Il suo nome era già comparso in numerose inchieste giudiziarie, soprattutto nel Veneziano. Pan Keke, cinquantenne conosciuto anche con il nome di «Luca», era stato indicato dagli investigatori come uno dei protagonisti di un sistema che aveva trasformato una strada di Mestre in un punto di riferimento per attività legate alla prostituzione e ai centri massaggi
. Già il 13 dicembre 2012 il suo nome era emerso in una delle più importanti operazioni contro la criminalità cinese nel Nord Italia. In quell’occasione la Guardia di Finanza di Venezia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, eseguì una vasta operazione che portò all’arresto di numerosi appartenenti a un’organizzazione attiva tra Veneto e Toscana e al sequestro di un patrimonio del valore di decine di milioni di euro. Tra gli indagati figuravano Pan, alcuni suoi familiari e diversi collaboratori italiani e cinesi.
Secondo gli inquirenti, il gruppo ha accumulato ingenti ricchezze grazie al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, allo sfruttamento della prostituzione e all’impiego di lavoratori irregolari. I profitti ottenuti da queste attività sarebbero stati reinvestiti nell’acquisto di alberghi, appartamenti, esercizi commerciali, centri massaggi e altre attività economiche. Le indagini descrivevano una struttura criminale particolarmente articolata, capace di contare non soltanto su affiliati di origine cinese ma anche sul contributo di professionisti e imprenditori italiani che avrebbero fornito supporto nella gestione degli affari e nel riciclaggio dei capitali. Il centro operativo dell’organizzazione era stato individuato in un complesso residenziale di via Piave, a Mestre, considerato dagli investigatori il quartier generale della famiglia Pan. Oggi il suo profilo riappare nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze e condotta dalla Squadra Mobile di Prato, che ha portato alla luce una presunta struttura dedita alla gestione di una banca parallela operante fuori da qualsiasi controllo.
Come scrive La Nazione, per gli inquirenti sarebbe stato proprio Pan a dirigere il meccanismo finanziario clandestino. L’uomo avrebbe mantenuto rapporti sia con i clienti cinesi che usufruivano del circuito illecito, sia con intermediari e soggetti vicini a gruppi criminali italiani e albanesi coinvolti nell’inchiesta. Nel procedimento risultano indagate complessivamente oltre quaranta persone di nazionalità cinese, italiana e albanese. Secondo la ricostruzione investigativa, Pan avrebbe svolto un ruolo determinante nell’organizzazione dei trasferimenti informali di denaro. Già nel 2014 era stato condannato dal Tribunale di Venezia per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e sfruttamento della prostituzione, ricevendo una pena di sette anni e otto mesi di reclusione. Una parte della detenzione era stata eseguita nel carcere della Dogaia, a Prato.
Proprio durante quel periodo dietro le sbarre, avrebbe costruito rapporti con appartenenti alla criminalità albanese e con soggetti radicati nel territorio pratese, riuscendo progressivamente a inserirsi nel contesto locale. All’esterno si presentava come un professionista, arrivando a utilizzare il titolo di avvocato e disponendo di un ufficio nella zona di via Toscana, identificato da una targa esposta all’ingresso. Fino a circa diciotto mesi fa avrebbe inoltre gestito un locale di ristorazione nei pressi di via del Confine. Per gli investigatori, Pan rappresentava il punto di collegamento tra le diverse ramificazioni della presunta banca occulta. Avrebbe mantenuto contatti sia con imprenditori cinesi attivi nel comparto del pronto moda sia con connazionali residenti in altri Paesi europei, in particolare in Spagna. Alcuni di questi soggetti, secondo gli atti d’indagine, avrebbero intrattenuto rapporti economici anche con organizzazioni mafiose. Attualmente Pan Keke si trova detenuto nel carcere di Sollicciano. Commentando alla Nazione l’operazione, il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha sottolineato come l’inchiesta smentisca l’idea di una criminalità organizzata ormai contenuta. A suo giudizio, fenomeni di questo tipo dimostrano che le organizzazioni mafiose continuano a esercitare un’influenza profonda sull’economia, fino a diventare parte integrante di alcuni segmenti del mercato e della finanza. Le intercettazioni ambientali avrebbero documentato i movimenti di denaro all’interno della banca clandestina. L’inchiesta ha inoltre portato alla luce un presunto sistema di immigrazione illegale che sfruttava la Serbia come porta d’ingresso in Europa. I migranti cinesi venivano trasferiti attraverso Ungheria e Slovenia fino a raggiungere città come Prato, Torino e Sommacampagna. Per ogni persona introdotta clandestinamente nel territorio europeo, l’organizzazione ha incassato circa 9.500 euro.



