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Con Roy De Vita esploriamo i residui dell'ideologia sanitaria e i fallimenti delle istituzioni che promettono di occuparsi della nostra salute.
Con Roy De Vita esploriamo i residui dell'ideologia sanitaria e i fallimenti delle istituzioni che promettono di occuparsi della nostra salute.
Roy De Vita, primario della divisione di Chirurgia plastica dell’Istituto dei tumori di Roma Regina Elena, è da tempo una delle voci più limpide del mondo medico italiano. Nei video che pubblica online non trascura mai di dire ciò che pensa, e non si tira indietro rispetto al «pandemicamente corretto». Negli ultimi giorni ha avuto molto da commentare: le bozze del nuovo piano pandemico, il Trattato pandemico dell’Oms, persino la riedizione del libro di Roberto Speranza... E in ogni occasione, non si è risparmiato. Lo ha fatto anche ieri sera, intervenendo su questi temi nel corso di 1984, il talk show in onda su Byoblu.
Partiamo dal libro di Speranza, a cui ha dedicato un video molto apprezzato online. Che cosa ha pensato quando ha rivisto quel volume con gli stessi contenuti del 2020?
«Sono rimasto basito, perché io quel libro l’avevo letto e a suo tempo mi aveva molto irritato, perché è più un manifesto politico che non il racconto della pandemia. Lo dimostra il fatto, per esempio, che non c’è una parola, dico una, su Bergamo. Mi chiedo come si possa pensare di fare un racconto della pandemia in Italia e dimenticarsi di Bergamo, che è l’inizio di tutto per noi. A ciò si aggiungono toni certe volte addirittura epici, autocelebrativi: una cosa davvero imbarazzante. Per cui avevo pensato già allora che sarebbe stato tanto di guadagnato se quel libro non fosse mai uscito».
Invece…
«Invece lui in maniera incredibile non solo lo fa uscire, ma ci aggiunge anche parti nuove, tipo due parole sul vaccino. Con tutto quello che nel tempo abbiamo cominciato a sapere, anche perché dichiarato direttamente dalla Pfizer, devo dire che oggi se fossi in lui sul vaccino starei in silenzio. Ma Speranza ci ha fatto un capitolo del libro: è un pazzo scatenato secondo me».
Sembra però che qualcuno ancora segua il suo esempio, almeno a giudicare da quanto si è visto nelle bozze del nuovo piano pandemico.
«Io credo che sia stato scritto da chi c’era allora e che c’è anche adesso, sinceramente. Quindi ne faccio più un peccato di omissione, anche perché, appunto, era solo una bozza».
Resta però un tema importante. Perché dà l’idea che ci sia una sorta di macchina della sanità che procede tetragona, che si tratti del piano pandemico italiano o del trattato dell’Oms.
«Sì, purtroppo sì. Quando si osserva che nulla cambia, e si vedono situazioni che obiettivamente suggerirebbero di fare degli approfondimenti, si resta anche un po’ amareggiati. Devo dire che la Lega e il senatore Claudio Borghi si stanno dando da fare tantissimo. Sull’Oms hanno tirato fuori giustamente una serie di rilievi importanti».
Sulla condizione dell’Oms di rilievi se ne possono fare a non finire...
«Un tempo ci si rivolgeva all’Oms con una certa fiducia. Adesso sono tante le cose malfatte da questa organizzazione e in particolare dal signore che la dirige, Tedros. È un signore evidentemente inadeguato al ruolo, o forse è adeguato per chi lo vuole manovrare. L’Oms si dimostra essere una società praticamente privata, che niente ha a che vedere in realtà con la sanità e che sta facendo delle cose strane».
Tipo?
«Mentre elabora il Trattato pandemico cambia anche il Regolamento sanitario internazionale. Come sicuramente sapete, l’approvazione del Trattato richiede i due terzi dei votanti, mentre il Regolamento si approva con la maggioranza semplice, quindi è evidentemente un modo per aggirare l’ostacolo. Tutte cose che non sono belle né da vedere né da leggere né da sentire».
Personalmente ritengo che se i politici intervenissero con più decisione e frequenza qualcosina cambierebbe. Lo dimostra la storia del piano pandemico: se un giornale ne parla, se intervengono i parlamentari e poi il ministro, allora forse qualcosa si muove. Purtroppo sono veramente pochissimi ad alzare la voce.
«È vero. Ma sono ancora fiducioso. Accennavo prima alla proposta della Lega, che ha chiesto di utilizzare i soldi che diamo all’Oms - assolutamente inutili - per riversarli sulla sanità e fare in modo di migliorare i nostri servizi. Non sarebbe affatto male, devo dire. Adesso noi siamo un piccolo Paese, però c’è stato un momento in cui Donald Trump, quando era presidente, minacciò di sottrarre il finanziamento all’Oms, che avrebbe chiuso senza i soldi degli Stati Uniti. Se facessero tutti così...».
Beh, di sicuro si limiterebbe l’influenza di Bill Gates e delle sue teorie sulle pandemie del futuro.
«Bill Gates è il primo finanziatore privato dell’Oms, ed è il secondo in assoluto: prima di lui, in termini di danaro ci sono soltanto gli Stati Uniti. Non c’è dubbio che abbia un peso eccessivo all’interno dell’Oms».
Quando finalmente si metterà al lavoro, la commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia dovrebbe anche rivedere le mortalità per Covid nel 2020. I dati a riguardo forniti dall’Istat erano piuttosto freddi, segnalavano 746.324 decessi complessivi, 78.673 dei quali (56% maschi, 44% donne) per il virus di Wuhan nei suoi primi dodici mesi di spargimento di terrore e di lutti.
Nel report di maggio dello scorso anno, si affermava che il Covid-19 era stato «responsabile del 73% dell’incremento dei decessi nel 2020» e che le morti per Covid-19 avevano rappresentato il 10,5% delle morti. La narrazione, ancora una volta, era più d’effetto che di sostanza, perché venivano omessi riferimenti importanti, quali le fasce di età dei deceduti e l’eventuale compresenza di patologie che potevano essere risultate fatali per i pazienti.
Ci ha pensato l’esperto di statistica Eugenio Florean, già interpellato dalla Verità, a dare un quadro diverso dei decessi in quel periodo. Infatti, ha elaborato i file messi a disposizione dall’Istat, che pubblica solo sintesi parziali, ed è risultato che il 62% dei morti Covid soffriva di almeno 5 patologie. Per l’esattezza, 16.301 (20,72) di coloro che non riuscirono a sopravvivere avevano 5 patologie, ben 33.427 (42,49%) ne avevano 6.
Comunque perdite gravi. Sane o malate che fossero, le persone travolte dalla pandemia hanno rappresentato una catastrofe della prevenzione e della gestione dell’emergenza sanitaria. Però, ignorare le comorbidità di cui soffrivano al momento del contagio falsa la lettura di dati importanti. Perché se invece di chiudere in casa tutti e obbligare i sani a fare più dosi, togliendo diritti e libertà a quanti rifiutavano gli inoculi, si fosse concentrata su anziani e fragili la campagna vaccinale che partì a dicembre 2020, forse i decessi non sarebbero stati alti anche nell’anno successivo. Nel 2021, invece, il totale dei morti Covid era stato di 63.927, malgrado milioni di somministrazioni, e il 70% dei decessi riguardava persone con 5 patologie. Come mai?
Qualche numero, per comprendere quello che accadde nel 2020. In fascia 40-44 anni, i morti quell’anno furono 199, dei quali 74 (37,2%) avevano 4 patologie, 125 (62,8%) almeno 5 malattie. Tra gli appena più giovani (35-39 anni), si registrarono 85 decessi, dei quali 27 (31,8%) in persone con 4 patologie, e 58 (68,2%) in pazienti che dove erano presenti almeno 5 disturbi concomitanti.
In fascia 25-29 anni, morirono per Covid 25 persone, di cui 11 (44%) avevano 4 patologie, e 14 (56%) almeno 5. Al di sotto di questa soglia, tra 15 e 19 anni i morti Covid furono 4, e nelle fasce ancora più giovani (1-9) si ebbero (per fortuna) solo 2 decessi. Ben diversa risultò la situazione degli over 80, dove tra i 15.926 ottuagenari in fascia 80-84 che morirono, 5.762 (36,2%) avevano 4 malattie, 10.164 (63,8%) erano già sofferenti per almeno 5 problemi seri di salute.
In fascia 85-89 anni le perdite furono le più alte del 2020 (16.747) ed elevato il numero dei grandi anziani con almeno 5 patologie, non sopravvissuti al virus: 10.392 (62,1%). Soffrivano di 4 malattie concomitanti in 6.355 (37,9%). Tra gli over 95 deceduti per Covid (4.890), avevano 4 comorbidità 2.304 persone (47,1%) e 2.586 almeno 5 (52,9%).
Erano i veri fragili a cui dovevano essere indirizzate le dosi di vaccino, che intanto l’Unione europea contrattava a caro prezzo con colossi farmaceutici come Pfizer. La copertura di queste fasce di popolazione doveva essere l’obiettivo prioritario nel 2021. Sempre che tra dosi e richiami così ripetuti, poi non si siano abbassate ancor più difese immunitarie compromesse, o che l’integrazione del Dna nei vaccini a mRna non abbia avuto un impatto sugli oncogeni, come hanno affermato alcuni autorevoli studi.
E non bisogna dimenticare l’altissimo numero di morti per tumori. Il report dell’Istat riferiva che i 5.273 decessi dovuti al Covid tra coloro che avevano 50-64 anni, rappresenta «una frequenza seconda solo ai casi di tumore», che nel 2020 raggiunsero il numero di 26.250 in quella fascia di età. Complessivamente morirono di cancro 177.858 persone, 227.350 per malattie del sistema circolatorio. Attendiamo di conoscere tutti i dati per fascia di età del 2021, così da avere il quadro reale della mortalità Covid anche nell’anno della colossale campagna vaccinale.
Roy De Vita, primario della divisione di Chirurgia plastica dell’Istituto dei tumori di Roma Regina Elena, è stato uno dei pochi medici di fama a esprimere pubblicamente perplessità e dubbi sulla gestione dell’emergenza pandemica. Ha sfidato il «sanitariamente corretto», e non ha smesso di utilizzare il pensiero critico anche di fronte ad altre e più recenti emergenze.
«Ciò che mi ha sempre sorpreso», dice alla Verità parlando del Covid, «è che all’epoca nessuno sapeva niente di niente ma c’erano alcuni che avevano la verità in tasca. Questo mi ha fatto scattare l’esigenza di dire qualcosa, di parlare. Il nostro mestiere è fatto essenzialmente di dubbi. Io sono un primario di chirurgia plastica, quindi sono un clinico e non un ricercatore puro, ma ciò non toglie che nel mio settore, la medicina in senso ampio, tutto è sempre in discussione. Quello che oggi è vero domani potrebbe non esserlo. Il dubbio è il fondamento della nostra attività».
Bene anzi benissimo il dubbio. Ma sul Covid abbiamo ormai da un po’ anche molte certezze. Che spesso però non vengono riconosciute. Si spera che qualche verità esca dalla Commissione d’inchiesta Covid, che però deve ancora partire.
«La commissione d’inchiesta è un atto politico, inutile che ce lo nascondiamo. Dunque non mi aspetto granché. Farei piuttosto una commissione di studio sugli eventi avversi che sono obiettivamente un po’ troppi rispetto a quelli che ci si doveva aspettare, soprattutto in una certa fascia di popolazione. Perché non c’è curiosità rispetto a una cosa del genere?».
Ha perfettamente ragione. Resta che la commissione Covid, ad oggi, è l’unico strumento istituzionale di indagine a disposizione. Dunque credo che si debba quasi per forza avere fiducia.
«Sono d’accordo con lei, ma la commissione d’inchiesta cosa deve andare a tirar fuori? Indagherà sui banchi a rotelle, probabilmente, o magari sulle mascherine. Io non voglio dire che non siano cose importanti, ma non sono sostanziali rispetto all’importanza dei temi legarti al vaccino».
Infatti io mi auguro sinceramente e continuo a chiedere che il lavoro della commissione vada molto oltre i banchi a rotelle e si occupi anche di ciò che ha detto lei.
«Ci sono questioni a cui nessuno sta pensando. Le faccio un esempio. Io mi sono laureato nel 1981, per cui sono 41 anni che faccio questo mestiere, anzi 42. Ho visto tante persone con herpes zoster, il famoso fuoco di Sant’Antonio. Ma di persone che avessero un herpes zoster del volto, con un dolore notevole, in oltre 40 anni non ne avevo mai viste. Tutti mi avevano parlato di problemi che riguardavano il dorso, il torace, l’addome, ma mai il volto. Ebbene, nel maggio dell’anno scorso avevo cinque amici, di cui uno era anche un mio stretto collaboratore, il mio aiuto in ospedale, che erano stati colpiti da herpes zoster del volto. Alcuni di loro hanno avuto anche degli esiti abbastanza importanti e invalidanti che si portano dietro nel tempo. Credo che fatti come questi andrebbero valutati con maggior senso critico e con più dati a disposizione, ma si fa finta che non sia successo nulla».
Questo è il motivo per cui continuiamo a insistere sull’argomento. Però bisogna dire la verità: complici di questo occultamento, chiamiamolo così, sono stati tanti suoi colleghi. Che ancora adesso si mettono in mostra in tv o sui social discettando di tutto.
«Le dico questo. Io sono un signore conosciuto, lo sono da anni. Insomma sono popolare. Ci sono stati anche momenti in cui non lo ero affatto, ovviamente. Ebbene: il fatto che la gente ti riconosca per strada, che sappia tu chi sei, è indubbiamente gratificante. Il problema è che quando ti abitui, se non sei una persona equilibrata, questa cosa può essere dannosa. Perché in qualche modo la vuoi alimentare, vuoi tenere acceso il fuoco perché non ti piace che all’improvviso la gente si dimentichi di te. La mia sensazione è che questi signori di cui stiamo parlando siano stati inebriati da questa popolarità che gli è piovuta addosso. Avevano rubriche fisse in trasmissioni, venivano chiamati e rispondevano a tutti gli inviti al punto tale che mi sono chiesto più volte quando potessero lavorare, se in quattro momenti diversi della giornata erano in quattro trasmissioni».
Alcuni colleghi, o colleghe, in tv ci sono anche ora. A parlare magari di vino o altri temi d’attualità.
«Una delle persone a cui fa cenno lei disse che Luc Montagnier era un imbecille. Va bene che ci si può anche rincretinire con gli anni, ma Montagnier era comunque un premio Nobel. Quindi un minimo di rispetto sarebbe dovuto, se non altro per via del riconoscimento».
Funziona così anche nel discorso sul clima. Se ripeti gli slogan prevalenti, vai bene a prescindere dalle tue competenze. Se esponi tesi diverse, vieni screditato anche se hai vinto il Nobel.
«Nelle mie chiacchierate mi sono sempre limitato a parlare di cose che erano legate al mio mestiere, per quanto abbia le mie idee anche sulla guerra o sul clima. L’ho fatto perché c’erano cose che gridavano vendetta a Dio. Io ho preso il Covid nel novembre del 2020, in maniera seria, sono stato ricoverato due settimane allo Spallanzani e ho rischiato. In ogni caso, una volta guarito, ho avuto una risposta anticorpale elevatissima. Eppure sono stato costretto a vaccinarmi, sono stato obbligato a farlo, non avrei potuto lavorare altrimenti. Ora, se una persona che fa il medico non si pone delle domande su cose come queste, diciamo che per lo meno è molto distratto».
Lei ha citato prima il libro di Vannacci. Mi pare che anche in questo caso ritorni il solito metodo, la solita divisione in buoni e cattivi…
«Di argomenti divisivi ne abbiamo avuti tantissimi. Abbiamo avuto, in progressione, il Covid con annesso green pass, poi la guerra, poi il clima… Sul libro di Vannacci mi permetto di fare alcune considerazioni da privato cittadino dotato di pensiero critico. Per prima cosa mi è dispiaciuto enormemente che una persona intelligente, seria, e corretta quale il ministro Crosetto sia caduta in un trappolone pazzesco, perché questo è quello che è accaduto. Il casino l’ha creato il ministro della Difesa, con la sua affermazione sulle parole farneticanti del generale. Fare un’affermazione del genere senza aver letto mezza riga, perché in quel momento il ministro non aveva letto niente, è segno di un’imprudenza che io non riconosco in Guido Crosetto. Per cui c’era una sola cosa che può essere accaduta: che qualcuno gli avesse suggerito di mantenere una posizione di un certo tipo».
Ne abbiamo scritto, infatti.
«La seconda considerazione che voglio fare è che Vannacci, prescindendo dal fatto che possa essere condivisibile o meno quello che dice nei contenuti, non utilizza mai forme aggressive, non è mai eccessivamente sopra le righe. Parlo dei toni. E poi siamo onesti: quel che Vannacci dice è il programma elettorale che aveva presentato Fratelli d’Italia. Non è che abbia detto cose diverse. Parla degli inquilini che occupano abusivamente le case di proprietà, parla della mancanza di sicurezza, parla dell’immigrazione, parla di tutti i temi di cui la destra si era fatta in qualche maniera portavoce e sulla quale aveva raccolto i voti. E queste cose le ha disattese più o meno tutte. Per questo l’altro giorno ho fatto un tweet provocatorio».
Quale?
«Quello in cui ho detto che questo governo di destra vive una sudditanza culturale terrificante, è evidenziata dal fatto che voglia in tutti i modi piacere alla sinistra. Penso che ci sia un complesso di inferiorità nei confronti della sinistra che si manifesta in queste cose, nel dover in qualche modo compiacere l’altra parte. Ma non penso che questo sia il modo giusto di procedere. E soprattutto non è quello che ti chiede l’elettorato: quelli che tu non devi mai tradire sono gli elettori, perché sono quelli che ti hanno messo lì».

