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Abbiamo 350 jihadisti del Califfato sull’altra sponda del Mare Adriatico

Abbiamo 350 jihadisti del Califfato sull’altra sponda del Mare Adriatico
  • Dopo la disfatta dello Stato islamico, si stanno concentrando nel Kosovo, nota fucina di foreign fighters. Pristina vuole la liberalizzazione dei visti nell'Ue così si spalancheranno le porte a schiere di miliziani.
  • Il deputato serbo: «Nel Paese già censiti cinque campi di Daesh Svegliatevi: tra i Balcani e la Puglia passano solo 100 chilometri».

Lo speciale contiene due articoli


I salentini lo sanno: in certe giornate terse, dalla costa adriatica si scorgono le montagne dell'Albania. I Balcani sono a una manciata di chilometri in linea d'aria. E poco oltre i monti albanesi, in un lembo di terra non più grande dell'Abruzzo, ci sono anche i nostri più temibili nemici: i jihadisti.

Dal Kosovo, Paese che nel 2008, dopo il sanguinoso conflitto con la Serbia, si è dichiarato unilateralmente indipendente, sono partiti per la Siria almeno 348 miliziani dell'Isis. Una cifra enorme, visto che la regione ha meno di 2 milioni di abitanti. Il Kosovo, dove circa il 95% della popolazione è di fede musulmana, è stato il secondo più grande esportatore di foreign fighters dopo la Tunisia. Con lo Stato islamico in rotta («ma è una disfatta territoriale, non ideologica», ricorda alla Verità il generale Giuseppe Morabito, membro del consiglio direttivo della Nato defense college foundation), molti di quei combattenti sono rientrati nel loro Paese. Altri, come un mese fa aveva denunciato il primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, stanno per rientrare. Per circa un centinaio di loro si sono aperte le porte della galera. Ma in una regione tristemente nota per la criminalità organizzata e il traffico d'organi, la maggior parte è uscita o uscirà in pochi mesi. L'ha ammesso al Times anche uno dei ministri kosovari che si era occupato di antiterrorismo, Fikrije Krasniqi: «I giudici faticano a comminare lunghe condanne contro i membri dell'Isis a causa della mancanza di prove. Inoltre, la mancanza di un sistema rigido lascia molti sospetti terroristi liberi». Insomma, abbiamo potenziali attentatori islamici sull'altra sponda dell'Adriatico. Una minaccia gravissima, se si considera che il governo di Pristina, pur non facendo parte dell'Ue, da anni chiede a Bruxelles la libera circolazione senza visto obbligatorio all'interno dell'Unione.

Alla Verità, l'onorevole Vito Comencini, esponente della Lega in commissione Esteri, ha riferito che giovedì scorso, in quell'ufficio parlamentare, si è svolto un incontro informale con alcuni delegati di Pristina. E cosa chiedevano costoro? La liberalizzazione dei visti, appunto. Un'ipotesi che trova già d'accordo l'Europarlamento, ma che sta suscitando, per fortuna, l'opposizione di Paesi come Francia, Germania e la stessa Italia. È facile immaginare cosa significherebbe la «libera circolazione». In Kosovo, che è la terra d'origine di Lavdrim Muhaxheri, un «martire» del Califfato eloquentemente soprannominato «Il Macellaio», «i foreign fighters potrebbero essere considerati come dei veterani da emulare», spiega Morabito. Nella regione, la maggior parte delle moschee e delle scuole viene costruita con donazioni riconducibili ad Arabia Saudita e Turchia; è facile che i giovani trovino in questi miliziani degli esempi da imitare. «Basterebbe un analogo del programma Erasmus», ribadisce il generale «e questi ragazzi, dopo essere stati radicalizzati, potrebbero venire a studiare da noi ingegneria o chimica. E indovini cosa può fare un chimico potenziale terrorista...». Un'idea? A giugno 2018, è stata arrestata una coppia di kosovari sospettati di pianificare attentati in Francia e Belgio.

È evidente che l'esecutivo di Pristina non può o non vuole affrontare il problema. E lascia liberi di cercare nuove reclute gli ex combattenti dell'Isis. Come Fitim Lladrovci, che in Siria c'è andato due volte. Ora è in Kosovo e continua a fare proselitismo. Attenzione, però. Tenere i jihadisti in carcere in Kosovo non sarebbe una garanzia. Il rischio, al contrario, è che si mettano a indottrinare e reclutare pure lì dentro. Per questo, il governo di recente ha varato un piano per contrastare la radicalizzazione nelle galere, inviando una serie di imam «moderati» a predicare tra i detenuti. È improbabile che questa misura serva a qualcosa, in uno Stato fallito, in cui l'autorità centrale è incapace di imporsi sulle bande armate e in cui l'islam è stato per decenni «allattato» dai neo ottomani di Ankara e da Riad. In particolare, in Kosovo c'è stata una forte penetrazione dell'estremismo wahabita e salafita attraverso varie Ong saudite, quali Rinia Islame, che hanno finanziato edifici religiosi, scuole e hanno sovvenzionato i foreign fighers.

Proprio la massiccia presenza di musulmani radicali ha costretto le forze Nato, con la missione Kfor, a garantire la protezione dei monasteri ortodossi del Paese. Noi italiani siamo ininterrottamente al comando dell'operazione dal 2013. Ma la presenza militare non basta a contenere i jihadisti. L'Europa, con poche eccezioni, si è affrettata a riconoscere l'indipendenza del Kosovo. Ma «un Kosovo monoetnico e monoreligioso», ha lamentato pochi giorni fa il vescovo ortodosso serbo Artemije Radosavljevic, «verrà utilizzato per rafforzare l'Al Qaeda bianca», la costola di quell'organizzazione terroristica costituita da miliziani dai tratti somatici europei. «A 20 anni dall'inizio delle operazioni Nato in Kosovo, l'Ue poteva fare di più. Servirebbe un grande piano Marshall per ridurre i pericoli nella regione», conclude il generale Morabito. «È un Paese con un Pil pro capite di 4.500 dollari l'anno, chiaro che i giovani, senza un lavoro e un futuro certo, siano molto esposti all'indottrinamento. E poi bisognerebbe tenere alto il livello di controllo. Ma il governo del Kosovo lo vuole davvero?». Appunto: il governo del Kosovo lo vuole davvero?

«Ritornano dalla Siria e addestrano nuove leve»


Jovan Palalic è un deputato serbo. Esponente del Partito del popolo serbo, alleato dell'attuale governo di centrodestra, Palalic, grande ammiratore dell'Italia, da anni denuncia il pericolo della polveriera islamista in Kosovo.

Onorevole Palalic, il radicalismo in Kosovo è un fenomeno antico?

«Due decenni fa ci fu una conferenza islamica in Pakistan. In quella conferenza, si disse che la lotta dei separatisti kosovari andava considerata alla stregua di una jihad».

La secessione dalla Serbia era una guerra santa?

«Per gli islamisti, sì. E vari Stati islamici hanno aiutato i combattenti kosovari. Durante la guerra, furono installati dei campi d'addestramento per i separatisti».

Questi campi d'addestramento sono rimasti?

«Sì. Sono stati riadattati per i jihadisti».

Cioè?

«Secondo il sito d'informazione russo Sputnik, sono attivi in Kosovo cinque campi d'addestramento dell'Isis».

Molti kosovari hanno combattuto per il Califfato.

«Più di 300. E adesso molti di loro sono ritornati in Kosovo e sono attivi come addestratori in quei campi».

Cosa succede ai serbi che vivono in Kosovo?

«Già da tre anni, sulle abitazioni delle famiglie di etnia serba sono comparse delle scritte inneggianti all'Isis».

Il governo di Pristina ha reagito?

«Il governo non funziona».

Che intende?

«Secondo noi serbi, il Kosovo è un fake State. Non funzionano le istituzioni, c'è un enorme tasso di criminalità. Figuriamoci se possono contrastare i fondamentalisti».

Quindi, non esiste nessuna contromisura.

«Persino i rappresentanti internazionali tacciono sui centri d'addestramento islamisti in Kosovo. Tutti».

La Turchia contribuisce a radicalizzare il Kosovo?

«La Turchia coltiva ancora un vecchio progetto, quello del “corridoio verde"».

Il corridoio verde? Cos'è?

«L'idea di penetrare nel cuore dell'Europa e di destabilizzarla attraverso i Balcani».

Penetrare in Europa attraverso il Kosovo?

«Il Kosovo, la Bosnia Erzegovina e l'Albania. Ovvero, le regioni a forte presenza musulmana. Non a caso, la Turchia è la prima ad aver sostenuto l'indipendenza del Kosovo».

Il corridoio verde rientra nel disegno neo ottomano di Recep Tayyip Erdogan?

«Sì. Basta una dichiarazione per capire a cosa ambisca Erdogan».

Quale dichiarazione?

«Ha detto che Santa Sofia, oggi un museo, tornerà a essere una moschea».

Una moschea?

«Sì. È una minaccia rivolta a tutti i cristiani ortodossi».

E l'Arabia Saudita?

«È molto presente in Kosovo e in Bosnia. Finanzia moschee, scuole, università… C'è una vera e propria penetrazione ideologica dell'islam saudita».

Il fondamentalismo islamico in Kosovo è una minaccia per l'Europa?

«Certo. La situazione è molto pericolosa per i Balcani e il resto dell'Europa. Si può supporre che nei campi d'addestramento si stiano preparando i terroristi per attacchi nel cuore del continente».

Stanno preparando attacchi terroristici?

«Non posso dire con certezza se siano già pronti. Però è molto importante che l'Europa si svegli. Il Rassemblement nazionale in Francia e la Lega possono contribuire».

Confida nella Lega?

«Sì, anche perché l'Italia è uno dei diretti interessati dal problema: da Pristina alla Puglia passano 100 chilometri in linea d'aria».

Da Crozza a Gruber, i pifferai rossi si sono scatenati dopo il referendum
Maurizio Crozza (Ansa)
All’indomani del voto sulla giustizia, gli alfieri televisivi della sinistra hanno rotto gli argini per attaccare il governo Meloni a ogni trasmissione utile. Dentro il piccolo schermo, la campagna per le politiche è iniziata

Addio freni inibitori. Autocontrollo, questo sconosciuto. Ora che la meta si avvicina e in fondo al rettilineo s’intravede lo striscione del traguardo, vale tutto. La meta è la vittoria del campo largo alle prossime elezioni. O, detto in altro modo, la detronizzazione di Giorgia Meloni; e non si sa per che cosa si goda maggiormente.

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Il Teatro Regio di Torino annuncia una stagione «Fatale»: inaugurazione con Mascagni e Leoncavallo
Presentato il cartellone 2026/27: quindici titoli, nove nuovi allestimenti, tre appuntamenti dedicati alla danza e il gioiello barocco di Vivaldi Juditha triumphans. Un’ambiziosa tetralogia verista per l’inaugurazione e il gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij e la regia di Robert Carsen.
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Il bilancio di Tedros: 3 vittime, 5 casi confermati («Ma aumenteranno»). Rispuntano Bassetti, Burioni & C. Il capitano della MV Hondius dopo la morte del primo paziente: «Nave sicura». Hostess ricoverata in Olanda.

Mamma mia, here we go again. Ci risiamo davvero? L’epidemia di Hantavirus non è nemmeno un’epidemia, ma i giornali hanno subito ritrovato il gusto dell’apocalisse sanitaria. E sono ricomparse le virostar. Al solito, con tutto e il suo contrario: Matteo Bassetti è preoccupato per la letalità della malattia e per la dispersione dei potenziali untori; Fabrizio Pregliasco esorta a evitare «inutili allarmismi»; Roberto Burioni rispolvera l’arte della spocchia e deride i «milioni di esperti» passati da Hormuz a Garlasco al virus. Come nel 2020, solo lui capisce tutto. Il Corriere della Sera dissotterra una formula capace di evocare vivide memorie: la «paura del contagio». Anche se Tedros Adhanom Ghebreyesus, capo dell’Oms, rassicura: questo non è il nuovo Covid, conosciamo il patogeno e per infettarsi occorrono contatti prolungati. Ma se è vero che, su otto casi sospetti e cinque confermati, ci sono tre morti, Sars-Cov-2 al confronto era un raffreddore. In assenza di terapie specifiche e di vaccini da vendere a miliardi di fiale, l’agenzia Onu ci rifila una dose di moralismo: occorre «solidarietà», ha detto ieri il funzionario etiope, perché «i virus non si curano dei nostri confini». Calma, però: «Non è l’inizio di una pandemia». Almeno, stavolta non ci tocca prendere per oro colato i bollettini cinesi.

Nel dubbio, a differenza di sei anni fa, le autorità si stanno muovendo in anticipo. Ieri, l’Ue ha organizzato una «riunione di follow-up del Comitato per la sicurezza sanitaria». Vi hanno partecipato gli Stati membri dell’Unione e dello Spazio economico europeo, i cui cittadini si trovavano a bordo della nave dalla quale sarebbe partito il focolaio. «La valutazione preliminare», ha comunque garantito la portavoce di Bruxelles, «indica un basso rischio per la popolazione generale».

Il mantra è questo: la trasmissione da uomo a uomo è rara. Eppure, il ceppo andino, sceso dalla crociera sudamericana, è riuscito a prendere l’aereo. Ieri, ad Amsterdam, dov’è ricoverata, è stata sottoposta ai test un’assistente di volo della Klm, che si era incrociata con la moglie del passeggero olandese di 70 anni, morto l’11 aprile sull’imbarcazione. Costei, colta da disturbi intestinali, era approdata insieme alla salma del marito sull’isola di Sant’Elena; poi si era spostata a Johannesburg, dove, lo scorso 25 aprile, aveva provato a prendere un volo per i Paesi Bassi; a causa delle sue condizioni, però, le era stato impedito di salire sul jet. Il giorno dopo, è morta. L’Olanda, intanto, ha confermato la positività di uno dei pazienti evacuati dalla crociera e atterrati nella capitale. In Italia, si è messo in allerta lo Spallanzani. E le opposizioni hanno fatto ripartire il disco: «Il governo riferisca in Aula».

Non è il nuovo Covid. Lo dimostra la cautela dei politici, disciplinati dal prezzo che hanno dovuto pagare per le restrizioni pandemiche. Ieri, ad esempio, il ministro della Sanità di Madrid, Mónica García Gómez, si è appellata «al buon senso dei passeggeri e dei loro familiari», affinché chi arriva alle Canarie rispetti la quarantena. García ha ricordato che i 14 connazionali sul natante dovrebbero firmare un «consenso informato» per essere messi in isolamento, benché abbia poi velatamente minacciato di imporglielo. La nave MV Hondius, infatti, ha ricevuto l’autorizzazione a dirigersi a Tenerife. Tra le polemiche. Il morale a bordo è migliorato, ha assicurato Tedros, fornendo il bilancio dei contagiati: dei tre evacuati l’altro ieri, due sono nei Paesi Bassi in ospedale e uno in isolamento in Germania. Migliora l’uomo che era stato ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica, mentre uno finito in corsia a Zurigo è stabile. In Gran Bretagna, gli asintomatici confinati in casa sono due; ed è stazionario un cinquantaseienne ammalato. Resta grave il medico di bordo, colui che avrebbe giudicato «non contagioso» il paziente zero: ieri è spuntato un video in cui si vede il capitano della crociera, il 12 aprile, informare i passeggeri che la nave, visto ii parere del dottore, poteva considerarsi «sicura».

Non è il nuovo Covid. Ma la disavventura ricorda l’odissea della Diamond Princess, la nave inglese che, dal 4 febbraio 2020, finì in quarantena per oltre un mese a Yokohama. L’Oms e l’operatore dello scafo olandese hanno comunicato che i passeggeri con sintomi sono stati tutti trasferiti; mentre il ministero degli Esteri dei Paesi Bassi ha ribadito che, dopo la morte del primo paziente a bordo, circa in 40 erano scesi a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale. Compresa, appunto, la moglie della vittima.

È incerta l’origine di quello che Ghebreyesus ha definito «incidente grave». Si ipotizza che la coppia olandese deceduta abbia contratto il patogeno durante un’escursione per osservare uccelli in una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco. Solo che, in quella provincia, non erano stati mai registrati casi. Perciò, si sta ricostruendo il percorso dei coniugi prima dell’imbarco, dal Cile (che esclude coinvolgimenti) alla Patagonia. È acclarato che la variante delle Ande è quella che si diffonde più facilmente tra esseri umani e che, in Argentina, le infezioni stanno aumentando: l’innalzamento delle temperature consente ai topi vettori di prosperare. Fatale, difatti, è l’esposizione a escrementi, urina o saliva dei roditori. Il virus ha un’incubazione che varia tra una e otto settimane e può evolvere in varie forme, dalla febbre emorragica con sindrome renale, alla nefropatia, alla sindrome polmonare, la più frequente nel continente americano. Proprio l’intervallo tra infezione e manifestazione dei sintomi ha indotto l’Oms a precisare che potrebbero emergere nuovi casi.

La MV Hondius era salpata da Ushuaia il primo aprile, con circa 150 persone. Il 6, lo sfortunato settantenne olandese ha iniziato a sentirsi male. Ma nessuno, nemmeno il dottore, aveva pensato al morbo respiratorio. Così, fino agli esiti delle analisi sulla donna morta il 26 aprile, la crociera ha proseguito il suo tragitto, lasciando scendere decine di persone. A segnalare il cluster all’Oms è stato il Regno Unito; era il 2 maggio, giorno in cui è spirata la terza vittima tedesca. A quel punto, la MV Hondius è stata bloccata a Capo Verde. Da lì, è ripartita alla volta delle Canarie, in un clima tipo Demeter, il mercantile del romanzo di Bram Stoker infestato da Dracula e trasformato in veicolo di pestilenza. E allora? Ci risiamo? Non è il nuovo Covid, no. Ma chi era in astinenza da salotti tv se lo farà bastare.

Gli Usa in manovra su Schlein e Gentiloni. Elly vede Bank of America e va da Obama
Ansa
La segretaria del Pd sondata dal colosso finanziario a Roma. E oggi vola in Canada.

Nella settimana tra il 20 e il 25 aprile scorso una delegazione di Bank of America-Merrill Lynch, una delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali, ha avuto alcuni incontri con personalità politiche italiane tra cui il segretario del Partito democratico, Elly Schlein, e l’ex premier ed ex Commissario Ue, Paolo Gentiloni. Non risultano alla Verità incontri con protagonisti dello stesso livello appartenenti alla maggioranza o al governo italiano, salvo contatti con un parlamentare di Fratelli d’Italia con cui non è stato possibile organizzare un faccia a faccia per via di una contemporanea missione all’estero di quest’ultimo.

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