Dopo il premier britannico Sunak, bagno di realtà per Trudeau: riattivato il programma a 30 anni dallo stop. Intanto la Cina snobba gli accordi di Parigi. Solo nell’Unione europea insistiamo a impiccarci a piani inutili.
Mentre l’Ue si suicida con il Green deal, il Canada torna al nucleare dopo 30 anni di stop. La Cina frena sul rispetto degli accordi di Parigi. I laburisti inglesi accettano le trivellazioni nel Mar del Nord. E le banche si rimangiano la trasparenza sui bond inquinanti. L’ebollizione globale riguarda solo le utopie verdi. C’è l’Ue che si suicida con il Green deal, ci sono i presidenti della Repubblica stupiti dal dissenso climatico, i Nobel che catechizzano la stampa, le attrici con l’ecoansia, i ministri che si commuovono. E poi c’è la realtà. Un bel bagnetto estivo di concretezza lo hanno fatto in Canada.
Il Paese di Justin Trudeau, premier politicamente correttissimo, sempre in prima linea per i pronomi gender, l’eutanasia, l’aborto e, ovviamente, le rivendicazioni ambientaliste, dovrà cambiare rotta. L’Ontario, dove il 90% dell’energia deriva da fonti pulite, diventerà capofila del nucleare: una svolta che arriva dopo ben tre decenni di stop. Bloomberg ci informa che la provincia ha approvato nuovi piani per allargare una centrale già esistente - sarà la più grande al mondo - e aggiungere tre reattori a un sito nel quale, intanto, se ne stava costruendo un altro. Tutta colpa - o tutto merito, a seconda dei punti di vista - della transizione ecologica. Ovvero, dell’elettrificazione e dell’abbandono dei combustibili fossili. Entro il 2050, l’Ontario dovrà raddoppiare la quantità di energia elettrica generata. E a coprire il fabbisogno non basteranno pannelli solari e pale eoliche, che lavorano a intermittenza. Per ora, i buchi li tappa il gas. In futuro, bisognerà combinare rinnovabili e nucleare. Un mix che comunque, in assenza di metano e petrolio, costerà il 10% in più ai consumatori, secondo le stime degli esperti canadesi. È un altro modo di fare, letteralmente, i conti con la realtà: l’utopia verde costa. E il prezzo non lo pagheranno Trudeau e Timmermans.
Ironia della sorte: chi guadagna è chi ha investito sul vituperato oro nero. British petroleum, nonostante il crollo del 70% dei profitti, ha appena aumentato del 10% i dividendi. Gli attivisti britannici si stanno stracciando le vesti, specie dopo l’annuncio di Rishi Sunak, che concederà oltre 100 licenze di trivellazione nel Mar del Nord per la ricerca di idrocarburi. Ancora: i fatti battono le fantasie. Se lo scopo è arrivare a zero emissioni nel 2050 senza piombare nella decrescita infelice, bisognerà trovare il modo di alimentare la galoppante domanda di energia. Al netto delle proteste, sembrano averlo capito persino i laburisti. Il capo-ombra della Camera dei Comuni, Thangam Elizabeth Rachel Debbonaire, ieri ha ammesso che, pur essendosi il partito opposto al provvedimento del premier, esso non revocherà i permessi di perforazione, una volta riacciuffate le redini del governo.
Con buona pace del segretario Onu, l’unico fenomeno di ebollizione globale riguarda la retorica ambientalista. È vero che, a primavera, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha pagato pegno agli alleati Grünen, fermando le ultime tre centrali atomiche attive. Ma è vero anche che, lo scorso anno, la Germania aveva ridato fondo al carbone. Complici la guerra in Ucraina e il faticoso disaccoppiamento dal gas russo, l’uso dei combustibili fossili per produrre elettricità è aumentato sensibilmente nel 2022. Berlino è passata da una quota del 44% nel 2020 al 51% di due anni dopo; l’Italia dal 58 al 64; la media Ue dal 37 al 40.
Pure fuori dall’Europa, i sovrani illuminati si devono rassegnare: viviamo nel mondo vero e non nel mondo dei sogni. Così, il Giappone ha appena rimesso in funzione l’unità 1 della centrale atomica di Takahama, che era stata fermata 12 anni fa. Per la precisione, due mesi prima del devastante terremoto con annesso tsunami, che provocò il grave incidente di Fukushima. È dalla scorsa primavera che Tokyo tenta di ripensare la strategia nazionale legata agli approvvigionamenti nucleari, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’import da Mosca. A meno che Greta, Giorgia e le ecotraumatizzate non inventino un trucco per generare gigawatt dalle lacrime di Pichetto Fratin, ci si dovrà ingegnare per mandare avanti i macchinari nelle fabbriche e negli ospedali, tenere le strade illuminate e alimentare le cucine dei condomini. In breve, per conservare la civiltà. Tanto più se i tre quarti dell’orbe terracqueo se ne infischiano dei programmi «net zero» e snobbano anche i trattati che hanno sottoscritto.
È il caso della Cina, che nel 2015 firmò gli accordi di Parigi, ma che la settimana scorsa, proprio durante la visita di John Kerry, delegato americano per il clima, ha gelato l’Occidente. Il presidente, Xi Jinping, ha ribadito che sarà Pechino a decidere come ridurre le sue emissioni. Il Dragone manterrà «fermamente» gli impegni assunti, però sceglierà senza interferenze esterne il percorso verso la neutralità climatica. Una sberla al messo della Casa Bianca, mentre il regime continua a fare ampio ricorso al carbone. Sporcando addirittura il processo produttivo dei pannelli fotovoltaici.
Ormai, persino le banche, fieramente etiche, nobilmente verdi, hanno ingranato la retromarcia: dovevano sviluppare standard globali per calcolare e divulgare informazioni sull’impronta carbonica delle attività svolte sui mercati finanziari. Alla fine, si limiteranno a rendere pubblici i dati di un terzo delle emissioni connesse alla sottoscrizione di azioni e obbligazioni. Perché la CO2 puzza; il denaro no. E le cedole, che sia caldo o freddo, vanno staccate.



