- Sono concreti e si trovano sempre in prima linea in ogni crisi. Le femministe pensino di più alle terribili violenze dei maranza.
- Un sessantunenne ha un malore dopo che alcuni giovani lo chiamano «guerrafondaio». Un altro, alticcio, è caduto da un muretto e, dopo un volo di 2 metri, è in pericolo di vita.
Lo speciale contiene due articoli
Che Dio benedica gli alpini. Mio marito è stato sottotenente di complemento degli alpini, per la precisione artigliere da montagna nella divisione Julia. Ho ancora in casa tre cappelli con la piuma, mio figlio ci giocava felice e fiero da bambino. Anni dopo la fine del servizio militare, eravamo già sposati, alcuni dei suoi soldati continuarono a cercarlo. Lo invitarono come testimone di nozze, come padrino di battesimo dei loro figli. Non erano rapporti formali: erano amicizie costruite nella fatica condivisa, nelle marce tra i monti, nelle sere passate dividendo il rancio, spesso integrato con pane, formaggio o qualche pollo comprati con i soldi del sottotenente nelle baite vicine. Sicuramente anche per questo, anni dopo ancora lo invitavano. Mio marito aveva organizzato per i suoi artiglieri un corso base di educazione civica, perché si vota, quando si vota, come è costituito il parlamento, rudimenti di diritto civile e penale, come si scrive una denuncia. Erano giovani uomini che imparavano a fidarsi l’uno dell’altro e a riconoscere il valore della solidarietà. Nel maggio 1976, già sposata ma non ancora laureata, sono partita con alcuni colleghi per il Friuli sbriciolato da un terribile terremoto. Abbiamo portato attrezzature mediche, da cucina e generi di conforto di prima necessità. Ovunque c’erano alpini che scavavano nel fango, insieme ai civili, piangendo insieme a loro, come quando piangendo nel fango avevano scavato sul Vajont nel 1963, o come avrebbero scavato nell’alluvione in Piemonte del 1994.
Questo mio scritto è per esprimere la mia disistima totale assoluta a tutte le protagoniste di quello che sta succedendo a Genova: volantini e fischietti distribuiti per salvarsi dalle «violenze degli alpini». Ho fatto moltissime conferenze per presentare i miei libri, ho girato per tutta l’Italia. Quando potevo giravo in macchina. Le stazioni italiane, soprattutto quelle piccole, soprattutto se deve arrivarci di sera, sono posti estremamente sgradevoli per le violenze verbali, quando non di peggio, delle persone extra europee soprattutto se di religione musulmana. Se un uomo mostra il suo organo sessuale, invitando la donna cui lo sta mostrando, approcciata come «bianca e put… ehm, diciamo di facili costumi, vieni a s…», questa è una molestia. Questo è un insulto, che può facilmente trasformarsi in violenza, quindi abbassi la testa e schizzi via ringraziando che ti è andata bene. A innumerevoli altre donne è andata meno bene. Non è una forma di razzismo gratuito, ma semplicemente la conseguenza di una prescrizione del Corano, quella di umiliare le donne che non appartengono alla fede musulmana. Uccidete gli infedeli ovunque si trovino è uno dei precetti. Umiliate delle donne degli infedeli è un altro dei precetti. Ma per le fanciullette di «Non una di meno», questo va benissimo.
Adesso a Genova, scopro che il problema sono gli alpini. Alla vigilia dell’adunata qualcuno ha scritto «assassini» sulla porta della loro sede in piazza Siziglia. La città è tappezzata di dementi manifesti, «meno alpini, più gattini». «Alpino molesto stai attento», è stato scritto su un muro. Sono state lanciate bottigliette contro un gruppo di alpini seduti un bar. Tutto questo nasce dalle sigle transfemministe, esperte in femminismo misandrico che odiano gli uomini occidentali, ma anche le donne, convive serenamente con la violenza di maranza e mafia nigeriana e trasforma l’adunata degli alpini in un’emergenza nazionale. È con una pugnalata di nausea che leggo i loro slogan. L’alpino fonde le due figure, del guerriero e del protettore, che sono i due pilastri della virilità occidentale cristiana. Intervenuti dopo la catastrofe del Vajont, dopo il terremoto del Friuli del 1976, gli alpini parteciparono alla ricostruzione di interi paesi, organizzando cantieri, assistenza agli sfollati e strutture temporanee. Quel modello di intervento divenne un punto di riferimento per la moderna Protezione civile italiana. Nel terremoto dell’Aquila del 2009 le penne nere tornarono in prima linea. A Fossa, uno dei comuni più colpiti, realizzarono abitazioni, spazi pubblici, una chiesa, aree verdi e servizi destinati alla popolazione. Non solo assistenza immediata, ma ricostruzione concreta e duratura, pensata per restituire dignità e normalità alle comunità colpite. Anche durante le alluvioni che hanno devastato Genova nel 2014, gli alpini furono tra i primi volontari ad arrivare nelle zone sommerse dal fango. Con motopompe, pale e mezzi di emergenza operarono nei quartieri più colpiti, aiutando famiglie, negozianti e anziani a liberare case e strade dall’acqua e dai detriti. Nel 2018, dopo il crollo del ponte Morandi, che causò 43 vittime, le penne nere si mobilitarono nuovamente per sostenere la città. Fornirono assistenza logistica, supporto ai soccorritori e presenza costante accanto alla popolazione in uno dei momenti più drammatici della storia recente di Genova. L’impegno degli alpini, però, non si limita alle catastrofi. In tutta Italia, le sezioni dell’Associazione nazionale alpini organizzano raccolte fondi, assistenza agli anziani, manutenzione di sentieri e rifugi, sostegno durante le emergenze sanitarie e attività sociali nelle piccole comunità. Per questo motivo gli alpini vengono spesso percepiti come un presidio di solidarietà concreta. Il loro intervento non si basa su slogan o campagne mediatiche, ma sulla presenza fisica nei luoghi del bisogno.
Ora la festa è stata infangata. Gratuitamente. Hanno consigliato fischietti da far risuonare in caso di molestie inesistenti, hanno attivato il solito form anonimo per raccogliere testimonianze spazzatura, come già successo a Rimini e altre città, scrivendo il testo con i ridicoli segni dell’inclusività ortografica. Alle altre adunate, le denunce sono state di scemenze, complimenti, non confondibili con aggressioni verbali. Il form era aperto dal giorno prima dell’adunata, nella certezza assoluta che ci sarebbe stato qualcosa da segnalare: la colpevolezza degli alpini è certa, nasce con il loro esistere, essere maschi ed essere alpini. È una diffamazione preventiva costruita con fiumi di segnalazioni anonime che non possono reggere a nessun vaglio giudiziario. In un’epoca in cui tutti hanno un cellulare, il video di un alpino che compie una violenza non c’è. Quello di maranza che accoltellano, feriscono, massacrano ci sono, ma quelli non valgono. Il femminismo misandrico odia sicuramente gli uomini (occidentali cristiani), ma in realtà odia le donne: il suo cavallo di battaglia è l’aborto, la cosa più squallida una donna possa fare. Soprattutto odia la vita e odia la culla della vita che è l’amore tra un uomo e una donna. L’amore nasce dal desiderio che i maschi hanno del corpo femminile. Il testosterone dà ai maschi una libido ben più alta della nostra. Noi dobbiamo restare lucide davanti a un uomo che ci chiede di accompagnarlo anche nella sessualità, per scegliere tra i maschi che ci offrono quello che più ci dà affidamento del fatto che proteggerà noi e soprattutto la nostra prole. Da sempre gli uomini fanno la corte alle donne e da sempre le donne normali sono gratificate da questa corte. Se un uomo dice una donna che è bella, è un complimento non è un insulto. Se la donna lo percepisce come un insulto, evidentemente lei ha dei grossi problemi. Il fatto che alcune donne, la solita minoranza, percepisco un complimento come un insulto, non deve criminalizzare gli uomini che li fanno. Il fatto che addirittura le istituzioni della città si siano unite a questo razzistico provvedimento contro gli alpini dimostra quanto le istituzioni della città siano problematiche. Quando crollò il ponte Morandi a Genova il sindaco Bucci telefonò all’Ana che rispose immediatamente. Speriamo che a Genova non crolli più niente, che non ci siano più alluvioni, che non ci sia più bisogno di spalare nel fango. Nel caso il sindaco Salis, tra una comparsa e l’altra su Vogue, potrebbe telefonare ai centri sociali e alle femministe di «Non una di meno», ma a spalare nel fango le unghie si rovinano, e le foto del micio da mettere sul social in mezzo a cadaveri e macerie non vengono bene. Che Dio benedica gli alpini.
Alpino insultato finisce in ospedale
Alla fine, l’adunata degli alpini è andata come doveva andare. Molte polemiche e nessun problema. Se non quelli creati da chi le penne nere a Genova proprio non le voleva. Nella notte tra venerdì e sabato, un ragazzo e una ragazza di circa vent’anni si sono avvicinati a due alpini e hanno cominciato ad apostrofarli in malo modo, chiamandoli «guerrafondai». Uno dei due, un sessantunenne cardiopatico, si è sentito male e, dopo l’intervento di un’ambulanza, è stato necessario portarlo in ospedale. In ospedale è finito anche un sessantenne, in stato di alterazione etilica, che è precipitato per oltre due metri mentre si trovava seduto su un muretto.
Nonostante le polemiche, gli alpini hanno cantato le loro canzoni malinconiche su amori passati e hanno ricordato i mesi di naja ritrovandosi ancora una volta insieme. E sì: ci hanno certamente bevuto sopra. Sulle polemiche dei giorni passati, quelle per capirci, innescate da Non una di meno, è intervenuto il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «Io non penso che gli alpini molestino. Penso che gli alpini siano qua per festeggiare, per essere quello che sono. Poi, magari c'è qualche stupido, e se c'è qualche stupido è giusto che venga ripreso, ma i primi a riprenderlo sono gli alpini». Per il presidente, Giorgia Meloni, gli alpini sono «un corpo che rappresenta coraggio, sacrificio, spirito di servizio e amore per la Patria. Gli alpini sono un orgoglio italiano». Game over. Perché quest’adunata, come le altre del resto, dimostra proprio questo: gli alpini non molestano. Certo, a volte c’è qualche apprezzamento un po’ esagerato, ma le molestie sono un’altra cosa. Una cosa seria. Non come l’iniziativa del centro sociale Aut Aut 357, che ha pubblicato un post in cui afferma: «Genova trasformata in caserma, scuole chiuse, quartieri blindati: ancora una volta l’adunata degli alpini viene imposta come evento di “tutt3”, quando in realtà rappresenta un modello di città militarizzata, escludente e piegata a logiche che nulla ha a che fare con i bisogni reali di chi la vive ogni giorno». Sarà, ma la presenza degli alpini, accompagnata a maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine, ha permesso l’arresto e l’espulsione di tre africani che si trovavano illegalmente nel nostro Paese e che spacciavano per le vie della città. Forse per Aut Aut 357 l’assenza di spacciatori non rientra tra i bisogni reali, ma per i genovesi sì. Almeno per quelli per bene. Nel suo post, il centro sociale annota anche che: «Ci raccontano la favola della tradizione, dell’identità, del folklore. Ma dietro le penne nere e le sfilate si nasconde un’occupazione temporanea dello spazio urbano che produce disagi concreti: servizi sospesi, mobilità stravolta, spazi pubblici sottratti alla cittadinanza. (...) Non è solo una questione logistica. È una scelta politica precisa: normalizzare la presenza militare nelle città, renderla familiare, accettabile, persino festosa. È la stessa logica che giustifica l’aumento delle spese militari mentre si tagliano servizi essenziali, che trasforma le città in scenografie securitarie, che abitua all’idea che il controllo e la disciplina siano valori da celebrare». Ora, basterebbe ascoltare una qualsiasi canzone degli alpini per rendersi conto del fatto che disprezzano la guerra, anche se poi quando c’è da combattere lo fanno, anche a costo di lasciare la loro casa, la donna che amano e le loro terre. Come dice G.K. Chesterton: «Il vero soldato combatte non perché odia ciò che è di fronte a lui, ma perché ama ciò che è dietro di lui». Una cosa che chi frequenta i centri sociali, però, non può capire.



