Oggi a Roma, presso l’Auditorium della Conciliazione sulla centralissima via che ricorda il Concordato del 1929, si apre la terza edizione degli Stati generali della natalità.
L’obiettivo della due giorni di incontri è quello di contrastare, come spiega il sito, il «declino demografico» in atto nel nostro Paese. Un declino che esiste almeno dal 1968 e si è aggravato pesantemente «dal 2015 ed è stato accentuato dagli effetti dell’epidemia Covid-19».
Nel 2022, tanto per dirne una, c’è stato il record negativo di nascite (392.598) da quando esiste l’Italia come Stato unitario, con Roma capitale (1870). Come si vede, la massiccia presenza di stranieri, almeno 6 milioni tra ufficiali e non dichiarati, non ha cambiato il pesante e tristissimo «inverno demografico». Il quale, purtroppo, caratterizza l’Europa intera ma è particolarmente avanzato proprio da noi. Solo lo scorso anno, malgrado i progressi delle medicina e l’allungamento della vita media, l’Italia ha registrato 713.499 morti, con un saldo passivo di oltre 320.000 abitanti. Come se avessimo cancellato dalla cartina geografica, «una città come Bari». E se la morte resta inevitabile, la politica, come chiede da anni Gigi De Palo, vero deus ex machina degli Stati generali, dovrebbe impegnarsi di più «sulle soluzioni per invertire il trend demografico, da decenni negativo».
«I figli», scrivono giustamente i promotori dell’urgente iniziativa, «sono un dono ma rappresentano anche un capitale umano, sociale e lavorativo». E in tal senso l’auspicio di tornare alla famiglia stabile e prolifica non deve essere appannaggio dei soli gruppi e movimenti cattolici, ma pure di tutti coloro che tengono al sistema Paese e alle future generazioni.
Fa piacere che un tema da alcuni giudicato divisivo trovi un così vasto e autorevole parterre atteso al convegno, oltre a patrocini prestigiosi (ministero per la Famiglia, Regione Lazio, Comune di Roma, Coni, Rai).
Tra gli oratori ci saranno molte figure di rilievo del governo (pro life e pro family) presieduto dalla «natalista» Giorgia Meloni. Come i ministri Eugenia Roccella, Giuseppe Valditara, Giancarlo Giorgetti, Matteo Salvini, oltre ad esperti come l’ex presidente Istat Gian Carlo Blangiardo e figure di sintesi come il cardinal Matteo Zuppi, presidente della Cei. Anche papa Francesco, per la terza volta, saluterà e benedirà l’iniziativa.
Meno scontata, è inutile negarlo, l’annunciata presenza degli onorevoli Giuseppe Conte e Elly Schlein. Infatti la politica che combatte l’inverno demografico e che sostiene la famiglia numerosa, fino a tempi recenti, era giudicata a sinistra come troppo simile a quella di partiti e regimi che, per definizione, non potevano avere nulla di buono, e meno ancora, di recuperabile. I grillini, e ancor di più il Pd, continuano a sostenere una applicazione estensiva, per non dire illimitata, della legge 194 sull’aborto. Legge approvata nel lontano 1978, anche grazie al sostegno del Partito comunista, allora alleato e succube dell’Urss, uno dei primi Paesi abortisti del mondo.
Ma è proprio l’aborto libero, gratuito e senza motivo (che non sia la decisione arbitraria e assoluta della donna), che ci ha privato di oltre 6 milioni di cittadini, tutti dai 45 anni in giù. Ad essi può aggiungersi il numero, imprecisato ma alto, degli aborti clandestini, di quelli causati dalle pillole abortive (dette «kill pill») e quelli «figli» dell’alluvione degli anti concezionali, che hanno finito per creare la mentalità edonista del «sesso sicuro», per cui la «gravidanza è una malattia» e «sterile è meglio».
Se le nascite sono in calo da decenni, c’è qualcosa che, invece, aumenta in modo drammatico e inaudito: la sterilità. Ora giunta a picchi storici, con oltre il 15% di adulti che non riesce ad avere figli. Quegli stessi figli che potevano essere adottati da donne tentate dall’aborto e che una politica lungimirante, avversata dai progressisti, poteva contribuire a salvare.
In ogni caso, anche nel 2023 vale il detto «finché c’è vita, c’è speranza». Auguriamoci che i pro life del mondo intero si uniscano per il bene comune della patria. E che la lotta all’inverno demografico non sia per alcuni un bluff per vendersi meglio all’opinione pubblica, specie giovanile, che esita tra famiglia tradizionale e numerosa e la vita edonistica, da single per scelta. Vita frivola e vagabonda, ma da sempre mitizzata da quegli egoisti che si dichiarano ora «child free», credendosi avanzati e laici.



