- Freddezza sull'ipotesi: «Ulteriore debito o nuova valuta, non vedo terze strade». Francoforte reputa i titoli di Stato di piccolo taglio come una minaccia e intanto rilancia il quantitative easing: «Pronti ad agire».
- La vera sfida è sull'euro e la sua stabilità. Il resto è solo preconcetto. L'idea di un'azione temporanea per i creditori della pubblica amministrazione è ok. Chi frena teme si indebolisca la moneta.
Lo speciale comprende due articoli.
I minibot hanno fatto il botto. Sconosciuti ai più (ma non ai lettori della Verità) fino a poche settimane fa, i titoli di Stato di piccolo taglio pensati per saldare i debiti della pubblica amministrazione sono oggi al centro del dibattito nazionale e internazionale.
Un argomento scottante al punto da provocare ieri, nel corso della conferenza stampa sulle decisioni di politica monetaria, la reazione decisa del presidente della Bce Mario Draghi: «I minibot o sono moneta, e perciò sono illegali, oppure rappresentano debito, il che fa aumentare lo stock esistente. Non credo esista una terza possibilità». Sempre dialogando con la stampa, il presidente della Banca centrale europea ha spiazzato tutti lasciando aperta la possibilità di un nuovo programma di acquisto titoli, noto ai più come quantitative easing. Nel board, ha dichiarato sibillino Draghi, ci sarebbe qualcuno «pronto ad agire» in tal senso. Potenzialmente una buona notizia per l'Italia che in passato ha largamente beneficiato di questo strumento, ma anche un messaggio in codice al suo successore (e alla Germania): l'euro va difeso, costi quel che costi.
Per questo motivo Francoforte vede i minibot come una minaccia. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Claudio Borghi, oggi presidente della commissione Bilancio della Camera, ne parlò per la prima volta nel 2012. Un primo momento di notorietà nell'estate del 2017, quando Matteo Salvini pose di fatto il primo mattone per il loro inserimento nel programma elettorale della Lega e poi del centrodestra. Detto, fatto: al punto 11 del contratto di governo firmato da Lega e M5s, nel quale trova spazio l'annosa questione dei debiti insoluti della pubblica amministrazione, ecco fare capolino i minibot. Tra le misure concretamente percorribili spicca infatti anche la «cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio, anche valutando nelle sedi opportune la definizione stessa di debito pubblico».
Trascorre esattamente un anno e i titoli ideati da Claudio Borghi causano un terremoto nel dibattito parlamentare. Lo scorso 28 maggio l'aula della Camera approva all'unanimità una mozione a prima firma Simone Baldelli (Forza Italia), con la quale si impegna il governo ad ampliare le «fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio». Riecco spuntare i minibot. Peccato che stavolta a votarli troviamo anche l'opposizione. La figuraccia è colossale: c'è chi nasconde la testa sotto alla sabbia, chi urla alla truffa (Riccardo Magi e Alessandro Fusacchia di +Europa ne lamentano l'inserimento nel documento all'ultimo minuto), chi chiede scusa (la capogruppo del Pd in commissione Finanze, Silvia Fregolent, ammette di aver «sottovalutato il testo») e persino chi passa al contrattacco (Luigi Marattin conia su Twitter l'hashtag #Ealloraiminibot salvo ricevere poi una pioggia di commenti negativi).
La frittata è fatta: i minibot sono ormai sulla bocca di tutti. E il dibattito pubblico, parafrasando Pietro Nenni, si trasforma nelle gambe su cui questa idea riesce a camminare. L'establishment mediatico, politico e finanziario va in cortocircuito. Parlando al Festival dell'economia di Trento, il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, boccia l'idea: «Sono sempre debito, non è di certo una soluzione al problema del nostro debito pubblico». L'ex del board Bce Lorenzo Bini Smaghi sbotta su Twitter: «I minibot non hanno scadenza, non hanno tasso d'interesse e vengono accettati dallo Stato per pagare le tasse: sono moneta! È un modo per far stampare moneta allo Stato… per pagare beni e servizi». La stampa internazionale freme. Dal Financial Times al Die Welt passando per l'Handesblatt (quest'ultimo mercoledì parlava di «gravi conseguenze per l'intera Ue»), gli editoriali dai toni terroristici si sprecano. Non poteva mancare, per ultima, la voce delle agenzie di rating. Proprio ieri Moody's ha dichiarato nero su bianco che l'emissione dei minibot «desta preoccupazione» e «sarebbe considerata come un primo passo verso la creazione di una valuta parallela e una mossa preparatoria all'uscita dell'Italia dall'eurozona».
Torniamo a Mario Draghi e il cerchio può dirsi chiuso. Di fronte al suo niet, conta quasi nulla l'opinione dell'economista capo di Unicredit Erik Fossing Nielsen, il quale commentando le affermazioni di Bini Smaghi si chiede «cosa c'è di sbagliato nel cartolarizzare i debiti?». E a poco valgono le rassicurazioni dello stesso Borghi sul fatto che i minibot non sono una valuta parallela perché non sussiste l'obbligo di accettarli nei pagamenti, che non sono nemmeno nuovo debito perché quei 57 miliardi (almeno 30 dei quali già scadute) sono già debito, e che rimettere in circolo quei denari significherebbe dare una botta positiva all'economia. Se le parole avessero un odore, in questo caso sarebbe quello della paura. Qualora i minibot diventassero realtà e dovessero per giunta funzionare, farebbero tremare le fondamenta dei palazzi degli euroburocrati.
La vera sfida è sull’euro e la sua stabilità. Il resto è solo preconcetto
La situazione di stress sui mercati finanziari contagia spesso giornalisti e commentatori, che finiscono per esagerare l'importanza di aspetti tecnici di decreti e mozioni, forse per una difficoltà ad affrontarne di petto il mantra politico: questo è certamente il caso del rinnovato interesse sui minibot.
Il catastrofismo attorno alla mozione di settimana scorsa vuole essere scientifico ma non lo è. Si parla di nuovo di un titolo governativo di piccolo taglio trasferibile (cioè, come ogni titolo governativo italiano, vendibile con facilità) senza interessi e con la possibilità di essere utilizzato (quasi) esclusivamente per cancellare debiti nei confronti dell'erario o - più prosaicamente - pagare le tasse. L'utilizzatore finale di questi titoli è quindi qualunque impresa abbia debiti verso l'erario (cioè abbia un utile o una base imponibile Irap su cui paga le tasse) che sia interessata a ridurre il carico fiscale ad uno sconto. Questo vale anche per gli individui: quale libero professionista rinuncerebbe ad una riduzione delle sue tasse di qualche punto percentuale? L'entità dello sconto a cui questi titoli cambieranno di mano dipenderà dai costi di intermediazione e la competitività del mercato (si creerà un mercato secondario facilitato da piattaforme bancarie?) oltre che al rischio di business di individui ed imprese. Sarà tanto più appetibile comprare minibot quanta più certezza sarà presente riguardo all'importo da versare al fisco.
Appare evidente come questi titoli avrebbero una vita economica brevissima e di fatto due soli effetti. In primis, un trasferimento di ricchezza da imprese creditrici del fisco ad imprese debitrici. Il libero professionista dell'esempio acquisterà i minibot per pagare le tasse a sconto ed effettuerà il versamento tramite minibot, senza necessità o ragione per ulteriori scambi. Data questa prevalente funzione economica, il secondo effetto dell'emissione di questi titoli sarebbe quello di postporre nel tempo il pagamento e il finanziamento da parte del Tesoro di debiti comunque esistenti. Il Tesoro potrebbe infatti emettere oggi dei bot (o maxibot?) sul mercato e con i proventi della vendita pagare tutti i debiti in mora o emettere minibot e dover rifinanziare i propri debiti, presumibilmente sul mercato, quando imprese e persone fisiche pagherebbero le proprie tasse in minibot anziché in euro. Alla luce di questo sia il proposito di aumentare la liquidità, dichiarato nel tempo dai vari proponenti dell'idea, sia l'accusa di creare una valuta parallela sono molto lontani dalla realtà. L'unica liquidità «comprata» da tale misura è quella comprata dal Tesoro per alcuni mesi come appena spiegato, mentre in mancanza del corso forzoso, ossia l'obbligo di accettare minibot come pagamento, chi mai vorrebbe scambiare i suoi euro per dei minibot? Chi li accetterebbe mai come mezzi di pagamento? In fondo, solo chi potesse farne il loro corretto utilizzo, ossia la diminuzione del proprio carico fiscale atteso... a sconto! Il precedente storico dei patacones in Argentina illustra come gli sconti da attendersi siano esigui fino al momento in cui il sistema valutario non viene messo in discussione.
Il problema quindi non è prettamente tecnico, in quanto potrebbe essere uno strumento, magari inefficiente, di tesoreria statale, ma totalmente politico, cioè legato alla destinazione che si vuole ultimamente raggiungere attraverso lo strumento stesso.
Da dove arriva la furia ortodossa nella condanna? Forse è un preconcetto legato all'identikit dei proponenti o il loro penchant per il descrivere come «richieste del popolo» idee mai citate né tanto meno discusse apertamente. Forse è la differenza tra lo scopo comunicato e i risultati che i minibot possono effettivamente raggiungere. È forse lecito chiedersi perché utilizzare un nuovo, potenzialmente complesso strumento invece di rifinanziare i debiti in mora sul mercato al di fuori di un più sinistro progetto di medio termine.
Dopo tutto, il Tesoro potrebbe vendere debito a breve sul quale paga ancora tassi negativi, cioè verrebbe pagato per sostituire questo debito. Certo è che oggi l'Italia necessita di uno stimolo monetario e di una valuta stabile. La pornografia tecnica e lo scientismo economico nascondono una difficoltà inquietante nell'affrontare apertamente il problema politico della moneta unica.



