Chissà se Zaker Choudri, neosindaco di Birmingham di origini pakistane, appena insediatosi con tanto di officiante musulmano portato in Consiglio comunale, sta seguendo gli Europei di atletica che si stanno svolgendo in questi giorni nella sua città. Nel caso Choudri si stesse godendo lo spettacolo in televisione, di sicuro la sua sensibilità sarà gratificata dalle nuove direttive europee sulle inquadrature delle atlete.
Le nuove linee guida sull’atletica femminile
Gli Europei di Birmingham sono infatti il primo banco di prova delle nuove linee guida per le riprese nelle gare di atletica femminile pubblicate dall’Unione europea di radiodiffusione (Ebu), l’organizzazione che riunisce le principali emittenti dei Paesi europei. Si tratta di un manualetto pieno di illustrazioni e di «fai questo», «non fare questo», un vero bignami da consegnare a registi televisivi, a quanto pare immaginati come degli allupati cronici un po’ tonti a cui va spiegato il mestiere, la buona educazione e forse anche un po’ la vita.
Un concetto di sessualizzazione totalmente stravolto
L’obbiettivo sarebbe quello di evitare la «sessualizzazione» delle atlete, ovviamente nell’accezione che la neolingua assegna a un termine che un tempo in italiano indicava il processo di acquisizione dei caratteri sessuali (nella nostra specie inizia tra la sesta e l’ottava settimana di gestazione) e che invece oggi segnala l’attribuzione culturale di significati sessuali a corpi o oggetti che invece ne sarebbero privi.
Lo slittamento semantico è cruciale, perché giunge al totale ribaltamento di senso: laddove il primo significato implicava che l’homo sapiens fosse già da sempre catturato in una dinamica sessuale, il secondo prevede una purezza originaria deflorata dallo sguardo perverso e, va da sé, patriarcale dell’altro.
Il nuovo regime sulle inquadrature televisive
Quindi niente riprese dal basso o da dietro, e nel dubbio è sempre meglio mantenere la telecamera a una certa distanza. Se per esempio nella staffetta l’atleta tiene il testimone lungo i fianchi (c’è un’istruzione specifica con questo esempio), meglio inquadrare altrove. In fin dei conti non è mica una parte essenziale di quello sport, no?
Pazienza, quindi, se, per non rischiare di indugiare su un sedere, alla fine si compromette l’intelligibilità delle riprese: a quanto pare massacrare la performance della vita di un’atleta con improbabili campi lunghi non è irrispettoso quanto un frame di pochi secondi che possa illustrarne le virtù callipige. Ne sa qualcosa Nadia Battocletti, il cui oro nei 5.000 metri è stato più immaginato che visto dagli spettatori, che hanno protestato in massa sui social.
Il disagio di atlete e cameraman
«Mi mette disagio stare sui blocchi con la camera alle spalle, mi immagino inquadrature ravvicinate che non voglio. In un momento in cui serve la massima concentrazione non mi devo preoccupare di certe cose», ha detto alla Stampa la centometrista Zaynab Dosso.
Ma lo stesso discorso potrebbe valere per cameraman e registi: se nell’evento dell’anno devono pensare più a cosa non mostrare che a cosa inquadrare, difficile che il risultato possa essere all’altezza del più nobile degli sport. Che, giova ricordarlo, nell’antica Grecia si praticava in totale nudità. L’ideale della kalokagathia ha retto per 2.500 anni, ma si è dovuto arrendere di fronte all’incrocio funesto tra femminismo e sharia.
Non è del resto anche il velo islamico presentato come un nascondimento che è anche una protezione per la donna dagli sguardi «sessualizzanti»? Che poi a restare celato sia uno zigomo o una coscia è questione di sfumature. O, se si vuole, di diversi gradi di gravità nell’ambito della stessa psicosi.
Il controsenso del femminismo
Curiosa parabola, quella del femminismo, nato con le nuove suffragette che mostravano triangoli allusivi composti con le dita per rivendicare la pregnanza politica dei corpi e finito a demonizzare la carne insieme ai peggiori oscurantismi. Da «l’utero è mio e lo gestisco io» a «definisci donna». Con l’inconveniente di trovarsi come compagni di strada quelli che, quando devono chiuderla in casa, non hanno problemi a definirla e a individuarla. L’apertura di piscine riservate per sole donne al fine di ospitare le immigrate in burkini presentata come esperienza «inclusiva» doveva del resto mettere in guardia circa il grottesco connubio.
Perché nuove regole aprono ulteriori interrogativi
Resta solo da capire come i due fronti neo puritani si metteranno d’accordo circa l’altra questione che incrocia politica e sport, quella relativa alla partecipazioni alle gare femminili da parte di atleti trans nati maschi (e qui forse le linee guida dell’Ebu potrebbero non essere da buttar via…).
«E perché mai il concetto latino di “mens sana in corpore sano” avrebbe dovuto escludere la donna e in ispecie le donne giovani dallo sport?», si chiedeva negli anni Trenta la rivista Lo sport fascista. Farsi battere in progressismo dai fascisti: questo sì che è un vero record. Altro che Battocletti.
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