Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo stralci da Burroughs. Il virus della parola, di Alessandro Gnocchi (Polidoro editore, 152 pagine, 16 euro). Il volume, di agile lettura, mimando lo stile del genio della «Beat generation» (1914-1997), ripercorre in modo asistematico alcuni elementi biografici e soprattutto i temi profondamente profetici della sua avventura letteraria. Il brano scelto tocca una delle grandi ossessioni dell’autore del Pasto nudo: il virus - archetipo della diffusione incontrollata delle malattie, ma anche della parola e del linguaggio - e la tendenza delle nostre società a diventare sistemi di controllo ostili alla libertà individuale. Un intreccio di problemi che avrebbe avuto, nella stagione del Covid, imprevedibili precipitati pratici. Come spiega l’autore, Burroughs «è irriducibile a correnti e tendenze. Fa squadra da solo. È l’apice di una società che si è involuta fino a diventare una galera. Tutti vogliono le chiavi della prigione. Lui vuole abbatterla».
Benvenuti nella Terra dei virus. Laggiù, in fondo alla grotta, sorvegliata da grosse scimmie e teneri lemuri, c’è il Giardino biologico delle Occasioni Perdute. Ci sono gli stampi delle specie esistenti. Ci sono gli stampi rotti delle specie estinte. Le montagne scoscese e le profonde valli nascondono animali, piante, insetti, invertebrati, rettili, anfibi.
Ibridi e creature di transizione che oggi vivono soltanto tra gli alberi del Giardino. C’è anche il vaso di Pandora delle malattie. Morbi supervirulenti, che vanno rapidamente a morire, e morbi più astuti, dal decorso implacabile, come La febbre del ragno rosso, che nella omonima novella fugge dal Giardino e massacra l’umanità. Polmonite, tetano, dissenteria, colera, tifo, scarlattina, epatite, tubercolosi, sifilide, infezioni generiche... Tutto il campionario.
La star della nostra epoca è il virus a vocazione pandemica. «Virus» è la parola chiave per entrare nel mondo di William S.Burroughs. Tutto è virale. La più temibile tra le malattie: la parola. La commistione tra parola e la seconda tra le malattie più temibili: l’immagine.
Ma di questo aspetto discuteremo a lungo. Ora pensiamo a contagio, epidemia, trasmissione, mutazione. Sono caratteristiche «eterne» del nostro pianeta ma solo la nostra società globale, sovraffollata e tecnologica sa come valorizzare «al meglio» tutto il peggio del corredo biologico che abbiamo ricevuto in dote dal passato ancestrale. Non solo. Noi vogliamo sostituire la natura. Per questo siamo capaci di creare nuovi virus in provetta. Qualunque Paese con un discreto laboratorio e un ottimo scienziato può dotarsi di una arma biologica più o meno letale. Figuriamoci cosa sono in grado di creare le grandi potenze... Il futuro è delle armi biologiche. Potrebbero soppiantare addirittura quelle nucleari, troppo costose.
Da un lato, Burroughs è stato facile profeta nell’affermare che «virus» era la parola chiave per accedere alla comprensione del presente e del futuro. Qualsiasi studente di un corso di igiene è consapevole che circa ogni cinque anni si diffonde un virus pandemico in potenza. La malattia si trasmette sempre dall’animale all’uomo. Per questo proviene quasi sempre dall’Estremo Oriente dove bestie e persone vivono ancora in promiscuità, condividendo gli stessi spazi. L’igiene pubblica consiste principalmente nell’impedire che l’incubo si concretizzi e nel frenare sul nascere la diffusione dell’aviaria, della suina e delle relative varianti.
Non sempre ci si riesce e chi lo sa meglio di noi reduci del Covid-19? Dall’altro lato, l’intuizione di Burroughs è formidabile. Tutto è virale. Gli slogan, i video e le fotografie rimbalzano da un media all’altro a velocità supersonica grazie al digitale. Ma restiamo in campo biologico. Per fermare l’espansione del virus, il potere si trasforma in Controllo. Una mattina qualcuno bussa alla porta. Voi aprite e vi trovate davanti un burocrate circondato da infermieri con la maschera antigas. Il burocrate vi dice: «Siamo qui per la sua salute». Beh, dovesse succedere davvero, chiudete al volo la porta e datevi alla fuga dal retro o dalla finestra sul cortile.
Il Controllo si nutre della nostra privacy e della nostra libertà. È sempre affamato. Vuole sempre un boccone in più. Vi priva della libertà di movimento. Poi vi priva della libertà d’espressione, dopo essersi impadronito dei mezzi d’informazione. Poi vi priva di quello che avete, non sopporta la proprietà perché privata e nulla deve essere «privato» ma tutto «pubblico» quindi del Controllo stesso. Vi sommerge di tasse e in casi estremi vi impedisce di lavorare (qualcuno ha detto green pass?). Vi rende schiavi della pagnotta che vi offre. Tra le tasse, la più prelibata è la famosa «patrimoniale». Serve a impedire che possiate arricchirvi al punto da poter sovvertire gli interessi di chi detiene il monopolio della ricchezza: il Controllo e i suoi fedeli alleati della grande industria e della grande finanza.
A questo punto potrebbe venirvi il desiderio di ghigliottinare qualcuno. Per evitare una snervante rivoluzione, il potere, ormai drogato di Controllo, prima di ricorrere alle maniere forti, erge barriere insormontabili di burocrazia. Con chi dovete prendervela? Non è così semplice da capire. Perché non mozzare le teste dei politici? Sarebbe divertente ma insufficiente.
I politici sono importanti ma intercambiabili. Il Controllo ama il regime di monopolio. La grande, grandissima industria. La grande, grandissima finanza. Piccola e media imprenditoria sono un ostacolo all’efficacia del mercato: vanno quindi sotterrate al più presto, con la complicità della classe politica. L’habitat naturale del Controllo è la nazione: i confini esistono per essere difesi e per difendersi occorrono istituzioni e polizia. La culla del Controllo è la famiglia. La nazione, infatti, è un’estensione della famiglia tradizionale. Burroughs era un visionario. Il potere, a suo dire, non serve a difendere dalla malattia virale. Il potere è lì per difendere la malattia virale. Dice di prendersi cura dei cittadini ma agisce per tenerli in una condizione di paura e incertezza. Quindi, con la scusa di tutelare la salute pubblica, instaura uno stato di polizia. L’unico modo di sfuggire al Controllo, ma anche l’unico modo di impedirne la nascita, è creare piccole comunità capaci di autoregolamentarsi. Se Burroughs fosse europeo, tireremmo subito fuori l’esempio dei liberi comuni e delle città del Rinascimento. Ma Burroughs è americano e vive di miti americani: il mito della frontiera, dove non c’è legge; il mito delle comuni anarchiche di pirati: la bandiera di Bill è la Black Flag, la bandiera nera; il mito delle città private, che vivono con una propria legge, quasi indipendente, dentro ai confini di una nazione sterminata come un continente, l’America.
C’è sempre un filo di complottismo in Burroughs, ma chi lo sa, la paranoia potrebbe rivelarsi un ottimo strumento di conoscenza della realtà. In questo, e non solo in questo, può ricordare un altro scrittore di fantascienza immerso nella droga e nella paranoia: il Philip Dick di Un oscuro scrutare, romanzo popolato da spie e agenti, come la narrativa di Burroughs. Anche Ubik, il prodotto perfetto e mutevole, ricorda l’onnipresente multinazionale Trak, che vende tutto, dalle sigarette alle armi di distruzione di massa, nella trilogia Nova di Burroughs. Suggestioni. Passando da suggestione a suggestione, arriviamo rapidamente là dove volevamo arrivare con questa digressione: al Covid-19 come possibile occasione per testare inediti sistemi di Controllo. Passando da paranoia a paranoia, arriviamo rapidamente a una serie di quesiti: ammesso che non siano soltanto fantasie complottiste, perché mai testare tali sistemi di Controllo? Per il «divertimento» del potere? Per vedere fino a che punto poteva arrivare l’arbitrio? Per capire cosa siamo disposti a sacrificare per la pura vita, la salvezza, la salute? Per sperimentare quanto sia elastico il Diritto?
Mmh. Sì, tutto questo, ma anche di più. E qui torna in gioco lo zio Bill. A suo parere, c’è una guerra da preparare. Non quella contro il comunismo sovietico, che era già vinta, nonostante le apparenze. Il socialismo è un capitalismo di Stato, destinato al fallimento perché ignorante: non sa fare di conto e fissare i prezzi. Burroughs è un nemico del socialismo reale e anche ideale. Però aveva capito perfettamente una cosa: il capitalismo era una bella cosa appartenente al passato in cui aziende di origine famigliare (come la sua) si sfidavano sul libero mercato. La concorrenza era troppo dispersiva. I grandi gruppi hanno sfruttato le crisi economiche per levarsi di torno la piccola e media industria. Burroughs: «Il capitalismo del laissez-faire era un residuo del passato che si stava trasformando nel capitalismo corporativo dei trust, un altro vicolo cieco» (Terre occidentali, 1987).
Dunque, il socialismo era una farsa ma anche il capitalismo si era rivelato una fregatura. Al netto di questa doppia delusione, Burroughs vede qualcuno capace di fare peggio, qualcuno in grado di conciliare i difetti dell’uno e dell’altro sistema, qualcuno pronto a dissotterrare ambizioni imperialistiche dopo secoli di attesa. Il nemico vero è la strabordante Cina. Il Controllo punta al dispotismo per due motivi: aumentare la dose di Controllo, perché il Controllo è tossico come la droga e dà dipendenza; e prepararsi allo scontro con il dispotismo più antico, quello cinese, date un’occhiata al Libro del Signore Shang (IV secolo a.C.). Fa paura. Qualcuno può aver pensato, e pensare tuttora, che per combattere e vincere con la Cina è necessario avere un sistema di pari o superiore efficienza. La guerra, in effetti, potrebbe già essere in corso. Il Covid serve a liquidare l’opposizione in Cina e a indebolire l’Occidente. Ma l’Occidente coglie l’occasione del Covid per sperimentare un sistema di Controllo ancora più capillare e mettersi in linea con l’avversario. Il potere qui si divide: qualcuno vuole allearsi con il dragone; qualcuno vuole batterlo sullo stesso terreno e poi sul campo di battaglia. Ma sono tutte paranoie... Forse.
Non è semplice aggiungere qualcosa alla pletora di scritti, critiche, ricordi su - e di - Giovanni Testori, specie nell’anno del centenario della nascita del grande artista lombardo (1923-1993). Ci riesce Alessandro Gnocchi, giornalista e scrittore, che ha intercettato un percorso circoscritto ma essenziale: quello per così dire «editoriale». Testori corsaro (La nave di Teseo, 144 pagine, 17 euro, appena arrivato in libreria), come si evince chiaramente dal titolo «pasoliniano» è una cavalcata nella produzione giornalistica del regista e critico, dalle pagine del Corriere della Sera (dove di fatto prese il posto di PPP dopo la morte violenta di quest’ultimo) e del Sabato. L’impatto del Testori giornalista è impossibile da sottovalutare: qui pubblichiamo stralci di un capitolo in cui si ripercorre l’assalto che l’autore dell’Arialda porta alle cittadelle del potere culturale italiano. Alla fine degli anni Settanta entra in una polemica diretta con Giorgio Napolitano, già pezzo grossissimo del Pci, che piuttosto incredibilmente lamenta la scarsa disponibilità degli intellettuali d’area a «sporcarsi le mani». Testori si scatena, sapendo benissimo di essere solo praticamente contro tutti. Ma in fondo non è neppure la polemica culturale la cifra ultima del suo contributo giornalistico. Testori dà il meglio di sé (anche) affrontando la cronaca spicciola, spesso non ritenuta degna di grandi firme. È capace di commuoversi al pianto per il giovane che si uccide, per i bimbi abortiti, per il delitto di periferia. E, partendo da dettagli «minori», di toccare liricamente l’abisso umano. L’intreccio con la cronaca descritto da Gnocchi diventa non pretesto, ma motivo di una continua indagine sul «pensiero dominante» della contemporaneità. Testori è profetico nel cogliere la paradossale «unità d’intenti» del capitalismo consumista e della cultura marxista che si stava «suicidando», come aveva previsto Augusto Del Noce. Il crollo delle ideologie non porta l’assenza di ideologie ma una distruzione della cultura, della fede, della tradizione. Per questo Testori «sta con l’antico», e per questo è così attuale.
La cultura marxista non ha il suo latino (Corriere della Sera, 4 settembre 1977) è una dichiarazione di guerra al pensiero dominante. Testori delinea i principi fondamentali che saranno alla base di tutti i suoi interventi come editorialista. L’origine della polemica è un articolo di Giorgio Napolitano sull’Unità. Il futuro presidente della Repubblica si lamentava degli intellettuali poco disposti a sporcarsi le mani. Testori trasecola. Al limite, gli intellettuali hanno le mani troppo sporche. Poi parte l’assalto alle casematte del potere. La cultura come affare per piccole cosche di eruditi. L’intellettuale impegnato come impiegato al servizio della propaganda. Il marxismo come mediocre imitazione del cristianesimo e della chiesa. Il rifiuto netto del materialismo. Il Vangelo come guida in tutti gli aspetti, pubblici e privati, essendo pubblico e privato inscindibili per i cristiani. L’orizzonte limitato del progressismo: il marxismo non fa i conti con la morte. Anche la propria morte. Il Vangelo invece sì: l’Apocalisse è il primo e l’ultimo dei libri, il libro che comprende e compendia tutti gli altri libri. Senza fare i conti con la morte è inutile parlare di società, sociale, uomo e vita. Pasolini avrebbe detto: «Io sono una forza del passato». Testori invece scrive: «Se così pensando, sono tacciato di stare con l’antico, bene, sto con l’antico. Sulla modernità che ha tramutato la rivoluzione in capitale e in consumo, sputo».
reazioni scomposte
Il mondo della cultura non la prende benissimo. È un coro contro Testori, anche sullo stesso Corriere della Sera, ma in fondo è proprio l’effetto voluto, no? Ottone e Testori possono essere soddisfatti. Primo articolo «politico», primo putiferio. Intervengono Umberto Cerroni, Franco Ferrarotti, Lucio Lombardo Radice, Alberto Abruzzese, lo stesso Napolitano, Giuseppe Alberigo e perfino alcuni lettori nella pagina della posta. Ce l’hanno tutti con Testori. Non sempre si capisce il motivo. Semplice indignazione senza troppi argomenti che non siano riassumibili nello slogan Anche il marxismo ha la sua Apocalisse, titolo del pezzo di Alberigo, ma non si spiega mai in cosa consistano il latino e l’Apocalisse del marxismo. Il comunista Napolitano accusa Testori di volgarità, motivo per cui si rifiuta di entrare nel merito. Napolitano non era una educanda facile da offendere. Era uno che non aveva trovato offensivi i carri armati sovietici a Budapest e neppure l’esilio di Solzenicyn. Qui invece ci resta male. Napolitano rilancia comunque il suo appello affinché gli intellettuali si misurino con le proposte del Pci. Altri interpretano la polemica come il segno della svalutazione degli intellettuali che non possono più svolgere la tradizionale (?) funzione di mediatori tra popolo e politica (laddove la politica sembra coincidere con il Pci). Insomma, un minuetto che possiamo riassumere così: Testori, come osi criticare il marxismo? Pentiti o sarai dichiarato pazzo.
A un certo punto, Testori risponde con un minuetto satirico. Articolo brillante, ma escluso dalla Maestà della vita, forse perché ritenuto troppo contingente, forse per il tono comico, assente negli articoli scelti per comporre l’antologia d’autore. Ecco un passaggio di «Quanta gente indignata con me» (Corriere della Sera, 17 settembre 1977): «Quali prefiche, quali vestali, quali amazzoni, quali Norme (o come altrimenti chiamarle?) principiarono fin dal mattino a urlare per entro i telefoni (no non a me che non uso frequentarle; bensì a qualche povero amico): «Hai visto?»; «Cosa?»; «Ma è impazzito, impazzito come?»: «Impazzito! Ti dico che è impazzito!» L’amico (più d’uno, in verità) stringeva spaurito il telefono tra le dita: «Ma vuoi capire o non vuoi capire? Ha fatto il loro gioco…»: «Il gioco? E quale gioco?»: «Il gioco della destra, anzi della reazione!». Emesse le due parole, le sventurate crollavan giù, entro le poltrone desainirizzate, pallide ed esauste; non diversamente doveva accadere alle indemoniate, allorché, pronunciata dal sacerdote la formula dell’esorcismo, lo spirito dell’Esecrando le lasciava».
Ancora più cattivo, quasi celiniano nell’invettiva: «L’isole, i romiti, le barche, il marxismo senza latino, il latino senza Marx, il Napolitano, l’Abruzzese, santa Teresa dei Zangari, Lucio Lombardo Radice, Lomba Radardo Ludice, la Lolli, la Lalli, la Lilli, Flora Lillo (no, Flora Lillo era solo una stupenda soubrette dei tempi dell’«Italietta») tutto mi vorticava dentro la testa. Mi diventava impossibile vivere; preso da una nausea incontenibile, le persone, le cose, i rapporti, gli affetti, tutto mi si disfaceva dentro, davanti e intorno…».
conta solo la parola
Bellissimo, averne di pezzi come questo, e pensare che oggi nessuno lo scriverebbe e comunque nessuno lo pubblicherebbe. Tranne qualche pazzo che non ha paura di essere tagliato fuori da tutto. Ne esistono ancora, di pazzi simili, dovrebbero essere una specie protetta, invece sono mal sopportati perché fanno casino, insomma, fanno dibattito, che noia poi dover pubblicare le repliche, e che noia quando telefona l’editore alle sette di mattina perché la Lalli e la Lilli sono sue amiche, e che noia quando arrivano i messaggi di chi si sente insultato, di chi minaccia la querela, di chi non ha capito un’acca e vuole sapere cosa c’entra la compianta Flora Lillo. Tutta questa noia per la terza pagina, si occupassero di libri belli, recensioni belle, mostre belle, scrivessero che sono tutti bravi, e lasciassero perdere le polemiche.
Il dibattito letterario non appassiona Testori. L’avanguardia… Il ritorno all’ordine… Da sbadigliare… La questione è un’altra. Nel 1979 il Corriere della Sera Illustrato chiede a Testori quale direzione abbia preso la letteratura. Questione posta male, secondo lo scrittore. Non conta dove vada la letteratura. Conta dove va la parola:
«Chi abbia veramente (e non sperimentalmente) afferrata, amata, bestemmiata, ferita, piagata, distorta e strozzata la parola affinché potesse in qualche modo essere se stessa e spremere da sé ancora un grido, una goccia o un baluginio di luce pur nei funesti tempi del suo presente, consumistica e ideologicizzante soggiacenza all’immagine (abuso e soggiacenza che l’hanno minacciata di mutezza), sa che ad essa resta solo una possibilità; quella di farsi umilmente carne e nello stesso tempo, trapassare e portare quella carne verso il centro della sua origine, verso il centro della sua verità».
Che sia letteratura poco importa: «che sia parola, quella parola, la parola che non è più letteratura, che non è più teatro o poesia, ma disfa in sé, esaltandoli e bruciandoli, teatro, letteratura e poesia, questo sì preme».




