Quando lo Stato non ce la fa più, entra in scena il capitale privato. È successo con le autostrade, con le telecomunicazioni, con qualche ospedale. Ora tocca perfino ai bambini. La denatalità, che per anni è stata affrontata da governi armati di bonus una tantum, depliant ministeriali e slogan sulla famiglia, passa di mano: ci pensano i miliardari.
Da Hong Kong a Seul, da Shanghai alla Silicon valley, i super-ricchi stanno aprendo il portafoglio per convincere le coppie a fare figli. Filantropia, certo. Ma anche sano pragmatismo: meno nascite oggi significano meno consumatori domani. E un mondo senza clienti è l’unico scenario che spaventa davvero chi produce e vende qualcosa. Il caso simbolo, come evidenzia un’inchiesta di Bloomberg, arriva da Hong Kong. Percy Lee e Gloria Kwok avevano pianificato tutto con la precisione di due accademici: prima finire il dottorato, poi il figlio. Ma, come spesso accade, la biologia se ne infischia dei calendari universitari. Così si sono ritrovati con un neonato tra poppate notturne, tesi da consegnare, affitto da pagare e la solita domanda contemporanea: meglio comprare pannolini o pagare l’asilo?
Il governo locale ha fatto la sua parte: bonus nascita da 20.000 dollari di Hong Kong (circa 2.100 euro) evaporati in un attimo tra culla, passeggino e accessori vari. Quanto costa una babysitter rispetto a un semestre universitario? E soprattutto: come si fa a essere genitori, ricercatori e inquilini nello stesso momento? Ed ecco il colpo di scena. È arrivato un secondo messaggio, stavolta non dal pubblico ma dal privato. La fondazione Genovation, creata da James Liang, cofondatore di Trip.com (principale concorrente di Booking) ha versato altri 50.000 dollari a testa ai due neogenitori (circa 5.500 euro). Una specie di venture capital applicato alla maternità. Con quei soldi la coppia ha pagato una babysitter e Gloria è riuscita persino a partecipare a una missione di ricerca.
Gli amici, raccontano, considerano il bambino «fortunato», quasi avesse vinto una borsa di studio per il solo fatto di essere nato. Non è escluso che presto nei reparti maternità si distribuiscano brochure: «Congratulazioni, è maschio. E ha già un piano welfare». A pagare però non saranno più le Asl. Il fenomeno non si ferma a Hong Kong. In Corea del Sud, dove il tasso di fertilità è così basso che i grafici sembrano piste da sci, i grandi imprenditori sono passati all’azione. Krafton, colosso dei videogiochi, promette circa 43.000 dollari per ogni nascita più assegni fino agli otto anni del bambino. La Booyoung Co. (edilizia e immobili) rilancia con 72.000 dollari cash per ogni neonato. Più che bonus bebè, sembrano premi fedeltà. Visto che si occupa anche di mattone, offre alloggi esentasse.
In Cina non sono da meno. Yili (colosso dell’industria agroalimentare) ha lanciato un piano da 1,6 miliardi di yuan per sostenere la fertilità. China Feihe (latte artificiale) ne mette 1,2 miliardi. Il fondatore di Miniso (bambole e giocattoli), Ye Guofu, ha creato un Fondo matrimonio e nascita con regali di nozze e bonus neonati. Ha spiegato che la famiglia non è solo un fatto privato ma nazionale. Tradotto dal mandarino economico alla lingua corrente: senza famiglie si svuotano i centri commerciali.
A Taiwan, Terry Gou, fondatore di Foxconn, ha portato il dibattito su terreni più creativi. Tra le sue proposte: regalare un animale domestico alle coppie che decidono di avere un figlio. Una formula innovativa: prima il cucciolo, poi il bambino. Non è chiaro se il bonus valga anche per pesci rossi e tartarughe.
Negli Stati Uniti il dibattito prende toni più ideologici. Elon Musk da anni avverte che il crollo demografico minaccia la civiltà occidentale. Lo sostiene con l’autorevolezza di chi ha tanti figli da poter allestire una squadra di calcio, riserve comprese: sono 14, nati da quattro compagne diverse. Peter Thiel teme, invece, la piramide demografica rovesciata e i suoi effetti politici. In sostanza: pochi giovani, tanti anziani, tempesta nelle urne elettorali con risultati imprevedibili.
Il punto vero, però, è un altro. Se perfino i miliardari devono intervenire dove gli Stati hanno fallito, significa che la macchina pubblica è rimasta senza benzina. Perché i giovani non rifiutano i figli per capriccio ideologico: semplicemente non possono permetterseli. Case carissime, stipendi fermi, lavori totalizzanti, carriere che puniscono la maternità. Anche per questo in Italia il tasso di natalità è di 1,14 figli per donna in calo rispetto alla deprimente media europea di 1,34. E così il capitalismo è costretto a finanziare la materia prima che vale più di tutto: i consumatori. Il mercato che salva il mercato.
Resta solo da capire il prossimo passo. Dopo i bonus nascita dei miliardari, potrebbero arrivare i fondi hedge per il secondo figlio e le stock option per i gemelli. Del resto, quando lo Stato si arrende, qualcuno deve pur occuparsi del reparto culle.


