Elisa Veronesi (nata a Castelnovo ne’ Monti, provincia di Reggio Emilia, nel 1987) è lettrice di italiano all’Université Côte d’Azur, formatrice alla Società Dante Alighieri e traduttrice. Scrive di antropocene e letteratura del paesaggio, suoi racconti e articoli sono stati pubblicati su Ibridamenti, Machina (Derive e Approdi), Metatron e altre riviste. É da poco uscito il suo saggio Atlante Appennino - Un’ecobiografia (Piano B edizioni). Le abbiamo rivolto qualche domanda.
Anzitutto: che cos’è un’eco-biografia?
«La parola ecobiografia è composta dalla radice “eco”, dal greco oikos ovvero “casa”, e biografia, scrittura della vita. L’ecobiografia consiste nel raccontare la propria storia o le storie di una comunità, senza escludere gli esseri viventi con i quali siamo stati e siamo in contatto, animali o piante, né il territorio che abbiamo abitato. La nostra storia insomma, non è composta solamente da noi stessi in quanto soggetti umani, ma è strettamente legata a tutto ciò che ci circonda, che abitiamo e che, allo stesso tempo, ci abita. Questo concetto, che è poi una vera e propria pratica, è stato elaborato dal filosofo francese Jean-Philippe Pierron, in particolare nel suo libro Je est un nous (Acte Sud) che lo utilizza per esplorare questioni legate all’ecologia, alla medicina e all’architettura. Ho ripreso questa pratica di scrittura delle storie di vita per esplorare un territorio, farlo parlare. Un’esplorazione che è iniziata diverso tempo fa, ma che è diventata urgente nel momento in cui io stessa sono stata invitata a parlare del territorio nel quale sono nata, rendendomi presto conto che la nostra connessione con il territorio, con la terra, è una questione fondamentale nel momento in cui la terra sta mutando molto velocemente».
Atlante Appennino è un viaggio tra luoghi e persone, una ricerca di paesaggi tra natura e prodotti plurisecolari delle attività umane. Lei scrive che l’Appennino è un «luogo di rovine», eppure attraversandolo si incontrano molte comunità attive e interessanti, gente che lotta e che crede, parchi nazionali, recupero di borgate. Ne sono testimonianze festival, ecomusei, nuova imprenditoria giovanile... Da cosa nasce questa sua visione?
«Nasce dall’osservazione di tutto ciò che non è Parco, festival o recupero. Da tutto ciò che resta fuori da investimenti che sono a scopo principalmente turistico. Il paese del quale parlo nel libro, nella parte che io ho abitata da bambina, oggi è spopolato, nel senso che la borgata ha un solo abitante fisso, e qualche abitante sporadico, stagionale. L’ospedale del capoluogo di cui racconto, non ha più il reparto di maternità e le persone devono fare un’ora di strada per raggiungere il primo ospedale dove poter partorire. La maggior parte delle persone per lavorare deve percorrere ogni giorno in media 80 km di strada. Non dico che non ci sia anche un Appennino vivo e vegeto, anzi, e che non ci siano persone che scelgono di viverci e che sono profondamente legate a questa terra, ma mi pare che, nella maggior parte dei casi, si dia molta più attenzione al turismo, che non agli abitanti. E sull’ecoturismo dei Parchi, la penso come la naturalista Janisse Ray, quando nel suo Wild Spectacle (Meltemi) ne parla in termini di “industria non rispettosa della terra”, perché la natura non è una forma di intrattenimento. L’Appennino mi interessa per il suo carattere refrattario alle definizioni, per il fatto di essere un luogo poco esplorato da un punto di vista della creazione letteraria e immaginativa».
Atlante Appennino è un attraversamento del mondo venendo a contatto con diversi elementi-ambienti: l’acqua e il mare, gli alberi, le strade, le pietre e i mattoni delle case, ma è anche un’occasione per citare opere di coloro che si sono arrovellati sul senso dell’esistere nel mondo, circondati dal mondo. Quali sono i luoghi che le sono rimasti più impressi e quali gli autori a cui guarda con maggiore gratitudine?
«Il luogo che ho più a cuore è quello nel quale vivo ormai da qualche anno, il mare, perché è quello che mi ha mostrato i legami che andavo cercando. Sembra un paradosso, ma ho indagato la terra a partire dal mare, forse perché il mare, come diceva il poeta Paul Valéry non cessa mai di mostrare ai nostri occhi infinite possibilità. L’altro luogo a cui sono più legata è probabilmente il paese nel quale ho passato la maggior parte del tempo quando ero piccola, Cola, perché è lì che ritrovo le radici terragne che mi abitano e mi abiteranno sempre. Lì c’è la risposta alla domanda “da dove vengo” ed è una risposta che esula dai dettagli burocratici dei documenti, nei quali infatti il paese non è menzionato, è proprio una risposta ecobiografica, che sottende alle informazioni che normalmente diamo in quanto cittadini. Per quanto riguarda gli autori, tutti coloro dei quali parlo credo siano molto im portanti, in particolare posso citare Arne Naess e il suo Esempio di un luogo: Tvergastein, le autrici del volume Terra Forma, un libro di cartografia potenziale, e l’antropologo e scrittore Matteo Meschiari perché le sue riflessioni su antropocene e territà sono un punto di riferimento costante per chiunque voglia occuparsi seriamente di nuovi immaginari».
L’uomo riuscirà a correggersi o morirà della propria umanità?
«Credo che il punto fondamentale non sarà tanto salvarsi o meno, quanto chi e come si salverà. L’unico modo per correggersi è quello di collaborare, insieme, senza escludere nessuno. E la collaborazione è una caratteristica fondamentale di tutte le specie viventi, animali umani compresi. Innumerevoli studi riprendono l’intuizione e lo studio del geografo e antropologo Pierre Kropotkine sul mutual aid (il mutuo appoggio), dimostrano che nelle situazioni difficili coloro che sopravvivono meglio non sono i più forti, ma coloro che si aiutano a vicenda. Ripartire da questa idea di base e tornare a utilizzare un’altra facoltà umana fondamentale, ovvero l’immaginazione, potrà forse permetterci di affrontare meglio le difficoltà del futuro».



