Cartelli stradali, transenne, cestini della spazzatura scaraventati contro vetrine e porte della Stazione Centrale di Milano. E poi sassi e oggetti contro le forze dell’ordine. Sono passati quasi otto mesi dalle scene di guerriglia urbana che lo scorso 22 settembre avevano travolto Milano in nome di flotillle in mare e cause pro Pal. E dopo le prime denunce, un altro tassello si è aggiunto alle indagini della Procura di Milano che da subito aveva cercato di mettere a fuoco la galassia responsabile dei tafferugli.
E dopo 27 persone identificate e denunciate, di cui quattro minorenni, 14 misure cautelari non detentive eseguite a marzo, ieri ha preso forma l’ultima tranche dell’indagine coordinata dalla pm Francesca Crupi che, con l’aiuto della Digos, ha portato all’esecuzione di ulteriori dieci misure cautelari. Sette arresti domiciliari e tre obblighi di dimora con presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Destinatari dei provvedimenti sono sei cittadini italiani e quattro stranieri regolari. L’ennesima conferma della saldatura tra antagonisti di sinistra e giovani di seconda generazione. I «maranza», pronti all’occorrenza a scendere in piazza contro qualcosa, contro qualcuno e a «bloccare tutto», come recitava lo slogan con il quale avevano più volte tentato di superare gli schieramenti dei reparti inquadrati delle forze dell’ordine arrivando a ferirne una cinquantina e ad invadere il principale scalo ferroviario della città. E non certo per solidarietà con Gaza.
Il «sostegno» alla «causa palestinese», scrive il gip di Milano Giulia D’Antoni nell’ordinanza di misura cautelare, sarebbe stato solo «il pretesto per dare sfogo a espressioni di ribellione e ostilità nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni». Frutto di un «temperamento facinoroso» e una personalità tendente a forme ingiustificate e incontrollate di violenza» che si sono tradotte in «atti distruttivi e vandalici». Una serie di condotte portate avanti per aprire dall’esterno i cancelli e le porte d’ingresso della stazione, ricorrendo «sia all’uso di aste o pietre lanciate contro le vetrate sia agli elementi d’arredo pubblici dalla via quali cestini per i rifiuti, lastre di impalcature ed estintori».
Oggetti trasformati in «armi, per rendere più efficace» la protesta successiva in un’escalation di violenza. Elementi che, secondo il giudice, configurerebbero l’«intento di devastazione» nonché la precisa volontà di generare uno «scenario di guerriglia» che in alcun modo coincide con le motivazioni pubbliche della manifestazione. Di qui la decisione di disporre arresti domiciliari e obblighi di dimora ritenendo che gli indagati possano reiterare tali comportamenti ad «elevata carica di violenza e aggressività». Tra i reati contestati, resistenza a pubblico ufficiale aggravata, lancio e utilizzo di oggetti atti a offendere, oltraggio a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio. Ma anche danneggiamento aggravato e distruzione e deterioramento di beni culturali, in particolare per aver deteriorato, distruggendole, le vetrate dei portoni storici della Stazione Centrale, considerate bene culturale di particolare interesse. Non si è fatta attendere la reazione dell’ex vice sindaco delle giunte di centrodestra milanesi e vice presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Riccardo De Corato di Fdi. «Il Comune chiuda le sedi donate ai centri sociali e sgomberi quelle occupate». Nessun mea culpa, invece, arriva dagli antagonisti che, nel corso dei mesi, hanno più volte ripetuto l’altro grande mantra della protesta: «C’eravamo tutti».



