Psicodramma. Disfatta. Delusione. Fallimento. Maledizione. Si potrebbe andare avanti a oltranza per descrivere lo stato d’animo che accompagna la terza mancata qualificazione a un Mondiale della Nazionale. E invece è sufficiente dire che l’Italia si è sciolta, di nuovo, come neve al sole, nonostante il clima rigido di Zenica. E così dopo non essere andati in Russia nel 2018, in Qatar nel 2022, la prossima estate non andremo nemmeno in Usa, Canada e Messico. In principio fu la Svezia. Poi toccò alla Macedonia del Nord. E ora la Bosnia. Con l’unica differenza che stavolta la sofferenza si è prolungata per 120 minuti più i calci di rigore.
A decidere la finale playoff a Zenica sono stati infatti i tiri dal dischetto dopo l’1-1 dei tempi regolamentari. Il match era partito come previsto, con l'Italia costretta subito a fare i conti con l’impatto emotivo del Bilino Polje. La Bosnia aggredisce, spinge, si appoggia sull’entusiasmo del pubblico e nei primi minuti prova a mettere pressione soprattutto sugli esterni. Gli azzurri reggono senza scomporsi, ma faticano a prendere il controllo del gioco.
Il primo squillo è dei padroni di casa, con Demirovic che calcia centralmente, senza creare problemi a Donnarumma. È un segnale però della direzione della partita: ritmo alto, pochi spazi e Italia più attenta a non concedere che a costruire. La svolta positiva per gli azzurri, tuttavia, arriva al quarto d’ora ed è figlia di un errore. Vasilj sbaglia un disimpegno elementare e consegna il pallone a Barella, che serve immediatamente Kean. L’attaccante della Fiorentina non sbaglia e porta avanti l’Italia, gelando uno stadio che fino a quel momento aveva spinto con continuità. Il vantaggio però non cambia davvero l’inerzia. La Bosnia continua a giocare con intensità, costruisce occasioni soprattutto su cross e seconde palle, mentre Donnarumma è chiamato più volte a intervenire, prima su Basic e poi sulla girata di testa di Katic sugli sviluppi da corner. Sulla destra soffriamo la verve di Bajraktarevic, giovane stellina classe 2005 in forza al Psv che fa già gola a mezza Europa. L’episodio che rimette tutto in discussione arriva nel finale di primo tempo: Donnarumma effettua un rinvio dal fondo troppo corto, il centrocampo bosniaco intercetta e lancia in porta Memic. Bastoni interviene in scivolata da ultimo uomo e viene espulso. Italia in 10. Una decisione che cambia la partita, costringe Gattuso a ridisegnare l’assetto gettando nella mischia Gatti per Retegui e restituisce alla Bosnia entusiasmo e campo. Alla vigilia il ct bosniaco Barbarez aveva detto che avrebbero parcheggiato il bus davanti a una porta o nell'altra, a seconda di come si sarebbe messa la partita. Dichiarazione profetica perché è esattamente ciò che è avvenuto. Dopo il vantaggio azzurro la Bosnia ci ha praticamente dominati, concedendoci comunque più di una possibilità di chiudere i giochi.
Nella ripresa lo scenario è inevitabile: Italia schiacciata, Bosnia stabilmente nella metà campo azzurra. L’ingresso dei nuovi giocatori, Tahirovic per Kolasinac e Alajbegovic per Sunjic, dà ulteriore energia ai padroni di casa, che alzano il baricentro e trasformano la partita in un assedio continuo. Soprattutto Alajbegovic, esterno classe 2007 del Salisburgo che si ispira a Lamine Yamal, si piazza largo a sinistra e fa impazzire i nostri, con Palestra, appena subentrato a Politano, l'unico in grado di contenerlo. Eppure, proprio nel momento più difficile, l’Italia ha le occasioni per chiuderla. All'ora esatta di gioco Kean scappa via in campo aperto ma perde lucidità davanti a Vasilj e calcia alle stelle. Poco dopo Pio Esposito fa lo stesso su assist di Palestra. Poi è Dimarco a non concretizzare un’altra situazione potenzialmente decisiva. Tre opportunità nitide che restano lì, non sfruttate. Sono situazioni che in partite come queste prima o poi presentano il conto.
Il prezzo arriva a dieci minuti dalla fine. Su un pallone messo in area, Dzeko riesce a colpire da distanza ravvicinata, Donnarumma respinge come può ma lascia il pallone vivo e Tabakovic è il più rapido ad avventarsi. È l’1-1 che riporta tutto in equilibrio, ma soprattutto che certifica il momento della partita: Bosnia in spinta, Italia in difficoltà numerica e fisica. Nel finale dei tempi regolamentari e poi nei supplementari, la gara resta aperta ma bloccata. L’Italia prova a resistere e a ripartire quando può, la Bosnia continua a cercare il colpo decisivo, andando anche vicina al gol con Tahirovic nel secondo tempo supplementare. Un destro dal limite che nella mente dei più preoccupati ha rievocato quel destro di Trajkovski che ci buttò fuori quattro anni fa nello spareggio di Palermo contro la Macedonia del Nord. Cattivo presagio, così come la presenza dell'arbitro Clement Turpin (stesso fischietto del Barbera nel 2022). L'arbitro francese ha destato più di un dubbio su alcune decisioni, specialmente quella presa al 102’: Palestra è lanciato in porta, Muharemovic lo abbatte una manciata di centimetri prima che entri in area e viene sanzionato soltanto con il giallo, tra le proteste degli azzurri che si avvicinano al momento decisivo dei rigori in apparente difficoltà emotiva.
E così come avvenuto contro il Galles, dopo aver rimontato lo svantaggio nel finale di partita, dal dischetto la Bosnia è perfetta. L’Italia no. Esposito calcia alto il primo rigore, Cristante colpisce la traversa sul terzo. In mezzo solo il gol di Tonali. Troppo poco. L'uomo del destino per la Bosnia è Bajraktarevic, che a dispetto dei suoi 21 anni appena compiuti si prende la responsabilità di calciare il rigore decisivo che spedisce per la seconda volta nella storia la Bosnia ai Mondiali e noi a osservarli per la terza volta di fila dal divano. Un incantesimo che prosegue da 12 anni e che il nostro calcio proprio non riesce a spezzare.
La verità nuda e cruda con cui dobbiamo fare i conti, volenti o nolenti, è che soffriamo questo tipo di partite. Partite dove essere, o peggio sentirsi, superiori tecnicamente non basta. Abbiamo trascorso la vigilia a dividerci tra chi ha criticato quel gruppetto di azzurri sorpresi a festeggiare l’incrocio con la Bosnia anziché con il Galles e chi, al contrario, sosteneva che dopotutto era meglio così, perché vuoi mettere andare al Millennium Stadium di Cardiff e giocare davanti a 80.000 spettatori contro una squadra 37ª nel ranking Fifa? Certo, la Bosnia è 66ª, ma se è vero che il ranking è veritiero rispetto alla forza reale delle squadre, è altrettanto vero che l’Italia è 12ª (fino a stasera) in questa classifica e quindi non dovrebbe temere né l’una né l’altra. Ma quando sei assente dalla madre di tutte le competizioni calcistiche e non solo, succede questo. E non perché qualcuno lo aveva detto prima o perché è troppo semplice parlare con il senno del poi. Ma perché il calcio non è mai una scienza esatta e questo lo si sa da oltre un secolo.