- Il presidente brasiliano si scaglia contro le politiche che «impongono barriere e misure discriminatorie con la scusa dell’ambiente». Gli stessi dogmi difesi da Pd e Verdi, che fecero del sudamericano un paladino.
- L’allargamento dei Paesi Brics, perorato da Cina e Russia, rischierebbe di far perdere influenza a Nuova Delhi. Intanto, Narendra Modi festeggia lo sbarco sulla luna della sonda Chandrayaan-3.
Lo speciale contiene due articoli.
Se c’è una cosa emersa dal summit dei Brics è l’ennesimo cortocircuito della sinistra italiana. Come noto, uno dei principali protagonisti del vertice è stato il presidente brasiliano, Inácio Lula da Silva: figura controversa che tuttavia piace assai ai vertici del Nazareno. Suo grande estimatore è, per esempio, l’attuale responsabile Esteri del Pd, Peppe Provenzano. Quest’ultimo, lo scorso 31 ottobre, scrisse un tweet per celebrare la vittoria elettorale di Lula contro Jair Bolsonaro, dichiarando: «È stata dura, sarà durissima. Ma la vittoria di Lula riapre il cammino della democrazia, dei diritti umani, della giustizia sociale e ambientale nell’America Latina». «Lula», aggiunse, «somiglia a quello che dice e vince. Noi no, o non abbastanza. È qui la chiave per l’alternativa». Insomma, Provenzano considera il presidente brasiliano come una fonte d’ispirazione per il suo stesso partito. Ma il Pd non è il suo unico ammiratore. Anche il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli, esultò per la sua vittoria elettorale. «Lula è presidente del Brasile! Una giornata bellissima per il Brasile e per il mondo», twittò il 30 ottobre. Tralasciamo qui di ricordare quando Lula, nel 2010, si rifiutò di estradare in Italia Cesare Battisti, salvo poi chiedere (un po’ ipocritamente) scusa nel 2021. Oggi vogliamo concentrarci su un’altra questione. E cioè sui testacoda della sinistra nostrana nel suo sostegno al presidente brasiliano.
Cominciamo dalle politiche ambientali. Pd e Alleanza Verdi e Sinistra si distinguono per un ambientalismo ideologizzato (basti pensare al loro sostegno della Nature Restoration Law). Forse però non sono del tutto a conoscenza delle posizioni del loro beniamino brasiliano. Nel suo discorso di martedì durante il summit dei Brics, Lula ha dichiarato: «Non possiamo accettare un neocolonialismo green, che impone barriere commerciali e misure discriminatorie con il pretesto della protezione dell’ambiente». Parole simili le aveva pronunciate pochi giorni prima, durante il vertice sull’Amazzonia, affermando: «Non possiamo accettare un neocolonialismo green che, con il pretesto di proteggere l’ambiente, impone barriere commerciali e misure discriminatorie e ignora i nostri quadri normativi e le nostre politiche interne».
Già a giugno, Lula aveva inoltre polemizzato con l’Ue sull’ambientalismo in riferimento a un’intesa di libero scambio con il Mercosur. «La lettera aggiuntiva che l’Ue ha inviato al Mercosur è inaccettabile perché punisce qualsiasi Paese che non rispetta l’accordo di Parigi», aveva tuonato, «Nemmeno loro hanno rispettato l’accordo di Parigi». Non solo. A metà agosto, secondo Reuters, il capo dello staff del presidente brasiliano, Rui Costa, aveva affermato che «non vi è alcuna contraddizione nel difendere una transizione ecologica e nuovi fronti di esplorazione petrolifera». Una posizione che è stata ripresa dai vertici del colosso petrolifero brasiliano Petrobras. Infine, secondo la rivista Nature, «la deforestazione nel Cerrado, una savana ricca di biodiversità nel centro del Brasile, è aumentata del 16,5% nell’ultimo anno - da agosto 2022 a luglio 2023 - rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente».
Ma l’ambientalismo non è l’unico cortocircuito. Lula sta infatti promuovendo una politica estera sostanzialmente antiamericana e filocinese. Il presidente brasiliano figura tra i promotori di una valuta alternativa al dollaro e, negli ultimi mesi, ha rafforzato i propri rapporti con Pechino, come evidenziato dalla sua visita in Cina ad aprile: una visita in cui sono stati sottoscritti 15 accordi. Lula starebbe anche valutando di usare lo yuan nelle transazioni con l’Argentina, mentre non ha risparmiato stoccate al Fondo monetario internazionale, sostenendo che i Brics «vogliono creare una banca più forte del Fmi, che abbia altri criteri per prestare denaro ai Paesi». Non a caso, pochi mesi fa, l’ex presidentessa brasiliana e alleata di Lula, Dilma Rousseff, è ascesa al vertice della New Development Bank: la banca dei Brics con sede a Shanghai. Sarebbe interessante capire che cosa pensa il Pd delle posizioni filocinesi di Lula.
Dobbiamo ritenere che al Nazareno vogliano ispirarsi alla politica estera del presidente brasiliano? Sarebbe strano e preoccupante: non solo tale linea ci porterebbe lontano dagli Usa, ma cozzerebbe con quello stesso atlantismo che, almeno fino all’anno scorso, i dem nostrani dicevano di sposare. Tutto questo, senza trascurare i rischi di sicurezza nazionale che il nostro Paese correrebbe qualora si avvicinasse eccessivamente al Dragone. Non ci si deve comunque stupire più di tanto: era maggio 2017, quando l’allora premier Paolo Gentiloni si recò, unico leader del G7, al forum sulla Nuova via della seta, tenutosi a Pechino.
D’altronde, non è che con i dem statunitensi la situazione muti granché. Considerato l’astio del Partito democratico americano per Bolsonaro a causa della sua amicizia con Donald Trump, Joe Biden aveva de facto puntato su Lula alle ultime elezioni brasiliane. Non proprio una strategia lungimirante, visto che, con la sua vittoria, l’America Latina si è ulteriormente allontanata da Washington in direzione di Pechino: quella stessa Pechino che, insieme a Nuova Delhi, si è detta favorevole ad allargare il gruppo dei Brics.
Tra i Paesi attenzionati, sotto questo punto di vista, figurano, tra gli altri, Tunisia, Emirati, Iran e Arabia Saudita: il che costituirebbe un problema, perché una tale situazione comporterebbe un’ulteriore perdita d’influenza di Biden in Nord Africa e Medio Oriente a favore di Pechino e Mosca.
Brics, India tiepida sugli altri ingressi
I Paesi Brics - Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica - «hanno adottato un documento che stabilisce le linee guida e i principi per la sua espansione, in vista dell’ammissione di nuovi membri», ha detto il ministro degli Esteri sudafricano Naledi Pandor, parlando a margine della seconda giornata del summit che si chiuderà oggi a Johannesburg. Pandor ha precisato che se i membri del gruppo si sono espressi formalmente a favore di un suo allargamento, rimangono divisioni e punti di vista diversi sul numero ammissibile e sui tempi di adesione. Nessun accordo, dunque, sulle alternative all’utilizzo del dollaro nelle transazioni internazionali.
Ieri è stata la volta delle dichiarazioni dei singoli leader durante la sessione plenaria del forum. Il presidente russo Vladimir Putin, collegato in videoconferenza al vertice (pende su di lui l’ordine di arresto della corte penale internazionale), ha utilizzato il suo discorso per difendere la guerra della Russia in Ucraina e lodare Cina, Brasile, India e Sudafrica, come contrappeso al dominio globale degli Stati Uniti. Ha accusato nel suo intervento l’Occidente di aver scatenato l’inflazione globale e di aver costretto alla fame i Paesi più vulnerabili ostacolando le vendite russe di grano e fertilizzanti attraverso le sanzioni. I cinque Paesi dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) «si oppongono all’egemonia e alle politiche neocoloniali» e «dovrebbero aumentare il proprio coordinamento interno per separare le proprie economie dal dollaro per facilitare il commercio tra i membri e altri Paesi non occidentali», ha aggiunto Putin. Ricordando che il prossimo vertice dei Brics si terrà nell’ottobre del 2024 a Kazan in Russia. Il leader cinese Xi Jinping, da parte sua, ha affermato che i Brics dovrebbero lavorare insieme per promuovere la prosperità e respingere le critiche al modello politico cinese e gli sforzi per isolarlo. E ha sollecitato «un rapido ampliamento» del gruppo a nuovi Paesi. Intanto il summit è servito a Pechino anche per fare nuovi affari.
Cina e Sudafrica hanno firmato 25 accordi che includono investimenti in energia, industrializzazione digitale ed esplorazione spaziale con equipaggio.
Quanto all’India, ieri la delegazione è stata impegnata più a festeggiare lo sbarco sulla luna della sonda Chandrayaan-3. Un successo arrivato, peraltro, a pochi giorni dallo schianto della sonda russa. ll premier Narendra Modi ha dichiarato di sostenere l’espansione dell’appartenenza al Brics e ha auspicato di andare avanti su questo sulla base del consenso generale. Ma al netto delle esternazioni pubbliche, la posizione indiana viene comunemente definita come tiepida rispetto all’ingresso di nuovi Paesi nel club, il cui allargamento è perorato da Russia e Cina. «Brasile, India e Sudafrica non vogliono che il loro peso diminuisca in un gruppo allargato», ha dichiarato Ziyanda Stuurman, analista senior per l’Africa di Eurasia Group, come riporta il Financial Times.
«Tuttavia, non vogliono nemmeno pagare il prezzo politico di ostacolare l’espansione, dato che la Cina sta spingendo fortemente in tal senso e diversi Paesi sperano di entrare a far parte del blocco», ha aggiunto. L’India punta a rappresentare tutti i Paesi in via di sviluppo anche al prossimo vertice del G20 che si terrà proprio a Nuova Delhi all’inizio di settembre. Dove il presidente Usa, Joe Biden, sosterrà il rafforzamento della capacità di finanziamento del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale.



