Baldassarre smonta le storie di Gratteri e Pif: «Falcone voleva separare le carriere»
«Falcone era per la separazione delle carriere. Me lo disse di persona». Non lo afferma uno qualsiasi ma Antonio Baldassarre, presidente della Corte costituzionale nel 1995, nonché presidente Rai nel 2002, durante il convegno organizzato ieri al Senato dal Comitato Sì riforma.
Era l’inverno 1990-1991. Baldassarre ricopriva il ruolo di giudice costituzionale. A un dibattito a Palermo sulla riforma del codice Vassalli, c’era anche Giovanni Falcone. «Venni invitato dalla Procura di Palermo per parlare dei profili costituzionali della riforma che era stata appena adottata. Sostenni le tesi che più o meno sostengo anche oggi, e cioè che la divisione delle carriere è a tutela della libertà del cittadino. È ciò che è voluto dalla nostra Costituzione, perché ci sono i diritti inviolabili dell’uomo, c’è l’articolo 24, c’è il 27 con il fine della rieducazione del reo e così via», spiega Baldassarre ricordando che Falcone, seduto in platea davanti a lui, faceva cenni di assenso con la testa. «Vedevo che in platea», racconta Baldassarre, «dove c’erano un po’ tutti i magistrati, Falcone annuiva, mentre parlavo. Poi la sera, il procuratore capo organizzò una cena all’hotel Des Palmes; a capotavola c’era il procuratore, io ero alla sua destra e Falcone alla mia destra; siccome il procuratore non mi stava molto simpatico, mi giravo spesso verso Falcone e gli chiesi perché facesse cenni di consenso. Falcone mi disse: “Fatto il codice (Vassalli, ndr), non possiamo fare altro che separare le carriere perché, se non si separano le carriere, il codice non funziona”. Più o meno l’aveva già detto anche Vassalli ma ciò per dimostrare che questa era una ferma convinzione anche di Falcone», smentendo alcuni magistrati di Palermo che sostengono il contrario.
Comitato Sì riforma risponde in questo modo a Pierfrancesco Diliberto detto Pif, al pm Nicola Gratteri e «a tutti quelli che continuano a dire che Falcone era contro la separazione delle carriere». «Basta fake news, è ora di ristabilire la verità» perché «la riforma della giustizia è una battaglia di civiltà, non una questione di destra o sinistra», dicono. Pif nei giorni scorsi aveva provocatoriamente postato un video: «Ho capito che devo votare No ascoltando Nordio e Tajani e l’ho capito di più di quando ascolto un magistrato. Tajani, ad esempio, ha dichiarato che la maggior parte degli imputati in Italia alla fine viene assolta. Il ragionamento che faccio allora è: se un imputato alla fine viene assolto molto probabilmente è perché pm e giudice hanno avuto idee diverse sulle sorti dell’imputato».
L’isteria della sinistra non ha limiti e sta toccando ormai punte altissime. L’ultimo segno di nevrosi ieri, sullo stop al voto dei fuori sede. La deputata Pd, Marianna Madia, ha dato di matto. Prima firmataria, insieme al senatore dem Marco Meloni, della proposta di legge «Voto dove vivo», è esplosa: «La scelta del governo colpisce l’astensionismo involontario. Una decisione politica. Negare il voto ai fuori sede è una scelta incomprensibile e senza alcuna giustificazione tecnica». Viene chiamata in causa addirittura Francesca Morvillo, proprio la moglie di Falcone, uccisa a Capaci insieme a lui. La giunta ligure dell’Anm ha organizzato qualche giorno fa un convegno in ricordo della Morvillo. E con l’occasione ha pensato bene di lanciare la campagna per il No, accostando, quindi, indegnamente, il suo nome al fronte antiriforma. Del resto, non è la prima volta che la sinistra sceglie come testimonial qualche illustre scomparso per avvalorare la sua tesi. Questa macabra sorte è toccata, oltre che a Falcone, anche all’amico e collega Paolo Borsellino e, addirittura, al padre costituente Piero Calamandrei (che, al contrario, diceva: «Se il Csm sarà eletto, i magistrati in attesa di promozione si conformeranno ai suoi equilibri»). Tutti arruolati con la forza, nella certezza di non essere smentiti. Ma c’è qualcuno, come Baldassarre, che può sbugiardarli.
Ieri al convegno a Palazzo Giustiniani è intervento anche l’ex senatore Ds Cesare Salvi, ex vicepresidente del Senato ed ex ministro del Lavoro nei governi D’Alema e Amato (1999-2001), che certo non è uno di destra, essendo pure stato portavoce della Federazione della sinistra, ma obiettivamente ha affermato che questa «è una riforma garantista. Il garantismo non è né di destra né di sinistra, vale per tutti». C’era anche l’ex presidente del Senato, Marcello Pera (83 anni), oggi senatore Fdi, che rievoca lo spirito del 1999. «Perché quell’anno noi introducemmo il giusto processo della Costituzione. E quando dico noi intendo dire destra e sinistra. Fu una riforma praticamente unanime».
Un segnale di sclerosi avanzata nella comunicazione della sinistra era già stato avvertito con la segretaria Pd, Elly Schlein, la quale, aprendo la campagna del No, ha esordito: «Casapound per il Sì? Chi vota Sì non è ben accompagnato». Tradotto: chi vota Sì è un fascista. «Quindi, anche tu eri “male accompagnata” con Casapound quando votò come te nel referendum del 2016, giusto?», le chiedono i suoi, irritati da tanta sguaiataggine.
Il limite della decenza è stato abbondantemente superato. Il Pd non riesce più nemmeno a guardarsi allo specchio.


