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2024-10-21
La violenza degli abortisti
(Ansa)
Convegni annullati, sedi vandalizzate, gruppi di preghiera minacciati, attivisti aggrediti, imbrattamenti con scritte spray, letame, lanci di pietre, perfino molotov, provvidenziali cordoni di carabinieri e polizia; e ogni tanto qualcuno al Pronto soccorso. Sembra un bilancio di guerra, e probabilmente lo è. Una guerra ufficialmente non dichiarata, ma che di fatto si consuma da molto tempo senza che nessuno riesca a porvi fine. Stiamo parlando della violenza abortista, ossia di quella mobilitazione da un lato agita da più sigle e realtà (collettivi studenteschi, associazioni femministe, anarchici, ecc.) ma, dall’altro, molto precisa, anzi chirurgica, nel colpire una categoria ben precisa: gli attivisti e volontari pro life, ossia quanti si battono a difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.
L’episodio più recente di questa violenza è avvenuto sabato 12 ottobre, con i collettivi femministi che, protestando davanti al collegio San Giuseppe di Torino, hanno bloccato il convegno di Federvita, sul tema «Per una vera tutela sociale della maternità». Era prevista la partecipazione, poi annullata, del giornalista Mario Adinolfi e dell’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, al quale i manifestanti hanno comunque riservato uno slogan a dir poco minaccioso: «Cloro sul clero, sassi su Marrone». Anche gli altri slogan non erano comunque troppo teneri, dato che andavano da «Federvita sottoterra» ad «Obiettore ti sprangheremo senza fare rumore». Questo pur grave episodio non fa che confermare una consolidata consuetudine.
Basti vedere cosa accadde a Giuliano Ferrara quando, nel 2008, decise di correre con la lista «Aborto? No, grazie»: fu più volte costretto a tenere comizi blindati e, là dove questo non accadde, si rischiò il peggio. Come a Bologna, dove in piazza Maggiore sul palco dove parlava l’allora direttore del Foglio fu lanciato letteralmente di tutto: uova, pomodori, monete, bottiglie d’acqua, perfino pietre. Certo, si potrebbe pensare che le aspre contestazioni fossero dovute alle parole del giornalista, che in quei mesi non si faceva troppi problemi a definire l’aborto «una cosa arcaica, squallida, miserabile, ancestrale».
Solo che Ferrara non c’era quando, nel maggio 2011, scattò un’altra protesta, stavolta contro il Movimento per la vita. Il fatto avvenne a Torino, precisamente al prestigioso Salone del libro, i cui cancelli si erano praticamente appena aperti quando un gruppo di donne si era precipitato al padiglione 3 per srotolare uno striscione contro lo spazio espositivo, appunto, del Movimento per la vita, dove ben presto presero a volare schiaffi e spintoni. Fu insomma una sorta di assaggio, col senno di poi, delle accese contestazioni toccate sempre al Salone del libro di Torino, nel maggio dello scorso al ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella, cui neppure le origini familiari radicali hanno risparmiato una cagnara che l’ha costretta alla resa.
Ma torniamo alle violenze dei paladini e delle paladine dell’autodeterminazione femminile, che negli anni non si son certo fermate. Tristemente esemplare, al riguardo, quanto accaduto il 10 luglio 2018 in Trentino, precisamente a Rovereto, quando il movimento «Con Cristo per la vita» - gruppo che dal 1998 si ritrovava a recitare pacificamente il rosario davanti all’ospedale - fu circondato da una quindicina di energumeni fattisi avanti a suon di urla ravvicinate, bestemmie, lanci di volantini blasfemi con insulti alla Madonna; quando la polizia era giunta sul posto, i contestatori si erano già dileguati ma i manifestanti, per lo più anziani, erano comprensibilmente scossi. «Con quell’azione volevano sicuramente fermarci», aveva allora dichiarato Andrea Marzari, referente dell’opera Regina dell’amore presente al presidio di preghiera, aggiungendo: «Hanno voluto lanciarci un avvertimento».
Del resto, a Rovereto mica scherzano. Tanto è vero che, nell’ottobre 2014, a don Matteo Graziola - reo d’essere sceso in piazza a manifestare con le Sentinelle in piedi - furono sottratti e distrutti effetti personali e il sacerdote fu pure raggiunto da numerosi lanci di uova e da percosse, fino a dover essere ricoverato Pronto soccorso. Al Pronto soccorso - per una ferita alla mano con prognosi di 10 giorni - nel marzo 2021 era finito anche l’infermiere Giorgio Celsi, storico militante pro life, dopo essere stato aggredito mentre aveva organizzato un presidio antiabortista fuori dall’ospedale San Gerardo di Monza; in quell’occasione, era stato aggredito al collo da un manesco alfiere dell’abortismo anche il signor Virgilio Baroni, di anni 72.
Che specie le femministe non facciano sconti ai presidi antiabortisti fuori dagli ospedali si era visto anche nel maggio 2013, quando una sessantina di persone inermi pregavano raccolte davanti alla clinica Mangiagalli di Milano, prima d’essere assalite da femministe, appunto, che - oltre al consueto ritornello di bestemmie - avevano scandito una minacciosa promessa («vi spacchiamo tutto»), dopo la quale si erano date al lancio di oggetti contro i manifestanti, in particolare bottiglie piene d’acqua ed accendini. Uno potrebbe pensare che tutto ciò accade perché i pro life, osando manifestare le loro idee così politicamente scorrette, un po’ se la vadano a cercare.
Il fatto è che pure le sedi delle organizzazioni che aiutano le donne in gravidanza difficile o indesiderata - e che dunque nulla fanno se non prestare un aiuto libero e disinteressato - sono oggetto di attacchi notturni. Com’è avvenuto per la sede del Movimento per la Vita di Venezia, che nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2022 è stata imbrattata con un lancio di vernice da parte di ignoti i quali, affinché non ci fossero dubbi sul loro orientamento bioetico, hanno anche lasciato sull’asfalto la seguente scritta: «Aborto ed eutanasia liberi». Oltre alle consuete scritte spray, nel gennaio di quest’anno è arrivato pure un cumulo di letame dinanzi all’ingresso del Centro di aiuto alla vita di Padova. Causalmente, i primi a dare la notizia sono stati sui social i collettivi. «Ci arriva notizia che questa notte la sede degli antiabortisti a Padova ha ricevuto una magica visita inaspettata», recitava infatti poche ore dopo la scoperta della prodezza escrementizia un lungo post su Instagram di Squeert Collettivo, che si presenta come «collettivo Transfemminista di Padova» impegnato a «squeertare sul patriarcato».
Di certo, però, l’episodio più grave e sconvolgente degli ultimi anni contro i pro vita è quello che si è consumato nel novembre 2023 e culminato, dopo una manifestazione contro la violenza sulle donne, con la scoperta d’una bomba molotov nella sede di Pro Vita e famiglia onlus di viale Manzoni a Roma. In quell’occasione, il portavoce di Pro Vita, Jacopo Coghe, si era detto comprensibilmente scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci». A seguito di quel gravissimo episodio, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, aveva nell’occasione avuto parole di condanna «contro ogni violenza».
Gli unici attestati di solidarietà non pervenuti a Pro Vita erano stati quelli di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Una duplice dimenticanza? Forse. Di certo entrambi avranno modo di recuperare, dato che gli attacchi ai danni di chi è a difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, continuano da decenni. E c’è da temere che non si fermeranno.
In aumento gli episodi di cristianofobia
È sostanzialmente impossibile spiegare l’ultradecennale accanimento contro gli esponenti pro life, se non lo si inquadra nell’ambito di un fenomeno più generale, che dilaga da tempo in Occidente: quello della cristianofobia, vale a dire dell’odio e della discriminazione contro i cristiani. Non è un caso che oggi sui media, spesso e volentieri, si arrivi ad etichettare sprezzantemente chiunque attacchi l’aborto – da Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita, al giornalista Mario Adinolfi fino a Simone Pillon – come «ultracattolico»; e pazienza se il primo ad avere parole gravissime contro chi pratica aborti, parlando di «sicari», sia un certo Jorge Mario Bergoglio…
Purtroppo, il fenomeno della cristianofobia è però assai più amplio, nel senso che supera i confini del dibattito bioetico e pure quelli del nostro Paese. Secondo i dati forni dall’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (Oidac Europe) con sede a Vienna, nel 2022 nel Vecchio Continente si sono verificati 792 crimini d’odio anticristiani. Si tratta per lo più di atti di vandalismo e di incendi dolosi; tuttavia lo stesso organismo di vigilanza ha notato un netto aumento di attacchi violenti contro singole persone.
Di certo c’è un aumento di questi crimini d’odio, che solo dal 2011 al 2022 sono cresciuti del 44%. Un trend particolarmente preoccupante è risultato essere l’aumento degli attacchi incendiari documentato in questo periodo, che sono aumentati del 75%, passando da 60 a 105. I Paesi con i numeri più alti sono stati la Germania, seguita da Francia, Italia e Regno Unito. Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sempre aumentati, divenendo 58 nel 2018, 92 nel 2021, addirittura 104 nel 2022. In soli cinque anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre l’845%.
Una crescita esponenziale dovuta senza dubbio anche, se non soprattutto, alla maggiore attenzione che il tema inizia ad avere anche a livello mediatico. In effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti aggrediti, così come di cimiteri violati, di chiese sfregiate o, sotto Natale, di presepi distrutti. Questo però nulla toglie alla gravità del fenomeno. Regina Polak, teologa e sociologa delle regioni presso l’Università di Vienna, commentando gli ultimi dati emersi dalle statistiche europee - che peraltro a breve dovrebbero essere aggiornate -, ha infatti dichiarato che «il crescente numero di crimini d’odio anticristiani in Europa» appare «profondamente preoccupante».
«È altamente necessario aumentare la consapevolezza sia a livello governativo sia sociale su questo problema», ha aggiunto sempre la professoressa Polak, parlando della necessità di «adottare misure politiche per affrontarlo e combatterlo con decisione». C’è da sperare che l’appello arrivi pure alle orecchie dei politici progressisti che, specie in Italia, oltre al continuo agitare lo spauracchio del neofascismo pare non sappiano spingersi; mentre non vedono – o fingono di non vedere, è un dubbio che viene – l’odio anticristiano che avanza.
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Convegni annullati, sedi vandalizzate, lanci di pietre e molotov, attivisti pro life presi a botte e mandati in ospedale. La lista dei soprusi compiuti contro chi difende la vita è lunghissima. E a sinistra si fa finta di non vedere.In Italia casi di cristianofobia in crescita di oltre l’800% in cinque anni. Nel mirino chiese, sacerdoti e anche semplici fedeli.Lo speciale contiene due articoli. Convegni annullati, sedi vandalizzate, gruppi di preghiera minacciati, attivisti aggrediti, imbrattamenti con scritte spray, letame, lanci di pietre, perfino molotov, provvidenziali cordoni di carabinieri e polizia; e ogni tanto qualcuno al Pronto soccorso. Sembra un bilancio di guerra, e probabilmente lo è. Una guerra ufficialmente non dichiarata, ma che di fatto si consuma da molto tempo senza che nessuno riesca a porvi fine. Stiamo parlando della violenza abortista, ossia di quella mobilitazione da un lato agita da più sigle e realtà (collettivi studenteschi, associazioni femministe, anarchici, ecc.) ma, dall’altro, molto precisa, anzi chirurgica, nel colpire una categoria ben precisa: gli attivisti e volontari pro life, ossia quanti si battono a difesa della vita dal concepimento alla morte naturale. L’episodio più recente di questa violenza è avvenuto sabato 12 ottobre, con i collettivi femministi che, protestando davanti al collegio San Giuseppe di Torino, hanno bloccato il convegno di Federvita, sul tema «Per una vera tutela sociale della maternità». Era prevista la partecipazione, poi annullata, del giornalista Mario Adinolfi e dell’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, al quale i manifestanti hanno comunque riservato uno slogan a dir poco minaccioso: «Cloro sul clero, sassi su Marrone». Anche gli altri slogan non erano comunque troppo teneri, dato che andavano da «Federvita sottoterra» ad «Obiettore ti sprangheremo senza fare rumore». Questo pur grave episodio non fa che confermare una consolidata consuetudine.Basti vedere cosa accadde a Giuliano Ferrara quando, nel 2008, decise di correre con la lista «Aborto? No, grazie»: fu più volte costretto a tenere comizi blindati e, là dove questo non accadde, si rischiò il peggio. Come a Bologna, dove in piazza Maggiore sul palco dove parlava l’allora direttore del Foglio fu lanciato letteralmente di tutto: uova, pomodori, monete, bottiglie d’acqua, perfino pietre. Certo, si potrebbe pensare che le aspre contestazioni fossero dovute alle parole del giornalista, che in quei mesi non si faceva troppi problemi a definire l’aborto «una cosa arcaica, squallida, miserabile, ancestrale». Solo che Ferrara non c’era quando, nel maggio 2011, scattò un’altra protesta, stavolta contro il Movimento per la vita. Il fatto avvenne a Torino, precisamente al prestigioso Salone del libro, i cui cancelli si erano praticamente appena aperti quando un gruppo di donne si era precipitato al padiglione 3 per srotolare uno striscione contro lo spazio espositivo, appunto, del Movimento per la vita, dove ben presto presero a volare schiaffi e spintoni. Fu insomma una sorta di assaggio, col senno di poi, delle accese contestazioni toccate sempre al Salone del libro di Torino, nel maggio dello scorso al ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella, cui neppure le origini familiari radicali hanno risparmiato una cagnara che l’ha costretta alla resa. Ma torniamo alle violenze dei paladini e delle paladine dell’autodeterminazione femminile, che negli anni non si son certo fermate. Tristemente esemplare, al riguardo, quanto accaduto il 10 luglio 2018 in Trentino, precisamente a Rovereto, quando il movimento «Con Cristo per la vita» - gruppo che dal 1998 si ritrovava a recitare pacificamente il rosario davanti all’ospedale - fu circondato da una quindicina di energumeni fattisi avanti a suon di urla ravvicinate, bestemmie, lanci di volantini blasfemi con insulti alla Madonna; quando la polizia era giunta sul posto, i contestatori si erano già dileguati ma i manifestanti, per lo più anziani, erano comprensibilmente scossi. «Con quell’azione volevano sicuramente fermarci», aveva allora dichiarato Andrea Marzari, referente dell’opera Regina dell’amore presente al presidio di preghiera, aggiungendo: «Hanno voluto lanciarci un avvertimento».Del resto, a Rovereto mica scherzano. Tanto è vero che, nell’ottobre 2014, a don Matteo Graziola - reo d’essere sceso in piazza a manifestare con le Sentinelle in piedi - furono sottratti e distrutti effetti personali e il sacerdote fu pure raggiunto da numerosi lanci di uova e da percosse, fino a dover essere ricoverato Pronto soccorso. Al Pronto soccorso - per una ferita alla mano con prognosi di 10 giorni - nel marzo 2021 era finito anche l’infermiere Giorgio Celsi, storico militante pro life, dopo essere stato aggredito mentre aveva organizzato un presidio antiabortista fuori dall’ospedale San Gerardo di Monza; in quell’occasione, era stato aggredito al collo da un manesco alfiere dell’abortismo anche il signor Virgilio Baroni, di anni 72.Che specie le femministe non facciano sconti ai presidi antiabortisti fuori dagli ospedali si era visto anche nel maggio 2013, quando una sessantina di persone inermi pregavano raccolte davanti alla clinica Mangiagalli di Milano, prima d’essere assalite da femministe, appunto, che - oltre al consueto ritornello di bestemmie - avevano scandito una minacciosa promessa («vi spacchiamo tutto»), dopo la quale si erano date al lancio di oggetti contro i manifestanti, in particolare bottiglie piene d’acqua ed accendini. Uno potrebbe pensare che tutto ciò accade perché i pro life, osando manifestare le loro idee così politicamente scorrette, un po’ se la vadano a cercare.Il fatto è che pure le sedi delle organizzazioni che aiutano le donne in gravidanza difficile o indesiderata - e che dunque nulla fanno se non prestare un aiuto libero e disinteressato - sono oggetto di attacchi notturni. Com’è avvenuto per la sede del Movimento per la Vita di Venezia, che nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2022 è stata imbrattata con un lancio di vernice da parte di ignoti i quali, affinché non ci fossero dubbi sul loro orientamento bioetico, hanno anche lasciato sull’asfalto la seguente scritta: «Aborto ed eutanasia liberi». Oltre alle consuete scritte spray, nel gennaio di quest’anno è arrivato pure un cumulo di letame dinanzi all’ingresso del Centro di aiuto alla vita di Padova. Causalmente, i primi a dare la notizia sono stati sui social i collettivi. «Ci arriva notizia che questa notte la sede degli antiabortisti a Padova ha ricevuto una magica visita inaspettata», recitava infatti poche ore dopo la scoperta della prodezza escrementizia un lungo post su Instagram di Squeert Collettivo, che si presenta come «collettivo Transfemminista di Padova» impegnato a «squeertare sul patriarcato».Di certo, però, l’episodio più grave e sconvolgente degli ultimi anni contro i pro vita è quello che si è consumato nel novembre 2023 e culminato, dopo una manifestazione contro la violenza sulle donne, con la scoperta d’una bomba molotov nella sede di Pro Vita e famiglia onlus di viale Manzoni a Roma. In quell’occasione, il portavoce di Pro Vita, Jacopo Coghe, si era detto comprensibilmente scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci». A seguito di quel gravissimo episodio, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, aveva nell’occasione avuto parole di condanna «contro ogni violenza». Gli unici attestati di solidarietà non pervenuti a Pro Vita erano stati quelli di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Una duplice dimenticanza? Forse. Di certo entrambi avranno modo di recuperare, dato che gli attacchi ai danni di chi è a difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, continuano da decenni. 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Non è un caso che oggi sui media, spesso e volentieri, si arrivi ad etichettare sprezzantemente chiunque attacchi l’aborto – da Jacopo Coghe e Maria Rachele Ruiu di Pro Vita, al giornalista Mario Adinolfi fino a Simone Pillon – come «ultracattolico»; e pazienza se il primo ad avere parole gravissime contro chi pratica aborti, parlando di «sicari», sia un certo Jorge Mario Bergoglio… Purtroppo, il fenomeno della cristianofobia è però assai più amplio, nel senso che supera i confini del dibattito bioetico e pure quelli del nostro Paese. Secondo i dati forni dall’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (Oidac Europe) con sede a Vienna, nel 2022 nel Vecchio Continente si sono verificati 792 crimini d’odio anticristiani. Si tratta per lo più di atti di vandalismo e di incendi dolosi; tuttavia lo stesso organismo di vigilanza ha notato un netto aumento di attacchi violenti contro singole persone. Di certo c’è un aumento di questi crimini d’odio, che solo dal 2011 al 2022 sono cresciuti del 44%. Un trend particolarmente preoccupante è risultato essere l’aumento degli attacchi incendiari documentato in questo periodo, che sono aumentati del 75%, passando da 60 a 105. I Paesi con i numeri più alti sono stati la Germania, seguita da Francia, Italia e Regno Unito. Consultando i dati che l’Odihr - l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani che è la principale istituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) - ha raccolto da altre fonti e pubblicato sul suo sito, si scopre infatti come se nell’anno 2017, nella nostra penisola, si erano stati registrati appena 11 atti d’odio con matrice anticristiana, nel tempo essi sono sempre aumentati, divenendo 58 nel 2018, 92 nel 2021, addirittura 104 nel 2022. In soli cinque anni, in Italia, i casi di cristianofobia sarebbero quindi aumentati di oltre l’845%. Una crescita esponenziale dovuta senza dubbio anche, se non soprattutto, alla maggiore attenzione che il tema inizia ad avere anche a livello mediatico. In effetti, al di là delle statistiche, a parlare sono le cronache, che riferiscono sempre più spesso, per esempio, di fedeli o sacerdoti aggrediti, così come di cimiteri violati, di chiese sfregiate o, sotto Natale, di presepi distrutti. Questo però nulla toglie alla gravità del fenomeno. Regina Polak, teologa e sociologa delle regioni presso l’Università di Vienna, commentando gli ultimi dati emersi dalle statistiche europee - che peraltro a breve dovrebbero essere aggiornate -, ha infatti dichiarato che «il crescente numero di crimini d’odio anticristiani in Europa» appare «profondamente preoccupante». «È altamente necessario aumentare la consapevolezza sia a livello governativo sia sociale su questo problema», ha aggiunto sempre la professoressa Polak, parlando della necessità di «adottare misure politiche per affrontarlo e combatterlo con decisione». C’è da sperare che l’appello arrivi pure alle orecchie dei politici progressisti che, specie in Italia, oltre al continuo agitare lo spauracchio del neofascismo pare non sappiano spingersi; mentre non vedono – o fingono di non vedere, è un dubbio che viene – l’odio anticristiano che avanza.
Nelle prossime settimane, secondo quanto risulta alla Verità, altri aderenti, tra Brescia e Milano, potrebbero unirsi all’iniziativa. È il passaggio che trasforma il caso da storia di lusso, affari, ritardi e promesse mancate in una vicenda giudiziaria. Il paradosso è tutto in una cifra: 1 euro. Mentre ai soci facoltosi (avvocati, banchieri, imprenditori, giornalisti e persino ex calciatori) veniva venduta l’idea di entrare nel club più esclusivo di New York trapiantato a Milano, la società che teneva in mano il rapporto sull’immobile di corso Matteotti 14 veniva prima data in pegno e poi ceduta a Reinvest per un prezzo simbolico. Non il palazzo, naturalmente. Ma il veicolo societario da cui dipendeva l’intero progetto milanese.
Il primo segnale del cedimento arriva il 30 maggio 2025. Core Milan Llc, società del Delaware riconducibile al mondo The Core, costituisce in pegno a favore di Reinvest il 100% delle quote di Core Matteotti srl, la società che deteneva il contratto sull’immobile. Il pegno garantisce un finanziamento da 500.000 euro. Tradotto: la società chiave del progetto viene messa a garanzia di un debito.
Meno di due mesi dopo, il 18 luglio 2025, arriva il passaggio decisivo: Core Milan Llc cede a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl per 1 euro. Un prezzo simbolico, non perché l’immobile non valesse nulla, ma perché la società era ormai gravata da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento della posizione, compresi i debiti accumulati e le somme non pagate dal mondo Core, pur di salvare il contratto sull’immobile. Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise, fondatrici americane di The Core, non controllano più la società che reggeva il progetto milanese.
The Core era stato annunciato nel 2019 come il club privato più esclusivo in arrivo da New York, in un palazzo di pregio di proprietà della chiesa. Il contratto di locazione ventennale prevedeva canoni milionari: da 1,056 milioni l’anno fino a 1,5 milioni dal settimo anno.
Dopo la cessione a Reinvest, Core tenta di rientrare con una sublocazione. Il 15 ottobre 2025 Core Matteotti, ormai in mano a Reinvest, firma con Core Milan srl per una porzione dell’edificio: canone da 4,5 milioni l’anno, più 900.000 euro il primo anno, e garanzie per 10,2 milioni da presentare entro il 13 gennaio 2026. Le garanzie non arrivano. Il 6 febbraio 2026 il contratto viene risolto per inadempimento e la sede promessa ai soci esce dal perimetro operativo di The Core.
È qui che la vicenda diventa giuridicamente sensibile. Se i fatti saranno confermati, potranno essere valutate ipotesi di truffa, bancarotta e altri profili legati alla destinazione delle somme. Con 700 soci dichiarati e quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva (fino a fee iniziali da 70.000 dollari) la raccolta teorica potrebbe oscillare tra 7 e oltre 18 milioni di euro.
Un primo fronte era già emerso con lo studio legale Lexia, che assiste alcuni soci per la mancata disponibilità della sede. Ora, con l’esposto dello studio Pizzoccaro, il caso arriverà sul tavolo del procuratore Marcello Viola.
Intanto Jennie e Dangene rassicurano i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi. Una versione che si scontra con la realtà e con i documenti ora in Procura. Anche la ricerca di una nuova sede, tra corso Magenta e via Meravigli, rischia di apparire più come un modo per prendere tempo che come un vero salvataggio.
Perché banchieri e avvocati sono finiti in The Core? Un socio, anonimo, la sintetizza così: «A Milano questi club vanno di moda perché non puoi non esserci: servono anche a dimostrare che puoi permetterti di spendere».
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