C’è il picco del raffreddore (dicembre), c’è il picco dei pollini (maggio), c’è il picco delle depressioni post-vacanze (settembre). E poi c’è il picco dell’Anpi. Ci avviciniamo al 25 Aprile e i custodi dell’ortodossia resistenziale alzano il volume, rispolverano i memorabilia, scandiscono l’agenda della Festa della Liberazione, diventata negli ultimi anni più divisiva di un derby di Roma. In attesa delle scontate polemiche su chi dovrà mostrare la patente democratica per scendere in piazza (a naso il governo di centrodestra), l’Anpi si allena con le frasi fatte.
«Lo slogan della manifestazione di Milano sarà “Cessate il fuoco ovunque”. Noi non chiediamo un cessate il fuoco e basta, lo chiediamo ovunque. È importante evidenziarlo». A ribadire il colpo di fantasia è il presidente nazionale Gianfranco Pagliarulo, impegnato a trovare escamotage per far sì che quel giorno ci sia la celebrazione di tutto e del suo contrario. Devono avergli detto che «Cessate il fuoco ovunque« va bene anche per il Nagorno Karabakh, per la Transnistria, per gli Huthi yemeniti e per smettere di fumare, quindi lui si è molto sorpreso quando sia gli ebrei sia gli ucraini hanno rispedito (per la seconda volta) lo slogan al mittente.
«Spero che sia stata una dimenticanza anche in questo caso», ha replicato Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica, che parteciperà al corteo di Milano. «Per noi “Cessate il fuoco” e “Liberazione degli ostaggi” sono due concetti che vanno portati avanti insieme». Già la scorsa settimana Primo Minelli, responsabile milanese di Anpi, si era dimenticato di citare gli ostaggi in un’intervista a La Repubblica nella quale magnificava lo spirito unitario delle celebrazioni di quest’anno. Viste le contrapposizioni e i distinguo sarà molto difficile.
Lo spirito unitario evapora subito. Romano di fatto smentisce la sintonia: «Gli accordi con Anpi erano chiarissimi, il richiamo agli ostaggi è decisivo. Se n’è dimenticato Minelli qualche giorno fa, va bene, può capitare, caso chiuso. Ora se ne dimentica Pagliarulo. Cosa sta succedendo? C’è un problema a ricordare 133 civili ebrei (donne e bambini compresi) che sono in mano a degli stupratori e degli assassini? È per me imbarazzante dovere richiamare l’Anpi al rispetto dei patti su questioni di civiltà, ma devo farlo perché non siano dimenticati anche loro. Come è già avvenuto per le 1.200 persone uccise tra indicibili torture il 7 ottobre, il peggiore massacro di ebrei dal 1945».
Sulla stessa lunghezza d’onda è Kateryna Sadilova che, in rappresentanza della comunità ucraina, conferma di non condividere l’ambiguità del claim. «Partecipiamo da qualche anno al corteo con la Brigata ebraica, ci teniamo a commemorare i caduti ucraini in Italia e non ci riconosciamo nelle parole dell’Anpi. Sono sinonimo di una pace astratta, ipocrita, complice, vigliacca che non vede le fosse comuni con dentro i corpi martoriati e le camere di tortura».
Pagliarulo ribadisce lo slogan, gli altri ribadiscono la contrarietà a un’Anpi impegnata a mettere la testa sotto la sabbia per dissimulare ciò che è chiaro a tutti: l’associazione storicamente filosovietica (come le brigate Garibaldi del tempo che fu) e da sempre filopalestinese, è semplicemente alla ricerca di una formula di marketing per compiacere tutti. Con l’obiettivo involontario di non accontentare nessuno. «Cessate il fuoco ovunque» non vincola all’impegno per il rilascio degli ostaggi israeliani, né alla solidarietà con la resistenza dell’esercito ucraino.
È il solito pasticcio all’italiana, stigmatizzato da Daniele Nahum (consigliere comunale milanese dei Riformisti) con una frase decisiva: «Se i partigiani non fossero stati armati e se gli alleati non fossero intervenuti militarmente, parleremmo di un’altra storia». È importante che l’Anpi riesca a sciogliere in fretta il nodo lessicale per poi dedicarsi ai fascisti su Marte, tema sul quale rimane imbattibile.



