«L’utero in affitto è l’inferno in terra». Il professor Massimo Cacciari, con l’occhio del filosofo, affronta uno dei nodi più spinosi sul tavolo, che nei prossimi giorni verrà discusso nella plenaria di Strasburgo, all’Europarlamento. Un tema che ha fatto esplodere la polemica sul gay pride e il patrocinio ritirato dalla Regione Lazio.
La maternità surrogata è già proibita per legge. La maggioranza sta introducendo il reato universale per evitare che, aggirando le norme, si possa approfittare di questa pratica all’estero. Lei cosa ne pensa?
«È difficile giudicare una situazione che ormai testimonia la deriva della nostra civiltà. Lo ripeto da anni: ogni idea di famiglia tradizionale è saltata. La disgregazione del concetto europeo e occidentale di famiglia va avanti da secoli, e oggi giunge alle sue logiche conclusioni».
L’idea di chiedere a una donna di portare avanti una gravidanza per altri va punita o regolata?
«Non possiamo consentire che una persona sia costretta, per un motivo o per un altro, ad affittare il proprio corpo per procreare. Parlo di costrizione dettata dal bisogno, o dalla subalternità psicologica, o dal fatto di essere succube di poteri di vario genere, e ovviamente parlo anche della costrizione dettata dalla necessità economica. L’essere madre non può essere un mestiere, su questo non ci sono dubbi».
Se lo diventasse?
«Sarebbe una legalizzazione di una pratica mercantile sul proprio corpo. È come occupare con la forza la casa di qualcuno. È la forma estrema di un capitalismo sfrenato, e da questo punto di vista si tratta d’una pratica tutt’altro che di sinistra. Questo dovrebbe far riflettere tutti, anche quelli che manifestano al gay pride».
Dunque una forma avanzata di sfruttamento?
«È la riduzione del corpo a oggetto, a mezzo di produzione a titolo altrui. In sostanza, significa produrre qualcosa per altri, la forma tipica dell’alienazione secondo Marx. È l’accezione più selvaggia del sistema capitalistico, che costringe a lavorare e poi espropria il frutto più prezioso del proprio lavoro. Ma questo è un problema che certamente non riguarda solo la maternità surrogata».
Cioè?
«Non lo vede? Il 60% degli esseri umani vive in una condizione di assoluta dipendenza. In uno stato di libertà spesso solo formale, ma non sostanziale. Costretto a pratiche che ledono la dignità della persona e la riducono a merce. Ma non lo dico io: la deriva venne denunciata a suo tempo da Kant ed Hegel e dal solito Marx, non possiamo svegliarci solo oggi».
Pensa sia immaginabile una forma di maternità surrogata volontaria, dettata solo da solidarietà e affetto e non da interesse economico?
«È complicato, ma in fondo è la vera domanda da porsi: ed è il terreno sul quale potrebbe avventurarsi la legge. Può essere ammessa come una scelta libera e “altruistica” quella di noleggiare l’utero, sempre che si riesca a stabilirlo, oppure è il frutto comunque di una dipendenza da qualcuno o qualcosa? D’altro canto, si potrebbe semplicemente punire la maternità surrogata sempre e comunque, in qualsiasi forma: ma davvero questo eviterà i viaggi all’estero in clandestinità di chi è seriamente motivato?».
Insomma?
«Insomma, il problema è delicato e forse irrisolvibile. Il rischio che nasca un mercato dei figli, equiparabile al traffico di organi, in questo caso gli organi legati alla maternità, c’è. Leggere di miliardari che pagano donne per partorire, è vomitevole».
Le faccio una domanda che nei giorni scorsi ha messo in difficoltà qualche esponente della sinistra italiana. Nell’epoca dei nuovi diritti e delle battaglie Lgbt, come si può definire oggi una donna?
«Per definire fisicamente una donna non ci vuole un filosofo, ma un biologo. Si va dal medico, che spiegherà per filo e per segno chi è donna e chi uomo. Altra cosa è la questione psicologica».
C’è qualcosa di apocalittico nel considerare la volontà di cambiare sesso un diritto assoluto? Giuliano Ferrara la considera una «rigestazione di sé» paragonabile alla gestazione per altri.
«E come si fa a negarlo? La tendenza è questa: il corpo è mio, e farò di tutto per adeguare le mie condizioni fisiche ai miei sentimenti. Si andrà certamente verso il riconoscimento di questo diritto, e d’altra parte, una cosa sono le mie condizioni biologiche, un’altra gli elementi culturali che mi spingono in una direzione piuttosto che in un’altra. E io penso che questo debba rientrare nella mia volontà, come del resto l’idea di mettere fine alla mia vita, a certe condizioni, se lo voglio».
Ma, per l’appunto, il corpo stesso non rischia di diventare una merce, colpita da scelte che in certi casi possono essere influenzate dalle mode passeggere o dalle pressioni consumistiche?
«È possibile, ma non posso saperlo. Resta una scelta individuale. Se soffro intensamente della mia condizione fisica e voglio adeguare il mio corpo alla mia idea di me, perché non dovrei avere diritto di farlo? Il problema, semmai, è che questa resta una scelta da ricchi. Una medicina di classe, che viaggia insieme alla scuola di classe, al welfare di classe, eccetera».
Insomma lei considera i diritti civili importanti, ma secondari rispetto alla condizione sociale?
«Li considero due aspetti della stessa medaglia. Non è possibile difendere i diritti individuali se non considerando l’attuale contesto politico-sociale. Il discorso sulla riduzione a merce del corpo riguarda esattamente questo. Schlein davvero si accontenta di sponsorizzare il gay pride punto e basta? Davvero si accontenta di parlare solo dei diritti degli omosessuali, sorvolando sulle urgenze economiche del Paese? Al segretario del Partito democratico sta bene parlare di questi diritti “avanzati”, in un sistema in cui l’uomo è puramente un mezzo, in un mondo mercificato?».
Considera le battaglie sul gender meritevoli di essere promosse e incentivate anche dallo Stato, magari nelle scuole?
«Questo no. Non deve diventare un obbligo educativo. Semmai, è giusto essere informati, e abbracciare la storia e la cultura della nostra civiltà millenaria, che per molti anni è stata impostata su valori paternalistici-maschilisti. Allo stesso tempo, senza pregiudizi, è bene spiegare a giovani e meno giovani come il genere femminile sia stato vilipeso per secoli, pur con alcune parentesi in cui in Occidente la donna è stata assolutamente “domina”».
Che rapporto ha con il mondo del femminismo?
«Un rapporto intenso con le femministe serie, non con il settarismo di quelle che si limitano a ululare di voler fare la guerra al maschio. Ne conosco tante validissime, sulla scia delle grandi pensatrici del passato».
Su questi temi, il Pd è spaccato. Riuscirà Elly Schlein a costruire un partito plurale, facendo convivere anime così diverse, dai cattolici agli arcobaleno?
«Non si tratta di farli convivere a tutti i costi. Schlein deve fare un discorso autonomo e coerente sui temi che abbiamo detto, senza perdere di vista l’insieme, cioè il contesto sociale difficilissimo che stanno vivendo molte famiglie. E senza voler per forza accontentare tutte le micro-sette del partito, con il rischio di accrocchiare compromessi impresentabili».
Dopo la doppia sconfitta, alle regionali e alle europee, Schlein sembra circondata dai malumori del partito. La segretaria cancellerà le correnti, o le correnti cancelleranno la segretaria?
«Nessuno cancella nessuno. Fino alle europee, qualsiasi cambio traumatico sarebbe un suicidio. Quindi la scadenza a cui tutti guardano è quella del prossimo anno, quando potrà esserci un ribaltone storico, epocale».
Parla del possibile cambio della guarda nei palazzi dell’Unione europea?
«Con buona probabilità, abbandoneremo lo storico compromesso tra socialdemocratici e popolari, per lasciare il posto al primo governo di destra europeo. Sui grandi temi non cambierà molto, e l’Europa resterà filoatlantica. Ma le conseguenze saranno pesanti».
Soprattutto a sinistra?
«Diciamo che è l’ultima spiaggia non solo per la sinistra italiana, ma per quella europea. Guardiamo cosa sta accadendo in Spagna, in Svezia e anche in Francia. La sinistra, da tempo agli sgoccioli, finora è rimasta abbarbicata al potere europeo, e le prossime elezioni potrebbero rappresentarne il formale atto notarile di morte. Diamole tempo, ma non credo che Elly Schlein, con il gruppo dirigente che si ritrova, potrà seriamente fare qualcosa per fermare il cataclisma all’orizzonte».



