Sebbene una decisione definitiva non sia ancora stata presa, l’eventuale operazione sarebbe finalizzata a mettere sotto pressione il regime khomeinista e a costringere così i pasdaran a riaprire lo Stretto di Hormuz.
Ricordiamo infatti che dall’isola dipende circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Probabilmente non a caso, negli scorsi giorni, Washington ha trasferito unità anfibie in Medio Oriente, mentre ieri Reuters riferiva che gli Stati Uniti si stanno accingendo a inviare migliaia di nuovi soldati nella regione. In questo quadro, sempre ieri, un funzionario della Casa Bianca ha detto alla Cbs che Donald Trump «non ha intenzione» di inviare truppe di terra in Iran, ma ha aggiunto che, in caso, l’esercito americano potrebbe prendere Kharg «in qualsiasi momento».
È chiaro che, qualora dovesse schierare militari statunitensi per occupare l’isola, il presidente si troverebbe ad affrontare il rischio di un pantano. Dall’altra parte, Trump ha però estrema necessità di riaprire Hormuz: con le Midterm a novembre, non può infatti permettere che, negli Stati Uniti, il prezzo della benzina continui a salire. Il che potrebbe alla fine convincere il presidente a intervenire su Kharg. È quindi assai verosimile che, in questi giorni, la dialettica interna alla sua amministrazione si sia fatta più serrata.
Insomma, il nodo di Hormuz sta diventando sempre più centrale. E sta anche creando delle significative fibrillazioni nelle relazioni transatlantiche. «Senza gli Stati Uniti, la Nato è una tigre di carta! Non volevano unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora quella lotta è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro», ha dichiarato il presidente americano ieri su Truth, per poi aggiungere: «Si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica causa degli alti prezzi del petrolio. È così facile per loro farlo, con così pochi rischi. Codardi, non ce ne dimenticheremo!».
«Non mi sembra ci sia stato nessun atto di codardia da parte di nessuno, anzi penso che l’atteggiamento tenuto da molti alleati della Nato sia di aiuto agli americani», ha replicato Guido Crosetto.
Il post di Trump è arrivato nelle stesse ore in cui usciva la notizia del ritiro temporaneo della Nato dall’Iraq. «La missione Nato in Iraq ha riorganizzato la propria strategia, trasferendo in sicurezza tutto il personale dal Medio Oriente all’Europa», recita una nota, diffusa ieri pomeriggio, dell’Alleanza atlantica. «La missione Nato in Iraq proseguirà dal Comando delle Forze congiunte di Napoli», si legge ancora. Nel frattempo, la Polonia ha annunciato l’evacuazione delle sue truppe dall’Iraq, mentre Downing Street ha consentito a Washington di usare le proprie basi militari per le operazioni belliche contro i siti missilistici iraniani a Hormuz. Londra ha comunque precisato che non prenderà attivamente parte ai bombardamenti nell’area. In tutto questo, sempre ieri, Trump è tornato a parlare della situazione iraniana. «Stiamo attraversando un momento difficile. Vorremmo parlare con loro, ma non c’è nessuno con cui parlare. Non abbiamo nessuno con cui parlare. E sapete una cosa? Ci piace così», ha dichiarato. «La loro marina non c’è più. La loro aviazione non c’è più. La loro contraerea non c’è più. È tutto sparito. I loro radar non ci sono più. I loro leader non ci sono più. Ormai nessuno vuole essere un leader laggiù», ha aggiunto. «Non permetteremo loro di avere armi nucleari, perché se le avessero, le userebbero», ha anche detto.
E qui veniamo a un altro nodo che la Casa Bianca deve affrettarsi a sciogliere, se non vuole restare impantanata. Che le capacità militari iraniane siano state decimate è senz’altro vero. Dall’altra parte, dalle parole di Trump emerge un problema: l’assenza di un interlocutore a Teheran in questo momento. Il che potrebbe rivelarsi uno scoglio per la soluzione venezuelana che il presidente americano ha intenzione di adottare in Iran. Soluzione che, per Trump, è fondamentale sotto due punti di vista: ne ha bisogno sia per evitare di restare invischiato in un costoso processo di nation building sia per cooperare in futuro con l’Iran sul fronte della produzione petrolifera. Frattanto, la crisi mediorientale continua a intersecarsi con quella ucraina. Secondo Politico, la Russia avrebbe proposto agli Stati Uniti di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence con Teheran qualora Washington accettasse di fare la stessa cosa con Kiev. Un’offerta, quella di Mosca, che, secondo la testata, il governo statunitense avrebbe respinto.
Infine, è emerso un dato interessante: nonostante si registrino spaccature tra giornalisti e commentatori trumpisti sul conflitto in corso, gli elettori d’area appaiono ancora in gran parte fidarsi dell’inquilino della Casa Bianca. Ieri, un sondaggio di Politico ha rilevato che, tra i sostenitori di Trump, l’81% dei Maga e il 61% dei non appartenenti al movimento Maga appoggiano, almeno per ora, i bombardamenti statunitensi in Iran.



