalle statistiche europee - che peraltro a breve dovrebbero essere aggiornate -, ha infatti dichiarato che «il crescente numero di crimini d’odio anticristiani in Europa» appare «profondamente preoccupante». «È altamente necessario aumentare la consapevolezza sia a livello governativo sia sociale su questo problema», ha aggiunto sempre la professoressa Polak, parlando della necessità di «adottare misure politiche per affrontarlo e combatterlo con decisione». C’è da sperare che l’appello arrivi pure alle orecchie dei politici progressisti che, specie in Italia, oltre al continuo agitare lo spauracchio del neofascismo pare non sappiano spingersi; mentre non vedono – o fingono di non vedere, è un dubbio che viene – l’odio anticristiano che avanza.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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