Nelle chat di molti sindaci d'Italia si rincorrono messaggi quasi disperati: «A oggi, non ci sono certezze sui bilanci, non sappiamo se e quando riusciremo a chiuderli o se l'unica strada possibile sarà la dichiarazione di dissesto». Appesi alle decisioni del Parlamento, ci sono 812 comuni italiani: piccoli e grandi centri finiti in un labirinto fiscale, con il rischio di dover ripensare per intero i bilanci, sia il rendiconto 2020 che il previsionale del prossimo triennio.
Secondo l'Ifel, l'Istituto per la finanza e l'economia locale dell'Anci, sono i comuni che risentono in maniera più grave della sentenza che la Corte Costituzionale ha depositato lo scorso 29 aprile. La materia del contendere è complessa e riguarda le anticipazioni di liquidità concesse dal 2015 in poi ai comuni per il pagamento dei fornitori. Secondo la Consulta, il ripiano in 30 anni di quelle cifre è illegittimo: il rientro deve avere durata «annuale, al massimo triennale, e comunque non superiore allo scadere del mandato elettorale». Per i giudici, il differimento di quelle somme andrebbe a discapito delle generazioni future, che non hanno contribuito a creare il debito e non hanno goduto dei vantaggi della spesa corrente. Una missione impossibile per tutti gli 812 enti a rischio default, se si considera che, di questi, 129 risultano già in uno stato di predissesto e 34 hanno dichiarato il dissesto. «Siamo in attesa di capire», spiega alla Verità Sergio Rolando, assessore al bilancio del comune di Torino. «Questo disavanzo nasce nel 2015, ma lo imputano all'amministrazione attuale. In questo caso, l'applicazione del principio espresso dalla Corte è incoerente». Dopo Napoli, la cui situazione è approfondita in queste pagine, Torino è la città più esposta agli effetti della sentenza: circa 430 milioni da ripianare, secondo i calcoli degli uffici tecnici. Con i bilanci ancora in aria, ci sono oltre 200 comuni anche in Calabria, la regione che più di tutte ha attinto alle anticipazioni di liquidità. «Il fenomeno è diffuso per via di una maggiore debolezza degli assetti finanziari degli enti», ragiona Francesco Candia, presidente dell'Anci regionale. «Da queste parti, alte percentuali di spesa sono state impegnate per il pagamento del personale». Senza un intervento dello Stato, ai sindaci non resta che sforbiciare le spese dei servizi: trasporti e manutenzione, soprattutto. «Abbiamo bisogno di una soluzione rapida, che ci metta nelle condizioni di riordinare i conti senza bloccare le attività dei comuni», racconta Matteo Biffoni, primo cittadino di Prato. «Se la nostra unica attività è anestetizzare i debiti, allora tanto vale nominare dei liquidatori, non eleggere dei sindaci». A dare battaglia in Parlamento ci pensa Roberto Pella, capogruppo di Fi in Commissione Bilancio alla Camera e sindaco di Valdengo, nel biellese. La proroga dei termini per la chiusura dei bilanci, congelati fino al 31 luglio prossimo, non è sufficiente. Così come non è abbastanza il fondo da 500 milioni per il 2021 introdotto con il decreto Sostegni bis. «Senza risorse, qualsiasi proroga diventa inutile», spiega Pella, che lavora per triplicare la dotazione del fondo in sede di conversione del decreto. «I comuni hanno bisogno di quei soldi per chiudere i bilanci. Poi inizierà la delicata partita per riscrivere la norma, recependo i rilievi della Consulta: ci aspettiamo che il ministro Lamorgese riesca a trovare un accordo istituzionale, che allunghi almeno i tempi di ripianamento imposti dalla Corte, che alle condizioni attuali sono impossibili da rispettare per la maggior parte dei comuni italiani».
«Alla fine a pagare saranno i cittadini col taglio dei servizi»
<div class="GN4_subheadline"><br></div><div class="GN4_body"><p>«Questa vicenda fa emergere un problema che ci trasciniamo da anni: la preoccupante fragilità del sistema normativo per quel che riguarda la fiscalità locale».
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<strong>Alessandro Canelli, sindaco di Novara e delegato alla finanza locale per l'Anci, la sentenza della Corte Costituzionale è un rompicapo per molti suoi colleghi, che rischiano di dover rivedere i consuntivi e i bilanci di previsione dei prossimi anni.</strong>
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«Al di là di chi aveva già una situazione di predissesto, la sentenza della Consulta allarga il perimetro dei comuni che si troveranno a gestire una forte tensione finanziaria. Stiamo parlando del 15% dei piccoli e grandi centri d'Italia: complessivamente, 10 milioni di cittadini rischiano di subirne le conseguenze maggiori».
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<strong>Un taglio ai servizi, ora che si prova a uscire dalla crisi?</strong>
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«Se non si riescono a fare i bilanci o se i comuni vengono trascinati in un perimetro di dissesto in seguito a questa sentenza, i primi a saltare sono i servizi che si finanziano con le parti correnti del bilancio».
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<strong>Per esempio?</strong>
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«Innanzitutto, il personale. Poi i servizi sociali, i trasporti, la gestione degli asili nido. Infine, le manutenzioni ordinarie».
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<strong>I giudici della Consulta sono stati chiari: basta con «il trasferimento del disavanzo» alle generazioni future.</strong>
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«Non entro nel merito della sentenza, tuttavia stiamo parlando di comuni che potrebbero dover ripianare in 3 anni quel che una legge dello Stato ha disposto che fosse ripianato in 30: finora, chi ha fatto ricorso al fondo di anticipazione liquidità per pagare i fornitori ha accantonato una cifra di un trentesimo all'anno. Se il ripiano diventa ordinario, in 3 anni o poco più, il banco rischia di saltare».
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<strong>Per quale motivo non si è ancora riusciti a mettere mano al problema, secondo lei? </strong>
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«Sul fronte della fiscalità locale, scontiamo una serie di criticità che ci trasciniamo da tempo: non è mai stato applicato, per esempio, il principio della perequazione verticale, basato sui livelli essenziali delle prestazioni e pensato per integrare le risorse di quei comuni le cui condizioni territoriali non permettono di arrivare a un budget sufficiente a garantire le funzioni fondamentali».
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<strong>Quindi, come ne esce? </strong>
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«Come Anci, sono state avanzate delle proposte: una di queste prevede l'integrazione delle passività del fondo anticipazione liquidità al riaccertamento straordinario dei residui».
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<strong>Vale a dire? </strong>
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«Al riaccertamento straordinario dei residui, i comuni sono stati obbligati nel 2015: era un modo per capire quali fossero i reali crediti incagliati, cioè quelli che non recupererai mai e che continui a mettere a bilancio pur sapendo che a bilancio non ci sono. Esattamente come è successo per le anticipazioni di liquidità, ai comuni è stato chiesto di fare un ripiano trentennale: la proposta di Anci mira a integrare le due cose, prevedendo che il maggior disavanzo che deriverebbe dal nuovo accantonamento sia ripianato in quote costanti fino al 2044».
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<strong>Potrebbe essere interpretato come un escamotage contabile per aggirare la sentenza della Consulta, secondo lei?</strong>
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«Sembrerebbe che ci siano dei dubbi di legittimità sollevati dal governo. Stiamo parlando di interpretazioni, scuole di pensiero. Ma è certo che attualmente, proprio per l'eccezionalità di quelle anticipazioni, tutte le regioni e molti enti locali stanno gestendo il riparto in un arco di tempo di 30 anni, in coerenza con le restituzioni a Cassa Depositi e Prestiti previste dalla legge. Un'altra soluzione è che l'ammontare complessivo delle risorse, necessarie per evitare di far saltare il banco, sia incrementato a circa 3 miliardi».
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<strong>Al momento, il governo ha previsto solo 500 milioni. </strong>
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«Una somma prevista solo per quest'anno, tra l'altro. Ma io che sono il ragioniere capo o il sindaco di un comune il bilancio lo devo fare triennale. Quei 500 milioni non consentono di approvare un documento veritiero: magari il primo anno riesco a tamponare, ma il secondo e terzo no. Quel contributo va aumentato».
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<strong>A che punto sono le interlocuzioni con il governo?</strong>
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«Siamo in una fase di stallo quasi surreale. Siamo in attesa che il governo trovi una soluzione. In ballo ci sono delle esigenze impellenti per tantissimi comuni che hanno necessità di dare risposte ai propri cittadini, di chiudere i bilanci, di programmare l'attività amministrativa dei prossimi anni».
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