I gioielli trovati da Schliemann sulle rovine di Troia hanno subito un curioso destino: 80 anni fa, sono stati portati in Russia come trofeo bellico e lì dimenticati per quasi mezzo secolo.
La storia del tesoro di Priamo si interseca con tre romanzi racchiusi l’uno dentro l’altro. Il primo è ovviamente l’Iliade e il suo racconto della guerra di Troia (o almeno di un suo spezzone). Il secondo ha a che fare con le avventurose ricerche di Heinrich Schliemann, l’archeologo dilettante che aveva sfidato l’ipercritica specialistica, mosso dalla sua incrollabile fides nella veridicità della leggenda omerica, trovando effettivamente le rovine di Troia là dove gli antichi greci avevano detto che si trovasse, ovvero sulla collinetta di Hissarlik, in Turchia. Il terzo livello, ovvero il romanzo nel romanzo nel romanzo, riguarda invece il destino del tesoro ritrovato da Schliemann, che si interseca a sua volta con un’altra grande guerra, ovvero il secondo conflitto mondiale. Le vicende di quest’ultimo sono raccontate in un breve e avvincente saggio uscito qualche anno fa, L’oro di Troia, di Gianni Cervetti e Louis Godart (Einaudi).
Fra pochi giorni saranno infatti 80 anni da quel 30 giugno 1945 in cui un aereo sovietico partito da Berlino, sorvolando le rovine fumanti di quel che restava dell’Europa e atterrando all’aeroporto Vnukovo di Mosca, scaricava nello scalo moscovita tre casse, contrassegnate con le sigle Mvf1, Mvf2 e Mvf3. Le casse giacciono per qualche giorno nello scalo, poi, il 9 luglio, vengono trasportate sulla collinetta dove sorge il museo Puskin.
È stata la Commissione trofei di guerra a volere fortemente quel trasporto. All’inizio di giugno, un funzionario sovietico mandato dal maresciallo Georgij Konstantinovic Zukov in persona era andato dal direttore del museo di Pre e Protostoria, Wilhelm Unvergsagt, per reclamare il contenuto di quelle casse, che tuttavia, già dal 1939, era stato messo al sicuro presso il bunker di Tiergarten, uno degli ultimi presidi del Terzo Reich ad arrendersi a Berlino.
Quando i responsabili del museo Puskin aprirono le casse, restarono abbagliati, come John Travolta di fronte alla valigetta aperta di Marcellus Wallace in Pulp Fiction: l’Unione sovietica aveva appena portato in patria, come bottino della guerra condotta in Europa, il tesoro di Priamo. La collezione comprendeva 259 pezzi in oro, argento, pietre preziose, conservati in ottimo stato. Due diademi in oro zecchino con pendagli laterali composti da sedicimila placche agganciate l'una all'altra, una salsiera rituale con manici rotondi, bracciali, anelli, lenti di grandezza e foggia diverse, vasi, spille, decorazioni di cristallo, collane d'ambra, asce in lapislazzulo e nefrite. A dirla tutta, la definizione di «oro di Priamo» non era esatta: gli oggetti, ritrovati nel livello denominato Troia II, appartengono in realtà alla prima metà del III millennio a.C. e sono dunque molto più antichi degli avvenimenti narrati nell'Iliade che, secondo la tradizione, sono collocabili all'inizio del XII secolo a.C. Schliemann aveva comunque sollevato un tappo, quello dello scetticismo moderno, che impediva di scovare le vestigia della Troia storica.
Per un paio d’anni, il bottino gode di una certa pubblicità: non è visibile dal grande pubblico, ma il museo lo mostra agli addetti ai lavori o ai ricercatori che ne facciano richiesta. Poi, a partire dal 1947, con l’incancrenirsi della Guerra fredda, il tesoro si inabissò. Nessuno ne parlò più, nessuno lo vide più, si arrivò persino a dimenticare chi l’avesse preso. Non era neanche chiaro chi dovesse reclamarlo legalmente: la Turchia, sul cui suolo era stato ritrovato? La Germania, a cui Schliemann le aveva donate? I rapporti tra quest’ultima e la Russia, nel dopoguerra, erano peraltro complicati. Fatto sta che il tesoro venne dimenticato nei sotterranei del Puskin. Ufficialmente neanche esisteva, il che faceva sì che nessun esperto fosse pagato per conservare quei tesori al meglio (che, peraltro, in una certa quota sparirono, andando ad arricchire il patrimonio personale di qualche alto papavero).
Per quanto possa sembrare incredibile, fu solo nel 1993, dopo la caduta del comunismo, che la presenza del tesoro in Russia fu confermata da Boris Eltsin. Ai avviarono in seguito trattative per la restituzione, ma senza esito: ancora negli anni Novanta, dalla Russia arrivava la richiesta di trattenere quei beni come risarcimento per i danni della guerra degli anni Quaranta. E, a giudicare dall’aria che tira oggi, per riaprire quel tavolo di discussione dovranno passare ancora un po’ di anni.



