Gli mancava il quarto d’ora da partigiano. Giuseppe Conte riempie il vuoto e completa il puzzle democratico a Sant’Anna di Stazzema, dove con una mossa da pokerista consumato sorprende ancora una volta Elly Schlein e si intesta la leadership morale del campo largo.
Mentre la segretaria del Pd arranca sui social con un paio di frasi fatte, il suo competitor più pericoloso alle primarie corre (per la prima volta nella sua vita) sul posto, si innalza sul cippo istituzionale e in quel luogo simbolico tiene l’orazione ufficiale. Fa ombra pure a Sergio Mattarella, strumentalizza il dolore collettivo per l’eccidio nazifascista (560 vittime con donne e bambini) di 82 anni fa. E prende la rincorsa elettorale.
Un’operazione cinica e chirurgica insieme, un segnale inequivocabile: l’avvocato del popolo è pronto a mettersi nel taschino, orfano di pochette, l’intero Nazareno. «Chi si professa patriota dovrebbe essere qui per onorare la patria», tuona Conte sulle Apuane, dimentico del messaggio del capo dello Stato («Bisogna respingere il disprezzo per il pluralismo e l’identità delle persone»), di quello del presidente del Senato Ignazio La Russa («una ferita indelebile della nostra storia») e della presenza a qualche metro di distanza del vicepremier Antonio Tajani. Si percepisce il solo a difendere la memoria, il solo con il metaforico fazzoletto al collo, come un Sandro Pertini del terzo millennio. Questo serve oggi per incantare il piddino incerto, e questo ruolo lui interpreta.
Dopo il quarto d’ora da pacifinto («Basta soldi all’Ucraina»); dopo il quarto d’ora da sindacalista aggiunto («La borsa della spesa degli italiani è vuota»); dopo il quarto d’ora da pro Pal («Fermiamo le atrocità di Israele»), dopo il quarto d’ora da scafista («Il tema migranti è caro solo alla propaganda della destra») e il quarto d’ora da virologo («In pandemia siamo stati perfetti»), ecco Conte il trasformista scippare ai dem una delle commemorazioni laiche più sentite. «In un periodo in cui in Europa notiamo pressioni regressive e pulsioni nostalgiche, qui riaffermiamo che la Costituzione è interamente antifascista. Non possiamo onorare la patria se non onoriamo chi non si è piegato alla dittatura e per questo ha sacrificato la propria vita. Chi non si inchina davanti a questo sacrario civile, chi evita di pronunciare parole di verità, finisce per disconoscere i fondamenti stessi della nostra storia repubblicana».
Il leader del Movimento 5 stelle (che nacque antisistema) si cuce i galloni istituzionali sulle maniche, rivendica una centralità che non esiste e fa la prova generale da candidato premier partendo dall’unico collante possibile: lo spauracchio nero. «Le ragioni fondative della Repubblica non ci permettono neppure oggi di essere indulgenti verso ideologie o prassi ispirate al fascismo. Non ci possiamo permettere nessun cedimento, nessuna ambiguità, verso azioni o pensieri nostalgici». Banalità assortite, dietrologie in assenza di argomenti nuovi. Con una postilla: «Spingerò perché si apra una discussione in Commissione giustizia sulla proposta di iniziativa popolare volta a bandire simboli e gadget nazifascisti».
Conte si prende la battaglia antifascista
Con un’esibizione da cacicco della politica che fu, Conte chiede a conservatori e liberali la consueta patente antifascista, come Achille Occhetto avrebbe potuto chiederla a Silvio Berlusconi. Roba da Sandra e Raimondo: «Che barba che noia». È l’unico bostik del campo largo, l’unico messaggio che arriva a destinazione. A meno che non ci sia qualcuno così allocco da bersi la frase, pronunciata a Sant’Anna davanti a testimoni: «La Costituzione è attuale ma anche inattuata, dobbiamo lavorare per realizzare tutte le promesse scritte nella nostra Costituzione».
Il bersaglio è Schlein, non Meloni
Il campanellino Antifa non serve neppure a mettere in imbarazzo Giorgia Meloni ma a prosciugare lo stagno nel quale nuota lady Schlein, a conferma della voce che una parte del Pd – da Dario Franceschini ad Andrea Orlando passando per Goffredo Bettini – ha già deciso da che parte stare alle primarie. Siamo tornati al «punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti» ed è probabile che la segretaria trascorra Ferragosto al Nazareno incatenata alla sedia. Poiché è il vero tema politico di queste passerelle, l’ex premier travolto dalla nostalgia per palazzo Chigi si sofferma volentieri sulla road map d’autunno. «A settembre ciascuna forza politica del centrosinistra raccoglierà proposte e idee, per poi arrivare a sintetizzare i punti programmatici che costituiranno il progetto comune».
Un sondaggio evidenzia che gli elettori del Pd sarebbero disposti a votare lui più di quanto gli elettori pentastellati digeriscano la Schlein.
Conte prepara la sfida per Palazzo Chigi
La faccenda induce Conte a sparare una bordata ad alzo zero: «Dopo la sintesi ci saranno tutti i passaggi per individuare l’interprete che sarà chiamato a realizzare il programma con spirito di squadra. E se qualche forza politica non fosse premiata dalle primarie ma fosse perdente, avrebbe comunque il dovere di rispettare il risultato». Pur buono e intimamente democratico, il partigiano Beppe non farà prigionieri.
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