Marcello Veneziani in uno dei suoi piacevoli e brillanti articoli, lamenta che la sinistra italiana, sulla scia dell'insegnamento di Antonio Gramsci, ha posto l'ostracismo ad uno dei padri della lingua italiana moderna: Alessandro Manzoni. Eppure - sostiene Veneziani su La Verità - l'autore dei Promessi sposi accompagnò l'Italia nel corso di tutto il Risorgimento, fu accostato da Francesco De Sanctis sul piedistallo della cultura all'Alighieri ed era, secondo Prezzolini, persino più cattolico di Dante. Gramsci, infatti, attaccava in Manzoni proprio il suo «cattolicesimo».
Questa messa al bando, però, devo aggiungere, non è recente, perché basterebbe ricordare che circa trenta anni fa si ventilò addirittura da parte di ambienti culturali progressisti la possibilità di eliminare del tutto dalle scuole secondarie superiori lo studio di Manzoni.
una congiura
Ma ancora prima, fin dall'Ottocento, lo scrittore milanese era stato «mutilato» di alcune parti della sua produzione. Mi riferisco in particolare al suo saggio, invero assai poco noto, La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859. Una vera e propria congiura del silenzio scese su quest'opera manzoniana.
Del resto lo stesso autore dei Promessi sposi, che per il più conosciuto ed apprezzato romanzo storico si era rivolto, in questo caso forse scaramanticamente o per ostentare modestia, agli ormai famosi «venticinque lettori», prevedendo l'insuccesso di questa sua ulteriore fatica, nella quale sosteneva, anche per i suoi tempi, delle tesi controcorrente, si augurava di toccare il cielo con un dito, se fosse riuscito «d'attirare un piccolo numero di lettori, non già ad accettare le nostre conclusioni, ma a prenderle in esame».
Questa mala sorte continua ancora oggi ad accompagnare il volume più di tutte le altre, se si pensa che anche nel mare di pubblicazioni e di libri che apparvero in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese, è mancata proprio quest'opera.
leggende smentite
Non molti, infatti, sanno che il poeta degli Inni sacri aveva scritto anche questo saggio; solamente alcuni, poi, ne conoscono per sommi capi il succo; pochissimi, infine, hanno letto l'intero volume e tra questi sicuramente Romano Amerio ed Augusto Del Noce, con i quali ne parlai, nel corso di due interviste che mi rilasciarono alcuni anni fa. Entrambi convennero sull'importanza del libro e sulla necessità di farlo conoscere.
Il fatto è che al potere culturale, editoriale e politico non è mai piaciuto dover ammettere e, quindi, far sapere al grande pubblico, che uno scrittore del calibro del Manzoni, studiato da tutte le generazioni di studenti, amato da molti di essi, abbia potuto scrivere un'opera nella quale ha documentato e dimostrato, senza mai cadere a un ottuso reazionarismo, che la Rivoluzione francese non era affatto inevitabile; che, invece, sono stati gli uomini, certi uomini, ad «inventare l'inevitabile» (come successivamente affermò, dimostrandone mirabilmente i meccanismi e le tecniche, Augustin Cochin); che Luigi XVI non era per niente un re assolutista contrario alle riforme, che, anzi, aveva proposto alla vigilia della convocazione degli Stati generali; che il sistema dell'«ancien regime» poteva essere reso più giusto senza provocare il male ed i disastri che afflissero la Francia e l'Europa; che la rivoluzione è stata un tutt'uno di illegalità e di terrore e che non può essere suddivisa, come ha tentato di fare qualcuno in malafede, «in due tempi affatto diversi: il primo, di intenti benevoli e sapienti e di sforzi generosi; il secondo di deliri e scellerataggini»; che insomma, l'Ottantanove portò il terrore e «l'oppressione del Paese, sotto nome di libertà».
Manzoni, dunque, contro la rivoluzione, che ha dato i natali al mondo moderno; Manzoni, come qualcuno ha scritto, contro la storia; Manzoni antirivoluzionario: è un vero e proprio scacco per la cultura ufficiale. Per questo è calata su quest'opera una vera e propria coltre di silenzio.
Ed a questa operazione di occultamento e di rimozione dalla memoria si sono prestati anche molti cattolici.
Sia quelli di orientamento liberal-democratico, che avendo da sempre tentato di giustificare e di far apparire compatibile la Rivoluzione francese e le sue «verità impazzite» con il messaggio evangelico, hanno operato un vero e proprio ostracismo per tutti quegli autori e quei testi che non risultassero funzionali alla strategia di «accomodamento» della dottrina della Chiesa ai valori del mondo. Sia quelli di sponda controrivoluzionaria, che non hanno ancora rimosso o attenuato il vecchio, ottocentesco rancore verso le aperture liberali e le simpatie unitarie del vecchio scrittore.
L'operazione, però, che è stata portata a termine intorno a quest'opera, con la congiura di un silenzio così ermetico, avrebbe dovuto far sorgere qualche sospetto o, quantomeno, un minimo di curiosità. Invece si va avanti su questa strada e ci si priva così di tesi e di argomentazioni che potrebbero essere utili per ristabilire finalmente la verità su di una tragedia che continua ad essere avvolta dai «miti» e dalle «leggende» fatte fiorire ad arte da storici e politici di parte. (Tutte queste notizie sono tratte dal capitolo XVII del libro di Riccardo Pedrizzi Rivoluzione e Dintorni, Edizioni Pantheon).
giudizio e maestria
Scritto con la maestria letteraria che tutti abbiamo avuto modo di apprezzare attraverso le opere più note, il saggio, sostenuto da una documentazione originale e rigorosa, si snoda con la forza appassionata di un romanzo, nel quale si muovono i personaggi, che furono i protagonisti della Rivoluzione, con le loro passioni, i loro pregi ed i loro difetti. Anche le similitudini utilizzate dall'autore risultano, come del resto ciascuno ha potuto sperimentare leggendo le sue opere più note, efficacissime e suggestive come quella, ad esempio, che si riferisce appunto, alla Rivoluzione e che viene ripresa dal «Discorso sulla storia longobardica».
L'approfondita indagine psicologica, poi, delle folle e dei singoli personaggi, la colorita descrizione degli scenari ambientali e sociali, il preciso raffronto tra la Rivoluzione americana e quella francese, che non hanno nulla di analogo (come già dimostrò Edmund Burke), i toni pacati delle argomentazioni, la difesa equilibrata dello stato monarchico e del re di Francia, la partecipazione emotiva ai singoli avvenimenti, la sua rigorosa scelta di campo contro ogni sopraffazione ed ogni sopruso, sono, tra gli altri, requisiti che difficilmente si possono trovare in altri testi e che dovrebbero indurre almeno i cattolici a fare di tutto per rompere il muro di omertà e silenzio che circonda questa «Rivoluzione» di Alessandro Manzoni.
Ex parlamentare
Caro direttore,
sto seguendo il «Dizionario di Silvana» e ho letto l'articolo «Due rivoluzioni, un genocidio. Dei cristiani», nel quale si cita molto di passaggio quello vandeano. Mi permetto perciò proporle un mio contributo tratto dal libro Rivoluzioni e dintorni (Editoriale Pantheon), su quella che fu, oltre che un genocidio, una vera e propria epopea di quel popolo.
È il marzo 1793. Sul territorio che si estende tra la Loira e Saint-Nazaire, tra Les Ponts-de Ce e Parthenay e Saint-Gilles-Croix de Vie arriva la notizia che a Parigi è stata votata la legge Jourdan. Il provvedimento, che impone l'arruolamento forzato di 300.000 uomini per far fronte alla guerra sciagurata dichiarata il 20 aprile di un anno prima dal governo giacobino al re di Boemia e d'Ungheria, sconvolge la vita degli abitanti di quella che successivamente sarà chiamata la Vandea militare.
Il 6 marzo tutte le chiese e le cappelle vengono chiuse dai sacerdoti refrattari (che cioè non si erano sottoposti al giuramento repubblicano), il 7 e 8 marzo la notizia del reclutamento generale si diffonde e ovunque si verificano assembramenti e i primi incidenti. Le campane di tutte le parrocchie vandeane suonano a martello: la guerra è ormai iniziata. I vandeani non hanno altra scelta: o arruolarsi sotto le bandiere repubblicane o ribellarsi e prendere le armi contro il governo centrale.
La scelta è automatica e spontanea, ma anche legittima e legale perché la stessa Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino prevede che «quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è per il popolo e per ogni parte del popolo, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri». Scoppia così la guerra di Vandea, che covava da tempo, cioè almeno dal 12 luglio 1790, data del varo della cosiddetta Costituzione civile del clero e che dovrà durare fino al 21 dicembre 1793 come guerra guerreggiata. Dopo, e per lunghi anni, sarà ancora sterminio programmato e violenze indiscriminate.
Quei primi fuochi di rivolta ben presto infiammeranno tutto il resto della Francia e non solamente i 10.000 chilometri quadrati vandeani: a Caen e Bordeaux vengono dichiarati governi indipendenti, Tolone si consegna agli inglesi, Lione erige barricate e si isola dal resto del Paese controllato dai repubblicani, che restano ormai vincenti solamente in una trentina di dipartimenti. Quegli avvenimenti diedero luogo a una delle pagine più eroiche ed esaltanti della storia della Controrivoluzione legittimista e cattolica di tutti i tempi. Un'epoca che da allora ha rappresentato un esempio e un ideale da esaltare e imitare da parte di tutti coloro che si richiamano ai valori eterni della Tradizione. Eppure, fino a qualche anno fa quei fatti erano stati avvolti dalla nebbia più profonda della menzogna della storiografia ufficiale di stampo illuministico e progressista.
«La Vandea», scrive Pierre Chaunu che è membro dell'Istitut de France, «è un luogo tradito dalla memoria della Francia». Da poco tempo, però, e precisamente dal 21 settembre 1985 è entrata alla Sorbona dalla porta principale. Da Aulard fino ad Albert Saboul passando per Albert Mathiez e George Lefevre questa era una pagina del tutto dimenticata. La Vandea apparteneva alla storia non ufficiale dei dilettanti di talento, da Pierre Gaxotte a J.F. Chiappe e ultimamente all'eccellente trilogia di Elie Fournier, Ouragan sur la Vendée, La terreur bleu, Turreau et les colonnes infernales. L'ostracismo veniva da lontano e Michelet aveva dettato legge in Francia e all'estero, al punto di classificare gli annegamenti nella Loira di donne e bambini vandeani come casi di «filantropica eutanasia», giustificandone lo sterminio, poiché non era stato possibile convertirli «democraticamente» al Giusto, al Bene e al Bello della Rivoluzione.
I democratici giacobini si comportarono con i vandeani così come a distanza di decenni avrebbero agito i criminali dei campi di concentramento e dei gulag, ma nessuno se ne ricordava e nessuno riusciva nemmeno a intravedere nello sterminio vandeano il preludio e l'antecedente logico degli stermini del ventesimo secolo. Tutto era stato rimosso dalla memoria e i martiri, dopo essere stati fucilati, strangolati, bruciati vivi, fatti a pezzi e scuoiati, erano stati anche dimenticati.
Ora per fortuna non è più così e persino il grande pubblico ha appreso che in Vandea i democratici operarono un vero e proprio genocidio, scientemente voluto e quindi freddamente deliberato. Non fu cioè un incidente di percorso della Rivoluzione, né un errore di valutazione di qualche generale sanguinario e, nemmeno, un eccesso di zelo di certi politici giacobini. «Soldati della libertà», proclamava solennemente la Convenzione il 1° ottobre 1793, «bisogna che i briganti della Vandea siano sterminati; lo esige la difesa della patria, lo comanda l'impazienza del popolo francese, deve compierlo il suo coraggio».
Fu, perciò, una vera e propria scelta politica che, del resto, si giustificava e si inseriva bene nella logica e nella filosofia della Rivoluzione. Da allora, scrive Secher in Il genocidio vandeano, la missione terrorista ha la precedenza sulle operazioni militari: «Spopolare la Vandea», afferma Francastel il 4 gennaio 1794; «purgare interamente il suolo della libertà da questa razza maledetta», secondo il generale Beaufort il 30 gennaio 1794. Carrier si impone di non avere il minimo sentimento di generosità: «Non ci si venga dunque a parlare di umanità verso questi feroci vandeani; saranno tutti sterminati; le misure adottate ci assicurano un pronto ritorno alla tranquillità; ma non bisogna lasciare un solo ribelle, perché il loro pentimento non sarà mai sincero».
Il bilancio di questa opera di «spopolamento» che si è riusciti a ricostruire attraverso documenti dell'epoca trovati in archivi privati, parrocchiali, e di enti locali, è ormai abbastanza preciso e chiaro: il clero fu praticamente decimato, dal momento che veniva considerato il nemico numero uno; nei 773 Comuni interessati agli scontri, quasi il 15% della popolazione, pari a 117.257 su 815.029 abitanti, fu ucciso o massacrato; il patrimonio immobiliare fu distrutto o reso inutilizzabile per oltre il 20% (cioè 10.308 immobili su 532.673), con punte che in alcuni Comuni, come quelli della Deux-Sèvres, raggiunsero il 35%. Ogni cantone ebbe i suoi martiri e le sue distruzioni, ogni Comune dovette contare i suoi perseguitati e i suoi desaparecidos, ogni villaggio assistette alle violenze e all'uccisione di centinaia di donne, anche incinte. Fu una lotta senza quartiere, il primo esempio di guerra totale.
Fu d'altro canto una guerra popolare e rurale per le origini e l'estrazione sociale dei suoi partecipanti e per lo scenario nel quale si svolse, ed ebbe anche un'ispirazione ideologica, per gli ideali che sostenevano i due schieramenti contrapposti. Fu soprattutto, infine, una guerra di religione per il movente originario che l'aveva scatenata. La guerra di Vandea, insomma, fu una vera e propria crociata non solo per la religione cattolica, ma anche per la libertà individuale, per la sicurezza delle famiglie, per la difesa dei propri beni e della propria terra, per la tutela dell'identità di un popolo e per la salvaguardia di tradizioni radicate e consolidate.




