«Mi piacerebbe che uno dei requisiti necessari per l’elezione dei deputati italiani fosse l’avere avuto una partita Iva per almeno due anni. Sarebbe una specie di patente utile a capire le esigenze di chi fa da motore a consumi e Pil», dice Roberto Capobianco, che nel 2010 ha creato Conflavoro Pmi, di cui è presidente, la confederazione che rappresenta 80.000 micro, piccole e medie imprese. Dai parrucchieri alle estetiste, passando per le lavanderie e per le aziende manifatturiere, del settore siderurgico e del turismo. Ovvero quel tessuto economico sparso sul territorio che spesso non ha voce e che più di altri si trova in mezzo alla tempesta delle restrizioni, della pandemia burocratica, del caro bollette e dell’inflazione. Come dimostra la ricognizione fatta tra i soci dal centro studi della confederazione a gennaio. «Terribile», la definisce Capobianco delineando un quadro ben diverso da quello dipinto in questi giorni su molti giornali dopo i dati Istat relativi al «balzo» del 6,5% del Pil nel 2021.
Partiamo dai costi dell’energia per le imprese. Quali sono le vostre stime?
«In un triennio passeranno dagli 8 miliardi del 2019 ai 38 miliardi del 2022. Si tratta di un aumento generalizzato del +375%. Sono a rischio decine di migliaia di Pmi ed è necessario uno scostamento di bilancio. Stiamo già registrando blocco delle produzioni e delocalizzazione. In più, l’impatto sulla spesa delle famiglie diminuisce il potere d’acquisto, sottraendo risorse alla spesa in altri beni e servizi, frenando i consumi e, dunque, impattando inevitabilmente sulle imprese. I 9,5 miliardi già stanziati dal governo per arginare lo shock non sono sufficienti».
Quali sono i settori che soffrono di più i rincari?
«Per la filiera del turismo, ovvero alberghi e strutture ricettive, parliamo di un aumento del 67,4%, per bar e ristoranti dell’89,9%, per i servizi alla persona, cioè parrucchieri e centri estetici, dell’81,4% , per il commercio al dettaglio del 62,7%, per la filiera delle costruzioni del 91,5%, per trasporti e logistica del 90,1% e per altri servizi del 75,1%. Ecco perché è necessario provvedere alla rateizzazione delle bollette anche per le imprese, rischiano un vero e proprio bagno di sangue. Pensiamo ad esempio ai parrucchieri, con il fatturato in calo del 50% e la bolletta elettrica in aumento dell’80%: sarà impossibile riuscire a garantire l’operatività di parrucchieri e barbieri, che in Italia rappresentano la seconda categoria artigiana. La bolletta di un’attività di medie dimensioni con 4/5 dipendenti, arriverà infatti quasi a raddoppiare, passando dai 10.000 euro del 2021 a circa 18.000 euro nel 2022. La spesa totale per gli oltre 90.000 saloni di parrucchieri e barbieri presenti in Italia aumenterà di 720 milioni».
Come riusciranno ad andare avanti?
«Il 70% dei parrucchieri sta già mettendo in campo alcune misure “salva impresa” aumentando del 30% i costi delle prestazioni, con inevitabili impatti sulle tasche dei clienti. Il 12% ha già dovuto provvedere al calo dei costi extra mentre oltre il 15% è stato costretto a licenziare del personale».
Parliamo in generale delle stesse aziende che, dopo aver fatto i conti con il lockdown nel 2020, hanno dovuto gestire anche le spese per tamponi, mascherine, sanificazione e controlli dei green pass, oltre ai casi di quarantene. Quale è stato il bilancio dell’ultima ondata?
«In generale parliamo di più di 8,5 milioni di tamponi rapidi antigenici per una spesa complessiva di circa 126 milioni a carico degli italiani e delle imprese durante il periodo festivo, dal 24 dicembre al 6 gennaio. Abbiamo inoltre i dati parziali di un’indagine sui costi a carico delle aziende per permettere ai propri lavoratori di tornare sul luogo di lavoro nel mese di gennaio e sull’assenza dei dipendenti per cause burocratiche legate al Covid. Il campione, dalle micro alle grandi, è stato di 2.500 aziende intervistate. Ebbene, il 47% non ha avuto spese per tamponi che evidentemente sono stati a carico dei dipendenti ma il 31% ha sborsato fino a 1.500 euro, il 12,5% da 1.500 a 3.000 euro, il 7% da 3.000 a 4.500 euro e il 2,5% da 4.500 a 6.000 euro. Attenzione: il costo dei tamponi è una spesa volontaria delle aziende per lavorare in sicurezza e quindi è solo una goccia dei costi affrontati dalle imprese in due anni di pandemia».
In che modo una confederazione come la vostra, che è sganciata da Confindustria, può aiutare le piccole aziende in questo momento?
«Essere presenti dove vengono modificate le leggi e nelle sedi della contrattazione settoriale, assistere le aziende a districarsi nelle giungle normative, nella finanza agevolata, nell’accesso al credito. In un momento come quello che stiamo attraversando anche fallire ha un costo».



