«Intifada fino alla vittoria. Israele sionista, Israele fascista, Stato terrorista», «Sionisti peggio dei nazisti», «Con la Palestina fino alla vittoria»: sono questi alcuni dei cori che si sono levati, ieri pomeriggio, dal corteo pro Pal che ha sfilato per le strade di Roma.
Alla manifestazione indetta dalla comunità palestinese della Capitale, assieme alle bandiere della Palestina e a quelle del Libano, qualcuno aveva portato anche quella della pace. Ma evidentemente la maggioranza dei dimostranti non era lì per tendere ramoscelli d’ulivo. Così, una delle organizzatrici ha intimato di rimuovere i vessilli sgraditi: «Ve lo ripetiamo: noi non la vogliamo la bandiera della pace, vi prego levatela. Noi non vogliamo la pace ma la libertà. E non vogliamo stringere le mani a Israele». Ecco, quelli che denunciano il «genocidio» del popolo arabo, i massacri dei bambini sotto le bombe di Benjamin Netanyahu, l’inerzia della comunità internazionale che non ha fatto abbastanza per proteggere i diritti dei palestinesi, alla fine hanno gettato la maschera: ciò che vogliono non è far cessare il fuoco, bensì far cessare di esistere lo Stato di Israele.
Numerosi sono stati anche i cori rivolti contro il governo italiano, gli Stati Uniti, l’Unione europea. Contestazioni sono state riservate, poi, alla Fao, che per evitare che gli attivisti strappassero di nuovo le bandiere esposte sopra la cancellata della sede dell’organizzazione Onu, le aveva sfilate. «Vergogna pupazzi», hanno tuonato i manifestanti.
Lungo il serprentone c’erano anche i rappresentanti di Usb, Arci, Potere al popolo, l’Udap, Cambiare rotta, Partito comunista e i collettivi studenteschi ai quali, a fine corteo, si è aggiunta anche l’Anpi. Dal palco, Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, ha detto: «Rivendichiamo il diritto di condannare Israele per crimini contro l’umanità, è gravissimo che in piazza non ci siano tutti i partiti di opposizione, che antifascisti siete?».
Ieri è stato un po’ il giorno della verità per i presunti paladini della minoranza inerme sterminata dagli israeliani. A piazza Vittorio, infatti, si sono intravisti striscioni con la scritta: «Con Hamas fino alla vittoria. Hasta la victoria». Appunto: qui non si tratta di invocare una tregua e una soluzione diplomatica, semmai di tifare per lo sterminio degli ebrei ad opera dei miliziani per la jihad. Andrebbe raccontato a quelli che negavano che il coro «Dal fiume al mare» equivalesse a un auspicio di morte per Israele e i suoi cittadini.
Intanto, qualche segnale è arrivato dalla politica. Ieri, il presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, parlando con i cronisti a margine di un incontro a Trieste, ha annunciato che domani sera sarà allo stadio a Udine per assistere alla partita di calcio tra Italia e Israele, valida per la Nations league. Un gesto di solidarietà, accompagnato da un invito a manifestare «all’interno delle regole. Mi sembra che oggi chi governa Gaza non voglia una Palestina libera ma voglia annientare Israele». A quanto pare, anche chi è sceso in piazza.
«Credo si sappia che non è stata una mia iniziativa...». Nelle sue pulizie della Befana anticipate di qualche ora, Giorgia Meloni - inzigata da un giornalista - ne ha anche per Giuliano Amato. Inizia con l’eufemismo virgolettato qui sopra e riferito alla commissione sull’Intelligenza artificiale a cui capo è finito l’ex presidente del Consiglio. Poi, però, la risposta sterza sulle forti critiche avanzate da Amato sulla «destra populista» che potrebbe far «finire la democrazia» in Italia, come accaduto in Polonia e Ungheria.
«Non ho nulla da dire nello specifico al professore», dice, prima di dire molte cose nello specifico al professore, con un’interpretazione non molto dissimile a quella fornita da Maurizio Belpietro su queste colonne lo scorso 3 gennaio: «Sono rimasta francamente basita dalle dichiarazioni che riguardano la Corte costituzionale». Come spiegato ieri sulla Verità, nel 2024 vanno rinnovati quattro membri della Consulta, tutti di nomina parlamentare. «Oggi la maggioranza è di centrodestra e quindi c’è un rischio di deriva autoritaria!», gigioneggia il premier che poi affonda il colpo sul presidente emerito della stessa Corte: «Questa idea che quando vince la sinistra deve avere tutte le prerogative e quando vince la destra, no, temo necessiti di qualche modifica costituzionale... Bisognerebbe proporre che i giudici li eleggesse il Pd sentiti alcuni intellettuali e Giuliano Amato». Ironia a parte, la Meloni chiarisce ulteriormente il punto: «Deriva autoritaria è piuttosto considerare che chi vince le elezioni se non è di sinistra non ha gli stessi diritti degli altri. Il mondo in cui la sinistra ha più diritti degli altri per quanto mi riguarda è fi-ni-to e farò di tutto per combatterlo».
Salutate dal plauso di Maurizio Gasparri, le parole del premier hanno se non altro il merito di aver chiarito la portata e il perimetro dello scontro in atto: una battaglia di potere per non interrompere la tradizione che vede il Parlamento premiare personalità espressione della sinistra (l’attuale presidente della Consulta è un ex parlamentare di lungo corso, giusto per fare un esempio). La fortuita coincidenza che ha portato a una maggioranza di centrodestra mentre scadevano ben quattro membri regala, infatti, al centrodestrastesso la rara occasione di alterare questo equilibrio, non potendo contare su nomine «amiche» dal lato del Quirinale. Paradossalmente, da questo punto di vista Giorgio Napolitano aveva dimostrato, alla fine del suo primo mandato, una sensibilità più «plurale» rispetto a quella di Sergio Mattarella, che con le recenti scelte alla Corte ha rafforzato la componente più vicina alle grandi burocrazie e alla fedeltà all’Unione europea. Se le forze ostili a un cambiamento culturale sono molto chiare e definite, tocca ora soprattutto al centrodestra identificare nomi e profili che sappiamo dare credibilità e spessore a questo cambiamento, non solo perché ci vorranno i tre quinti del Parlamento per eleggere i quattro giudici entro il 2024, ma anche e soprattutto perché non saranno nomi facili da trovare. Il livello dello scontro che si è chiarito, però, dovrebbe essere il miglior stimolo.




