Il Mef fa un passo indietro e Palazzo Chigi tira dritto (pur accettando limature al ribasso) sulle nuove regole per le liste dei cda delle società quotate che farà contento Francesco Gaetano Caltagirone in vista della prossima battaglia sulle Generali.
Di cosa stiamo parlando? La commissione Finanze del Senato sta esaminando il cosiddetto ddl Capitali dopo l’allungamento della proroga della scadenza per apportare le modifiche, inizialmente fissata per il 18 settembre. I riflettori sono accesi sulle attuali regole che oggi consentono al cda uscente di una società quotata di presentare all’assemblea la lista dei nuovi consiglieri da eleggere nelle società quotate. E che Fratelli d’Italia, il partito del premier, sta cercando di cambiare mettendo una serie di paletti.
Il tema è reso caldo dalla battaglia in corso per il rinnovo del cda di Mediobanca ma soprattutto, tra un anno e mezzo, di quello di Generali (che nell’aprile 2022 vide scontrarsi due liste contrapposte, una del cda e una degli azionisti Del Vecchio e Caltagirone). Sul tavolo, i correttivi alle norme proposte dai relatori Fausto Orsomarso (Fdi) e Dario Damiani (Forza Italia) nel loro emendamento: il testo base dei due relatori prevede ad esempio che per presentare propri candidati serva l’ok di quattro quinti degli amministratori, oltre all’assegnazione del 49% dei consiglieri alla lista che arriva seconda nella raccolta dei voti. Gli emendamenti sono allineati alle posizioni espresse lo scorso 27 giugno durante un’audizione in commissione dall’imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone, nonché azionista di Mediobanca (con il 9%) e Generali (con il 6%). Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non aveva espresso una posizione ufficiale ma la settimana scorsa fonti del Mef hanno sottolineato che gli emendamenti relativi alle liste dei cda uscenti nelle società quotate «non rispecchiano la posizione del ministro e che quindi il governo avrebbe fatto una sintesi portando in commissione Finanze del Senato un parere sul tema che prescinderà dagli emendamenti e i subemendamenti finora presentati».
Ebbene, ieri sono proseguiti i lavori in commissione Finanze del Senato e a margine si è tenuto un confronto tra il presidente della Commissione, Massimo Garavaglia, i relatori Orsomarso e Damiani e il sottosegretario al Mef Federico Freni. A quanto risulta a La Verità, nel corso della discussione è stato trovato un punto di caduta smussando gli angoli delle nuove regole: per esempio dovrebbe scomparire la soglia dei quattro quinti e anche quel 49% di posti da assegnare alla seconda lista dovrebbe diventare più basso. Una mediazione al ribasso sui tecnicismi, insomma, però la norma passerà. E il lavoro verrà portato avanti solo dalla commissione perché il Mef avrebbe deciso di fermarsi e di non presentare un proprio testo come ipotizzato la scorsa settimana. Ieri i senatori hanno intanto illustrato le loro proposte e martedì prossimo ci sarà il voto. Dopo, l’esecutivo dovrà far digerire questo provvedimento ai mercati che avevano già manifestato forti i mal di pancia per la tassa sugli extraprofitti delle banche (poi corretta) e anche sull’ipotesi di riforma della normativa sui crediti deteriorati. Nei giorni scorsi il Financial Times aveva scritto che gli emendamenti al ddl capitali «minacciano di ridurre l’appeal della riforma» dei mercati finanziari italiani e causerebbero «un nuovo inutile shock per gli investitori stranieri».
Sempre ieri, inoltre, si è sollevata la voce del presidente della Consob, Paolo Savona, che in un’intervista a Repubblica ha detto: «Se potessi intervenire in prima persona direi: intanto approviamo il disegno di legge, poi affrontiamo il problema delle liste». Perché «il meglio è nemico del bene», ha chiosato Savona a corollario di un intervento tutto volto a mettere in salvataggio il provvedimento, stralciando appunto la norma sulla lista del cda. «Il disegno di legge è nato con finalità diverse», cioè «incanalare il risparmio verso strumenti connessi con gli investimenti produttivi e proteggerlo dall’inflazione», aggiunge il numero uno della Consob. E sottolineando che il processo deve innestarsi sull’esempio nazionale. Senza che qualcuno «faccia passare una norma per avere un vantaggio piccolo e solo per sé stesso».
Il ddl Capitali potrebbe essere varato entro fine anno ma di certo non diventerà legge prima del 28 ottobre e quindi non influirà sull’esito dell’assemblea di Piazzetta Cuccia sul rinnovo del cda fissata per il 28 ottobre. A Trieste, invece, si vota per il nuovo board delle Generali nel 2025.



