- Leoluca Orlando ordina all’anagrafe di Palermo di non rispettare il decreto sicurezza. Altri si accodano, Luigi De Magistris apre il porto di Napoli alle Ong. È tutto illegale.
- Il testo del decreto sicurezza stringe le maglie sull’asilo e taglia i fondi milionari ai centri. Resta chi ha titolo.
Lo speciale contiene due articoli.
Da Milano a Palermo, passando per Napoli, la rivolta dei sindaci nei confronti del decreto sicurezza infiamma questo gelido inizio d’anno. La polemica tra i primi cittadini e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è ben lungi dal placarsi e rischia di trasformare l’iniziativa in un inedito, quanto potenzialmente esplosivo, conflitto istituzionale. Il capofila della rivolta è il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che mercoledì con una decisione unilaterale ha dato disposizione agli uffici comunali di continuare a concedere l’iscrizione all’anagrafe ai cittadini con permesso umanitario scaduto. Il decreto «costituisce un esempio di provvedimento disumano e criminogeno», ha dichiarato Orlando ai giornalisti, che «eliminando la protezione umanitaria toglie ogni residuo di comprensione del dramma delle persone che sono i migranti». Motivando la sua scelta, il primo cittadino di Palermo ha spiegato che non si tratta «né di protesta, né di disubbidienza, né di obiezione di coscienza: ho assolto alle mie funzioni istituzionali di sindaco».
Secondo della fila è Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, che prima ha spiegato che nella sua città si applicano «solo in maniera conforme alla Costituzione» e poi ha annunciato la volontà di aprire il porto partenopeo all’attracco della Sea Watch 3, la nave che da giorni erra nel Mediterrano con 32 migranti a bordo: «Mi auguro che questa barca si avvicini al porto di Napoli», ha dichiarato De Magistris, «sarò il primo a guidare le azioni di salvataggio». Piccolo dettaglio: da ben 48 ore l’imbarcazione ha ricevuto riparo e assistenza da parte di Malta nelle proprie acque territoriali.
Da segnalare le adesioni del fiorentino Dario Nardella («come Comune ci prenderemo l’impegno di non lasciare nessuno in mezzo alla strada»), del parmigiano Federico Pizzarotti («il decreto provoca problemi alle città») e del milanese Beppe Sala («Salvini riveda il decreto»). Nel corso della giornata di ieri si sono succedute a vario titolo dichiarazioni a sostegno della proposta da parte, tra gli altri, di Giuseppe Falcomatà (Reggio Calabria, Pd), Adriano Zuccalà (Pomezia, M5s), Marco Alessandrini (Pescara, Pd), Nicola Sanna (Sassari, Pd), Massimo Zedda (Cagliari, ex Sel). La protesta viene cavalcata in modo particolare dal Pd, come dimostrano le manifestazioni di solidarietà da parte di Nicola Zingaretti e Maurizio Martina. Dal momento che il decreto sicurezza è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 ottobre scorso, viene da chiedersi tuttavia come mai la questione sia stata sollevata solo dopo tre mesi dall’entrata in vigore della legge. Non mancano, però, sindaci critici con i colleghi riottosi: secondo Guido Castelli (Ascoli Piceno, Forza Italia), i ribelli «sbagliano, il decreto Salvini non è criminogeno», mentre Alessandro Canelli (Novara, Lega) considera la legge «uno strumento fondamentale per il controllo del territorio e della sicurezza dei cittadini». Controcorrente anche il sindaco di Benevento, Clemente Mastella, che pur giudicando negativamente il provvedimento dichiara di non condividere la scelta di Orlando e dei suoi seguaci. Al fianco dei sindaci si è invece schierata l’Anci, con la presidente Chiara Nespolo che ha dichiarato «coraggiosa» la decisione di non dare attuazione ad alcuni contenuti del decreto. La reazione del ministro Salvini all’insurrezione delle fasce tricolori non si è fatta attendere: «Col Pd caos e clandestini, con la Lega ordine e rispetto. Certi sindaci rimpiangono i bei tempi andati sull’immigrazione, ma anche per loro è finita la pacchia», ha scritto il vicepremier su Twitter. «Se c’è qualche sindaco che non è d’accordo si dimetta», ha poi dichiarato in diretta Facebook. Per l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, l’insurrezione dei sindaci è «solo campagna elettorale». E rischia di avere gravi conseguenze, e non solo sul piano dei rapporti istituzionali. Se per Salvini i ribelli «ne risponderanno personalmente, legalmente, penalmente e civilmente perché è una legge dello Stato che mette ordine e regole», per il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, «le leggi, piacciano o no, vanno applicate, non può esistere il fai da te». Duro anche il premier Giuseppe Conte, che pur aprendo a un incontro con l’Anci bolla come «inaccettabili le posizioni degli amministratori che hanno pubblicamente dichiarato che non intendono applicare una legge dello Stato». A prescindere dall’eventuale giudizio di incostituzionalità sulla legge, i riottosi rischiano denunce per abuso in atti d’ufficio e – nei casi più gravi – la rimozione.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >