C’è modo e Modi di fare gli accordi commerciali. C’è chi va in India col cappello in mano offrendo chiacchiere e distintivo, con l’unico malcelato scopo di vendere le auto tedesche che sono state demolite dal Green deal, e chi si presenta al Paese più popoloso della terra dicendo: se volete la pace commerciale le cose si fanno come dico io. Parola di Donald Trump.
Si dovrebbe fare un gioco d’enigmistica tanto popolare: trova le differenze tra la forza degli Usa e le albagie di Bruxelles, ivi compresa l’ennesima boutade di Mario Draghi che vuole un’Europa federale elevata a potenza mondiale scimmiottando Washington, ma con condizioni storiche, culturali, antropologiche, fiscali, normative ed economiche imparagonabili. Per misurare spannometricamente le due intese basta una cifra: l’interscambio Ue-India vale 180 miliardi di euro e i dazi si ridurranno al 10% in un tempo che va dai 7 ai 10 anni; l’accordo che Donald Trump ha stretto con Nerendra Modi parte subito e riguarda merci americane che gli indiani importeranno a dazio zero per 500 miliardi di dollari. Giusto per tornare con la memoria allo «storico accordo» di due settimane fa, così lo ha presentato Ursula von der Leyen agli europei, il valore immediato è un risparmio di circa 4 miliardi sulla dogana da parte degli esportatori Ue, un taglio dei dazi sulle auto dal 110% fino a scendere al 20% in dieci anni con esclusione delle utilitarie (dunque ammesso che l’Italia producesse ancora auto non ce ne accorgeremmo) e un abbassamento dei dazi sul 96% dei prodotti Ue e sul 93% dei prodotti indiani che in dieci anni arrivano a un reciproco 10%. Ci sono delle differenze tra settore e settore, ma il grosso dell’intesa dice questo. Il commissario europeo al commercio Maros Sefcovic, l’ha definita come «il più grande accordo di libero scambio mai realizzato, frutto di oltre un decennio di lavoro».
Prima però di vederlo operativo servono dettagli, approvazioni e ratifiche varie: un paio d’anni se bastano. Ma a Bruxelles tutti hanno battuto le mani in segno di rivincita sulle tariffe trumpiane a un «trattato del secolo - parole della Von der Leyen subito dopo la firma ancora tutta da ratificare, come peraltro per il Mercosur, dall’Eurocamera - che mette insieme un mercato di circa 2 miliardi di persone (due terzi sono gli indiani che hanno un reddito pro-capite dieci volte inferiore a quello degli europei, ndr) e dimostra che l’Europa è per il libero scambio e non per le barriere». La battuta era indirizzata a Donald Trump, che in quei giorni aveva minacciato nuovi dazi ai Paesi che si frapponevano tra lui e la Groenlandia. Ebbene ieri il presidente americano ha fatto sapere al mondo queste due elementari cose: l’India s’impegna a non comprare più petrolio dalla Russia e l’accordo commerciale concluso tra lui e Modi riguarda una riduzione immediata dei dazi americani dal 25 al 18% con l’India che si appresta ad azzerare le tariffe doganali sui prodotti americani che acquisterà per 500 miliardi di dollari. Giusto per avere un’idea, l’interscambio India-Ue è oggi pari a 180 miliardi di euro e il tanto decantato accordo ad esempio sull’agroalimentare con le riduzioni dei dazi sui vini che passano dal 150% al 20% sempre in dieci anni riguarda «l’enorme» cifra di 76 milioni di euro, di cui 2,8 italiani.
Il presidente americano nel descrivere l’intesa sul suo social Truth c’ha messo la consueta enfasi: «È stato un onore parlare questa mattina con il primo ministro Modi. È uno dei miei più grandi amici e un leader potente e rispettato del suo Paese. Abbiamo parlato di molte cose, tra cui il commercio e la fine della guerra tra Russia e Ucraina». Proprio lo stop annunciato da Modi delle forniture di petrolio dalla Russa giustificano l’ottimismo di Trump che continua a usare i dazi come arma geopolitica. L’accordo con l’India gli serve sia per portare Vladimir Putin a trattare con Kiev sia per dare un segnale alla Cina. Che Trump abbia colto almeno uno dei due obiettivi lo conferma il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov che si è affrettato a dichiarare a Ria Novosti - l’agenzia ufficiale russa - che «Mosca non ha ancora ricevuto alcuna comunicazione da New Delhi in merito al rifiuto di acquistare petrolio russo».
Quanto al secondo obiettivo si è fatto interprete di timori di allontanamento da Pechino il partito del Congresso che guida l’opposizione indiana. La quale ha chiesto che Modi condivida con il parlamento i dettagli dell’accordo commerciale. «È stato affermato che l’accordo è stato raggiunto su richiesta di Modi e Trump sostiene che l’India si muoverà per ridurre a zero le barriere tariffarie e non tariffarie. Ciò - sostiene l’opposizione - avrà un impatto sull’industria, i commercianti e gli agricoltori indiani». Va ricordato che l’India è la seconda agricoltura mondiale con 200 milioni di ettari coltivati su cui campa circa il 40% della popolazione. Il «Congresso» vuole anche sapere se è vero che il governo Modi «non acquisterà petrolio dalla Russia, ma da America e Venezuela» perché l’India ha una continua fame di energia e si teme una dipendenza troppo marcata da un’unica fonte. L’accordo però prevede un’espansione dell’export indiano verso Washington che resta per New Delhi il principale mercato, visto che l’interscambio nel 2025 ha superato i 131 miliardi di dollari. E che l’intesa funzioni per gli indiani lo dimostra un immediato rialzo dei corsi azionari (più 5% ieri in Borsa all’apertura) e un apprezzamento dell’1,08% della rupia sul dollaro.


