Nonostante il terzo round di negoziati tra Kiev e Mosca sia stato un altro buco nell’acqua, la Russia non si è espressa negativamente sull’incontro. Dopo che le delegazioni delle parti in guerra si sono accordate a Istanbul per lo scambio reciproco di 1.200 prigionieri, il Cremlino ha infatti descritto come «positivi» i risultati raggiunti. A dirlo è stato il portavoce Dmitry Peskov, che ha aggiunto: «La continuazione dello scambio e della restituzione delle salme dei civili e dei soldati caduti è un aspetto umanitario estremamente importante». E non ha escluso, sempre in tema di negoziati, il confronto con Washington.
Mosca però frena sulla possibilità di un vertice tra il presidente russo, Vladimir Putin, e l’omologo ucraino, Volodymyr Zelensky. Sempre Peskov ha infatti commentato che Kiev «sta cercando di mettere un po’ il carro davanti ai buoi» visto che «prima bisogna fare tutto il lavoro necessario e poi ai capi di Stato verrà data l’opportunità di registrare i risultati raggiunti».
Meno concilianti sono invece le dichiarazioni che provengono dalla controparte ucraina: Zelensky ha accusato la Russia di «terrorizzare e bloccare la diplomazia». E addirittura, per il capo dell’intelligence militare ucraina, Kirill Budanov, Mosca sta avviando i preparativi per una guerra «su larga scala». L’indicatore per Budanov sarebbe la volontà russa di spendere 950 miliardi di euro entro il 2036, raggiungendo così «il più grande programma di difesa sviluppato dalla Federazione Russa dal crollo dell’Urss».
La pressione diplomatica europea si è intanto concentrata su Pechino, con il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che si sono rivolti direttamente al presidente cinese, Xi Jinping, in occasione del 25° vertice Ue-Cina. Costa ha invitato Pechino a «usare la sua influenza» su Mosca «affinché ponga fine alla guerra di aggressione contro l’Ucraina». A ribadire la stessa linea è stata von der Leyen: «La Cina ha un’influenza sulla Russia, così come l’Unione europea ha un’influenza sull’Ucraina. Ci aspettiamo che la Cina la utilizzi per fare in modo che la Russia si sieda seriamente al tavolo dei negoziati». Dall’altra parte invece Mosca lancia avvertimenti alla Germania. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha sottolineato che «la direzione» che il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, «ha scelto per inasprire le relazioni con la Russia parallelamente alla militarizzazione forzata della Germania» sono «motivo di grande preoccupazione, prima di tutto per gli stessi cittadini tedeschi».
Riguardo al tema della fornitura di armi a Kiev, il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato che «l’Ue pagherà» agli Stati Uniti «il 100% del costo di tutta l’attrezzatura militare», che poi «darà all’Ucraina». E il dipartimento di Stato americano ha approvato, per 322 milioni di dollari, la vendita di aiuti militari a Kiev. Nel frattempo «le esigenze più urgenti delle forze di difesa ucraine» e le «innovazioni nel settore della difesa» sono state al centro del colloquio tra il ministro della Difesa ucraino, Denys Shmyhal, e il commissario europeo per la Difesa e lo spazio, Andrius Kubilius. Tra l’altro sia Bruxelles che la Germania e il Regno Unito sono state rassicurate da Zelensky in merito all’indipendenza delle autorità di anticorruzione ucraine. Il leader di Kiev ha informato il primo ministro britannico, Keir Starmer, e Merz che il nuovo progetto di legge garantisce l’autonomia di questi organismi. Anzi, Zelensky ha pure «invitato la Germania a partecipare alla revisione degli esperti della bozza di legge».
Sul campo, il governatore della regione ucraina di Donetsk ha ordinato l’evacuazione dei civili dai villaggi situati vicino alla linea del fronte dove avanzano i soldati russi.
Secondo un'indagine di Mediobanca per le aziende italiane del settore il fatturato è in leggero aumento, mentre le esportazioni subiscono una lieve riduzione.
Con il Salone del mobile che si avvicina, le imprese del settore arredo-illuminazione in Italia sono state oggetto di un’indagine di Mediobanca per individuare i trend attuali e le maggiori sfide sul futuro prossimo. In particolare, sono state interpellate 490 imprese con un fatturato al di sopra dei 10 milioni di euro nel 2023, le cui vendite incidono per più del 60 per cento dell’intero sistema italiano.
Riguardo al fatturato totale del 2024, emerge un leggero aumento, raggiungendo un + 0,7 per cento rispetto al 2023. Ma è opportuno segnalare che le diverse performance tra le aziende sono legate alla localizzazione e alla dimensione così come alla gamma. Per esempio, le imprese con un fatturato maggiore di 100 milioni di euro, hanno registrato un aumento delle vendite pari al + 2,4 per cento rispetto alla media, ottenendo un risultato ancora più positivo sui mercati esteri con un + 4,3 per cento. Mentre gli operatori con meno di 100 milioni segnano un – 1 per cento sulle vendite, soffrendo particolarmente all’estero dove registrano un – 6,2 per cento.
In generale, se il fatturato totale è leggermente aumentato, al contrario, le esportazioni hanno subito una lieve riduzione pari al -0,9 per cento. A contribuire al calo sono le attuali tensioni geopolitiche ma anche le contrazioni nei maggiori mercati di sbocco come Francia e Germania in Ue, ma anche Regno Unito e Cina.
E per il 2025, pur considerando il contesto internazionale particolarmente complesso, le imprese operanti nel sistema dell’arredo-illuminazione restano ottimiste: il 75 per cento delle aziende, infatti, si aspetta una crescita sia del fatturato totale sia delle esportazioni quest’anno, stimando un aumento pari al + 2,5 per cento.
Inevitabilmente però le dinamiche internazionali in continuo cambiamento così come quelle locali portano a delle sfide con cui le aziende si aspettano di dover fare i conti.
Tra le maggiori criticità rilevate, la concorrenza di prezzo si trova al primo posto per oltre il 71 per cento delle imprese, mentre per il 60% è il contesto geopolitico instabile a essere la maggiore fonte di preoccupazione. L’ultimo gradino del podio è invece occupato dalle barriere commerciali e le misure protezionistiche attuate dagli Stati Uniti, con il 37 per cento in apprensione per gli effetti negativi. Si teme infatti, come sottolineato da Mediobanca, che le politiche protezionistiche possano incoraggiare l’entrata di prodotti made in China nei confini europei, con incognite su potenziale concorrenza sleale. Ma a preoccupare gli operatori del settore sono anche gli elevati costi energetici (35,7 per cento) e la competizione sulla qualità (22,9 per cento).
Nel tentativo di superare queste problematiche, dall’indagine emerge che più del 74 per cento delle imprese sarebbe interessato ad ampliare il proprio business su altri mercati, mentre quasi il 69 per cento invece si starebbe concentrando sullo sviluppo di nuovi prodotti e servizi. Si segnala anche un aumento degli investimenti nel green e in tecnologia, rispettivamente 31,4 per cento e 55,7 per cento.
In tema Esg, quasi l’80 per cento delle imprese ha lanciato attività di sensibilizzazione, con le principali iniziative che sono orientate alla gestione responsabile dei rifiuti (69 per cento), alla riduzione dell’uso di fonti fossili (58,6 per cento) e anche la riduzione di imballaggi (58,6 per cento). Ma sebbene oltre il 66 per cento delle aziende ritiene opportuno adottare un approccio etico e sostenibile anche per motivi reputazionali e per adeguarsi alle normative ambientali, quasi il 90 per cento degli operatori hanno dichiarato che i progetti Esg sono soprattutto autofinanziati. E sul fronte della neutralità carbonica entro il 2050, solamente il 41,4 per cento delle aziende starebbe definendo gli obiettivi per diminuire le emissioni. Al contrario oltre il 31 per cento non è in condizione di quantificare gli obiettivi e più del 27 per cento degli operatori non reputa necessario adoperarsi in quest’attività. Riguardo alla possibilità di arrivare al net-zero entro il 2050, la visione delle imprese è spaccata in due: il 50,8 per cento è fiducioso, mentre il 49,2 per cento è scettico.



