L'accusa, rappresentata dal sostituto pg Ignazio Patrone, l'aveva incolpato, mandandolo alla disciplinare. Ma Giovanni Legnini, in quel momento vicepresidente del Csm, che presiedeva una delle sezioni rivelatasi in quel caso tra le più garantiste della storia della magistratura italiana, con accanto Nicola Clivio, relatore, e Luca Palamara nel ruolo di magistrato di merito, lo assolsero. E con 51 pagine fitte Legnini, Palamara & company motivarono una sentenza che, riletta oggi, sembra trasudare una difesa d'ufficio che non appare diretta solo a salvare il collega ma tutta la categoria, introducendo un principio nuovo: la legittima difesa della toga a mezzo stampa. «La casta è casta e va sì rispettata», ammoniva il principe Antonio De Curtis in arte Totò. E a rileggere la sentenza della Sezione disciplinare del Csm con la quale fu assolto il giudice Antonio Esposito, accusato dalla procura generale della Cassazione di aver propalato inopportunamente e prima ancora di aver scritto la sentenza la decisione su Silvio Berlusconi per l'affare dei diritti tv all'ex amico giornalista del Mattino Antonio Manzo che, così, tirò fuori uno scoop, sembra proprio che la casta si arroccò. Legnini & co. spiegarono che il collega (che presiedeva la sezione estiva della Cassazione che fissò immediatamente il processo) fu costretto a rilasciare l'intervista per difendersi dagli attacchi della stampa ostile, quella «apertamente schierata a favore dell'imputato». Esposito, quindi, non solo non commise un illecito, ma agì per tutelare la sua onorabilità: «L'antigiuridicità della condotta va, in ogni caso, esclusa in radice per avere l'incolpato commesso il fatto in presenza delle cause di giustificazione dello stato di necessità e dell'adempimento di un dovere». Legnini & co. non hanno indugiato a piazzare il principio della legittima difesa come pietra angolare su cui poggiare la motivazione: «L'accensione dei riflettori sulla sua persona gli aveva già (...) cagionato diversi dispiaceri e in quel momento non aveva cercato ulteriore notorietà, ma era intervenuto per ristabilire la verità dei fatti in un dibattito che aveva preso una piega oltraggiosa nei suoi confronti». I documenti confluiti nel fascicolo, valutano Legnini & co., «possono considerarsi solo esemplificativi della intensità e della virulenza con la quale questo argomento (l'avere fissato in tempi da record il giudizio) venne veicolato da alcuni organi di stampa». Secondo la Sezione disciplinare, insomma, Esposito era finito sulla graticola. «Vi erano stati attacchi da parte della stampa», scrissero in sentenza, «suscettibili di compromettere l'onore dell'odierno incolpato e questo fece ricorso alla intervista per ristabilirlo davanti alla opinione pubblica». Ma Esposito avrebbe potuto rivolgersi al Csm (per aprire una pratica a tutela), o sporgere querela. Pure per queste obiezioni Legnini & co. hanno trovato una pezza: «Attendere una risposta del Csm dai tempi e dagli esiti del tutto incerti risultava sostanzialmente inesigibile. Identiche considerazioni, per ovvie ragioni, vanno svolte con riguardo alla possibilità di ottenere adeguata difesa per mezzo dello strumento della querela per diffamazione a mezzo stampa, attesa la strutturale complessità dell'accertamento di responsabilità penale, la non urgenza dell'affare che sarebbe stato trattato senza alcun criterio preferenziale e la notoria difficoltà per gli uffici giudiziari di portare a compimento indagini e processo in tempi ragionevoli». La giustificazione la trovarono così: «Si era in agosto, in pieno periodo feriale, con la sostanziale impossibilità per il magistrato di ottenere qualsiasi forma di tutela perlomeno per un altro mese». Maledetti tempi lunghi della giustizia.
La resa dei conti è rimandata. Anche i «puri» di Magistratura democratica, nel momento delle decisioni difficili, hanno scelto di passare la mano. Il consiglio nazionale di ieri, convocato per mettere sotto torchio i big incappati nelle chat di Luca Palamara, è terminato con un nulla di fatto. Sul banco degli «imputati» calibri da novanta delle toghe progressiste come Giuseppe Cascini (procuratore aggiunto a Roma e consigliere del Csm), Francesco Greco (procuratore di Milano), Lis Sava (procuratore generale a Caltanissetta) e gli ex consiglieri di Palazzo dei Marescialli, Nicola Clivio e Valerio Fracassi (di cui, questa mattina, i lettori troveranno le chat integrali sul nostro sito www.laverita.info).
Tra i sostenitori più convinti di un new deal della corrente di sinistra il pm napoletano Fabrizio Vanorio, autore di una lettera-appello dai toni particolarmente duri che ha viaggiato molto nelle mailing list dei magistrati di area. Vanorio descrive una situazione di «estrema gravità» a cui devono corrispondere «estremi rimedi». Soprattutto sul fronte delle modalità di individuazione dei dirigenti degli uffici. «La crisi è dovuta al fatto che l'intera magistratura, anche la parte più giovane, è esposta al nuovo sistema di “carriera" con le sue lusinghe», ha scritto. «Ormai bisogna accumulare incarichi, esperienze, medaglie subito dopo l'ingresso in magistratura, per cominciare in tempo utile “la scalata" […] Occorrono valutazioni di professionalità molto più serie». Il che sembra quasi una risposta indiretta alla conversazione Whatsapp, raccontata dal nostro giornale, tra Palamara e Fracassi, appunto, in cui i due discutono del prossimo presidente del tribunale di Chieti, la città in cui è nato l'ex vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini.
È il pm sott'inchiesta a Perugia a scrivere al collega: «Ma su Chieti perché vuoi creare problemi a Gio Gio (soprannome di Legnini, ndr)?». Fracassi non coglie immediatamente, e risponde con un punto interrogativo. Palamara spiega: «Hai presente la Pavese (Giulia Pavese, oggi presidente della Corte di assise del tribunale di Trani, ndr)??!!... la vuole proporre a Chieti Antonello... (probabilmente si tratta di Antonello Ardituro, pm napoletano e consigliere del Csm di Area, ndr)». A questo punto, Fracassi ribatte: «La Pavese è un'impuntatura di Ercole (il consigliere del Csm Ercole Aprile, ndr)... a perdere». E aggiunge: «Giovanni chi vuole?». La risposta del capocorrente Unicost è immediata: «Guido Campli... è anche amico mio personale». Fracassi termina la discussione: «Avevo chiesto informazioni amica di Giovanni e non era tra le scelte preferite. Vediamo che posso fare». Campli sarà nominato dopo qualche mese.




