L'accelerazione verso una tabula rasa tecnologica da cui dovrebbe sgorgare copioso il nuovo, giusto, buono per intrinseca benefica dinamica, alimenta un timore, già definito «fobia», di consegnarci inermi all'autodistruzione. Scriverne può essere una preziosa opportunità, può diventare un'aspirazione frustrata, una malsana velleità. Come dato di fatto, mantenendo un profilo eggero che nulla toglie al quotidiano operare, regge. Vivere sui monti, le persone, gli accadimenti, l'orizzonte, i passi e i silenzi, le azioni e le intenzioni, il beneficio della solitudine che allerta i sensi e può cogliere segni, sono motivo per cui scrivere, di cui scrivere in tempo consono. Uno sguardo sul reale non travolto dall'informazione, dall'interpretazione mediatica.
eremita
Da anni mi scontro con questa parola: «eremita». Mi spiace, non lo sono. Apprezzo la solitudine, il silenzio, la vita in montagna, ma ho doveri familiari e sociali, impegni che non posso tralasciare né dimenticare. E poi non posseggo la necessaria forza di volontà. La mia carne è debole e il mio spirito vacilla. Eremita è colui che abbandona ogni socialità partecipe per ritirarsi nel silenzio, vivere di contemplazione, in adorazione, in rapporto univoco con l'Eterno. In lotta con la carne e con lo spirito. Una scheggia vivente che anela al congiungimento con l'assoluto sperimentandone la vertigine. Nella dimensione religiosa si colloca all'estremo, un luogo di pericolo e di tentazione. Eremita è il Precursore, San Giovanni Battista, eremiti molti Padri della Chiesa. Un'immagine potente, sedimentata nei primi secoli come presenza diffusa, poi, strutturandosi il cristianesimo in civiltà dell'Europa, come eccezionalità santificante. […]
Tutto si sta riposizionando. Viviamo un trapasso antropologico oltre che sociale definito da tre fattori di nuovissimo conio: connessione, virtualità, intelligenza artificiale. Le parole essenziali assumono nuovi significati, determinati, in apparenza, da motivazioni che attengono ad un generico buon gusto - buone maniere - così fan tutti. Una questione di correttezza civile. Che contrastino radicalmente l'etimologia che le ha generate non interessa, che lo si faccia notare è considerata una colpa per cui si invoca la definizione di un apposito reato da perseguire a termine di legge. Matrimonio omosessuale le vale tutte. Maternità surrogata soffoca un grido di vendetta. Il maschile diventa cattiva coscienza e un settore trainante della cosmesi. Il femminile una proporzione in quote rosa, una invenzione linguistica da parodia. La maternità ricorre all'aborto per definirsi diritto inalienabile. La guerra, esorcizzata, è incasellata come operazione umanitaria e demandata ai reporter, sezione news dell'intrattenimento. Nobiltà e miseria di un lessico affidato ad un algoritmo per agevolarne o inibirne l'uso. Guardare al futuro, un futuro percepibile, mi è impossibile. Guardare al passato? La decadenza dell'Impero romano offre un panorama sufficientemente ampio, variegato e segmentato, con una pluralità e disparità ben evidente delle forze in campo. Ovvio sia un paragone forzato nelle dimensioni, per la potenza e la capacità d'intervento, ma panem et circenses per le plebi urbane, diritti di cittadinanza per tutti, migrazioni inarrestabili, mancavano gli eremiti. […]
È nello scollamento tra il ciclo cosmico delle stagioni e l'organizzazione del vivere sociale l'origine della dualità reale/virtuale ora imperante. Una frattura incolmabile, e l'ossessione meteo ne ha frantumato i contorni accentuandone il distacco. Si vive un eterno presente, tendenzialmente asettico e garantito, che la tecnologia controlla cercando di determinare. […] Un ciclo storico è finito, lo sradicamento è il presupposto per accedere alla mutazione in atto. Lo ha imposto l'economia, lo sostiene la politica, la socialità lo rende doveroso, la cultura lo confeziona promettente e affascinante. La gerarchia cattolica ne fa pastorale. Un'unica categoria di appartenenza: cittadini/ utenti/consumatori del materiale e dell'immateriale. Con la prevenzione a medicalizzare la vita, dal concepimento all'eutanasia, anche pazienti. Assistiti e assistenti. Aspettando robot. Lo stanno consegnando.
chi è sradicato sradica
Sradicare le persone dalla propria storia per farne agenti dello sradicamento è l'imperativo. Una umanità indistinta, intercambiabile, mobile in uno spazio artificiale ad uso e consumo di tecnologie sempre più sofisticate ma plausibili, in basso, ad un utilizzo intuitivo elementare. Invasive dispensatrici di servizi per bisogni indotti che, come ragnatela, avvolgono lo spazio dell'esperienza umana. Un suadente invito a smetterla con i propri piccoli sogni per connetterci tutti al grande sogno che scientificamente si sta allestendo per noi: la nuova umanità.
[…] Lo schermo, patrimonio inclusivo e condivisibile, basta connettersi, è la soglia che l'umanità ha oltrepassato. Spazio di infinite opportunità, scelta liberale e libertaria, esito totalizzante. Un vocabolario politicamente corretto sempre più stretto, anti e fobia i suoi numi tutelari. Un galateo in via di definizione che fa della trasparenza e della tracciabilità il proprio imperativo etico morale. Una messa in scena di cui, agli albori della modernità, la corte di Versailles fu il prototipo storico. L'assolutismo. Ora lo schermo è il Re, dentro lo schermo ruota la Corte, rigenerata democratica e repubblicana. Lo schermo si scompone all'infinito, è ovunque, ingloba chiunque e si ricompone continuamente in una immediatezza autorigenerante, connessa e condivisa. Tutti siamo chiamati, c'è spazio per tutti e per tutto, ed esaurisce in sé ogni altro spazio. Una terra promessa che non è più terra. È un'ossessione ben confezionata e ben promozionata, si produce e si consuma. Promettenti contratti in quote mensili. Mesi virtuali: 28 giorni standard. Una pubblicità azzeccata ne ha fatto uno slogan adolescenziale beffardo e accattivante: «Domani è una figata». È la nuova Torre di Babele. Teologia tecnologica, genetica, scienza e fantascienza con sprazzi di poesia. Pop/psico/bio. D'io.
dopo di che
Il vivere dell'uomo sulla terra è stato caratterizzato da mutamenti radicali. C'è un prima e un dopo, ma solo a posteriori questo è evidente, chi vive il passaggio non ne avverte la cadenza, la portata. La scrittura è stata la prima grande mutazione, effetto di un'organizzazione sociale che, superato il problema dell'indispensabile, può permettersi il superfluo ed è costretta ad indagarlo. Registri dei beni in entrata ed uscita, codici di leggi e raccolte di sentenze. I nomi e le generazioni, le cronache, la Storia. Il fiorire dell'epica e dell'etica. La Bibbia ne è resoconto e trasfigurazione, cronistoria di una alleanza asimmetrica in cammino tortuoso. Tempi lunghi, biblici per l'appunto.
[…] Sono bastati pochi decenni seduti al volante delle automobili, il cinema, la fotografia, per modificare irrimediabilmente il vissuto e l'immaginario dell'uomo. Il sorgere della triade uomo-massa-macchina ha predisposto l'avvento dell'automazione. I tempi si sono ristretti, l'accelerazione è diventata norma, il comando passa di mano. La libertà di stampa decade dallo status di assoluto intaccato da nuovi assoluti, anti e fobia i meglio posizionati già lo stanno sgretolando. In attesa dell'Algoritmo supremo, garante integerrimo della libertà di parola, di immagine e di intenzione in miserevoli umani.
L'invenzione dello schermo digitale segna una ulteriore mutazione: qualcosa di nuovo, di clamoroso, sta succedendo. Impossibile per quanto attrezzati al mutamento comprenderne le valenze in atto. È il tempo dell'immediato, dei social media, nessuno può disconoscerne forza e potenza. Sono invincibili e trionfanti. Determinano finanza, economia, politica, la percezione dell'esistente, le aspettative, le aspirazioni. Determinano la realtà senza ancora esaurirla, ma hanno ipotecato l'immaginario. Anche la religiosità ne è soggiogata.
prima di che
C'è un prima di tutto questo che mi lascia incantato e sgomento: il comparire del pane. Come e perché? Chi? Quale livello di complessità mentale e manuale comporta l'idea e la realizzazione di una così arcaica e clamorosa invenzione? Niente in natura lo lascia supporre. Bisogna selezionare una pianta e prendersene cura, conservarne i semi, predisporre un terreno. Arare, seminare, custodire, falciare, trebbiare, macinare, vagliare, per ottenere la sostanza base. Bisogna impastare, far lievitare, dar forma, infornare. Cuocere. Un anno di lavoro sapiente sommando capacità diversificate e tecniche innumerevoli. Nessuna irragionevole ma tutte di una ragionevolezza a posteriori. Col pane in mano. Non bastasse il pane profano c'è la transustanziazione: il pane divino e «dacci oggi il nostro pane quotidiano». Senza pane niente cristianesimo e molto di ciò che lo precede. Niente di ciò che siamo. Chi siamo?
Conserviamo, sempre più incoscienti, labili tracce psichiche e comportamentali che ancora ci allertano di fronte al pericolo, l'incombere del tragico, la sacralità della nascita e della morte, il dovere delle esequie. Ricordiamo ben poco di ciò che ci ha preceduto, ci permettiamo di dannare senza rimpianto ciò che abbiamo perduto e dimenticato, ma non restasse altro da fare e si trattasse solo di redigere l'atto di avvenuta nostra morte bisognerebbe farlo con eleganza. La sciatteria sarebbe imperdonabile.
Sono nato in un piccolo paese dell'Appennino settentrionale, ci ho vissuto fino a cinque anni, arrivato il tempo della scuola sono stato mandato in collegio e, l'anno dopo, tutta la famiglia si è trasferita in città. Una ferita mai cicatrizzata, irrisolta per mia incapacità di recidere il legame naturale originario. Sono tra i pochissimi tornato a vivere sui monti appena me lo sono potuto permettere. Un lungo viaggio, km e stagioni, sono partito bimbo e sono tornato uomo.
Casa d'altri
Ho avuto, per tutto ciò che riguarda lo straordinario, una vita affascinante per la qualità delle esperienze. Non saprei immaginarne una migliore eppure ho sempre covato una profonda insoddisfazione, determinata da una mancanza che poteva essere considerata irragionevole. Nel tempo ho dato un nome a questa sensazione, un nome in codice: casa d'altri. Una questione domestica, familiare.
Sono la prima generazione cresciuta sui banchi di scuola, al riparo dalle intemperie, fuori casa lontano dai pascoli e senza gli animali. È l'ultimo capitolo della storia della mia famiglia e di buona parte delle famiglie e delle comunità che compongono la dorsale appenninica. In pochi anni è stata invalidata una legittimità e si è verificato un brusco passaggio, totalizzante ed estraniante: da paesani a cittadini, da ora et labora a produci/consuma. Da sradicati a sradicanti. La maggior parte delle persone l'ha vissuto come liberazione da un destino ingrato.
Dio si può trovare ovunque, sugli Appennini è più facile incontrare uomini e donne, per quanto pochi, che vivono il presente senza esserne succubi. Liberi per quel che si può, custodi della propria storia e responsabili della propria sorte. È un buon passo verso l'Eterno. Le città possono pensarsi senza Dio e anche contro Dio, per le montagne è più difficile, persino un pensiero ateo si colora, in montagna, di sfumature mistico/religiose.
Gli Appennini custodiscono un passato irriducibile, evidenziano le mancanze del presente e la sua comoda pochezza. Custodiscono la vita e la morte nel loro mistero: uomini e donne, persone non riducibili a categorie sociali.
Presenze divine
Qui la Creazione mantiene una forma/forza naturale che la società, nella sua evoluzione, prima industriale ora metropolitana, è in grado di contenere e con la massificazione delle esistenze può offuscare e vanificare. Qui riluce di bellezza. Genius è una entità/potenza spirituale arcaica che presiedeva la vita degli esseri, ispirandoli nelle azioni e tutelandone le virtù generative. Rappresenta ed incarna, per estensione, l'essenza di luoghi particolari a cui si riconosce forza spirituale: genius loci. Strettamente connessi a una religiosità naturale, pagana, appagante una necessità insita nel cuore dell'uomo, si sono trasformati con l'avvento del cristianesimo in devozione ai Santi o alle diverse manifestazioni del culto mariano.
Il genius loci ricompare in ogni mitologia che rivendica un legame arcaico con la terra, riluce in contesto letterario come certificazione simbiotica tra un autore e un territorio e in questo resiste, flebile ombra, come funzione turistica per svaghi intelligenti. Gli Appennini hanno disperso la propria gente e abbandonati si stanno sgretolando. Hanno smarrito la fede e il senso del sacro e sperimentano la perdita della dimensione profonda della vita umana: le cose prime, le cose ultime. L'Appennino è un rosario di genius loci che può ancora essere sgranato ma è come maneggiare reliquie, basta poco e ci si ritrova con mucchietti di polvere.
Gli Appennini sono un luogo multiplo, geografico e storico, mitologico e religioso. Un unicum che contempla diverse opzioni. Sacrario del genio italico che è plurale e mal sopporta la riduzione, prima, durante, dopo l'italiano. Una dimensione essenziale della antropologia. Sono il mio mondo, il mondo che amo, conosco e difendo. Sono una componente originaria e fondante la cristianità d'occidente, intrecciata con la cristianità d'oriente e permeata dall'ebraismo.
Non proprio il cristianesimo che è anche altro e molto di più ma una civiltà, dissanguata e rinsanguata dalle invasioni barbariche, sorta sulle rovine di Roma, Urbe et orbi, un lascito inalienabile e gravoso. Una dimensione sociale costruita attorno monasteri e chiese. Campanili e cripte, focolari e pertinenze, famiglie e comunità.
Cento capitali, una più bella dell'altra. La legge naturale, le tavole della Legge, usanze, consuetudini, modus vivendi (per noi uno statuto risalente all'Anno Domini MCCVII). Nelle sue case fioriva una religiosità millenaria, domestica, palpabile e pervasiva. Entrando potevi chiuderti la porta alle spalle e sentirti al riparo, nei secoli dei secoli. Generazione su generazione. Tanta roba.
Ci dicevano zotici
Non siamo nati con la Costituzione e c'eravamo, stavamo anche abbastanza bene, ben prima dell'unità d'Italia. Si dice fossimo poveri – a sottintendere che ora siamo ricchi, ricchi di che? Si dice fossimo zotici, retrogradi, asserviti alla superstizione e quindi condannati dalla storia. È falso. Sapevamo muoverci nel mondo, per quello che era, lo facevamo bene ma chi dimentica il proprio passato si ritrova occasionalmente intruso nel racconto di altri. I borghi abbandonati dell'Appennino cumulano domande che non trovano risposta. Capita, meraviglia, che offrano risposte a domande non ancora formulate. Si è sempre e comunque in pochi e c'è un valore già in questo, bisogna scoprirlo. Prima di tornarmene a casa la mia idea di comunità era: persone che pensano gli stessi pensieri, hanno gli stessi gusti, più o meno la stessa età. La comunità naturale è l'esatto opposto: si vive con gente che non si è scelto ma che ha permesso e determina la nostra esistenza, legittimità e prima esperienza. Ci si conosce, confronta e scontra. Bisogna imparare ad apprezzare i pregi anche quando sono pochi, a lasciar perdere i difetti anche quando sono molti. Ci si concentra sulle cose fatte e da fare. Sembra uno sforzo titanico finché non succede.
Comunità naturale
Una mattina ti svegli e scopri che sei nell'unico posto dove vorresti essere e le persone che ti stanno intorno sono le persone giuste, giuste per te. È quello che ti spetta, non ci sarà altro. Se sei capace di ringraziare per ciò che ti è dato non ti servirà altro. Resta il problema del male, evidente ed irrisolvibile componente dell'umano. Ogni uomo deve farvi fronte cominciando da sé e nella tradizione può trovare aiuto e sostegno, dal battesimo all'estrema unzione. È una guerra senza scampo e bisogna combatterla, non è dato disertarla. Se lo spazio vitale di chi vive sui monti si restringe ogni giorno di più, l'uomo a tutto tondo, quello che non necessita di aggettivi qualificativi e quindi s'intende metropolitano cosmopolita connesso è proprio così ben messo? Con l'ultima rivoluzione tecnologica si sta creando una situazione che, mutando i componenti, somiglia molto ad un già visto. L'intelligenza artificiale, come a suo tempo il cavallo/vapore fece con il cavallo reale, scalza l'idea stessa di bellezza, necessità e utilità dell'uomo reale. Lo fa rendendogli il dovuto onore: l'intelligenza è prettamente dell'uomo così come l'artificio, chi può dubitarne? L'intelligenza artificiale sarà al servizio dell'uomo, l'uomo potenziato, perfezionato, robotizzato in protesi, innesti, prevenzione e controllo. Al momento è impegnata con la scuola guida, le funzioni ludiche sono già state acquisite, a seguire quelle assistenziali ed educative poi le taumaturgiche. E farà miracoli. E noi l'adoreremo. La scelta è scontata, fa parte di me. Sempre pensieri, molte parole, azioni e negli ultimi sette anni un operare in quotidiana disciplina scandagliando un arcaico rapporto che ha segnato con un'impronta indelebile l'idea stessa della nostra civiltà: l'essere cavaliere.
Un antico patto, antichi uomini e antichi cavalli lo stipularono nella notte dei tempi, a mutuo soccorso. Un patto vanificato dalla prima rivoluzione industriale che ne ha esaurito le funzioni materiali attestandone il valore: l'unità di misura della potenza meccanica che avrebbe mutato la condizione umana sulla terra non poteva che chiamarsi cavallo/vapore. Coltivando vane speranze ed espletando un dovere verso la creazione ho allevato ed addestrato sull'Appennino cavalli di nessuna utilità. Come farne a meno? Tutta la civiltà antica è stata costruita attorno questo connubio in cui l'uomo ha messo la parola e l'intelligenza, capacità di invenzione e di organizzazione, e il cavallo ha messo il carattere, la potenza fisica, offrendo bellezza gratuita. Con i cavalli ho messo in scena il racconto della nostra montagna e dei suoi abitanti: saga. Nell'essere, noi e i cavalli, destinati ad una estinzione assistita ci siamo potuti rispecchiare.
Il lupo è dei nostri
Se il cavallo è il mio simbolo del passato e, con diversa motivazione, del presente, è il lupo a candidarsi a simbolo del futuro. Il lupo è tornato e ci guarda con occhi nuovi, stupiti. I pochi pastori che sopravvivono come possono difendersi dai lupi? Possono chiamare le guardie per la verifica e i giornalisti per la denuncia. Si sa, i pastori sono negletti, rozzi e primitivi, devono essere controlla ti e scoraggiati. I lupi sono ecologicamente perfetti, protetti dalla legge, dai buoni sentimenti, devono essere controllati e difesi. Nell'idea di trasformare un territorio in un parco sta la sostanza che qualcuno farà la guardia e tutti gli altri saranno guardati. Controllori e controllati. Lo sapessero i lupi starebbero con i pastori ma come insegnarlo ai lupi?
Piccoli pensieri consolanti: il lupo era l'animale totem dei Longobardi nostri progenitori. Lupo e cavallo nel pensiero mongolo sono complementari. Il lupo è dei nostri.




