«Sergio Mattarella non firma il disegno di legge sulle carni sintetiche». In sintesi il titolo di Repubblica andato in stampa ieri mattina. Lasciando intendere che senza l’ok dell’Unione europea il percorso di legge approvato dal Parlamento il 16 novembre scorso non avrebbe ricevuto il bollino quirinalizio. Ore 14 circa. Il Colle diffonde una nota. «Il presidente della Repubblica ha promulgato in data odierna il disegno di legge recante “Disposizioni in materia di divieto di produzione e di immissione sul mercato di alimenti [...] prodotti a partire da colture cellulari”. Il governo ha trasmesso il provvedimento», prosegue la nota, «accompagnandolo con una lettera con cui si è data notizia dell’avvenuta notifica alla Commissione europea e con l’impegno a conformarsi a eventuali osservazioni che dovessero essere formulate dalla Commissione».
Un pacchetto regalo molto ben infiocchettato, ma che, attenzione, nasconde nel fondo della scatola lo spillo avvelenato. L’uscita ufficiale del Colle smentisce da un lato le polemiche delle opposizioni e dei giornali della famiglia Elkann, tant’è che ha fatto registrare i commenti positivi di vari esponenti della maggioranza. Ma al tempo stesso contiene il cavallo di troia della Commissione Ue. Che evidentemente non aspettava altro per intervenire a gamba tesa. Prima che il testo del ddl atterrasse in Aula, le strutture tecniche del ministero dell’Agricoltura e del Mimint avevano già inviato la notifica all’Ue per poi subito dopo ritirarla. Motivo? Il Parlamento avrebbe potuto riscrivere il ddl. Corretto. Solo che questa mossa, formalmente corretta, ha dato il destro al Colle per una sorta di moral suasion sostenuta guarda caso dalla senatrice Elena Cattaneo. La quale ha fatto una pesante lobby affinché il ddl fosse subordinato all’Ue. Parliamoci chiaro. È vero che su normative che possono essere contigue a Bruxelles esiste la pratica della notifica, ma è altrettanto vero che molto spesso non viene rispettata e numerosi Paesi (Francia e Germania in primis) bypassano bellamente l’iter. Tirano dritto e semmai affrontano poi eventuali procedure sanzionatori. Un esempio? Quello sulla liberalizzazione del settore idroelettrico.
Sette Stati membri hanno salvaguardato le concessioni nazionali, non hanno avviato le interlocuzioni, sono finiti sotto procedure e, infine, hanno vinto la causa. Noi no. Il governo Draghi si è subito piegato alla linea, vincolando l’attuale esecutivo attraverso la tagliola del Pnrr. Un esempio che torna utile anche per la carne sintetica e per lo spillo avvelenato che su consiglio della Cattaneo il Colle serve al governo. Rileggiamo la nota: «Con l’impegno a conformarsi a eventuali osservazioni che dovessero essere formulate dalla Commissione». Il riferimento è al governo, ma a vergare le poche righe è il Colle. Non abbiamo letto la lettera di accompagnamento. Ma attenzione. Se l’Ue dovesse rispondere alla notifica fra tre mesi con l’intento di smontare il ddl, che succederà? La nostra risposta è: non cedere. Non fare come con l’idroelettrico o il mercato tutelato. È quindi il caso di ribadire subito che il Parlamento italiano è sovrano e visto che il presidente della Repubblica non può rimandare indietro due volte la stessa legge, il testo va bene così come è. Ci spieghiamo meglio. Va bene perché non è un divieto anacronistico da cavernicoli. È un testo che persegue il principio di precauzione. Finché l’Ue non avrà chiarito i rischi correlati alle colture e non applicherà gli iter farmacologici e non agroalimentari al processo di verifica, il nostro Paese dirà no alla produzione e alla commercializzazione delle carni sintetiche. I motivi sono chiari e semplici e sono due. Il primo è il pensiero delle persone. Ieri il Censis, sollecitato da Coldiretti, ha diffuso i risultati di un sondaggio. Sette italiani su dieci (70%) sono contrari alla messa in commercio del cibo artificiale prodotto in laboratorio dalla carne al latte fino al pesce che gruppi di potere finanziario stanno cercando di imporre sui mercati mondiali. Secondo motivo, la tutela della filiera agroalimentare del made in Italy. La chianina, passateci l’esempio sciocco, è solo nostra. L’hamburger artificiale lo potrà fare chiunque. Qui in ballo c’è un mondo di interessi e una filosofia di approccio alle novità tecnologiche conservativa. Non significa medievale. Prima si studia, si comprendono i danni e poi si autorizza la novità. L’altra scuola prevede il contrario. Prima si sperimenta attraverso nicchie di mercato e poi si comprendono gli effetti sulla pelle dei consumatori. Il primo modello riduce di gran lunga gli utili e la crescita delle grosse corporation. Per questo è molto avversato.
È vero anche che l’eccessiva normazione non fa decollare le start up e, quindi, può rallentare l’innovazione tecnologica. Il futuro sta nel trovare un punto di caduta, come sull’intelligenza artificiale. Vale per le carni sintetiche come per l’Ia. Il 5 dicembre, a Bruxelles, il sottosegretario con delega all’Innovazione, Alessio Butti, confermerà formalmente l’impegno assunto dal governo. «L’Italia rinnova il suo impegno per un’Intelligenza artificiale», si legge nella nota diffusa guarda caso ieri da Palazzo Chigi, «umanocentrica, sostenendo un’evoluzione tecnologica che posizioni l’Europa al fulcro della trasformazione digitale globale, guidando l’innovazione nel pieno rispetto della dignità e dei diritti umani». È lo stesso approccio che guida il ddl carni sintetiche. Non sarà facile portarlo avanti. Ci sono spaccature, soprattutto dentro la Ue. A questo punto vale la pena svelare le carte. Il Quirinale è garante dell’Europa - e questo è palese - ma prima dobbiamo essere sicuri che la strada che imbocchiamo sia asfaltata e soprattutto avere fiducia in chi la sta costruendo. Altrimenti c’è solo la garanzia di opprimere le persone.



