Sono qui innanzitutto per condividere con tutti voi la gioia e la festa della vita e per testimoniare l'impegno della Chiesa, dei credenti e di tante persone di buona coscienza a favore, a servizio e a tutela della vita umana dal suo sorgere fino al suo naturale chiudersi, in tutta la varietà delle sue espressioni, soprattutto di quelle maggiormente segnate da fragilità, sofferenza e fatica.
Sono qui per offrire la forza della mia voce e del mio cuore a tutte quelle persone che, anche in condizione di estrema difficoltà, hanno detto e dicono sì alla vita: le mamme coraggiose, che non si sono arrese di fronte a grandi problemi, i medici, le donne e gli uomini di scienza, che spendono competenze, coraggio e impegno per promuovere il dono della vita, i volontari di tutti gli ambiti, che con generosità e profondo senso di responsabilità accompagnano tante persone e la società tutta a pensare e a compiere scelte giuste e coerenti in rapporto a questo grande dono di Dio. […]
Questo tradizionale appuntamento spinge il nostro sguardo a considerare il dono della vita in tutte le sue espressioni e specialmente a sostenere e promuovere quelle più fragili e indifese in tutti i modi possibili: accompagnando, supportando spiritualmente e materialmente, diffondendo cultura e pensiero buoni, con la preghiera, la testimonianza, la ricerca, il volontariato e l'impegno socio-politico.
La data coincide con la triste ricorrenza dell'approvazione della sciagurata e ingiusta legge 194, che ha introdotto anche nel nostro Paese la possibilità di praticare l'aborto in forma ritenuta legale, a cura del servizio sanitario e a spese di tutti i cittadini, anche dei tantissimi giustamente contrari.
È dunque ben giusto che lo scopo principale di questa manifestazione sia ancora una volta di dire con chiarezza, con coraggio e con perseveranza instancabile che chiediamo la abrogazione di questa legge iniqua, rigettando con forza la convinzione perversa che tanto i singoli quanto lo Stato abbiano il diritto di sopprimere la vita umana. Il rispetto della legge naturale, scritta nel cuore umano da Dio, è ancora vivo in diversi Paesi del mondo, e altri stanno opportunamente riflettendo e compiendo passi concreti per recuperare una giusta concezione della drammatica diffusione dell'aborto e di altre aggressioni alla vita, diventate ormai prassi egoistiche e disumane per il superamento di situazioni gravose, e assurte purtroppo al rango di conquiste di civiltà e di diritti individuali da riconoscere e garantire.
Noi ancora una volta diciamo che tutto questo è profondamente ingiusto, disumano e contrario al disegno di Dio e alla sua legge. Non dimentichiamo l'efficace immagine usata da papa Francesco: «Non si può, non è giusto far fuori un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema. È come affittare un sicario» (Udienza generale del 10 ottobre 2018).
Lo diciamo affinché una parola di verità illumini i cuori e le coscienze e, come un buon lievito, muova le persone di buona volontà, le istituzioni e gli scienziati a ritrovare una via di venerazione e di fedeltà alla sacralità della vita umana.
Assistiamo con profondo dolore, ma anche con adeguata capacità di lettura, allo scempio che i crimini contro la vita producono in seno alla umana società, devastandola e privandola di speranza e di futuro.
Soprattutto la famiglia, culla della vita e luogo naturale per il suo sviluppo nel vigore e la sua custodia nella fragilità, viene costantemente e ferocemente minacciata, abbandonata e manipolata nella sua bellezza e vitalità originali. Mi domando come sia possibile parlare di futuro e quindi di natalità, elemento essenziale ed imprescindibile di tale prospettiva, senza denunciare e rigettare la principale causa del cosiddetto freddo inverno demografico, che stiamo attraversando; la convinzione, cioè, che la vita umana sia da una parte considerata come un bene di consumo o un diritto - quasi un capriccio - da pretendere a piacimento e ad ogni costo, e dall'altra venga offesa, calpestata e soppressa quando, con malvagia e miope attitudine egoistica, disturba l'assurda pretesa di una vita comoda. Purtroppo la principale causa della denatalità che spegne e mortifica soprattutto il mondo occidentale è la piaga dell'aborto, e non soltanto per i numeri - cifre da paura e da autentico genocidio -, ma anche per la mentalità da esso presupposta e, purtroppo, ulteriormente incrementata, una mentalità individualistica, edonista e priva di prospettiva verso un autentico orizzonte antropologico e un effettivo bene comune.
Desidero soprattutto rimarcare come non sia coerente, soprattutto per i credenti, credere possibile il sovvertimento dell'ordine naturale, scritto nel cuore dell'uomo a fondamento della sua esistenza e della sua dimensione sociale; il comandamento divino «non uccidere» è istanza insopprimibile che non può essere abrogata o sospesa né dalla pretesa di autodeterminazione né da leggi ingiuste e quindi illegittime. La disobbedienza al comandamento di Dio è purtroppo foriera di una serie di sovvertimenti, che sotto le inadeguate e mentite spoglie delle libertà personali e dei diritti individuali, minacciano uno dei capisaldi della umana convivenza: la famiglia. Il dibattito in corso sul ddl Zan ne è amara conferma.
La proposta di legge in corso per l'approvazione alla Camera che vorrebbe sanzionare le accuse di omo e transfobia, interpella la mia coscienza di pastore. Per amore della verità che «rende liberi» (Gv 8,32) e alla quale ho consacrato la mia vita, ritengo opportuno e doveroso intervenire, riaffermando alcuni concetti fondamentali della dottrina cattolica.
Innanzitutto, desidero richiamare con forza e determinazione il valore del rispetto della dignità di ogni uomo e la condanna per ogni gesto o atto di discriminazione e violenza verso chi si trovi a vivere una peculiare condizione. Dice al riguardo una nota della Congregazione della Dottrina della fede del 1986: «Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev'essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni».
A questa affermazione, segue una precisazione importante: «Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l'attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano». […]
Come sa bene chi ha a cuore il bene di una persona, amare non significa sostenere tutto ciò che fa l'altro, ma volere il meglio, aiutarlo e orientarlo, soprattutto se rischia di sbagliare. Chi, invece, sbrigativamente e semplicisticamente accusa la Chiesa di omofobia e di oscurantismo, non rende un buon servizio alla verità delle cose. […]
In riferimento alla proposta di legge, dall'esame delle relazioni emerge una duplice premessa che ne vorrebbe motivare l'urgente necessità di approvazione: da una parte il bisogno di colmare un vuoto normativo; dall'altra una emergenza sociale, cioè una significativa quantità di offese, anche gravi, tale da giustificare una risposta punitiva mirata.
Al riguardo, illustri giuristi hanno ampiamente evidenziato come non ci sia alcuna lacuna normativa nel nostro ordinamento poiché già contiene tutta una articolata serie di norme in grado di tutelare da qualsiasi tipo di offesa alla persona (i delitti contro la vita, contro l'incolumità personale, contro l'onore, contro la personalità individuale, contro la libertà personale, contro la libertà morale). Anche per quanto riguarda l'emergenza sociale dei cosiddetti hate crimes in Italia, i dati del ministero dell'Interno, rilevati dall'Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori), rilevano la bassissima incidenza (tra il 2010 e il 2018 le discriminazioni per ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere sono 212, pari cioè a 26,5 segnalazioni all'anno). Pur nella convinzione che anche un solo gesto è degno di essere condannato e stigmatizzato, mi pare tuttavia evidente che non emerga una situazione di emergenza sociale o di diffuso sentimento discriminatorio, tale da giustificare una legge speciale.
Mi pare doveroso ribadire, ancora una volta, che le persone vulnerabili debbano essere tutelate in quanto persone, non in quanto appartenenti a un gruppo specifico. […]
A queste considerazioni, si aggiunge invece il rischio, assai più concreto e pericoloso che deriva dall'approvazione di una legge di questo tipo, la quale introdurrebbe nel sistema normativo uno squilibrio nel rapporto tra la libertà di opinione e il rispetto della dignità umana, che può dar luogo a derive liberticide.
Si dice, infatti, che la nuova invocata legge dovrà punire «l'istigazione a commettere atti di discriminazione o di violenza, non mere opinioni». Ma il problema sta proprio nell'individuare la differenza tra una opinione e una reale discriminazione, il che verrebbe affidato ad una serie di valutazioni in capo ad un giudice, tenuto conto delle «condizioni di tempo e di luogo con le quali si manifesterà il messaggio, dalle modalità di estrinsecazione del pensiero, da precedenti condotte dell'autore e così via, in modo da verificare se il fatto si possa ritenere realmente offensivo del bene giuridico protetto».
Come hanno evidenziato osservatori attenti, questa impostazione permetterebbe tranquillamente che un genitore, un vescovo, un parroco, un catechista, che nell'adempimento della loro naturale missione, abbiano esposto secondo la propria coscienza e le proprie convinzioni una valutazione educativa circa determinate condotte o promozioni di costume, possano essere sottoposti a un procedimento penale, in cui sarà da dimostrare che l'opinione o intervento formativo non conteneva in sé intento discriminatorio, per stabilire di volta in volta se sia stato superato il confine fra «opinione» e discriminazione.
La legislazione proposta inciderebbe ancora più gravemente su questioni concernenti la gestione di enti ecclesiastici o di ispirazione cristiana (come, ad esempio, la possibilità di licenziare dipendenti dei predetti enti che tengano nella vita privata un comportamento non conforme alla dottrina, la necessità di evitare ogni espressione o misura organizzativa che distingua gli uomini dalle donne - ad esempio nei bagni o negli spogliatoi, nelle classi scolastiche o anche nelle competizioni sportive - essendo una siffatta distinzione «binaria» contraria al divieto di discriminazione basato sull'identità di genere).
Qui si introduce il tema della verità delle questioni in gioco. Com'è noto, orientamento sessuale e identità di genere sono al centro di un dibattito che va avanti da molti anni, e non solo in Italia, sulla libertà educativa e sulla famiglia. Si tratta di questioni rispetto alle quali come cristiani dobbiamo conservare e promuovere il diritto ad una diversità e libertà di pensiero.[…]
L'esperienza di altri Stati nei quali sono state introdotte disposizioni cosiddette anti omofobe ci attesta che le conseguenze per i cristiani sono state dure. […]
Da tempo, e a ragion veduta, si parla infatti, della cosiddetta «dittatura del pensiero unico». Un modo di sentire «politicamente corretto», che piace ai media e ai salotti televisivi, ma che dimentica di andare in fondo alla verità delle cose, in nome del relativismo, per il quale ogni opinione può diventare legge. Ma se questo è sotto gli occhi di tutti, mi spaventa ancora di più, come pastore, pensare che articoli stessi del Catechismo e passi della Bibbia possano da un giorno all'altro diventare perseguibili per legge.
Desidero rivolgere, pertanto, un appello accorato a tutti politici cattolici e a coloro che perlomeno si ispirano a principi cristiani, affinché facciano sentire la loro voce e nel dibattito politico in corso rivendichino la libertà di pensiero di tutti e dei cristiani.
Non si può accettare infatti che una legge, perseguendo un obiettivo «ideologico», metta a rischio la possibilità di annunciare con libertà la verità dell'uomo, sia pur con l'obiettivo di prevenire forme di discriminazione contro le quali, come già ricordato, è sufficiente applicare le disposizioni già in vigore, unitamente ad una seria prevenzione, non necessariamente penale, per scongiurare l'offesa alla persona, chiunque essa sia.




