Nella narrazione dell’area antagonista i due anarchici saltati in aria a Roma mentre stavano preparando un ordigno artigianale in un casolare di campagna abbandonato sono già diventati icone.
Trasformare chi salta in aria mentre maneggia esplosivi in caduto combattente, con un salto narrativo che cancella la realtà e prova a costruire il mito, però, «è un copione già visto», valuta Antonio Rinaudo, già pubblico ministero di Torino, che porta sulle spalle anni di inchieste su terrorismo interno e violenza politica. La sua analisi è asciutta e scava nel passato: «Ogni volta che succede il sistema si riattiva. E il ciclo riparte. Con azioni dimostrative e rivendicazioni». Un fenomeno che torna oggi, mentre a Torino l’orbita di Askatasuna continua a rappresentare un punto di coagulo, più politico che fisico, per una galassia che si muove tra piazza, sabotaggi e propaganda. «È una dinamica che si ripete con una regolarità quasi meccanica: incidente, costruzione del mito, rilancio della mobilitazione», spiega Rinaudo. Il circuito si autoalimenta e, ogni volta, prova a reclutare nuovi pezzi di quella galassia fluida che vive di simboli più che di strutture formali.
Partiamo dall’episodio di Roma. Nella narrazione di quell’area, finita subito sui siti internet di riferimento, i due incauti anarchici rischiano davvero di diventare degli eroi?
«Beh, ma è certo. Ce ne sono stati di casi, ne abbiamo avuti di ogni tipo. Ogni volta ne hanno fatto dei simboli e li hanno innalzati a emblema di manifestazioni di coraggio. È sintomatico che abbiano scritto che questi sono morti combattendo anche se erano lì che stavano manipolando… In realtà magari erano impreparati nel gestire questi strumenti esplosivi, ma nel racconto dei compagni sono diventati dei martiri».
È un’area che ha bisogno di nuovi eroi? Quelli del passato sono stati messi da parte?
«La finalità è precisa, cercare una narrazione che produca un coinvolgimento di frange di soggetti psicologicamente più deboli per condurli all’emulazione. L’esperienza ci insegna che tutte le volte in cui si è verificato qualcosa di simile, poi c’è sempre stata una recrudescenza».
Per questo si costruisce un racconto attorno alla loro morte?
«Vengono presentati come emblema di manifestazione di coraggio».
Questo meccanismo funziona davvero o resta confinato a una minoranza?
«Sono richiami ai quali io e lei restiamo del tutto indifferenti, ma se rivolti a soggetti deboli o giovanissimi è ovvio che funziona. Il bersaglio non è l’opinione pubblica, ma una platea ristretta e permeabile».
Chi sono questi soggetti più esposti all’emulazione?
«Basta guardare ciò che è successo a gennaio durante la manifestazione pro Askatasuna, quando sono scattate le devastazioni. Lì l’area anarchica ha pescato proprio in quel serbatoio. Si chiama proselitismo».
Quindi non è stata una reazione spontanea di piazza…
«Riflettiamoci un attimo. Com’è possibile che si muova una massa di quel tipo semplicemente con la finalità di rivendicare Askatasuna per quello che è stato? È chiaro che dietro c’è un piano articolato e ben programmato».
Sta parlando di una regia organizzata?
«C’è tutta una struttura organizzativa dietro, ma anche una struttura di spessore economico. È difficile da credere che tutti quei manifestanti, che arrivano anche dall’estero, si muovano a spese loro. Una riflessione su questo snodo, che è una riflessione importante, bisognerebbe farla».
La domanda che suggerisce è «chi finanzia tutto questo?».
«Io nelle mie indagini ho sempre puntato a cercare scoprire i finanziamenti. Finanziamenti che poi non sono neanche tanto occulti, secondo me».
Pensa a Ong e a reti di finanzieri stranieri?
«Non solo. Penso anche ad attività molto più illegali. Senza risorse, certe manifestazioni non esisterebbero».
Rispetto al passato cosa è cambiato?
«Un tempo era molto più semplice, facevano le rapine, le chiamavano espropri proletari, e i finanziamenti arrivavano da lì. Adesso le attività illecite non vengono rivendicate come ai tempi delle Brigate rosse o di Prima linea e nessuno ci pensa».
Quindi c’è un livello di opacità più alto?
«Immagino proprio di sì».
Si è alzato anche il livello di pericolosità?
«Sicuramente tutte queste manifestazioni di piazza che si concludono con degli scontri e delle devastazioni non sono da sottovalutare né da interpretare come una turbolenza o come un fenomeno di protesta giovanile fine a sé stesso».
La protesta politica è da escludere?
«C’è sicuramente chi è lì per manifestare disagio o per forme di protesta. Poi però tutto questo diventa lo spunto per dare sfogo alle forme di violenza che si sono verificate. E pensare che dietro non ci siano manovratori, francamente, mi sembra molto riduttivo».
Sono solo pretesti…
«ProPal, NoTav, NoMeloni, NoPonte… Diciamolo chiaramente, a questi signori di Gaza non gliene frega niente. Non gliene frega assolutamente niente. Gli interessa semplicemente fare casino».
Questa è la leva principale?
«Questa è la forza su cui può contare chi ha in mano e riesce a gestire il caos di queste piazze violente. La finalità è sfidare lo Stato».
Torniamo ad Askatasuna. Senza una sede fisica cambia qualcosa?
«Io ho sempre sostenuto che Askatasuna era l’emblema, la manifestazione della protervia nei confronti dello Stato. Ma la sede fisica ormai era solo un simbolo».
Quindi non è il luogo il problema.
«Era un contenitore. E poi all’interno di questo contenitore c’era il contenuto, però, che aveva e che ha ancora rilievo».
Posto che il punto non è lo spazio occupato ma la rete che continua a esistere anche senza mura, i leader sono cambiati?
«Ovviamente ci sono delle nuove leve. Io ormai non ho più il polso diretto della situazione, ma si capisce che i vecchi leader oggi possono risultare anche un po’ anacronistici. Bisogna però tenere sempre a mente che nel panorama anarchico si viaggia su un piano orizzontale, i compagni sono tutti uguali, non ci sono capi. Però ovviamente c’è sempre chi ha carisma, maggior sostanza, più personalità».
Come nel caso di Alfredo Cospito?
«Ecco, Cospito al 41 bis, quando ha dovuto far valere ancora la sua leadership, ha dovuto ricorrere a quella sceneggiata dello sciopero della fame».
Una mossa calcolata?
«Questo signore sa perfettamente fino a che punto può arrivare e al momento buono smette. Siccome non può parlare, però, attraverso lo sciopero della fame dà un segnale all’esterno. Comunica. E il segnale è stato recepito prontamente dai suoi adepti che ne hanno fatto la loro bandiera e hanno ricominciato a manifestare e a manifestarsi».
E questo alimenta il circuito.
«Certamente. Il circuito ne ha fatto un martire, ha ricominciato a muoversi, a rivendicare, a mettere a segno azioni».
Cosa dobbiamo aspettarci adesso?
«Io sono convinto che di qui a poco queste manifestazioni avranno uno sviluppo ulteriore. Si tenga in conto che i recenti attentati alle linee ferroviarie sono un chiaro sintomo del livello che si alza».
Un salto di qualità operativo?
«Loro prendono spunto per le loro azioni violente sempre partendo da determinati simboli. C’è stato il periodo di Poste italiane. Oggi hanno preso di mira le Asl. Tra il 2015 e il 2020 c’erano i Cpr, poi, quando non potevano più attaccarli direttamente, attaccavano tutte quelle società dell’indotto che lavoravano con i Cpr».
Anche piccoli obiettivi.
«Anche piccole imprese artigiane. Qui a Torino ne abbiamo avute alcune che sono state saccheggiate».
C’è poi un altro fronte: quello digitale.
«Un tema estremamente delicato. È materia sulla quale lavorano i servizi di sicurezza. Il Web è un moltiplicatore. Non c’è strumento migliore per comunicare. Negli anni Ottanta c’era il volantinaggio ed era tutto più semplice. Ora, anche dei segnali che possono apparire innocui, in realtà, per chi li sa leggere, possono contenere un messaggio».
Ma è anche un luogo, quello virtuale, in cui si può colpire. Gli attacchi per far saltare il server di una multinazionale o per rubare i dati dal cloud di un ente sono riconducibili all’area ideologica che agita le piazze?
«Secondo me è il terreno su cui oggi si gioca la partita più importante e sul quale bisognerebbe investire tempo e risorse».
Si sta sottovalutando il fenomeno?
«È materia molto concreta, ma di solito viene sottovalutata. La si riscopre quando i gruppi tornano a farsi sentire e a colpire».



